A un uomo che sarà

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Mi trovo a deambulare, come un paziente in lunga degenza, lungo curvi corridoi ridondanti d’introspezione, accumulando caterve di pensieri zelanti e un pizzico scialbi.

Giaccio nel letto e fissando il soffitto mi pare di scorgervi un lato del tuo volto, quei lineamenti liquidi proclivi al cambiamento continuo, attratti, come acqua dalla luna, da un’oscura forza gravitazionale cui nessuno mai sfugge: il tempo.

Nei miei sogni si erge fulgida una ghirlanda intrecciata di fiori, la tua figura nel futuro imminente, e nella tua lieve dissimiglianza dai miei tratti intuisco un potenziale infinito, ma anche un estenuante cimento che mi attende: supportarti nel sentire quale sia la direzione del tuo vento, quali le tue inclinazioni, le tue originarie e innate passioni, quale il tuo posto in questo pazzo mondo subissato d’empiti di rabbia, percorso da branchi di zucconi alla deriva e infestato di fetido, stereotipato cinismo che i mass media, ad ogni secondo, ci ammanniscono indebolendo la nostra capacità di discernimento.

Devo imparare ad essere uomo, per poterti esser d’esempio, ma non è compito tanto semplice da assolvere. Una ridda di pensieri mi stormisce nel petto come purpurei petali che ondeggino sotto un cielo turchino, ghermisco serti di foglie e li infilo sotto al cuscino, poi le estraggo una ad una e le osservo in controluce: quali valori dovrò provare a insufflare nel tuo giovane animo? Tu che cresci visibilmente – ma con moto impercettibile – davanti ai miei occhi come una pianta, bisognosa di sole, di acqua, di vento, persino di terreno ben saldo che non la faccia volare via. E, tuttavia, sarebbe ben triste vederti confinato in un angusto quadrato di terra annegato nel cemento, e Dio non voglia io diventi per te come quegli sbilenchi steccati di legno che soffocano – come gabbie – i movimenti degli olmi ai bordi delle strade, quelle tristi piante continuamente potate sotto la prima palcatura fino a che ne rimanga snaturata la chioma e mortificato il rinnovo dei getti di rami.

Come fomentare i tuoi pensieri, senza corrugarne l’originalità, senza fagocitare le mille sfilacciature della tua, inevitabile, personalità? Come rastremare la mia ingombrante presenza nella tua vita, senza però abdicare alle mie indubitabili responsabilità di padre?

Forse facendomi casa, per te.

Forse facendomi cippo di pietra, per te.

E allora non ti insegnerò a camminare, ma starò a due passi da te pronto a tuffarmi se cadi.

Non ti insegnerò ad andare in bicicletta, ma starò due passi dietro il sellino, pronto ad afferrarti, e forse ti lascerò cadere, lasciando poi piovere una pioggia torrenziale di baci sulla tua bua.

Non ti insegnerò neppure a baciare una donna, ma scruterò l’orizzonte dei tuoi occhi cerulei per indovinare i tuoi cupi pensieri, e quando saranno saturi di luce plumbea e di cumuli di oscuri nembi, proverò a soffiare forte. E se vorrai parlare con tutti della tua delusione, tranne che con me, non ti terrò il muso, ma rimarrò silente, con le braccia e le orecchie sempre aperte per quando avrai finito tutto gli amici e tutti i diari.

Ti prometto che ogni giorno della mia vita lavorerò per te, senza risparmiarmi, e anche se continuerò a sognare di comprarmi una moto, i denari li impiegherò per la tua istruzione, e i tuoi giochi, e per metterci sopra la testa un bel tetto. E magari quando avrai il tuo lavoro, e non avrai più bisogno di niente, e io sarò pieno di acciacchi, realizzerò tardivamente il mio sogno, e sopporterò bonariamente il tuo tono canzonatorio mentre mi vedrai, ormai quasi nonnetto, arrancare per issare la moto sul cavalletto.

Ti accompagnerò volentieri alle feste, all’ora in cui di solito dormirò, lasciandoti scendere cento metri prima senza prendermela a male, e quando non rientrerai non chiuderò occhio, ma quando sentirò infine i tuoi passi, cercherò di non sbraitare, perché quei passi li ho percorsi prima di te nel cuore della notte e dell’alba.

E se telefonando, tra trent’anni, ti scorderai di dire alla mamma, passami un attimo papà, sentendoti riagganciare io ti saluterò lo stesso in silenzio nella cornetta del mio cuore, senza rancore, perchè anche questo vuol dire essere uomo, rinunciare ai piaceri sottili delle esternazioni senza intaccare minimamente il valore delle relazioni, senza mai dare adito a rimuginazioni.

E se avrò sudato mille camice per imbastirti una festa grandiosa, e dimenticherai o farai finta di dimenticare la foto col tuo papà, non sentirai un lamento, perché l’amore che provo per te è un fotografo con lo scalpello che sviluppa nel marmo le istantanee di te.

E quando avrai un figlio, e mi sfuggirà un consiglio su come calmargli le coliche, capirò il tuo moto di stizza se mi dirai che è trascorso troppo tempo e non mi ricordo più come si fa, e non mi azzarderò a ricordarti di tutte le volte che ho spento il tuo pianto nel mio abbraccio paterno.

E ogni volta che avrai smarrito il sentiero, sarò ancora lì, duro come un cippo di pietra, a indicarti che non c’è nessuna casa, senza pietre, nessuna filosofia, senza pietre, nessun mondo, senza pietre, e che non bisogna mai disprezzare nessuno, neppure un ciottolo, perchè se lo guardi da abbastanza lontano, tutto il nostro pianeta è una enorme pietra. E questo sarò, per te, figlio mio: una pietra miliare, che sta immobile lungo il tuo cammino, dove potrai sederti quando il caldo canicolare soffocherà i tuoi respiri, e proverò a ricordarti da dove venivi. E dovunque tu andrai, sarai sempre passato di qui, e forse non è un granché, ma sarò quanto di più vero e reale tu possa nella vita mai sperimentare.

E allora quando avrai freddo, ti stringerò a me, e la mia pelle ti farà da piumone.

E allora quando rientrerò, al crepuscolo dei giorni miei, finalmente a casa, ti lascerò il mio posto a tavola dove ho mangiato per anni e il mio angolo di divano infossato dai miei mille attimi di dimenticanza, e davanti al fuoco crepitante mi sdraierò sull’assito del pavimento per accarezzare dal basso la giovinezza delle ginocchia tue e di tua sorella.

Per rammostrarti che un uomo è un uomo, e rimane tale anche se scende più in basso di te, e il tempo gli incurva le spalle e ingobbisce la schiena.

Per dimostrarti, infine, figlio mio, luce della mia luce, che non ci sono posti assegnati, in casa, come nella vita: e anche se io non lascerò mai la tua mano, neppure quando sarai partito lontano, comunque il tuo posto nel mondo, figlio mio, dovrai trovarlo da te.