Insonnia d’Ottobre

I solchi nel cui alveo fluivano pigre le nostre vite, mia e di Aurora, si separarono in un giorno d’un lontano Agosto.

Si era in estate avanzata.

Le more rinsecchivano sui loro rovi, laddove non riuscivano ad inerpicarsi le mani golose di viandanti affamati. Le spiagge si spopolavano in una lenta agonia e le file di ombrelloni diminuivano di giorno in giorno.

Aurora aveva l’Est nelle iridi dei suoi spioventi occhi di melassa.

Vi sorgeva il sole, e conferivano al suo nome una scintillante aura di autentica, ancestrale ed esoterica verità.

L’epidermide della gioia che rivestiva la mia condizione di indigente provinciale, si indorava di gaia abbronzatura sotto i raggi del suo sguardo, e scoloriva screpolandosi nei rari e malinconici giorni della nostra lontananza.

Quel giorno di circa 18 anni fa, in un afoso pomeriggio d’Estate inoltrata, ho gettato il primo pugno di terra sul feretro di Aurora, sudando copiosamente nel vestito buono, rigido di amido.

Da quel giorno ho continuato pressoché quotidianamente a vangare altra terra.

Ogni giorno un altro pugno. Fino ad edificare una piccola collina di dolce oblio.

Questa mattina quella collina è franata rovinosamente.

Stavo scendendo le scale della metro di quella che considero ancora la mia città, Milano, quando ho sentito il tipico fischio intermittente che annuncia l’imminente chiusura.

Ho affrettato il passo e mi sono fiondato un secondo prima che le guaine a sigillo delle porte scorrevoli si baciassero.

Nella foga ho urtato un ragazzo della mia età.

Ho domandato scusa, ma nel figgere i miei occhi nei suoi per sottolineare la sincerità del lieve rammarico, ho avvertito uno smottamento interno.

La collina di oblio che franava.

Era Roberto, il fratello di Aurora.

Non lo incrociavo da quel maledetto pomeriggio d’Estate inoltrata, quando dietro il corteo funebre trascinavamo i nostri piedi sorreggendoci a vicenda, quel giorno in cui scorsi un ragazzino scalmanato in bicicletta e pensai con forza e con la vacuità fissa e reiterata dei deliri di dolore che sarebbe stato meraviglioso vestire i suoi panni, i panni di un ignaro passante che bighellona in piedi sui pedali, zompando a tre a tre i gradini di porfido bucherellati dal tempo che separano la sede stradale dall’antistante piazzetta quadrangolare, un ragazzino che non deve seguire un corteo funebre, sarebbe meraviglioso, sarebbe meraviglioso, vorrei essere nei suoi panni, che meraviglia, sarebbe meraviglioso.

Senza alcuna ragione apparente, senza alcun litigio, senza alcuna frase consolatoria, io e Roberto ci separammo quel giorno stesso, dopo che la eco delle condoglianze sussurrate negli orecchi si era spenta come un pallino rosso al centro dei vecchi televisori a tubo catodico, lentamente, con voluttuosa e impalpabile evanescenza.

Credo che entrambi fossimo troppo intenti a vangare cumuli di oblio.

Entrambi troppo timorosi che la vista dell’altro avrebbe sospinto a riaffiorare gli atroci ricordi che ci legavano.

All’epoca vivevamo tutti e tre isolati in una sorta di comunità rurale composta da quattro bassi edifici in fila lungo uno sterrato, ai margini di una statale. Di quelle comunità dove il latte lo trovi sullo zerbino, in bottiglie di vetro dal tappo di stoffa, munto poche ore prime, un rapido travaso attraverso un panno di cotone l’unico filtro per germi e batteri. Nel mio caso, senza doverlo neppure pagare, non potendo d’altronde far fronte al seppur irrisorio prezzo che la vicina, fortunata proprietaria di due vacche, applicava.

C’eravamo conosciuti circa 9 anni addietro, quando Aurora irruppe nel cortile comune dove tentavo – con scarso successo – di trasformare in una freccia di legno un ramo d’olmo. Stringeva nella manina (ghiaccia ora che riposa nella bruma) un cordoncino di pelle cui era appesa, ciondolando, una Leica dalla custodia incorporata, di lisa pelle marrone screpolata dai raggi del tempo.

Oggetto da museo della fotografia. Obiettivo fisso, tempi manuali con intervalli minimi di mezzo stop, diaframma e fuoco a ghiera meccanica, neppure l’ombra di un esposimetro.

Mi chiese “Bambino vuoi giocare al fotografo?”.

Un oggetto preziosissimo che avrebbe immortalato la nostra durevole amicizia in innumerevoli fotogrammi per lo più sfocati e sottoesposti.

Le campagne dietro casa erano il nostro parco giochi.

Il padre di Aurora e Roberto dirigeva come capocantiere degli operai, principalmente immigrati e, a tempo perso, gestiva una rivendita di gas – abusiva quanto gli immigrati clandestini – dove si rifornivano le persone che avevano stufe alimentate con bombole a gas (compreso il sottoscritto), oppure gli automobilisti con impianto a gas, tra cui mia madre, di solito abusivo quanto gli immigrati e la rivendita (l’impianto consisteva in una bombola laccata di vernice verde militare che occupava l’intero bagagliaio, da cui fuoriusciva spesso l’odore dolce e marcio del GPL).

Un uomo che non andava per il sottile, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Una notte fummo svegliati di soprassalto da uno strepitoso e spaventoso boato, il cielo nero screziato di nebbia gialla e rossa e solcato da fiamme alte 10 metri.

La sua rivendita era saltata in aria.

TO BE CONTINUED