Carne

Corpi.

Corpi.

Tanti corpi di carne.

Variamente e randomicamente paralleli ad una lunga serie di panche di legno stazzonato.

Chi seduto.

Chi in piedi dinanzi ad un armadietto.

Chi in equilibrio su una gamba, nel tentativo di infilare i pantaloni senza farne strusciare l’orlo sull’umido linoleum.

Corpi che frugano.

Si asciugano.

Si vestono.

Si svestono.

Muscoli che guizzano.

Vene gonfie di fatica.

Chi arriva chi va via.

Sono in questo spogliatoio.

Sudato.

Ancora i guanti addosso.

Guardo questi corpi e mi viene in mente il Corpo di Cristo.

Quel momento della messa in cui il Prete dice questo è il mio corpo.

Vorrei avere i bicipiti di quello lì che ha la faccia da barbaro barista di Bari (se fosse donna potrebbe aprire a buon diritto un bar dal nome onomatopeico, il Bar BarBara di Bari).

Vorrei prendere a prestito fosse anche solo per una sera gli addominali di quell’altro, lì, quella sottospecie di incrocio tra un toro, un cavallo e un rinoceronte.

Ma le spalle mie non le cambio con nessuno, sia chiaro, mi piacciono le mie spalle.

Tanta gente ci si è appoggiata, su queste spalle, e le ha bagnate.

Sono tipo i materassi di nuova generazione, le mie spalle, sono memory foam.

Prendono la forma di chi vi si appoggia e la mantengono a lungo, anche se non certo per sempre.

Sarà perchè soffro di una tremenda sindrome da crocerossina.

Vorrei salvare il mondo intero.

Ricevere lo sfogo di amici, genitori, parenti, amanti, mogli, colleghi, è lo sport in cui modestamente meriterei quantomeno una menzione d’onore alle olimpiadi.

Ascolterei gli altri per giorni.

Non è altruismo, al contrario, ascolto perché mi procura un sottile piacere.

No, non sono sadico, provo empatia per i dolori altrui e molto spesso mi addolorano quanto i miei, che per la fortuna che mi perseguita da quando sono nato son sempre stati sopportabili e mai di dimensioni tali da impedirmi di godere di una tiepida felicità di fondo.

Le vite degli altri sono appassionanti quanto i romanzi di cui mi piace punteggiare – anche solo con una o due pagine – tutte le mie serate prima di coricarmi.

Ascoltare gli altri, dal vivo, spalla a guancia, è una ricchezza immensa, amplia i tuoi orizzonti, la tua intelligenza emotiva, la chimica delle emozioni in 3D, tutti i sensi allertati, non solo la vista, ma l’olfatto, l’udito, il tatto.

Ascoltare con tutti i nostri sensi smuove corde interne, vibrazioni di solidarietà, l’opposto di quanto accade con il continuo bombardamento di notizie di cui stiamo diventando bulimici da un punto di vista sentimentale.

Ingozziamo la nostra vista di stupri, gente trovata morta in casa di cui i vicini han notato la puzza ma non l’assenza, sfregi con l’acido su commissione, rischi tsunami, sfollati, morti ammazzati, affogati, emigrati, tanti tanti tanti morti di cui ci ingozziamo, come fosse un Corpo di Cristo a buon mercato, senza alcuna necessità di previa confessione né di passeggiata domenicale fino alla più vicina Chiesa della parrocchia, ci ingozziamo di morti 2.0 e poi li vomitiamo indifferenti, salvo provare qualche rigurgito d’anima quando una foto particolarmente truce scuote le fondamenta del nostro mutismo empatico.

Toccare un corpo è insostituibile.

Almeno per me.

Spesso il calore di una mano fermata anche prima di sfiorarmi una spalla, a pochi millimetri, mi rinfranca, mi rincuora, mi gonfia i polmoni di un tepore amicale.

Un abbraccio forte, con le mani che stringono le scapole energicamente, il petto che preme sul mio, senza pudori, senza remore, mi entra nel sangue.

Corpi.

Corpi e carne, che peccato solo che siano involucri totalmente opachi alla luce.

Ci impediscono di guardare l’anima, se non spiando da quei due buchi della serratura che dicono siano gli occhi.

Advertisements