About avvocatolo

Email: maximiliano.dellapenna@gmail.com I was me. Quando lo ero, ero felice. Poi sono diventato Max, per tutti il Massimo. E una melasbacata una volta mi disse Tu sei come una seppia, getti cortine fumogene, lanci sassi che creano tsunami, fai un casino infernale per far guardare da un’altra parte. A volte funziona, altre volte meno. Da qui ho preso il mio cognome, accanto al nome Massimo. Della Pena. E siccome sono un tipo generoso e filantropo, mi pareva di dover condividere con tutto il mondo (intendo con quella media di 5 lettori per anno, spontaneissimi, a proposito, ragazzi, l'assegno questo mese ve lo mando per posta ordinaria, non ho i soldi per il DHL), dicevo mi pareva filantropico condividere urbi et orbi et cecatorum il mio dolore nella speranza di addolorarvi un poco pure a voi. Perché - si dice sempre così - pensa a chi sta peggio, voi pensate a me e...se siete stronzi, ne gioirete, altrimenti il mio blog avrà compiuto il suo compito. In virtù dell'ordine costituito, infine, per i poteri conferitimi dal sommo coltivatore di piante pentapunte verdi, Vi ingiungo di considerare ogni riferimento a fatti (e strafatti) o persone realmente esistenti che doveste credere di trovare nel blog come fuffa atomica, coincidenza astrale. Come dite? C'è il vostro cognome in un post? Beh, non sarete mica gli unici a portarlo, o no? Ogni trasgressione all'ingiunzione verrà perseguita-ta a norma di legge, e il trasgressore imprigionato e segretato per 100.000 anni nel salotto di mia suocera col compito di fare i pozzetti di Burraco a quattro sdentate. ******************************************** DISCLAIMER LEGALE ai sensi del D. Lgs. 2015/6.1.Strunz. Se hai dubbi circa la natura di questo blog e pensi che potrebbe forse ritenersi una testata giornalistica, te la darei io una testata. Se poi ne sei convinto, fammelo sapere che ti aggiungo all'elenco degli Sbomballati. Per quanto riguarda i cookies, ai sensi della legge dell'astensione dal rompere le palle al prossimo, eviterò di infilare un banner in cui vi informo di informazioni che non leggerete all'unico scopo di interrompere la vostra lettura. Se trovate un cookie sul mio sito spalmateci della nutella. Questo blog è una compagnia, di sbomballati per l'appunto. Il vero intento ed effetto di questo blog può esser definito con le parole di Erasmo da Rotterdam, che nel suo Elogio alla Follia faceva parlare la Follia in prima persona con queste parole che faccio mie e nostre e vostre: "Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole: non quell'orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell'orecchio che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole di Pan. Ascolterete dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: l'elogio della Follia. Che cosa c'è di più coerente della Follia che canta le proprie lodi? Chi meglio di me potrebbe descrivermi? D'altra parte io trovo questo sistema più modesto, e non di poco, di quello adottato dalla massa dei grandi e dei sapienti; costoro, di solito, per una falsa modestia, subornano qualche retore adulatore, o un poeta dedito al vaniloquio, e lo pagano per sentirlo cantare le proprie lodi, e cioè un sacco di bugie. Veste la cornacchia con le penne altrui, fa diventare bianco l'Etiope, e di una mosca fa un elefante. Io invece seguo quel vecchio detto popolare secondo il quale, chi non trova un altro che lo lodi, fa bene a lodarsi da sé. Da me ascolterete un discorso estemporaneo e non elaborato, ma tanto più vero. Non vorrei però che lo riteneste composto per farvi vedere quanto sono brava, come usa il branco dei retori. Costoro, come sapete, di un'orazione su cui hanno sudato trenta lunghi anni - e qualche volta l'ha fatta un altro - giurano che l'hanno buttata giù, e magari dettata, in tre giorni, quasi per svago. A me, invece, è sempre piaciuto moltissimo dire tutto quello che mi salta in mente. Nessuno, perciò, si aspetti da me che, secondo il costume di codesti oratori da strapazzo, definisca la mia essenza, e tanto meno che la distingua analizzandola. Che bisogno c'era di dirvi tutto questo, come se il mio volto non bastasse, come dice la gente, a mostrare chi sono? Come se, pretendendo qualcuno ch'io sia Minerva o Sofia, non bastasse a smentirlo il mio sguardo, che, senza bisogno di parole, è lo specchio più schietto dell'animo. Da me è lontano ogni trucco; non simulo in volto una cosa, mentre ne ho un'altra nel cuore. Sotto ogni rispetto sono a tal punto inconfondibile, che non possono tenermi nascosta nemmeno quelli che si arrogano la maschera e il titolo della Saggezza, e se ne vanno in giro come scimmie ammantate di porpora o come asini vestiti della pelle del leone. Eppure, per accorti che siano nel fingere, le orecchie di Mida, spuntando fuori da qualche parte, li tradiscono. Il nome mio lo sapete, miei cari... Quale attributo aggiungerò? Quale, se non Arcifolli (e Sbomballati, ndr)? Con quale altro più nobile appellativo potrebbe la dea Follia chiamare i suoi iniziati? Ad allattarmi con le loro mammelle sono state due graziosissime ninfe, Mete l'Ebbrezza, figlia di Bacco, e Apedia l'Ignoranza, figlia di Pan. Le vedete qui con me, nel gruppo di tutte le altre mie compagne e seguaci (dette anche Sbomballate, ndr), delle quali se, per Ercole, vorrete sapere i nomi, da me li sentirete solo in greco. E perché, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere più esplicita, secondo il mio costume? E' forse con la testa, col volto, col cuore, con la mano, con l'orecchio (parti considerate tutte oneste) che si generano gli Dèi e gli uomini? No davvero! propagatrice del genere umano è quella parte così assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza ridere (il cazzo, ndr....). E che cos'è poi questa vita? e se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita? Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno". Firmato: Avvocatolo. Ovvero, La Follia.

Il senso di avvo per la carne

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Ho sempre avuto un senso per la carne tutto particolare: la mia è una vera storia d’amore. Non parlo della carne femminile, insomma qui parliamo di carne da mangiare, non di patata.

Nell’infanzia non versavamo in condizioni proprio ottimali, per cui la carne è stata a lungo un alimento agognato, sognato, associato solitamente alla festa perchè era proprio in occasione delle feste (il ragù di domenica, i ravioli a Natale, il capretto a Pasqua) che mia madre, attingendo a risorse nascoste, ci consentiva questo lusso. Crescendo, facendo sport, ho sempre più sentito una vera e propria attrazione alimentare verso ogni forma di carne: le salsicce pescaresi, quelle di fegato piccanti che dopo ti brucia il culo per due mesi, gli arrosticini, i peperoni ripieni di carne trita, le fiorentine al sangue che dopo ti venivano i rutti a tipo muggito, le braciole, il ragù così denso da prenderlo con la forchetta, o’ piezz’ per la genovese che mia madre ci meteva tanta cipolla che dopo i denti bisognava lavarli con un dentifricio all’antimateria, le polpette così fritte, ma così fritte, che il colesterolo girava nel sangue in ciabatte e con l’accappatoio perchè si sentiva a tipo centro benessere, le cotolette a orecchie, ma che dico a orecchie, a corpo completo di elefante con il pan grattato fatto coi rimasugli che ogni grano era quanto una polpetta col colesterolo in ciabatte, ma anche roba decisamente meno genuina, tipo simmenthal. Ne ho mangiato in quantità industriali, di carne, è sempre stato, in via generale, il mio piatto preferito; a ristorante, quando potevo permettermi di non badare al listino, ho sempre scelto piatti di carne. Questo fino a qualche settimana fa.

Poi un giorno, senza alcun preavviso, senza alcun episodio particolare che possa giustificare un cambiamento, mi ha preso lo schifo! Il senso della carne è diventato… Che adesso mi fa senso! Non ho la minima idea di come sia potuto succedere. Forse mi prenderete per matto, ma è stato come sentire la sofferenza dell’animale che stavo mangiando. L’ho sentita dentro. Ho avvertito la sua paura, mi sono visto davanti i suoi occhi liquidi, le urla, il pianto di dover finire in un modo cruento, il suo sangue non mi è parso più un semplice condimento, un qualcosa (come lo consideravo in passato) di gustoso magari da intingerci il pane. Al contrario, ho visto quel sangue come sintomo evidente di una ferita, una perdita del cuore. Ho sentito sulla lingua il veleno dell’odio che quell’animale deve aver provato negli ultimi istanti della sua vita, la sua delusione nello scoprire che chi lo trattava (si spera… anche se ne dubito) bene, in fondo stava solo aspetando il momento in cui sarebbe stato più redditizio pugnalarlo alle spalle. Non sono mai stato vegetariano, non ho mai neppure pensato per un momento di poterlo diventare; confesso di aver anche più di una volta preso in giro amici che lo sono, e ho pensato spesso che fosse una inutile complicazione diventarlo. E questo mio improvviso rifiuto per la carne non ha nulla di etico, i pensieri che ho espresso sopra sono sensazioni che un poco ho ricostruito a posteriori, ma non c’era premeditazione, non sono di quelle persone che lo fanno per convinzione o amore per gli animali (benchè io ritenga di amarli), la verità è che non ho la più pallida idea di cosa mi sia capitato, del perchè all’improvviso mi sia nato un rifiuto per la carne. Potrebbe essere il mio corpo che reclama cibi più sani, più leggeri, più naturali? L’aspetto che mi lascia di stucco è la repentinità di questo cambiamento, il giorno prima ero un carnivoro incallito, il giorno dopo mi costa fatica, ma proprio fatica fisica e mentale mandare giù della carne. Sarà che sto invecchiando? O mi sto rincoglionendo? Non lo so, saranno i quarant’anni che si avvicinano, o gli eventi della mia vita che mi mescolano interiormente come un mazzo di carte.

Ho anche pensato che forse è la voce degli animali che ho visto morire da ragazzo, anzi sin da bambino, quando vivevo in campagna. Forse è la loro voce, rimasta sepolta sotto la mia coscienza per anni, che è tornata a chiedere giustizia, a ricordarmi quello che i miei occhi innocenti hanno registrato come se fosse naturale.

Forse è la volta buona che una dieta riesco non solo a iniziarla, ma anche ad assumerla come stile di vita.

Toglietemi la carne, insomma. Ma, almeno per il momento, lasciatemi la patata 😀

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Fiera del libro di Milano… un sogno che si avvera!

Ebbene sì, daje e daje alla fine il vostro avvo è riuscito a presentare il suo libro al salone di Milano! Sarò presso lo stand DirectBook VENERDÌ 9 MARZO dalle 18.00 per parlarvi de Lo specchio dell’angelo perso!

Vi aspetto!

Qui trovate evento facebook: https://www.facebook.com/events/230777017493131/?ti=cl

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E questo, non è importante?

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I roseti sono imporporati di rose e di spine. Se ne possono contare a miliardi, sparsi nell’universo. Sono fiori, nascono tutti da un seme, con il folle ottimismo di un bruscolo senza alcun colore, quasi bidimensionale, che finisce sotto terra, e se ne sta al buio lontano per un periodo che nessuna scienza potrà mai predire, senza fare assolutamente nulla. Resta a guardare come gira il mondo.

Spesso secca in quel periodo, forse si annoia a morte, ma a nessuno importa. In tal caso, non lascia traccia se non polvere di seme mescolata a terra, radici, rami frantumati e mele marcite dal travaso del tempo. Basta il passaggio di un vermiciattolo per cancellarne ogni traccia.

Qualche volta, invece, quel bruscolo nel ventre del suolo, decide, nessuno sa perchè, di uscire a guardare le stelle. E gemma. Cresce. Rinverdisce e, infine, sboccia.

Miliardi di fiori, dopo aver compiuto siffatti miracoli di entropia, muiono senza essere mai visti. Magari finiscono calpestati. Chissà. Non è facile essere un fiore, in questo universo, dove le stelle esplodono e noi ce ne accorgiamo milioni di anni dopo per un baluginio lontano che attira i nostri telescopi su raggi di luce ormai morti, che continuano a viaggiare solo per mera inerzia. Se non c’accorgiamo d’una stella che muore, come può attirare la nostra attenzione il rinsecchirsi d’un ingenuo, fragile fiore?

Ma se tra quei miliardi di fiori, una persona cui tieni te ne porge uno, tu lo prendi dalle sue mani, lo guardi un attimo, poi cadi in quegli occhi e quasi te ne dimentichi. Ma nel frattempo, come il seme nella terra, in silenzio, senza fare niente, quel fiore diventa unico, non ne esiste uno eguale né simile, per te, in alcuna altra parte dell’universo. E come diceva il Piccolo Principe, una pecora, un mattino, può mangiare quel fiore (o quell’amore) distruggendolo di colpo, senza rendersi conto di ciò che ha fatto.

E se qualcuno ama dunque un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni di stelle,  questo basta a farlo felice quando guarda nella sua direzione, anche se si è allontanato cambiando regione, mondo, galassia, sia pure.

Non rende felice un uomo, poter pensare, sia pure solo per un crepuscolo: “là, nella costellazione tale e tale, sotto un cielo viola, e al riparo da un filtro di vetro e sabbia, c’è il mio fiore, il mio piccolo, fragile amore”?

Tanto più sarà distante, quell’uomo da quel fiore, tanto meno ne ricorderà le spine e le stille di sangue che gli è costato avere quel fiore lontano tra le mani.

E se una pecora, ignara di tutto quello che c’è stato, passa su quel pianeta lontano e mangia quel fiore, per me è come se si spegnessero le stelle.

E questo, Piccolo Principe, non è importante?

 

Tempi inversi

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[Brano tratto dal mio prossimo romanzo]

Ero in preda alla disperazione più cupa. Mi chiedevo come avrei potuto riparare. Pensai a quanti errori avevo commesso, a quante volte il sentiero che avevo imboccato s’era rivelato quello sbagliato. Ah, quanti giorni erano naufragati, quanti giorni ero naufragato, quando franavo dal mattino a sera lungo quelle onde di tempo che hanno lambito la spiaggia del mio viaggio nell’esistenza. Mi vennero in mente alcuni oggetti che avevo visto innumerevoli volte a casa di mia madre, quando ancora vivevamo insieme: il tamburo, le tacche sul muro, un altro modo di misurare il tempo valutando la mia altezza in momenti differenti, lo sgabello a tre piedi, il santo che ci guardava vivere con i suoi occhi pietosi e muti, la polvere che s’accumulava sulle sue vesti nonostante la campana di vetro. Erano conchiglie arenate sulla spiaggia del mio passato, quegli oggetti, accostandovi l’orecchio mentale potevo sentire la voce delle onde, il rumore dei miei giorni infranti. Ripensai, non so perché, a quante volte ero rientrato a casa, da un lungo viaggio, magari solo da scuola o dal giardino, o da un qualsiasi altro altrove, e avevo chiamato “Mamma”. Quella parola addensava in sé mille domande, “Mamma ci sei?”, “Mamma dove sei?”, “Mi vedi, sono qui?”, “Me lo dai un abbraccio, mamma, me lo dai un abbraccio?” Quante domande in quell’unica parola, invisibili come il fuoco dentro il legno spento (quale microscopio potrà mai vederlo, quel fuoco, in un placido tronco di legno?), la farfalla dentro il bruco, il pieno dentro il vuoto, l’universo dentro il nulla un soffio prima dello sparo di inizio che ha dato avvio a questa folle corsa, quest’espansione dello spazio che non si espande nello spazio, ma diluisce la sua essenza, verso un confine che nessuno è ancora riuscito non solo a misurare, ma neppure a immaginare. Mi vennero in mente le amare passioni di mio figlio, le sue ossessioni vane, stelle e numeri, atomi e zaini portati su una spalla sola.

Pensai alle poesie, quelle che mandavi giù a memoria e che nessuno impara più, ai quadretti con le frasi per la festa della mamma e del papà, ai lavoretti delle maestre, ai poster appesi con lo scotch, alle cartoline sbiadite che attraversavano mezzo mondo per finire poi dove, se non a casa tua, quante volte eri tornato prima tu di loro, e le lasciavi poi a morire in un cassetto come se né loro né tu vi foste mai mossi di lì.

Rammentai tutti i viaggi che avevo sognato, mete esotiche e misteriose, tutti quei nomi dietro cui si mescolavano, nella mia mente, nozioni storiche e leggende antiche. Il rimpianto mi gonfiava il cuore, pensai che non li avrei mai più visti quei posti lontani e sconosciuti, mi chiesi perché con l’andare del tempo affiniamo sempre più la nostra arte del rinunciare, come se crescere fosse rassegnarsi a sopravvivere finché la vita non si spegne come la luce di un lampo in un cielo di pece nera e calce bruna.

Forse esiste un tempo, in cui il tempo cambia verso, in cui i salmoni nuotano verso la foce, e i fiumi finiscono sulla montagna risalendo la corrente e ghiacciando dentro il loro stesso letto, in cui alla notte segue la luce del tramonto, e dopo il mezzogiorno tutto si scolora nell’iridescenza dell’aurora, un tempo in cui le lacrime tornano dentro gli occhi e da qui nell’anima, dove la mano che ti ha spinto torna vicino al tuo petto, in cui i lividi scompaiono per davvero senza lasciare traccia perché con il tempo non li hai mai avuti, un tempo in cui tutte le persone che abbiamo perso, tornano, un tempo in cui hai il tempo di riparare ogni rimpianto, in cui le delusioni si riassorbono nelle speranze che le hanno precedute.

Forse esiste un tempo, un tempo perso conservato in qualche scrigno da Dio in persona, un regalo a sorpresa, a ricompensa di questa breve vita intensa.

Ci sono cieli di carta

Ci sono cieli di carta dove vivono le storie che leggiamo. Dove Oreste diventa indistinguibile da Amleto.

La clessidra perde granelli di attimi, io scorro lento solo se guardo avanti, nel retrovisore mentale che è la mia memoria gli anni sono compressi in un cucchiaino di passato. Concentrato. Posso diluirlo in mille ricordi ma è trascorso in un attimo. Un soffio un giorno, nei miei occhi tracce dei miei viaggi, lacrime cadute hanno scavato una rete di meridiani e paralleli, la mappa del mio mondo interiore è scritta in rilievo sul mio volto, scorro con un dito le mie rughe e vedo mio padre ancora con noi, i miei 4 anni in Africa, la sua casetta di legno, la mia casetta, mio fratello appeso a un pozzo e io che vorrei gridare e non ce la faccio, una ruga mia madre, il suo sorriso bianco accecante affogato nel suo viso nero, il suo accento straniero che non le è mai andato via, ha messo la bandiera nella sua voce, sento il tempo degli esami, i libri, il mio chiudere il mondo fuori, gli amici che mi chiamano per andare al mare ma io annego nel concetto di capitale sociale, solo una finzione.

Alzo gli occhi allo specchio e chi è quel giovane vecchio? Quanti respiri ancora? E se non trovo un senso a questo cielo che pare di carta? E se quando lo trovo scopro che non posso applicarlo ai giorni già vissuti?

E se le radici son nere, cosa andrò a guardare? Mi piacerà il mio nuovo corpo, se ancora ne avrò uno?

Persi, siamo persi in un universo sconfinato, eppure siamo capitati tutti qui vicinissimi, stretti, come nuvole in un temporale, penso a quanto potevamo essere distanti, avrei potuto atterrare su un pianeta di Andromeda, o fuori la via Lattea, e tu nascere in una delle M dimensioni, dove non ci sono stringhe nè bosoni, potevamo nascere dallo stesso fotone e farci cellule di antimateria, chissà come sarebbe stato il tempo, che orologi usa una farfalla.

Una nota scintilla nell’aria e pare di vederla, annuso la vibrazione di una corda di violino, un piano suona triste e un mazzo di fiori incendiano il camino.

La neve si scioglie come pianto.

Ondeggio e l’anima mi si inclina come l’asse terrestre. Il mio mondo ruota intorno ad essa eppure non la ho mai vista.

Posso solo sentire. Sentire che non può essere tutto qui. Sento troppo dentro e qualche volta esce dalla penna, qualche volta dalle lacrime, a volte scrivo con entrambe.

Sento dentro tutti i canti. Annuso il pesco sotto un cielo giapponese, affondo le mani nella terra dove sono nato, vivo e mi sento vivere.

Amo ogni singola emozione. Sono una rosa e ogni petalo mi è prezioso anche se ogni petalo prima o poi cadrà.

L’ode e lode al separato in casa

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Questa è la lode e l’ode al separato in casa.

Il separato in casa non ha sesso, in un duplice senso (e sesso).

In primo luogo, il separato in casa non è solo uomo, ma anche donna, e non ha un gusto preciso sessuale, essendovi esemplari etero, homo, bisex, trilogisexy, persino tetralogie sessuali, maniaci orgiastici, missili interspaziali e interraziali, deuteronomi monopallici, panegirici inginocchiatici, ex baldracche in pensione anticipata e smutandoni senza distinzioni di sorta (e di sorca).

In secondo luogo, il separato (o separata, visto quanto detto supra) in casa non incasa, voglio dire non inzuppa, non infila la pistola nel fodero, non fa gnic-gnac nella bottigliella, insomma non tromba da tempo immemore. Quando parla alla sua compagnella o al suo compagnello di chat (inutile dire che, essendo separato/a in casa, egli tenta di rifarsi una vita, anche se a volte sorge il sospetto che più che una vita voglia solo farsi una tipa), il separato in casa lamenta sempre astinenza sessuale da tempo immemore. Il separato in casa dunque non ha sesso, anche se vive con Pamela Anderson e anche se costei è più allupata di Antonella Clerici dopo che ha mangiato un bignè a crema afrodisiaca, niente, non c’è verso, egli (o ella) insiste che con il suo consorte separato/a non tocca ferro (nè ferretto di reggiseno) da secoli. Secondo me i separati in casa girano col burqa per non indursi vicendevolmente in tentazione (amen). Probabilmente si vedono solo gli occhi e ogni tanto se si incontrano al buio gli prende anche uno schioppone, e subito alzano il burqa per farsi riconoscere altrimenti il consorte separato lo prende per un fanatico dell’isis venuto a compiere qualche atto sconsiderato.

Io mi chiedo quanti soldi devono fare Divani & Divani, Chateux d’ax e compagnia bella: non c’è un separato in casa che non dorma sul divano. Anche se qualcosa non torna. Dato che, come abbiamo detto, il separato in casa non ha sesso biologico, essendo tale categoria popolata da ambo i generi maschili e femminili e i diversamente ricchionili, dico, se la separata in casa dorme sul divano, e il separato in casa pure, per un fatto statistico ne consegue che devono esserci un sacco di coppie separate che dormono insieme sul divano. Oppure ne hanno, più probabilmente, due di divani, altrimenti scusate ma non capisco la logica di separarsi e andare entrambi a dormire sul divano.

Ma poi mi chiedo quanto sono grandi stè case che tengono sti separati in casa, io ho una casa bella grane ma nel cesso stiamo sempre tutti e quattro insieme, lo stesso dicasi per il letto. Se io volessi dormire da solo penso che dovrei affittarmi una caserma, forse ci riuscirei (ma dovrei usare mine antiuomo per impedire ai pupi di fiondarsi, in ogni caso, il che ora che lo scrivo inizia a sembrarmi una buona idea da attuare anche a casa mia, benchè sospetto che il padrone di casa potrebbe avere delle lievi rimostranze a fine contratto).

Il separato in casa suscita compassione, perchè solitamente è un genio che fa la vita da strunzo ma questo solo perchè il consorte o la consorte, a sentire il separato, è un mostro che gli tarpa le ali e gli impedisce di sviluppare appieno il suo genio. Il separato in casa niente niente è un Dostojevskij, una Federica Pellegrini o un Picasso mancato. Questo perchè il suo consorte è acido, stronzo, non gli regala mai niente, dimentica i compleanni, pensa solo al lavoro, o ai figli, o ai genitori, insomma pensa a tutti tranne che al separato. Che poi spesso il separato in casa è solo separando, nel senso che manco in casa si è già separato, ma egli vive un tempo elastico e quindi alla sua cumpagnella di chat anticipa gli eventi futuri come fossero passati ed ecco che quindi dice “sono separato in casa” ma dovrebbe e forse vorrebbe anche dire “mi separerò” ma siccome è sicuro che si separerà, non c’è bisogno di sottilizzare.

Il separato in casa ama la luce del cesso. Non mi spiego altrimenti il motivo per cui, pur essendo separato e dunque in teoria titolato et legittimato ad avere una nuova e più florida vita sessuale, si fa cionondimento solo selfie sulla tazza o davanti allo specchio che poi nel riflesso come minimo ti viene il bidet e non è molto bello, fatevelo dire.

Solitamente è in crisi da molto tempo, anche se nessuno dei suoi amici lo sa, indi per cui, essendo di indole generosa (vuole darsi e darla, solitamente, proprio al compagnello dic hat) nelle foto su Facebook non è possibile rinvenire alcuna traccia del suo dramma. Nelle foto sorride, spesso è con l’altro separato/a perchè fanno finta di stare insieme per non traumatizzare gli amici e, Dio ce ne scampi, i figli.

Ecco per il primo dell’anno, come ho già ampiamente spiegato in una diretta su Facebook, il mio augurio e il mio pensiero addolorato va a tutti i separati e separandi in casa d’Italia. Vi auguro che per un minuto il vostro ex compagno ormai separato o anche solo separando, possa accedere per sbaglio alla vostra cronologia di chat.

Perchè mi piacciono assai i botti di fine d’anno.

 

 

 

 

A Natale puoi

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Diciamolo: possiamo dirlo, è NATALE. Quasi, ma cambia poco. Natale non è un giorno, ma un periodo.

Questo è il periodo di Natale.

Che per un emigrato ha tutta una serie di corollari necessitati.

Il primo è che a Natale siamo tutti più buoni. Cioè non proprio tutti, diciamocelo.

A Natale puoiiiiiiiiiii, fare quello che… scusate, questa canzone mi ronza in testa.

Dicevo, non tutti sono più buoni. Ovvero, magari lo sono tutti, ma dipende da dove parti. Ci sta, certo, la pizza più alta, ma “più alta” non significa un cazzo. Tutto dipende da che punto guardi il mondo tutto dipeeeeeeeeendeeee, eeeee, eeee, dipende… scusate.

A Natale puoiiii…noooo, basta.

Cioè, se sei un pezzo di merda, a Natale magari diventi più buono, ma non per questo meno pezzo di merda. Sarai un pezzo di M. un poco più buono, ecco tutto.

Questo perchè a Natale puooooi, fare quello che non puoi fare maaaai… tipo vomitare e fare cucuuuu, a Natale si può mandare si può mandare a fffanguuuuu, se vuoooi.

Scusate.

I corollari necessitati, dicevamo. La valigia sul letto, quella di un lungo viaggio (za-za-zaaa). Se sei emigrante, GIA’ SAI. Che l’ultimo giorno di lavoro coincide con il PRIMO giorno di edificazione di quel precario equilibrio volumetrico che è la tua macchina di terrone stipata e co-stipata di valigie e buste di regali. Che le valigie sono comode, sono fatte apposta per essere trasportate e hanno una loro ergonomia, con una maniglia, ti porti dietro un fracco de roba. MA I CAZZI DI REGALI NO.

E ovviamente le donne in questo hanno zero senso viaggico e pratico. Cioè non so vostra moglie, cioè non è che ne tenete una in comunità, a meno che siate arabi o cose simili, ma dico non so le vostre rispettivi consorti come usano fare, ma la mia ovviamente ha un data-base in cui registra a tipo anagrafe vita, nascita, età e gusti di tutto il parentando fino al diciottesimo grado. E per ciascuno, OVVIAMENTE, ce sta la bustina apposita con tanto di fiocchetto.

“Questo mettilo sopra agli altri, mi arraccumanno che non si schiacci, è un vetro di Burano”.

“Questo ASSOLUTAMENTE sopra ogni altra cosa, è vetro di Murano”

“Senti, questo pacchetto qui per favore non deve stare sotto a niente, eh, che poi si rompe e chi se lo sente a zio Carmelo”.

“Questo è un vestito e deve stare in verticale”

“Questo è un bottiglione di vino e non può stare in orizzontale”

“Questi sono pasticcini e devono stare coricati”.

Neh, ma tu pensassi che io tengo o cruciverba al posto della macchina?

Quest’anno ho fatto la furbata e i regali li ho presi su Amazon e li faccio arrivare direttamente giù. Pensavo d’essermela scampata, ma ci stanno I CIOCCOLATTINI E CHITESTRANGULIATAMUORT.

Perchè chiaramente a Torino non sanno fa sostanzialmente niente, tranne cioccolattini e grissini e chitestramuort. Ed entrambi gli oggetti sono friabili. A parte il fatto che se Buddy B sgama dove metto i cioccolattini, ora che siamo arrivati a Firenze le scorte sono finite mentre sono infinite le cagate che si fa allegramente nei pannolini.

Ma dico, non potevano essere famosi a Torino, che ne so’, per i lingotti? Ecco un paio di lingotti li piazzi facile pur nel caos della macchina del terrone emigrante. Ma vi assicuro che gianduiotti e grissini hanno una vita molto dura nella mia macchina.

I pacchettielli poi sono ottocentocinquanta il che comporta che devi fare sittordici volte le scale di casa, perchè il Signore nella sua preveggenza quando fece il mondo, al punto in cui fece le mani (sarà stato di giovedì? Boh), si fermò a due, due sole mani ci ha fatto, quello sperava di porre un freno alla mania di shopping di Eva ma Dio alle femmine non le conosceva ancora. Forse tentò di rimediare col diluvio ma mi pare che non sia andata granchè bene.

 E dico quello il signore due mani ci ha fatto, però non ha messo limiti alle volte che uno può usare le gambe per fare sopra e sotto per le scale a portare pacchi e pacchitielli e buste e bustarelle e così ogni anno io jastemmo che alla fine il nostro Dio si è rivelato meno furbo di Visnu, che almeno quello ha preso atto della situazioni e di braccia ne ha fatte sei che insomma uno si arrangia, tanto a spennere le femmine spennono anche senza mani, hanno inventato infatti i pagamenti contact-less appositamente per le femmine che tengono tanti di quei pacchitielli in mano che manco ce la fanno a prendere la carta di discredito da dentro la sacca.

E insomma amici cari io con questo vi auguro di fare dei gran bei viaggi perchè domani mi metto alla guida della mia super-terrona macchinina carica come un uovo di Pasqua a Natale.

E colgo l’occasione

E’ NATALE E A NATALE SI PUò VIAGGIARE A SUUUUUD

ehm scusate, dicevo, colgo l’occasione per farvi un sacco di auguri che domani non so se sono ancora vivo e se sopra-vivvo non so se non sarò stanco morto (da vivo, però).

AUGURI!

Il sogno d’un bimbo fortunato

 

Ore 14.00, Termini. Devo ripassare gli appunti.

“Benvenuto a Roma”.

E questo mo’ chi cazzo è?

Devo smetterla di registrare in rubrica nomi tipo “WonderCazzola WordPress”.

Al binario, Patrizia Lova e Concetta Sciarretta mi aspettano insieme ad Andrea Improta. Tre persone meravigliose!

Alessia:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

“Alle 17”.

Antonella Perni:

“Avvo a che ora ci vediamo?”

Penso, rifletto, poi la butto a cazzo:

“17.30”.

Mi chiama il B&B:

“A che ora fate check-in?”

Che domande…

“Alle 17.30”, ovvio!

“Pronto, Spugna? A che ora arrivate?”

“Alle 17.00”

“Bene così ho tempo per raccogliervi alla stazione e fare check-in alle 17.30”

“Ma alle 17.30 non viene Alessia, Ava e Erika avvo?”

“Beh, immagino si possa trovare l’autobus giusto, trovare la via, fare checkin e salutare le persone tutto nello stesso tempo, no?”

NO.

Con Spugna, Vale e Giovy (che mi hanno regalato una tazza personalizzata stupenda e un portafortuna magico) ci aggiriamo davanti la stazione di Termini alla ricerca del bus 64 che sembriamo la banda bassotti alla prima trasferta fuori da Paperopoli. Troviamo la fermata, aspettiamo poco (25 minuti), saliamo, e alla prima frenata del bus Morena fa un doppio salto carpiato sull’alluce di un signore che nomina uno ad uno tutti i defunti suoi e di chi non glielo dice.

Arrivo al B&B insieme ad Antonella e Luigi. Salgo, scendo, risalgo, riscendo, arriva Alessia, Erika, Ava e Nino. Smadonno, riscendo. Devo trovare tempo di ripassare gli appunti.

Chiamo il ristorante, siamo in 14.

“Eleonora, vieni sola vero?”

“Ti ho detto che c’era mia madre”

“Sì, tipo due mesi fa, e ti riferivi alla presentazione, ma va bene, il segretariavvo si mette al lavoro e aggiunge un posto”.

“Ho anche Maya”

“Okay ne aggiungo due”

“Ma Maya è il mio cane!”

“E perchè non mangia?”

Poi ordino la pizza a mia figlia, che è rimasta a Torino, glielo avevo promesso, lasciando intendere che avrei incaricato qualcuno di venire da Roma fino lì. Mi manda a dire dalla mamma, con tanto di foto, che conserverà un pezzetto di pizza per me, per quando torno l’indomani. Piango.

Ci fermiamo a un bar, primo spritz a stomaco vuoto, non una grande idea.

Mi chiama Vania: “Che fate stasera?”

“Ceniamo”

“A che ora?”

“20.30”

Alle 20.00 mi richiama Vania:

“Dove siete?”

“In giro”

“Quando venite a ristorante?”

“Venite? Perchè, sei lì?”

“Sì”.

Giriamo, poi cena. Le Winx hanno preparato cappellini e cravatte personalizzate con frasi mie e foto del libro. Bevo alla loro e mi sfilo la felpa per mostrare la maglietta che mi avevano regalato la volta scorsa, con altra mia frase.

Vania vanieggia, attacca la pippa con chiunque. Vania è un personaggio che ho scelto per farmi da introduzione alla libreria. Mondadori, cioè capito, il mio sogno. L’attaccapanni alle sue spalle l’ho visto barcollare tramortito dalla sua loquacità. Il pizzaiolo Israeliano pare abbia chiesto asilo alla Palestina. Entro nel panico. L’avevo già minacciata di non sforare i dieci minuti di discorso, ma conoscendola dal vivo mi rendo conto che sarà impossibile. Parlerà per due ore e con tutta probabilità si spoglierà, è matta come un cavallo che abbia  per moglie una mucca pazza. Glielo ho pure detto. I ragazzi mi sfottono.

Dopo cena, si va a prendere un altro spritz, dopo un altro, e una birra, e un limoncello, e non so che altro, forse l’acqua dai vasi dei fiori dei morti di chitemmuort.

Passa un ambulante che vende megafoni. Eleonora simula un orgasmo. Non sa che i megafoni in questione registrano la sua voce. L’ambulante pigia play due volte, Eleonora vuole cancellare il messaggio ma lui è uomo di business, ha intuito di aver appena messo le mani su uno strumento di marketing favoloso e se ne va per la sua strada facendo sentire a tutti l’orgasmo al megafono.

Vado a dormire col terrore.

Sveglia la domenica. Morto di sonno e di alcool. E con un bel mal di testa.

Arrivo con un pizzico di anticipo (due ore), la libreria è chiusa. Vado a prendere un caffè con Patrizia Lova Lova (uh, booombastic) e le Occhi di Gatto. Mi chiama Giulia Longarini, che deve intervistarmi per “Le pagine più belle dei libri”. Invito anche lei al caffè. Non sa dov’è. Viene da lontano, circa 20km a ovest (o è est?) di Roma, il che equivale (se ho capito come funziona) a un altro continente.

Esco dal bar, torno in libreria, prelevo Giualia, la porto al bar, qualcuno mi ha ciulato il caffè, ma non la borsa, è ora di tornare in libreria, dovrei ripassare gli appunti. Dico a Giulia che faremo dopo l’intervista. Mi guarda perplessa e io le direi hai ragione, ragazza, hai ragione, andrà tutto a puttane.

Arrivo ma i due scrittori (Max Capozzi e Eleonora De Berardinis) che presentano e leggono brani dei loro libri di poesie con me, non si vedono.

Sudo.

Smadonno e bestemmio.

E messaggio, ovviamente li messaggio.

Arrivano con largo anticipo, due minuti.

Mi saluta “Antonella”, con lo sguardo che si aspetta il mio stupore. Fingo stupore:

“Ah!!! Antonella! MA CHE BELLO! GRAZIE CHE SEI QUI”.

Chi cazzo è Antonella? (Alverone, Love u!)

“CIAO SONO ELISH!”

“EH?”

“ELISH! ELISA!”

“Aaah! Elisaa! E tu dici Elish, che ne so io? Ciao Elisa! Grazie di essere qui, non me lo aspettavo!”

Mo’ chi cazzo è Elisa?

Entra Vania, la giornalista che mi introduce e spero che non introduca qualcosa dentro me. Non c’è tempo di minacciarla ancora.

Si inizia. Faccio un vecchio trucchetto da apprendista mago con le mani, riesce, risate, parte Vania. Le prime parole?

La violenza sulle donne.

PORCO CAZZO.

PORCO CAZZO.

PORCO-STRA-CAZZO.

Fisso l’orologio e conto i minuti. Sudo a ogni secondo.

Al terzo minuto, sventolo tre dita sotto il naso di Vania cercando di fare la faccia alla Genny Savastano.

Non solo sta nei dieci minuti, ma dice cose acute e lusinghiere. Chapeau!

Mando un messaggio a zia Mafalda e la minaccio! Ho preparato un pezzo del discorso il cui effetto comico si basa sulla sua presenza, abbiamo iniziato e lei ancora non si vede.

Arriva al momento giusto, quello del discorso in cui devo percularla. La fortuna aiuta gli audaci.

Poi leggo qualche riga di un libro di Dostojevskij, dico che potrebbe essere la mia biografia.

Qualcuno chiede che titolo è.

Giro la copertina de “L’idiota”…

E poi abbracci, e le foto con Dario Lalli (un mito), Max e Ele, altro giro di alcool, emozioni a mille, lacrime, tensione, mal di testa e corsa finale alla stazione, arrivo alle 14.58 sul binario, partenza ore 15.00.

Un viaggio pazzesco. Un sogno, un sogno concreto, reale, con tanto di foto.

Sono un bimbo fortunato, ecco.

Un bimbo fortunato che non è mai cresciuto.