Ricordo di un’amica inseparabile (separata)

 

Ogni tanto una reminiscenza mi pulsa nei pensieri.

È il ricordo di un’amica che è stata per me inseparabile per ventiquattro lunghi anni.

La moto.

Le moto, tutte, le due ruote, un mondo complicato e semplice, stupendo, ermetico, composto di gesti, di rituali che solo chi ne ha fatto parte può riconoscere. Come quando qualcuno ti supera e allunga una gamba fuori dalla pedana, oppure ti incrocia e stacca per un attimo le dita dalla frizione e le mette a V, o si ferma sotto un ponte mentre piove, non certo per interrompere il viaggio ma per indossare l’antipioggia, o ti avvisa con lampeggi strani se dietro una curva c’è una pattuglia e tu ci stai piombando addosso ben oltre i limiti di velocità, magari con la ruota anteriore che sfiora i rami bassi degli alberi.

Certi giorni la voglia di correre in moto mi ferisce.

Mi manca da morire la mia moto, venduta poco dopo che nacque la mia principessa: metti al mondo un figlio, e cominci a pensare più al futuro che al presente, i soldi paiono non bastare mai, e poi sulla sella la culla entra a fatica.

Certi giorni, anche come questo, uggioso, mi manca da morire il suo rombo cupo e borbottoso a riposo, ai minimi regimi di rotazione del motore; quello stesso rombo che si srotolava in un urlo selvaggio che squarciava l’aria, quando la lanciavo a fionda nelle pazze ripartenze da un semaforo o da un autogrill.

Mi manca anche sentire la mia schiena avvolta dal passeggero, le sue mani nelle tasche del mio giubbotto, o piantate nel serbatoio a contrastare un’improvvisa frenata, mi manca quel contatto intimamente ambiguo ma reso innocente dalla necessità delle leggi fisiche (e dalle tattiche da malandrino, nessuna donna può evitare di stampare i suoi seni sulla tua schiena se freni all’improvviso e senza ragione).

Mi mancano le sue vibrazioni, che mi entravano in ogni singolo centimetro di pelle, quando andavo forte e a ogni cambio di marcia avvertivo la spinta poderosa dei due cilindri premermi sui lombari attraverso la sella, e a ogni accelerata, a ogni frusta di cardano, stringevo un po’ di più tra le gambe il suo metallico e freddo serbatoio, come in un amplesso impetuoso, e come mi manca, certi giorni, abbassare la visiera, o rialzarla di un centimetro per far scorrere l’aria nel casco e non far appannare la visuale, e vedere il mondo sfocato sfrecciare confuso ai lati della mia visione periferica, un pastoso guazzabuglio di auto, tralicci, cavalcavia e righe di mezzeria che mi piombavano in fretta addosso, partendo nell’orizzonte di fronte, da lontano, per poi perdersi nell’orizzonte altrettanto lontano alle mie spalle.

Viaggiare in moto ti consente di avvederti di un particolare: non esiste solo l’orizzonte davanti a te, dove tutto è nuovo e sconosciuto e confuso insieme, dove tutto prende forma man mano che ti avvicini. C’è anche, altrettanto importante, un orizzonte alle tue spalle, quando viaggi, da cui ti allontani man mano che prosegui per la tua strada, una riga infinita dove tutto è già stato detto, tutto è già stato fatto, tutto è già stato vissuto.

E forse alla fine della vita che vivi, questo rimane, un orizzonte confuso dove tutto è confluito e tutto resta immobile e lontano, tutto si è amalgamato nel tuo indistinto passato, e puoi, se proprio vuoi, attingervi allungando lo sguardo mentale al retrovisore speciale che ognuno di noi porta dentro di sé, conficcato nel petto, quel pazzo retrovisore interiore che è la memoria del cuore.

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