Presentazione del libro – ma com’è andata?

Ore 08.30 

Ammazzo il tempo provando con l’automeditazione, canto un po’, nella testa. Oggi devo presentare L’ultimo Abele, l’ultimo mio romanzo (che è anche il primo, per chi non lo sapesse…).

Ore 09.40

“Boss, oggi uscirei prima, boss”

“Tipo alle 22.00?”

“No, tipo alle 18.00”

“Che hai da fare?”

“Una visita”

“A chi?”

“A me”

“A te?”

“A me”

“In che senso?”

“Mi faccio una visita, dal medico, vado dal medico”

“Che tu non stessi bene lo sospettavo da tempo sai?”

Ore 14:30

W@t’s up: [Avvo ho finito di farti i rustici torna presto]

[Tonno preso scusa maledetto T9 tonno perso volevo dire]

[Avanti spiegami come hai fatto a perdere un tonno, nuotavate insieme?]

Ore 16:20

[Avvo a che ora porti vino e roba varia? Prendiamoci un’oretta per sistemare]

[Garantito a limone, alle 18.00 esco, vado a casa a prendere rustici e beveraggio, e alle 19.00 sono da te, cascasse il mondo]

Ore 17:20

[Tonna perso amore]

[Pure tu vittima del T9 eh, “avanti spiegami se nuotavi col pesce”]

[Hai capito benissimo, non fare il credidiota]

[Amore, alle 18.00 in punto, cascasse il mondo, sentirai citofonare]

Ore 17:45

“Avvo io esco, buon week end, falla tu la conference con gli australopitechi per quel contratto di prestito forzoso di scaglie di grana”

“No! Boss, ti avevo detto che uscivo”

“Dopo la conference mettiti a scriverlo subito, il contratto, e finiscilo, ma non stare a far tardi”

Ore 18:00

[Non sento nessun citofono citofonare]

Ore 19:10

[Avvo, ma tu stasera ci sarai alla presentazione del TUO libro nel mio atelier? Cilla]

Ore 19:15

Un’auto sfreccia a velocità prossime a quelle della luce.

Il pilota arriverà ringiovanito di un millesimo di secondo ai sensi della legge di relatività ristretta di Einstein. I punti della patente scalavano a ogni semaforo stile contatore di punteggio su un Flipper anni ’70.

Ore 19:50

“Ciao Avvo! Smuack, smuack, senti hai preso l’acqua?”

“Cazzo!”

“Avvo hai preso le sedie?”

“Cazzo!”

“Ci ho pensato io… lo sapevo…”

“Str… eh tesoro, se non avessi te!”

Ore 20:40

Videocitofonano.

Nel piccolo schermo bianco/nero, si materializza a transizione sfumata (tipico dei videocitofoni) la versione torinese dell’infermiera di Misery Non Deve Morire, che alla domanda “Chi è” risponde “Noi”; alle sue spalle si intravede un’amica e la propria figlia, un’anima innocente, quest’ultima, che non aveva mai fatto del male a nessuno, nemmeno ad un bruco, per meritare questa serata.

Mentre il trio medusa capitanato da Katy Bates sale, rifletto velocemente: se mi tuffo adesso dal quarto piano forse potrei evitare di dover parlare di Abele.

L’opzione ha il suo fascino perverso: se andasse male e io schiattassi, come è probabile, le uniche trenta copie stampate acquisirebbero un valore inestimabile.

Se non sono saltato, è solo perché tutte le trenta copie erano nelle mani di una losca figura, rispondente al nome di Pierre Le San Bittér, la versione giapponese e femminile di Jack Nicholson in Shining [foto reale di Pierre…] quando apre la porta (con un’ascia). Il Jack del Sol Levante spacciava copie di Abele, mentre io, Cilla e Margherita pensavamo a tramortire tutti con l’alcool, ma non il trio medusa, che ha chiesto di poter bere solo acqua pura lana vergine dell’Himalaya in bicchieri di suono e si è seduto in un trittico accusatore allineato su tre sedie, di fronte al condann ehm di fronte a me medesimo.

Io molto, molto, molto furbamente, essendomi ripromesso di non rivelare nulla di me, ho stretto le mani a tutti ripetendo piacere e… pronunciando il mio nome.

Quello vero.

Katy dopo avermi a stento salutato, apre i cordoni di una borsa.

Mi aspettavo una siringa, invece è spuntata una confezione formato vigilia dell’Armageddon di cioccolatini per la padrona di casa. Poi con un volume simile all’ultimo sospiro esalato da un malato d’asma con la polmonite, Dora dice a Cilla “Questi poi li dai al festeggiato”.

Cominciamo bene. Manco mi riconoscono, e sì che essendo l’unico uomo…

Per fare lo splendido mi rivolgo allora alla figlia di Dora:

“Cristina! Ti è arrivata la mia mail, cara Cristina? Eh? Non mi hai risposto più, hey, Cristina, hey, ma mi senti, Cristina, Cristina, ao’, mi stai a sentire Cristina? Dora, scusa, ma tua figlia che ha?”

“Perché?”

“Boh, è mezz’ora che la chiamo non si gira”

“Prova a chiamarla col suo nome vero, chi cacchio è Cristina?”

In quel momento ho preso coscienza che forse la mail l’ho mandata a qualcuno che si chiama Cristina, che purtroppo non è il nome della figlia di Dora.

Per sviare l’attenzione dalle mie solite figure, mentre la finta Cristina si chiedeva ad alta voce “Ma ci fa o ci è?”, ho annunciato a tutti che il prof. Walker in persona sarebbe venuto a farci compagnia.

Dopo pochi minuti, infatti, dal corridoio che aggetta sullo studio di Pierre Le San Bittèr, è uscito un tizio con una parrucca e felpa San Francisco che, con perfetto accento British, ha letto l’introduzione.

Abbiamo quindi iniziato a parlare delle fonti da cui ho pressoché copiato il poco di buono che c’è del libro, la prefazione mia, fittizia, che imita quella vera anteposta da Walker Pearcy al capolavoro de Una Banda di Idioti, ho dato atto a Laurence Sterne di avermi preceduto di qualche anno con l’idea di instaurare dei veri dialoghi immaginari con il lettore, ho dimostrato che Fidanzata Psicopatica è conosciuta molto più di Sterne, abbiamo eseguito una lettura comparata (interrotta a tratti da affermazioni forti, della serie “Se ti sentisse mio marito che maltratti così il suo idolo letterario…”, salvo scoprire che il marito in questione è praticamente quasi il mio capo…), dicevo abbiamo eseguito una lettura comparata tra un dialogo di Dostoevskij e uno di Twain dimostrando che il primo riesce a far parlar compitamente gli ubriaconi russi, gli ubriaconi degli ubriaconi, mettendogli in bocca una grammatica da Accademia della Vodka (la versione russa di quella della Crusca), ho spiegato come pronunciare correttamente Anna Karenina (basta cambiare cognome in Katarina), abbiamo esecrato la tendenza di Dostoevskij ma anche di Tolstoj a usare prima nomi completi lunghi quanto un pompino da ubriachi, tipo Aleksander Aleksandrovno Pure Li Monaci Fottono, salvo poi, a distanza di duecento pagine quando tu ti sei scordato tutto, non solo la trama ma financo il titolo, ecco che dopo duecento pagine spunta un Anja, e tu quindi lo scambi per un nuovo personaggio ma è solo un diminutivo affettuoso, peccato che nessuno te lo dica, e se è facile intuire che un tizio che si chiama Antonio Antonioni a pagina tre, possa esser lo stesso tizio che compare sotto forma di Totò a pagina ventitre, ecco, con i russi il giochino riesce poco, e infine mi sono inventato, su due piedi, che la poesia del sole è stata ispirata da “Fiesta” di Hemingway, ma questo, dovete concedermelo, l’ho fatto solo perché l’amica di Katy era un osso duro che si è aggirata a lungo per lo studio con le mani intrecciate dietro la schiena con l’aria di Jessica Fletcher quando vuole a tutti i costi smascherare un impostore.

Tutti mi hanno caldamente invitato a seguire l’esempio dei miei maestri, due dei quali sono morti suicidandosi.

Io ho osservato (ma mentivo) che, se non mi sparavo, era solo per non lasciar loro da pulire un macello, e qualcuno ha osservato, un po’ più seriamente di quanto mi sarebbe piaciuto sentire, che in effetti quello era un pensiero ricorrente.

Mi sono emozionato fino alla lacrimuccia parlando dei dolori in cui ho intinto la penna, il massimo della pena che ho provato per arrivare su Amazon.

Ma sopra tutto e tutti, ho conosciuto delle persone dalla eterogeneità umana paradigmatica (benché mi abbiate tirato un sacco di PACCHI! che parevo Flavio Insigna… tutti i torinesi che non son venuti sono OBBLIGATI a comprare le rimanenti copie, sappiatelo :-D) persone splendide alle quali va tutto il mio ringraziamento per avermi dedicato il loro tempo (abbiamo chiuso bottega alle 2 circa…) in un venerdì pre-natalizio, un regalo di Natale che porterò sempre nel cuore.

Un grazie speciale anche a mia moglie che è stata a cucinare due giorni!

GRAZIE A TUTTE!


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