Almeno questo Natale

“Pront? Chi è?”

“Lozzì come chi è, hai chiamato tu”

“Gna cazz’ teng da fà pe parlà ng’ te?”

“Beh mi pare ci stai parlando adesso con me, no?”

“Sint’ ‘n po’ nu arrivem’ doman’ maten”

“Noi chi?”

“Ppè la majella, ‘ndundì sem’ nu ddu, io e la zia”

“Evviva! Dai festeggiamo insieme, senti hai già sentito mia moglie?”

***

No, ovviamente nessuno ha pensato di sentire mia moglie.

L’escerto riportato sopra è solo un breve tratto di una sola delle ventotto telefonate simili ricevute.

Ho preso due litri di valium, li ho infilati di sottecchi nel biberon, poi ho chiesto a mia moglie di assaggiare il lattuccio per la principessa, cosicché son riuscito a metterla nella condizione psicologica adatta a fornirle la seguente informazione: se avvochetto non va alla montagna di parenti, la montagna di parenti va ad avvochetto per Natale. In parole povere, casa nostra è stata invasa da un’orda di Re Magi recanti doni, incenso e mozzarella alla casa del “bambinello”.

Il 25 dicembre ci siamo accorti con autentico ORRORE che mancava l’olio, qualsiasi tipo di olio, sia esso extravergine o puttana d’oliva.

Ma SuperAvvo non si ferma dinanzi a nulla e pensa che la farmacia dove ogni tanto compra intrugli vari deve avere nel retrobottega dell’olio, essendo quest’ultimo l’eccipiente ingrediente di molte pozioni e lozioni.

Con rammarico e una punta di spleen fanculico, dopo due ore di fila all’unica farmacia aperta in una Torino sonnecchiosa, SuperAvvo si avvede che l’olio utilizzato nei preparati farmaceutici è di oliva, senza altri attributi. Saluta cortesemente (au revoir et au fammòc a soreta) e si infila in un ristorante dove la comanda lui, sembra il proprietario, tanta è la confidenza con pizzaiolo, cuoco e camerieri. Dice “Guagliù mi serve una butteglia d’olio, come dobbiamo fà?”. A Natale son tutti più buoni e così recupera l’olio senza pagare neppure.

Ascende trionfante nell’ascensore (che poi mi chiedo perché si chiama accussì, mica serve solo a-scendere? Dovevano chiamarlo il saliscendore) ma poi si ricorda della raccomandazione della dieta Ducan(e) e allora si ferma al primo piano e prosegue per le scale.

Apre la porta e trova sua moglie con i 150 euro della messa in piega dritti come bucatini di 0,89 cent al Lidl, che gli lancia il pupo stile palla da rugby, lui lo afferra al volo mentre con un piede chiude la porta, con una mano lancia il giaccone sull’attaccapanni (che pure qui, io mi chiedo chi li ha scelti questi nomi strani, non ho mai visto un panno attaccato all’attaccapanni, l’unico nome azzeccato è la lavapiatti quando non ci metti le pentole, naturalmente) e con un’altra mano risponde su Facebook e con un’altra mano prega Visnu che gli mantenga tutte quelle mani in più.

Ha il fiatone per i due piani di scale, deve tornare al più presto in palestra, si stringe il pupetto al petto.

Lui respira veloce come me.

Il mio petto si espande sotto la pressione dei polmoni che si riempiono di aria e di ossigeno e di sangue e di vita, e il piccolo torace esile come un castello di carte del pupetto si ritrae, poi lui si espande e io mi ritraggo, ci sincronizziamo ed è stupendo sapere che esisto, che esiste, e che esistiamo in uno stesso lasso di tempo insieme. Il corpo ha un vantaggio sullo spirito: per acquisire consapevolezza della sua esistenza basta anche un fuggevole sguardo, gli occhi sono tutto ciò di cui hai bisogno per sapere che un corpo c’è ed è vivo, perché nel suo caso la forma è sostanza. La mente, lo spirito, il cuore di un uomo, invece, rimane inconoscibile a chi guarda solo le forme e le raffigurazioni.

Io e il mio pupo vibriamo di vita insieme, i nostri cuori battono vicini.

Lui apre le dita sottili come fili di lana e dolci come fusi di miele, protende il braccino, lo ritrae e distende ancora, mi sfiora un orecchio, allunga le gambe e le tiene per un secondo alla massima estensione, come per reprimere un moto di stizza, poi le riaccosta al suo petto, trovando appigli impensabili nel mio torace, sulle mie anche, sembriamo due insignificanti pezzi di un immenso puzzle che si siano trovati incastrati nella scatola vorticosa dell’umanità, perfettamente uniti e non importa se il quadro complessivo verrà mai ricomposto, noi due siamo a posto.

Fuori l’aria dicembrina è frizzante benché più tiepida della media, quindi la mia pelle è ancora intrisa del freddo pungente come un pino e quando è entrata in contatto col caldo tepore del suo corpicino il contrasto è stato netto, mi ha pervaso, probabilmente amplificato dall’amore sconfinato che mi gonfiava i vasi sanguigni.

Quando nacque la mia prima figlia mi convinsi immediatamente, mentre la baciavo per la prima volta, che non avrei mai potuto in vita mia provare nulla di simile, e che l’intero mio cuore stava traboccando a tal punto d’afflato paterno che nessun figlio più, né altro amore, affetto o amicizia avrebbe avuto un solo centimetro di posto dentro me.

Mi sbagliavo.

Il cuore ha una geometria non euclidea che la ragione con le sue sopraffine equazioni volumetriche non potrà mai calcolare.

Apre la boccuccia, quel becco d’uccellino affamato, e mi par di sentire di nuovo il canto degli usignoli che trillavano dai rami che si protendevano verso la cameretta dove vivevo da ragazzo con i miei fratelli.

Lo porto di nuovo alla mamma affinché lo riempia ancora del suo latte; l’allattamento è un’attività che invidio moltissimo alle donne, ogni giorno chiedo a mia moglie cosa si prova a sapere di essere continua fonte di vita e nutrimento, e noto la difficoltà nell’esprimerlo a parole, i brividi d’eterno che increspano l’anima di una mamma non si possono giustamente raccontare.

E mi chiedo, ogni tanto, come possa un padre dimenticarsi tutto questo.

E mi giuro, ogni tanto, che io non sarò mai un padre che si dimentica tutto questo.

Tanti mi hanno detto, questo Natale, e anche prima quando è nato mio figlio: “Fagliela una chiamata a tuo padre, almeno questo Natale”.

Non posso fare a meno di chiedermi quanti abbiano detto a lui “Fagliela una telefonata a tuo figlio, almeno questo Natale, gli è nato un figlio”.

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