About avvocatolo

Email: maximiliano.dellapenna@gmail.com I was me. Quando lo ero, ero felice. Poi sono diventato Max, per tutti il Massimo. E una melasbacata una volta mi disse Tu sei come una seppia, getti cortine fumogene, lanci sassi che creano tsunami, fai un casino infernale per far guardare da un’altra parte. A volte funziona, altre volte meno. Da qui ho preso il mio cognome, accanto al nome Massimo. Della Pena. E siccome sono un tipo generoso e filantropo, mi pareva di dover condividere con tutto il mondo (intendo con quella media di 5 lettori per anno, spontaneissimi, a proposito, ragazzi, l'assegno questo mese ve lo mando per posta ordinaria, non ho i soldi per il DHL), dicevo mi pareva filantropico condividere urbi et orbi et cecatorum il mio dolore nella speranza di addolorarvi un poco pure a voi. Perché - si dice sempre così - pensa a chi sta peggio, voi pensate a me e...se siete stronzi, ne gioirete, altrimenti il mio blog avrà compiuto il suo compito. In virtù dell'ordine costituito, infine, per i poteri conferitimi dal sommo coltivatore di piante pentapunte verdi, Vi ingiungo di considerare ogni riferimento a fatti (e strafatti) o persone realmente esistenti che doveste credere di trovare nel blog come fuffa atomica, coincidenza astrale. Come dite? C'è il vostro cognome in un post? Beh, non sarete mica gli unici a portarlo, o no? Ogni trasgressione all'ingiunzione verrà perseguita-ta a norma di legge, e il trasgressore imprigionato e segretato per 100.000 anni nel salotto di mia suocera col compito di fare i pozzetti di Burraco a quattro sdentate. ******************************************** DISCLAIMER LEGALE ai sensi del D. Lgs. 2015/6.1.Strunz. Se hai dubbi circa la natura di questo blog e pensi che potrebbe forse ritenersi una testata giornalistica, te la darei io una testata. Se poi ne sei convinto, fammelo sapere che ti aggiungo all'elenco degli Sbomballati. Per quanto riguarda i cookies, ai sensi della legge dell'astensione dal rompere le palle al prossimo, eviterò di infilare un banner in cui vi informo di informazioni che non leggerete all'unico scopo di interrompere la vostra lettura. Se trovate un cookie sul mio sito spalmateci della nutella. Questo blog è una compagnia, di sbomballati per l'appunto. Il vero intento ed effetto di questo blog può esser definito con le parole di Erasmo da Rotterdam, che nel suo Elogio alla Follia faceva parlare la Follia in prima persona con queste parole che faccio mie e nostre e vostre: "Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole: non quell'orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell'orecchio che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole di Pan. Ascolterete dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: l'elogio della Follia. Che cosa c'è di più coerente della Follia che canta le proprie lodi? Chi meglio di me potrebbe descrivermi? D'altra parte io trovo questo sistema più modesto, e non di poco, di quello adottato dalla massa dei grandi e dei sapienti; costoro, di solito, per una falsa modestia, subornano qualche retore adulatore, o un poeta dedito al vaniloquio, e lo pagano per sentirlo cantare le proprie lodi, e cioè un sacco di bugie. Veste la cornacchia con le penne altrui, fa diventare bianco l'Etiope, e di una mosca fa un elefante. Io invece seguo quel vecchio detto popolare secondo il quale, chi non trova un altro che lo lodi, fa bene a lodarsi da sé. Da me ascolterete un discorso estemporaneo e non elaborato, ma tanto più vero. Non vorrei però che lo riteneste composto per farvi vedere quanto sono brava, come usa il branco dei retori. Costoro, come sapete, di un'orazione su cui hanno sudato trenta lunghi anni - e qualche volta l'ha fatta un altro - giurano che l'hanno buttata giù, e magari dettata, in tre giorni, quasi per svago. A me, invece, è sempre piaciuto moltissimo dire tutto quello che mi salta in mente. Nessuno, perciò, si aspetti da me che, secondo il costume di codesti oratori da strapazzo, definisca la mia essenza, e tanto meno che la distingua analizzandola. Che bisogno c'era di dirvi tutto questo, come se il mio volto non bastasse, come dice la gente, a mostrare chi sono? Come se, pretendendo qualcuno ch'io sia Minerva o Sofia, non bastasse a smentirlo il mio sguardo, che, senza bisogno di parole, è lo specchio più schietto dell'animo. Da me è lontano ogni trucco; non simulo in volto una cosa, mentre ne ho un'altra nel cuore. Sotto ogni rispetto sono a tal punto inconfondibile, che non possono tenermi nascosta nemmeno quelli che si arrogano la maschera e il titolo della Saggezza, e se ne vanno in giro come scimmie ammantate di porpora o come asini vestiti della pelle del leone. Eppure, per accorti che siano nel fingere, le orecchie di Mida, spuntando fuori da qualche parte, li tradiscono. Il nome mio lo sapete, miei cari... Quale attributo aggiungerò? Quale, se non Arcifolli (e Sbomballati, ndr)? Con quale altro più nobile appellativo potrebbe la dea Follia chiamare i suoi iniziati? Ad allattarmi con le loro mammelle sono state due graziosissime ninfe, Mete l'Ebbrezza, figlia di Bacco, e Apedia l'Ignoranza, figlia di Pan. Le vedete qui con me, nel gruppo di tutte le altre mie compagne e seguaci (dette anche Sbomballate, ndr), delle quali se, per Ercole, vorrete sapere i nomi, da me li sentirete solo in greco. E perché, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere più esplicita, secondo il mio costume? E' forse con la testa, col volto, col cuore, con la mano, con l'orecchio (parti considerate tutte oneste) che si generano gli Dèi e gli uomini? No davvero! propagatrice del genere umano è quella parte così assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza ridere (il cazzo, ndr....). E che cos'è poi questa vita? e se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita? Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno". Firmato: Avvocatolo. Ovvero, La Follia.

Un pollo degno del re

Io adoro mia figlia, penso che si sia lievemente capito. Anche mia moglie e l’altro mio figlio, sia chiaro. Però… mia figlia, per ora, è la persona con cui in casa interagisco più intensamente.

Non sempre, però, sono tutte rose e fiori (a ben pensarci le rose sono fiori, così come alcuni fiori sono rose, per cui il detto “rose e fiori” è un detto del cazzo, sia detto qui tra parentesi che possiamo usare le parolacce).

Ogni tanto non la capisco. E mi interrogo.

L’altro giorno eravamo in bagno tutti e quattro. Capita più spesso di quanto vorrei. Il bagno di casa mia non è enorme, e starci dentro in quattro comporta una serie di vistose restrizioni alla libertà deambulatoria. Tipo, se sono seduto sulla tazza, e mia figlia vuole andare nella vasca, può calpestarmi i piedi. Il che, vi assicuro, se state cagando, è una cosa più fastidiosa di quanto si pensi. Comunque, in una casa di non so quanti metri quadri, stare in quattro, nello stesso momento, in un cess-room di 4mq è quantomeno un’anomalia statistica, per non dire una emerita strunzata.

Dico, eravamo tutti lì, io mi radevo bellamente a torso nudo (mi radevo la faccia, non il torso, eh) e mi accorgo che mia figlia mi fissa dallo specchio. Le chiedo cosa c’è e lei mi fa: “Papà hai il fisico del granchio”.

Finita la rasatura, ho trascorso mezz’ora su google a cercare di capire:

fisico tipico del granchio

granchi nel cinema

granchi nei cartoni animati

ricette a base di granchio

offese su base di granchio

il granchio ha un fisico come?

granchi famosi

Alla fine, dopo attente analisi, penso volesse solo dire che ero rosso in volto, dunque avevo assunto il colorito del granchio (ma anche dell’aragosta; ecco, mi avesse detto hai il fisico dell’aragosta, francamente non mi sarei offeso).

Ma stamattina se n’è uscita con un’altra chicca:

“Papà, sei un pollo degno di un re”.

MA CHE DIAVOLO VUOL DIRE?

Ho il petto di pollo? Sono spennato come un pollo? E che ci faccio davanti al re?

Ora mi tocca riaprire google…

polli degni di re

polli nel cinema

fisico del pollo reale

ricette a base di pollo

offese su pollo del re

scherzi pollastriferi

peccato tutto petto o tutto coscia re

come capire se tua figlia ti percula.

Boris e la primavera sono arrivati

Amici wordepressi e wordfelici, ieri con la primavera è arrivato Boris, il mio terzo romanzo! Provo a parlarvene sperando di incuriosirvi!

Boris è un bambino con un sogno: andare a scuola. La sindrome di Asperger da cui è affetto, la sua cecità, il suo mutismo e la miopia degli ispettori ministeriali che analizzano il suo caso renderanno il suo percorso impervio e tormentato. Nella sua avventura non è solo, ma ha un amico speciale, Yuki, che lo incoraggia alitandogli in faccia strofe di canzoni famose. La vicenda dei due amici si intreccia con quella di due amanti, una donna greca in fuga da un ex marito violento, e un militare dal fisico atletico che, improvvisamente, smette di rispondere alle sue lettere d’amore e scompare nel nulla.

Riuscirà Boris ad avere il suo agognato banco?

E i due amanti riusciranno a ritrovarsi?

Tratto da tre storie vere che mi sono state raccontate in mesi di colloqui sia telefonici che via email. Una esperienza pazzesca! Storie crude e nude, come la realtà…

Boris è anche il secondo volume della tetralogia che ho in mente, opera in quattro volumi di cui il primo è “Sono solo io”. Siccome le cose semplici non ci piacciono, però, la “saga” può essere letta a vostro piacimento, potete prendere un solo volume dei quattro che usciranno, potete partire dal secondo e poi passare al primo, o potete anche solo leggerne uno a caso. Ogni romanzo della saga “storia di uno strano”, infatti, è un poco… strano, ed è completo pur essendo inserito in un quadro più ampio. Insomma, fate un poco ‘gna cazz’ volete eh!

Buona lettura!

https://www.amazon.it/dp/1520789149

Ecco tredici buone ragioni per preferire una birra a uno come me (e un panino al salame)

Ci sono almeno tredici sante ragioni per preferire una birra a uno come me (e un panino al salame).

La prima, è che sono idiota. Ma non completo. L’ho già detto. Lo so. Questa è la seconda buona ragione per preferire una birra. La birra ha memoria, io no. E poi ha una testa dura. Credetemi, ci si può fare molto più con una bottiglia di birra, che con la mia capoccia. Lei, per esempio, può essere usata come dildo (Ceres è tra le migliori). Lo so, detta così suona schifosa, ma provate prima (stappatela, eh, mi raccomando) e poi mi dite. Anche piena a metà, sì. La mia testa invece è sempre vuota, e in ogni caso di diametro inadeguato. Ma non sempre è stato così. Anche la mia capoccia un tempo è uscita da… vabbè spero di non dover essere io a svelarvi che non nasciamo sotto i cavoli, e che cavolo!

Ho una pessima memoria. L’ho già detto, vero? Da qualche parte. E se aggiungi a una scarsa memoria a un’abbondante idiozia, il mix è perfetto. Ma la mia è la peggiore idiozia, quella incompleta (non l’ho ancora detto, questo, vero?). L’idiota completo, alla Dostojevskij (si scrive così? Non lo ricordo, non ho una grande memoria) è perfettamente ignaro d’essere idiota, non ha specchi, campa felice. Io invece mi accorgo di continuo di quanto sono imbecille. Come quando (IDIOTA!) parcheggio senza por mente a dove parcheggio, e il giorno dopo mi batto la mano in testa (SEMI IDIOTA!) accorgendomi di quanto sono stato idiota, visto che mi succede praticamente venti volte al mese di perdere l’auto. Se fossi completamente idiota, la mattina, capite, vagherei con un vago sorriso per le strade cercando la casa di Saturno in Venere e mi farei abbindolare dai tipi di Scientology, ma mi farei abbindolare completamente. Invece, ogni volta, mi faccio fottere! Vedo un libro in omaggio e mi fiondo e loro mi fanno due/tre domande alla larga e io rispondo, e SOLO DOPO mi accorgo che sono di Scientology e scappo via, soffrendo come un cane perchè mi dispiace deluderli di non aver trovato un nuovo adepto.

Sono poi completamente inadatto a ogni forma di socializzazione scritta: un analfabeta della chat. Davvero. Mi incazzo di continuo, per miliardi di ragioni tutte mie, che ho capito dopo anni che sono appunto solo mie e di nessun altro al mondo, o quasi. Tipo, se stiamo parlando e devo allontanarmi dalla chat, a meno che non si sia bucata la vasca d’equilibrio idrolitico che impedisce a un reattore nucleare di estinguere la razza umana e ci sia bisogno del mio aiuto per salvare il mondo, io avviso. La gente non solo non lo fa, ma avendo una memoria migliore della mia, quando torna, tipo dopo due giorni, riprende il discorso come se fossero passati due secondi. E io rimango che mi chiedo “E CHE CAXXO NE SO DI COSA NE PENSO DELLA QUESTIONE” se la “questione” di cui parli ora me l’hai accennata due settimane fa?

Sono ossessivo nelle mie passioni. Non ho passioni, ho ossessioni di passioni, tu chiamale, se vuoi, possessioni. Se mi prende (come mi ha preso) la fissa per i lavori in legno, compro (come ho comprato) sega elettrica, piallatrice, legna equivalente a mezza Amazzonia e viti a legno e tasselli e ogni forma di kit che le ceste del Lidl possano ospitare nel corso di dodici mesi, compro manuali per lavorare il legno, manuali su come si leggono i manuali per lavorare il legno, mi iscrivo alle community di chi non capisce un cazzo di legno ma fa finta di no, e proseguo leggendo l’enciclopedia delle conifere per capire sin dall’origine come si ottiene il legno. Poi, dopo due mesi lascio tutto in cantina. E me ne dimentico. Ma non del tutto, come farebbe un perfetto idiota. Me ne dimentico, ma me ne ricordo ogni tanto solo per dispiacermi d’essermene dimenticato, e di aver sprecato tanti soldi.

Avevo iniziato questo posto con un intento ben preciso. Che non vi svelerò nemmeno sotto tortura, ecco.

Pioggia di parole e neve

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Una pioggia di parole hai rovesciato dentro me.

E il terreno di cui è composto il mio cuore s’è inzuppato.

Sembravano neve certe sere, quando avevo freddo, quelle gocce, quelle parole, piovute danzando lievi, si ghiacciavano cadendo, e sbocciavano in cristalli silenti come le parole non dovrebbero né potrebbero in teoria mai essere.

Fiocco a fiocco hai steso un manto bianco dentro me e io pensavo di poterci scivolare sopra, come un bambino non mi rendevo conto che la neve non c’è mai per sempre, non può rimanere. Dovevo saperlo che la neve prima o poi si scioglie e ridiventa lacrima del cielo. E poi fango.

E poi niente più, più niente mi rimane di tutti quei fiocchi piovuti dalle tue labbra, gonfie e tenere ed eteree come nuvole di neve.

A terra rimane solo il freddo, mi rimane il gelo, e la terra dura.

Dove non spunta più l’erba.

Solo crepe e fango secco sotto i miei piedi.

E tanta strada ancora.

 

Ci avete rotto le palme (di olio)

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Avvo è tornato qui dopo lunga assenza solo per dire questo: ci avete rotto le palme.

Io non mi fido di chi mette in evidenza, sulla confezione, l’informazione SOSPETTA “Senza olio di Palma”. Voi ve lo immaginate, se mettessi come disclaimer in questo blog “IO NON VADO IN GIRO A PESTARE I PARALITICI”? Sinceramente, che pensereste di me?

Questa storia sta sfuggendo di mano. In primo luogo, perchè dovrei aspettarmi OLIO dentro un BISCOTTO? Fosse una patata fritta, capirei… ma ti puoi mai vantare che non c’è OLIO dentro un BISCOTTO? Ci metti pure un’etichetta grassetto, Arial 72, sottolineato?

Per non parlare dei congiuntivi dubitativi. “Potrebbe contenere tracce di frutta a guscio, arachidi, nucelle, capesante, ecc”. Che uno si chiede, ma dove CAZZO li fai ‘sti biscotti? Nella terra di mezzo, a Mordor, in subappalto alla compagnia dell’Anello, dove? Chi te le imbusta le Macine, Frodo Baggins? E che significa “potrebbe”? Ci sta o non ci sta? Devo pensare che tu abbia folletti stile fabbrica di Willy Wonka che, cantando e ballando, al buio e a occhi chiusi prendono a manate roba strana e la schiaffano nelle confezioni senza sapere? Se non lo sai tu PRODUTTORE cosa ci sta…

Prendi poi il prosciutto.

DIOMIO.

L’altro giorno ho preso una vaschetta di prosciutto pretesamente bio, di quelli che paghi a 125 Euro al grammo come la cocaina. Ecco, tornando all’olio di Palma, provate a immaginare vostra figlia di 12 anni che viene da voi ogni mattina, tutta raggiante, solo per dirvi tutta orgogliosa “papà! mamma! hey! non ho nemmeno un grammo di cocaina nelle vene!”…

Ho preso questa vaschetta, comunque, e ho letto “senza questo, senza quello” e va bene, senza sapere cosa fosse un polifosfato ho intuito trattarsi di roba poli-schifosa e quindi va bene se non ce n’è traccia.

MA IL LATTOSIO? Perché porco zio devi dirmi che non c’è LATTOSIO nel PROSCIUTTO?

Ma non era o’ puorc’ con cui si faceva il prosciutto? Come ci può finire il latte nel maiale? Era un maiale trans? Un incrocio tra un porco e una vacca? Beretta ha le fabbriche in comune con Parmalat?

Sono andato in confusione. Dico, sono corso a prendere la bottiglia di latte. E la prima cosa che leggo è che contiene olio di pesce ricco di omega3… e mi dico, ma che cavolo ci fa l’olio di PESCE dentro il latte? E come ce l’hanno messo? Hanno munto le vacche nell’Oceano? E soprattutto, gli omega1 e omega2 non servono a niente? Non li ho mai trovati da nessuna parte.

Dicevo, ho preso la bottiglia di latte, e con terrore ho cercato la scritta “Senza prosciutto cotto” ma non l’ho trovata e io adesso la voglio. Non vorrei che le vacche, sai com’è… nel farsi mungere abbiano avuto liaison con i porci… se c’è rischio di latte nel prosciutto, perchè non dovrebbe esserci il rischio contrario?

In conclusione, dico, se proprio vi sentite in dovere di dirmi che non c’è lattosio dentro il prosciutto estratto da puorco con confusione sessuale, allora siate esaustivi! Io adesso ESIGO che mi diciate che non ci sta manco caffeina, che già sto incazzato per le etichette, e nemmeno cocaina che magari se lo mangia mia figlia e poi prende a drogarsi e non so perchè, e visto che ci sei, ecco, vorrei anche essere sicuro al 100×100 che non ci sia Uranio impoverito, né cacca di topo, e poi signori miei, come minimo mi mettete una etichetta in cui mi certificate che gli imbustatori quando vanno al bagno se lavano le mani e quindi escludete in modo categorico che possa contenere tracce di pipì.

VOGLIO L’ETICHETTA “SENZA URANIO IMPOVERITO NE’ ALCUNA TRACCIA DI PIPI'” su ogni cacchio di alimento, E’ UN MIO DIRITTO!

Molto più che sapere tutto dell’olio di palla.

 

Arresti domicialimentari

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Rientro dalle vacanze di Natale.

Più che vacanze, sono state un periodo di detenzione domiciliare con programma di recupero dell’obesità latente (una sorta di pena alternativa al carcer, chiamiamola detenzione domicialimentare). Mia madre cominciava alle 07.00 con le domande:

“Non li vuoi due struffoli?”, e mi piazza sotto il naso un vassoio tanto lungo da richiedere una tangenziale per aggirarlo.

“Non assaggi nemmeno una fettina di panettone farcito a marmellata, uvetta, canditi, pinoli, maionese e un tocco appena, una nota floreale di sugna?”.

Dimenticando il delirio alimentare delle vacanze, nel rientrare a Torino siamo passati all’estremo opposto.

Il frigo da solo non è riuscito (stupido, stupido elettrodomestico arretrato!) a riempirsi. Furbamente, l’ho lasciato più nudo di un verme all’amo, prima di partire, e dopo di partire, che sarebbe al rientrare, l’ho trovato giustappunto nudo com’era prima. Di partire. Prima di dopo, che son tornato. Si capisce fin qui?

Dunque al rientro, insieme ad altri due milioni di conterroni e con-coglioni, mi trovo alle 19.00 nell’unico supermercato aperto.

Non ci metterò molto, penso, mentre il karma mi guarda dall’alto dei cieli e si schiatta di risate.

Ho una lista fatta da mia moglie: un militare. Appena otto voci, suddivise per categoria merceologica e con indicazione approssimativa dello scaffale (“vicino all’entrate”, “dopo i profilattici”, “prima del bancariello del sushi”).

Vado liscio come una lastra di ghiaccio. Di quelle su cui, a furia di andare liscio, scivoli…

Mi accingo – dopo neppure venti minuti – ad andare alla fila.

Io non sono erudito, mi piacerebbe quindi interrogare Umberto Eco o Emilio Gadda per sapere se esiste un termine molto rafforzativo di “fila”, perchè il termine “fila” è inappropriato alla bisogna.

Quella che avevo davanti a me non era una “fila”. C’era tanta gente, che pareva di stare nella pianura di Dio, in coda per il giorno del Giudizio, quando si metteranno in “fila” tutti i morti di tutti i tempi.

E’ a quel momento che è arrivato il primo trillo di whatsup.

Piccola integrazione della spesa.

Faccio retromarcia, i morti in attesa dell’Armageddon sorridono per essere avanzati di una casella mentre io faccio il gioco dell’oca e torno indietro.

Dopo otto giri di campo, mi abbasso a chiedere al commesso, che come al solito dà indicazioni buone solo per chi abbia la residenza nel supermercato “Lo trova nella corsia tre scaffale AB”.

Non mi resta che capire quale sia la corsia tre, visto che non ci sono indicazioni stradali.

Trovo lo sfaccimmo di lievito di birra, un cosino insignificante di mezzo centimetro per lato che di solito sta infognato tra burro e margarina che non lo vedi manco se sei Superman coi super occhi e hai l’Enigmista che ti fa le smorfie per fartelo individuare.

OTTOCENTO WHATSUP DOPO torno ad attendere il giorno del giudizio.

Quelle integrazioni mi hanno fatto apprezzare la diligenza di mia moglie nella lista, in cui mi aveva indicato le categorie.

Io la gente che mette la robba a posto nei supermercati non la capisco. Se non sai dove cercare, sei fottuto.

La carta del cesso, prendiamola ad esempio. MA PERCHE’ NON STA Lì DOVE STANNO I TOVAGLIOLI E I ROTOLI DI CARTA DA CUCINA? Che logica c’è, nel dividere di due o tre corsie due tipi diversi di carta? Han paura che uno sbaglia e si pulisce il culo con un tovagliolo, o che si pulisce la bocca con la carta do cesso?

I formaggini, DIO, i formaggini! PERCHE’ CAZZO NON STANNO DOVE STANNO I FORMAGGI? Sono formaggi piccoli, i formaggi-ni, no? E ALLORA!

Per non parlare della pastina per neonati, che non sta nel reparto pasta.

La cassiera alla fine mi ha squadrato con compassione; vedendo la quantità di roba che avevo preso, mi ha chiesto dove avessi parcheggiato il camion.

Io le ho risposto:

“Duecento buste, grazie”.

E baffangulo.

 

Sono solo io (A Fossano)

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Questo post forse getterà luce (è peccato gettare la luce, lo dico sempre a mia moglie spegnendo gli interruttori qui e lì) sul sottotitolo del mio romanzo che, per chi fosse vissuto in Alabama negli ultimi duecento anni, è “Storia di uno Strano”.
Dunque venerdì scorso, di riffa e di raffa, sono riuscito a farmi prestare una sala del Castello di Fossano per parlare del mio romanzo, che (a parte voi, che non vivete in Alabama) francamente nessuno conosce. Tranne me, voi, e qualche altro. Insomma, “nessuno” è un modo di dire, ci siamo capiti. E’ come dire “siamo tutti stressati”. La parola “tutti” non è che sia riferita a tutti gli esseri umani viventi ovunque nel mondo, no?
Quindi.
Grazie a Luca Bedino, insomma, il Comune di Fossano, in collaborazione col Circolo dei Lettori, mi organizza un evento nel Castello dove è ambientato il mio romanzo.
Appuntamento alle 18.00. Luca fa, conoscendomi poco, “ma tu vieni un poco prima, che c’è anche un regista interessato alla cosa?”.
Dunque alle 16.15 mi avvio. Mi squilla Susanna, amica carissima. Non rispondo. Guido. Canto. Stresso. Smadonno nel traffico.
Si fanno le 16.20 e mi appresso alla Stazione. Susanna mi richiama. Non rispondo. Continuo a guidare, cantare, stressare mia moglie, smadonnare nel traffico.
Alle 16.35 sono cinquecento metri più in là di dove ero alle 16.20. Pare che tutti (intendendo con ciò tutti gli essere viventi e anche quelli morti in tutte le epoche passate e non) abbiano deciso di fare un giro alla stracazzo di stazione di Torino (UNA DELLE DUE, stazioni di Torino…).
Sono quasi arrivato alla stazione (UNA DELLE DUE…) quando decido finalmente di chiamare Susanna per prendere accordi con largo anticipo (tipo venti secondi, se quel giallo non diventa rosso): manco la saluto e le faccio:
“Susy ti fai trovare lato piazza?”
“Quale piazza avvo?”
“Mi prendi per culo?”
“Dai, avvo, smettila, ora sono su Corso Bolzano, dove devo venire?”
“MA SEI A PORTA SUSA, SUSY, SCUSA, SUSA, SEI A PORTA SUSY?”
“Eh, te l’ho scritto”
“Occazzo… Susà, mi sa che ti tocca venire in treno a Fossano”.
Chiudo tra le rassicurazioni di Susanna che giura e spergiura che non me la farà pagare.
Comincia proprio male.
La mia principessa decide di interrogarmi sui nomi delle Winx, sui loro poteri, sui loro colori, su Popo Trolls o come cavolo si chiama (quello della sigla paranoica papatrooools pappatroools papapapara parapara papatrooools).
Il motore d’aereo (Buddy B, alias mio figlio unenne per chi fosse vissuto sotto la crosta terrestre nelle ultime due glaciazioni) decide di prendere un poco d’aria ai polmoni e attacca una sirena casello-casello-castello.
Arriviamo che mancano pochi minuti.
Entro in una sala enorme.
E vuota.
Enorme.
E vuota.
Guardo la sua enormità
E guardo la sua vuotezza.
E mi prende la cagarella.
Luca mi trascina nel suo studio e mi mette sotto il naso una sorta di scaletta.
Mi chiede “La sai a memoria, vero?”.
Mi sporgo dalla sedia, mi inclino come a voler mollare un peto ma voglio solo sbirciare ancora la enormità e la vuotezzità della sala che si intravede dallo spiraglio della porta.
Arriva il ragazzo della libreria che non sa dove mettere i libri.
Arriva un giornalista del settimanale locale (La Fedeltà, il cui direttore ringrazio per gli articoli generosi) che vorrebbe farmi due domande.
Arriva mia madre che mi chiede, davanti a Bedino, se le mozzarelle le ho dimenticate in macchina e se posso andarle a prendere.
Poi arriva il momento.
Torniamo in sala.
Mi accorgo di un’amica venuta fin da Vigevano per vedermi, insieme al suo splendido compagno e alla sua figlia che è un incanto. Mi guarda con due occhioni grandi, e mi chiedo quanto la sua mamma debba averle parlato, e quanto bene di me, per averle fatto nascere quel luccichio. Mi seguiva ovunque, e a me faceva impazzire di gioia la sua candida presenza, mentre la disgraziata della mamma la redarguiva di non darmi noia!
All’orario previsto, la sala è piena a metà. Non quello che speravo, ma neppure il disastro che presagivo, considerando che allo stesso orario, in altro luogo della stessa città, c’è un ben più famoso scrittore che presenta il suo, di romanzo.
Poi arrivano…e continuano ad arrivare e la sala praticamente si riempie.
Mentre la gola mi si secca.
Luca mi dà la parola e non mi viene altro da fare che un vecchio trucco con le mani per ingannare tutti i presenti. Cosa che riesce.
Poi tutto è in discesa.
Luca è stato formidabile, ha persino ingaggiato due giovani e bellissimi attori che recitavano passi scelti del libro.
Poi è arrivato il momento delle dediche… che mi ha imbarazzato da morire. Solitamente firmo solo assegni cabriolet…
Alla fine della serata, uscendo dal Castello, abbiamo anche assistito a uno spettacolo di luci in 3d notevolissimo.
E tornando al parcheggio, mi sono allontanato dalla famiglia che era con me, e ho guardato quel Castello in solitudine.
Le emozioni che mi hanno scosso e che son cadute per terra bagnando l’asfalto già velato di brina serale, sono impossibili da dire.
Quel Castello… l’albero, le luci, il cielo nero sullo sfondo.
Penso che un giorno così non ritorni mai più.

Cartarifrangente

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Per chi non avesse seguito la mia diretta Facebook, vi racconto una delle mie ultime mattine.

Cominciamo dalla notte prima. Che più che notte, è stata nottata.

Non avevo dormito e avevo il colon molto irritabile. E non solo quello.

Arrivo in cucina con la giovialità di un polipo lesso (a fette), e sento mugugnare alle mie spalle: è Ivan Drago, alias la mia principessa di 4 anni, che deve soffrire del disturbo dissociativo di personalità, temo.

Ogni tanto si sveglia così, con la luna non storta, ma capovolta. Mi urla

“FAMMI IL LATTEEEEEEH”.

“Certo amore, subito amore”.

“NON CI STANNO I BISCOTTHEEEEE”

“Hai ragione, scusa a papà, ecco i biscottini”

“NO QUESTIIIIH MA GLI ALTREEEEHI”

“Okay, ecco i frollini allora”

“NO HO DETTO GLI ALTRIIII”

“Ma quali?”

E con il dito, proprio come si farebbe con uno schiavo che non parla la tua superiore lingua, ha indicato “gli altri” biscotti (erano gli stessi… ma altri, da pescare nel medesimo pacco da cui avevo pescato io…).

Le metto il pacco davanti e le dico, cominciando a perdere un certo grado di serenità, che può sceglierli da lei.

Mentre sorseggio il mio caffè extra-strong, qualcosa si muove dentro, e non è un bastimento. Insomma mi assale il tipico squaraus mattutino post-latte-e-caffè (e sigaretta, un tempo, ma ora non più).

Mia moglie se la ronfa insieme al piccolino, per cui mi toccherà cagare con la porta aperta per controllare “tempesta” (questo uno dei tanti nomignoli di principessa, insieme a “scintilla”).

Prima di andare, son riuscito a vestirla con contorcimenti particolari perchè non voleva mollare il pupazzo che aveva in mano e ho dovuto farle cambiar mano 3 volte per infilarle canottiera, camicia, maglia. Devo fare presto, rimangono 15 minuti di cui 10 mi servono per il tragitto scuola-asilo.

Finalmente guadagno la tazza, ma con uno spiraglio di porta, non proprio spalancata che pare brutto, ed è così, non c’è nulla di cui meravigliarsi perchè diventare genitore vuol dire abdicare al diritto di chiudere la porta all’atto di cagare.

Sono lì che la guardo, lei esce dalla visuale e io mi inclino su un bordo della tazza per sbirciare, e mi parte un concerto per strumenti a fiato (e fieto).

I miasmi si spandono con mia grande soddisfazione; ora, non fate quella faccia, sappiamo tutti che l’unica merda che puzza è quella degli altri.

Comunque, s’era infittita la nebbia nel bagno, non ci vedevo quasi più e per fortuna dal Nebraska (così chiamato perchè c’è tanta nebbia) avevo portato a casa la cartarifrangente, un particolare tipo di carta igienica che ha delle fluorescenze che aiutano a cercarla nel buio o tra le nebbie del Nebbiaska (fanno anche un eccellente vino lì, il Nebbriolo).

Perchè mentre sei sulla tazza non puoi sbagliare, ci sono Stati tipo l’Alabama che ha introdotto l’obbligo di tenere in casa rotoli con fendinebbia.

Non puoi sbagliare e prendere la vestaglia di tua moglie, pare brutto.

Dunque ero lì che ancora però eseguivo dei pliè interiori, quando vedo un’ombra chiara passare rapida davanti la porta. Dopo pochi secondi, eccola ricomparire.

Non mi capacito, pare un angelo.

Poi si ferma finalmente: è mia figlia.

Ivan Drago.

COMPLETAMENTE, FOTTUTAMENTE, IRRESPONSABILMENTE NUDA.

Io non posso ancora alzarmi e le sbraito di vestirsi, e le chiedo perché abbia fatto una cosa così. Che domanda stupida, la mia: per quale motivo vuoi che una bimba di 4 anni faccia qualcosa? Perchè le va!

Gliela avrei anche perdonata, ma quel che è successo dopo no.

Mi ha guardato con odio autentico, si è voltata, mi ha dato le spalle, si è accovacciata e davanti ai miei occhi increduli ha cagato sul parquet.

Meno male che non è di quelli troppo chiari…

 

Ci sono giorni

Ci sono giorni in cui la tua vita la rinnegheresti tutta. Senza pensarci. Così.

Fai finta di no, non lo ammetteresti mai e poi mai a nessuno, soprattutto a chi ti ama, ma a volte il pensiero ti prende. La sindrome da sliding doors. Cosa sarebbe successo se ai bivi importanti della mia vita, avessi svoltato diversamente?

E non c’è risposta. La freccia del tempo è fissa, punta sempre nella stessa direzione e nessuno mai potrà davvero vivere due volte, come in quel film. A nessuno è dato di tornare indietro a cambiare il corso degli eventi. Non c’è nessuna macchina del futuro, altrimenti, probabilmente, sarebbe già qui.

E certe musiche ti entrano dritto dentro il cuore, ti si conficcano nel petto e ti fanno sanguinare dagli occhi. Deserti zuppi e umidi, dove non scorre più niente, solo sale che ti sale dal petto e passa dalla gola.

Vorrei non avere quasi quarantanni. In questo momento, mentre scrivo, vorrei averne 18. E lo so che non si può, e lo so che sono banale, che forse tutti avvicinandosi ai quaranta vorrebbero tornare indietro, e tutti si accorgono un bel giorno che così, purtroppo, non si può. E vorrei saperne cosa ne ho fatto, di tutte quelle estati ancora prima dei diciotto, di quei tre mesi all’anno in cui non avevo obblighi. Che fine han fatto quei giorni? Possibile che nessuno si renda conto, quando ha quell’età, che una fortuna così grande poi nella vita tornerà solo quando, vecchi e stanchi, i giorni non ci serviranno più a tanto altro che sfogliare foto e annoiare il prossimo?

Gran parte della vita ci scorre inconsapevolmente tra le mani.

E chissà che tra trent’anni, io mi sieda a un computer, per scrivere di come rimpiango i miei quarant’anni, continuando a vivere questa vita un po’ così, inconsapevolmente.

 

Storia di due vermi

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C’erano due vermi piccini.

Si somigliavano tanto. Avevano vissuto per tanto tempo in posti lontani, e non si conoscevano per nulla. Poi, si incontrarono un giorno in un bel prato.

Era un luogo d’incanto, il sole brillava alto nel cielo sgombro dalle nuvole, le fronde degli alberi erano rigogliose, le gemme spandevano note floreali nell’aria e tutto l’universo sembrava cantare l’incanto della vita.

I due vermi piccini cominciarono a camminare uno accanto all’altro. 

Si raccontarono i fanghi da cui venivano, i terreni aridi, gli attacchi dei predatori, la loro vita che li aveva condotti fin lì, giorno per giorno. Quando uno parlava, l’altro taceva, e viceversa. Chi striscia in basso sa bene come si ascolta.

Poi un giorno uno disse all’altro :

– Sei bellissimo.

L’altro rispose:

– Anche tu, in fondo siamo così uguali io e te! Abbiamo tante di quelle cose in comune.

Il verme di sinistra sorrise felice, ma in cuor suo pensava che il suo compagno di viaggio si sbagliasse.

Tornò qualche giorno dopo in argomento.

– La tua bellezza è tanta. E io… sono felice di camminarti accanto, ma non credo di esserne degno.

– Ma non credo proprio, io sono un vermicello, e ho strisciato anche molto più di te – , rispose il verme di destra, che nei giorni si andava facendo sempre più lento.

Andarono avanti un bel pezzo, e il vermicello di sinistra smise di provare a convincere il suo compagno di viaggio che lui fosse meglio.

Ma nel suo cuore, quando il vermicello di destra diventò una crisalide, e poi volò via come farfalla, non si meravigliò per niente.

Lui l’aveva visto.

L’aveva visto dentro, il cielo che portava.

E sapeva che lì sarebbe ritornato.