Io non posso amare, amore

Quanta strada han calpestato queste scarpe.

Quanti lacci mi han avvinghiato le caviglie lungo il cammino.

In questo mondo che non ci vuole, non ci ammette, tu ci sei.

L’immensità di un sentimento nato tra il pianto, la rabbia, l’indifferenza e la rassegnazione agli aneliti del fato che dispiega le sue ali e ci catapulta su parabole rigide, quella immensità si spalanca sotto i nostri piedi che disegnano arcobaleni alle due estremità del loro ciondolare – penzoloni – sui sogni.

Illusioni ottiche crudeli ci chiamano a camminare nel vuoto, scorgendo boschi vergini e ruscelli sul fondo dei nostri piedi, dove si dice il sangue faccia continue inversioni a U, mentre il cuore continua a pompare senza requie.

Un giorno ci incontreremo – in un mondo di sogno aldilà dei mondi e aldilà dei sogni –  in un roseto fiorito e potato delle spine dei rimorsi e dei rimpianti.

Quel giorno ci incontreremo liberi, abbandonati, nudi e autoimmuni ai nostri stessi sentimenti di cui ci imbeveremo sempre più i tessuti al progredire degli sforzi che compiremo per disinnamorarci, sentimenti di cui ci ammaleremo volentieri senza altra cura all’infuori del morir d’amore.

Come può uno scoglio arginare il mare, come può un ombrello oscurare il sole, come può una nuvola annerire il firmamento, come può una vita anelare a una vita che non gli è data d’esser vissuta.

Non lo so.

Io non posso amare, amore, non in questo mondo, non in questo sogno.

Ma sapere che ci sei rende un senso e un verso al girare di tutte le stelle, quel moto apparentemente senza traguardo alcuno diventa un vettore, e un vettore è una freccia che addita qualcosa, anche se è aldilà dei nostri occhi.

Aldilà dei nostri piedi dondolanti sul fiume del’eternità.

Aldilà dei nostri immuni cuori esausti di vaccini.

Aldilà delle nostre mani.

Dei nostri sguardi.

Dei nostri giorni.


Dei nostri sogni.