Aurora – Parte II

Segue da qui.

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Uscimmo di casa e con ritmo sincopato dal timore, seguimmo la direzione dei boati fino al crepato marciapiede della statale, cosparso di minuti ciottoli e macchie d’olio rappreso, antistante la rivendita del padre di Aurora.

Un lampione scrostato ci rovesciava addosso un fiotto lattiginoso di quell’illuminazione tipica delle lampade ai vapori di mercurio.

Lampi striavano il cielo di rosso carminio, illuminando la scena che tutti osservavano attoniti e sbigottiti.

Una esplosione sottrasse per un istante al buio che sorgeva al di là del cono di luce la figura di un uomo che sgattaiolava via furtivo.

Quando le autopompe rientrarono in caserma, tirammo un sospiro nell’apprendere che non vi erano feriti.

Aurora diventò più indigente (l’assicurazione non copriva il dolo), ma al di sotto di determinate soglie le gradazioni di miseria non contano più per cui io e Aurora riprendemmo regolarmente, nei giorni a seguire, le nostre scorribande nei cantieri.

I cantieri del padre di Aurora molto spesso erano costituiti da un mero foglio di cartoncino, plastificato tramite una semplice una busta per alimenti. Affisso con nastro adesivo ad un più ampio e sghembo cartellone con indicazione dei lavori in corso. Quei cantieri d’estate erano il nostro surrogato a buon mercato della spiaggia.

Eravamo incoscienti.

Ci inerpicavamo sulle costruzioni da cui, una volta messo in posa il solaio dell’ultimo piano, gli operai immigrati smontavano l’impalcatura di legno e tubolari metallici che rivestiva il fabbricato grezzo.

Non c’erano corrimani, né ringhiere, semplici scale che salivano al nulla.

Tubi di metallo a treccia arrugginiti, curvati, spuntavano dal cemento, lì dove si sarebbero innestate le pareti, di cui i vari piani erano ancora spogli, solo pilastri di cemento che sorreggevano altri piani di cemento.

Erano scheletri di mattoni, calce e ferro ad otto piani.

Io e Aurora facevamo sempre incetta di chiodi da quei cantieri, ve n’erano in abbondanza sparsi ovunque, luccicanti, dritti.

Benché Aurora non fosse ai limiti della Caritas come la mia numerosa famiglia, non aveva di certo il camper di Barbie né io il castello di He-Man con cui giocare.

Quella maledetta mattina d’Estate avanzata, la scuola chiusa da un pezzo, Aurora era passata a prendermi. Non ne rammento ormai più il motivo, ma mi prese lo sghiribizzo e mi negai, fingendo di non sentire il suo scampanellio.

Insistente come solo la gioventù riesce a risultare con le sue richieste di continue attenzioni.

Sbirciai protetto dalle persiane e attesi che lei si stancasse e decidesse di far ritorno a casa.

La osservai come un ladro.

Il suo viso dipinto di delusione e il suo scalciare stizzita le pietre con i suoi graziosi piedini fu l’ultima istantanea di lei.

La porto scolpita nello stomaco.

Non ci fu nessuna ambulanza per Aurora.

Nessuna chiamata al 118.

Quando un contadino si accorse dell’accaduto, avvertì il titolare della ditta presso cui il padre di Aurora espletava le funzioni di capocantiere. Non si poteva far accedere l’ambulanza ad un cantiere totalmente abusivo.

Aurora compì il suo ultimo viaggio su questa terra adagiata malamente sul sedile posteriore di una Fiat 127.

Attraverso gli sterrati dissestati di campagna.

Mere righe d’erba alta, isole longitudinali racchiuse da due solchi scavati dai mille pneumatici che indurivano la terra col loro rotolamento continuo. Sentieri che tante volte avevamo percorso sulle nostre bici troppo grandi per noi.

Nei primi anni dopo la sua morte il rimorso mi ha consumato.

Se non mi fossi negato, oggi sarebbe viva.

Certo il non rispondere non costituisce, di per sé, un nesso causale che sia adeguato (benché sufficiente) a provocare una morte.

Questo raccontano le nostre civili leggi.

Ma nel tribunale del cuore le leggi sono ben altre, e la distinzione tra causalità adeguata e necessaria non esiste.

L’assoluzione l’ho dovuta cercare altrove, nel senso del destino e della predestinazione.

Rivedere Roberto ha confermato quella nostra intuizione che ci fece silentemente decidere di non vederci mai più.

Quando l’altro giorno ho guardato Roberto, le sue chiare lentiggini sotto spioventi occhi di mandorla e melassa, ho rivisto il sole che sorgeva negli occhi di Aurora. Mi ha chiesto se avessi ancora conservate le foto scattate con la Leica. Purtroppo le ho gettate via tutte. C’è rimasto male, ma si è limitato ad alzare le spalle, come a dire “fatti tuoi”.

Avrei voluto dirgli che non avevo bisogno di quelle foto, che io Aurora la vedo con un dettaglio e una nitidezza che nessuna foto potrà mai restituirmi. Sono condannato a vederla in ogni campagna, adagiata all’ombra di ogni olmo.

Ogni giorno io la vedo.

Ogni giorno, però, io non guardo.

Roberto mi ha costretto a guardare, suo malgrado.

E allora visto che ci siamo, vorrei mandarti un saluto, amica mia, dirti che mi dispiace, che se potessi tornare indietro ti chiederei di accendere insieme il commodore64 e ti scatterei l’ennesima foto.

Ti abbraccerei.

Ti direi quello che non ti ho detto mai.

Che ti voglio un bene dell’anina, come dice mia figlia.

Che sei un’amica speciale.

Ti chiederei cosa vuoi fare da grande.

Se potessi tornare indietro.

Se solo potessi.

Ma non posso.

E tu resterai sempre bambina, con le tue efelidi tenui e gli occhi a mandorla di melassa, come nell’ultima foto che ho buttato chissà dove.

Spero che tu lassù abbia finito di cadere.

Spero che sia pieno di alberi lassù, alberi di pesco, che tanto ti piacevano.

Con tante calle e soffioni su cui alitare nel vento i mille batuffoli bianchi.

Tante lucertole da inseguire.

Tanti pozzi (sicuri) in cui lasciar cadere una pietruzza.

Tante margheritine da sfogliare.

Tante pozzanghere in cui varare le nostre barchette di foglie.

Ti immagino così, china su una pozzanghera di nuvola, a varare barchette di foglie d’angeli.

Io e Roberto ci siamo lasciati alla fine della corsa, con la promessa di rivederci, prima o poi. Non ci siamo però scambiati né numero né indirizzo.

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