Milioni di altre volte ancora

Riunione last minute.

Le budella si contorcono senza motivo apparente.

Disseziono le centoventi pagine del contratto a dieci zeri che ho messo in piedi in dieci mesi, ma le mie parole sono pura meccanica, onde vibrazionali d’aria senza coscienza, illustro i punti salienti in modo spartano.

Il pensiero è fisso a casa, a mia moglie, a mia figlia, al piccolo che sento sta per arrivare.

Non resisto all’impulso, l’incredibile esperienza dell’altra volta mi induce a riporre cieca fiducia nel mio istinto atavico.

Sussurro al mega-ultra-socio miliardario al mio fianco: “Se non ci sono altri argomenti di sostanza, io andrei… “.

Lui non distoglie lo sguardo dall’interlocutore che dall’altro capo del tavolo sciorina numeri, e mi sussurra di rimando cercando di muovere quanto meno possibile le labbra: “ch’ ‘czzo sctai dcndo, t’mmzzo ssse m’ lsci nlla mrda”.

Già una volta ho rischiato di non aver più pane per la mia famiglia, ma ci sono momenti nella vita di un uomo in cui non c’è spazio per il calcolo, solo per l’azione, come dinanzi ad un pericolo di vita.

Infilo il computer nella borsa senza spegnerlo, ben sapendo che rischio di fonderlo, mentre il silenzio dilaga espandendosi nella sala, mi dirigo con passo marziale al guardaroba di quercia intarsiata, recupero il giaccone, torno e annuncio: “Devo andare, ho un figlio che sta per nascere”.

Brusii, qualcuno mi augura auguri, qualcuno in bocca al lupo, qualcuno si congratula, il mio udito è ancora e solo pura meccanica biologica.

Saluto il boss nel suo ufficio, mi guarda con sguardo interrogativo, la riunione sarebbe dovuta durare almeno otto ore, non due, mi precipito per le scale e corro a casa.

La storia si ripete davvero, anche stavolta mia moglie conosceva l’importanza della riunione e non mi avrebbe interrotto, era sul punto di chiamare un taxi avendo rotto le acque.

“Se non hai contrazioni ravvicinate non c’è urgenza, comunque andiamo, non ti agitare”

“Non MI agitare!”

“Non la agiti, signò”

“Non mi agito, ma non ti agitare”

“Non ci agitiamo!”

“Non vi agitate”

“Precipitiamoci, ma non ti agitare”

“Papà vengo anch’io?”

“No, tu no”

“Uppa però!”

“Niente uffa, piccolina, tu rimani con Filippa, poi papà passa a darti un bacino dopo e un regalino”

“Ma papà… “

“Eh”

“Ma io lo voglio subito… “

“Ah amore del papà, vieni qui che te ne stampo dieci di bacini”

“Papà”

“Eh”

“Ma io intendevo il regalino, ma uppa però… “

“Ciao a papà, eh, ciao”

DIECI MILIONI DI PUNTI SULLA PATENTE DOPO

“HEY STIAMO PER PARTORIRE APRITE”

“Stiamo chi?”

“Ehm, mia moglie”

“Allora si accomodi in sala e la smetta di strillare”

OTTOCENTO ORE DOPO

“Avvo, la Filippa dorme con principessa, l’hai accompagnata a casa a prendersi le sue cose?”

“DOH”!

ALTRI DUECENTO PUNTI IN MENO DOPO

(vedi video qui:)

“Rieccomi”

“Era ora”

“Che ora era?”

“Quando?”

“In sala, a che ora ti avevano detto che saremmo andati in sala?”

“Ora”

“Era ora?”

“Sì”

“Senti vuoi che ti prenda qualcosa al bar?”

“Non cominciare! Non farti riconoscere, pensi abbia dimenticato il pic-nic dell’altra volta? Quella sala parto pareva il set di Natale in casa Cupiello”

“Uff quanto la fai lunga! Per due patatine… “

“Stavolta NIENTE patatine, intesi?”

“Ma che siamo barbari, dai, su, certo che no, niente patatine”

“Zero patatine”

“Niet patatine, ma scherzi? Senti ma tecnicamente parlando…”

“Eh”

“Voglio dire, i Fonzies… “

“Che c’entrano… “

“… non sono patatine, giusto?”

“Avvo quant’è vero Iddio ti disconosco la paternità se ti porti anche solo un briciolo di patatina in sala parto!”

“Ho capito, ho capito! Mica sono tordo, niente patatine. Senti, mentre aspetti io scendo un attimo”

“Dove diavolo vai?”

“A prendere due patatine”

Non ho fatto in tempo a prendere le patatine (con ciò salvando il mio matrimonio) che da dietro un bancone si è issata in piedi, per quanto la differenza altimetrica tra il suo stadio “seduta” e “alzata” fosse quantomai impercettibile, il SERGENTE HARTMAN, quello di Full Metal Jacket (and cravattet):

“Buonasera dottoressa, scusi l’orario, eh, ma dovremmo… “

“Dovremmo chi, partorite insieme?”

“Ehm”

“Su forza, andiamo alla cinque che è la più grande, COSA FA COSA FA QUELLA NON E’ LA CINQUE, SANTIDDIO, CHE TOCCA E APRE, STAVO DORMENDO COSI’ BENE CHI ME LO HA FATTO FARE DI SVEGLIARMI”

“Mi scusi ma qui c’è scritto Sala Cinque, io pensavo… “

“LEI NON DOVREBBE NEPPURE STARCI QUI, LA SMETTA DI PENSARE, QUELLA E’ LA CINQUE D, E SONO IN PIENO CESAREO, SU SEGUITEMI”

Entriamo – visibilmente terrorizzati dal sergente – in una sala stupenda, ampia, colori tenui, bagno interno, l’opposto di ciò che nel mio immaginario personale corrisponde ad una sala d’ospedale.

Il sergente indossa un vistoso anello con pietra, un pensiero mi assale: ma infilerà le mani dentro con tutto quell’anello? Con quello gli tappa la fontanella. Forse è un divaricatore professional? Si è lavata le mani questo elfo malefico e strillante, che ha l’aspetto di una botte di vino col coperchio composto da dieci carciofi rosso fegato spampinati da una bomba a mano esplosa?

“ALLORA PALLA DI LARDO SI METTA LI’, GAMBE APERTE, PALLA DI LARDO, ALZI LE GAMBE, PALLA DI LARDO, LE ALZI PERDIO, SU, SPINGA, TIRI L’ARIA E SPINGA, TIRI CON LE BRACCIA E SPINGA COL BACINO MA NON SCENDA TIRI SU NON GIU’, TIRI L’ARIA, SPINGA E TIRI LE BRACCIA E SPINGA IL BACINO MA NON LO SCENDA E TIRI L’ARIA E SPINGA E TIRI, SU, CHE CI VUOLE, NON SI RICORDA COME SI FA, E’ IL SECONDO NO? VUOI CHE TI MANDO LA MAMMINA?”

“Senta se la smette di rimproverare mia moglie forse…”

“IL MARITO STIA ZITTO”

“Ma se lei… “

“ZITTO O LA SBATTO FUORI. LEI NON SI FERMI, FORZA CHE CI SIAMO, TIRI SPINGA E TIRI, TIRI E SPINGA MA NON SCENDA E SPINGA MA NON TIRI E TIRANDO SPINGA PERDIO, NO CHE FA, SPINGE CON LE BRACCIA E TIRA COL BACINO, IL CONTRARIO, ECCO, MA ADESSO COSA MI FA COSA MI FA, MI SPINGE L’ARIA, ALZI LA TESTA, TIRI LE BRACCIA E SPINGA E TIRI MA NON SCENDA PERÒ”.

Capisco che c’è bisogno di superAvvo: inizio a mimare ogni istruzione del sergente. Allargo le narici e alzo il mento per far capire visivamente a mia moglie il concetto di “tirare l’aria”, poi mi sollevo le braccia sotto le ascelle stile scimpanzè afferrando due maniglie immaginarie per farle intendere “tiri le braccia”, e infine simulo uno dei movimenti della Macarena (al punto “eeeeeee macarena”) per farle capire cosa significa “spingere col bacino”. Il tutto perfettamente in sincrono con gli strepiti del sergente.

Ad ogni istruzione, mia moglie si gira verso di me e mi rivolge uno sguardo che conserverò nel cuore per tutta la vita, l’espressione di chi non sappia nuotare e guardi l’istruttore per capire come salvarsi. Uno sguardo profondo mille anni, che mi ha fatto scoprire di essere forse più di quel che pensavo.

Il sergente, affatto romantico come me, ha invece reagito con stizzo:

“GUARDI ME NON GUARDI IL MARITO, ADESSO MI TOLGO IL CAMICE E LO DO A LUI…”

Poi è successo.

Non so come, ma è successo.

I miei sensi si sono attutiti, non sentivo più il mio corpo, il mio respiro, il tatto, il gusto, l’olfatto, il sesto senso era diventato unico e predominante e con esso potevo sentire persino il lento ruotare della galassia sul suo asse celeste, sono scivolato dal lato destro e mi sono piazzato proprio di fronte.

Quella testolina era troppo schiacciata, ferma all’imbocco, orribilmente schiacciata, qualcosa stava andando storto, è uscito di un colore ciano, non piangeva.

I mille splendidi soli si sono spenti nel mio cuore, il terrore mi ha percosso le ossa al centro, nel midollo, non riuscivo a parlare né a respirare, la sua piccola schiena era ricoperta di una strana sostanza bianca che non avevo visto con la prima figlia, nell’uscire pareva un pupazzo di gomma che un bambino cattivo avesse attorcinato più volte, stavo per impazzire, quel colore innaturale, quel silenzio spettrale.

Il sergente, con un’esperienza almeno ventennale che traspariva da ogni movimento, lo ha voltato e ho visto in faccia la mia vita viva.

Il primo vagito ha squarciato l’aria.

Il piccino allargava le braccine, le manine si aprivano e chiudevano e con esse la notte si è dileguata con un ciao-ciao.

Mille splendidi soli hanno ripreso la loro combustione nucleare nel mio petto, credo che per un attimo chi mi avesse visto avrebbe potuto vedere il sangue scorrermi nelle vene come nella macchina anatomica del Principe di San Severo, finalmente era ripresa la danza delle galassie a spirale, mi sentivo tirare i sensi da dentro a fuori come se la pressione interna stesse superando quella esterna e io mi stessi espandendo in uno con l’espandersi del cosmo, la mia anima stava mandando bagliori rossi come se fosse oggetto di in matto red shift, sentivo la lacerazione lenta del velo delle nebulose perdute ai confini dello Spazio, son diventato anche io puntino in un cielo notte, e la luce del sole che in quegli attimi è rimbalzata sulla mia pelle è stata difratta e riflessa come attraverso un prisma, sentivo scomporsi i miei pensieri come le fasi del cubismo più spinte in cui la forma della materia è puro colore, e tutte le forme e i colori della mia storia, di chi ero e da dove venivo, il mio passato, mia madre, i miei fratelli in cielo e in terra si sono fuse in una sola grande vibrazione di stringhe, poi tutto si è sciolto in pianto e finalmente ho ripreso a respirare rimaterializzandomi nuovamente in un involucro solido e opaco che avvolge e nasconde la mia anima, e ho potuto rispondere finalmente a mia moglie: “sì, sta bene, è nato”.

Benvenuto al mondo piccolino.

Ovunque tu splenda su questa terra, troverai sempre un giaciglio sul mio petto pronto ad accogliere il tuo sonno, milioni di altre volte ancora.
Milioni di altre volte ancora.
E questa è per te, l’ho scritta con la mente mentre ti stringevo tra le braccia in attesa che dalla sala visita tua madre uscisse con il foglio di dimissioni:

E se anche il sole esplode
Cosa vuoi che splenda
Altrettanto brillamente
Degli occhi tuoi sorgivi
Cosa vuoi che conti il sole
Se dalla tua nivea nuova pelle
Che scintilla come polla
Bevo avidamente
Luce a filamenti
E se anche l’aria muore
Cosa vuoi che importi
Se da oggi i miei respiri
Soffiano anche dentro te?

Advertisements