E questo, non è importante?

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I roseti sono imporporati di rose e di spine. Se ne possono contare a miliardi, sparsi nell’universo. Sono fiori, nascono tutti da un seme, con il folle ottimismo di un bruscolo senza alcun colore, quasi bidimensionale, che finisce sotto terra, e se ne sta al buio lontano per un periodo che nessuna scienza potrà mai predire, senza fare assolutamente nulla. Resta a guardare come gira il mondo.

Spesso secca in quel periodo, forse si annoia a morte, ma a nessuno importa. In tal caso, non lascia traccia se non polvere di seme mescolata a terra, radici, rami frantumati e mele marcite dal travaso del tempo. Basta il passaggio di un vermiciattolo per cancellarne ogni traccia.

Qualche volta, invece, quel bruscolo nel ventre del suolo, decide, nessuno sa perchè, di uscire a guardare le stelle. E gemma. Cresce. Rinverdisce e, infine, sboccia.

Miliardi di fiori, dopo aver compiuto siffatti miracoli di entropia, muiono senza essere mai visti. Magari finiscono calpestati. Chissà. Non è facile essere un fiore, in questo universo, dove le stelle esplodono e noi ce ne accorgiamo milioni di anni dopo per un baluginio lontano che attira i nostri telescopi su raggi di luce ormai morti, che continuano a viaggiare solo per mera inerzia. Se non c’accorgiamo d’una stella che muore, come può attirare la nostra attenzione il rinsecchirsi d’un ingenuo, fragile fiore?

Ma se tra quei miliardi di fiori, una persona cui tieni te ne porge uno, tu lo prendi dalle sue mani, lo guardi un attimo, poi cadi in quegli occhi e quasi te ne dimentichi. Ma nel frattempo, come il seme nella terra, in silenzio, senza fare niente, quel fiore diventa unico, non ne esiste uno eguale né simile, per te, in alcuna altra parte dell’universo. E come diceva il Piccolo Principe, una pecora, un mattino, può mangiare quel fiore (o quell’amore) distruggendolo di colpo, senza rendersi conto di ciò che ha fatto.

E se qualcuno ama dunque un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni di stelle,  questo basta a farlo felice quando guarda nella sua direzione, anche se si è allontanato cambiando regione, mondo, galassia, sia pure.

Non rende felice un uomo, poter pensare, sia pure solo per un crepuscolo: “là, nella costellazione tale e tale, sotto un cielo viola, e al riparo da un filtro di vetro e sabbia, c’è il mio fiore, il mio piccolo, fragile amore”?

Tanto più sarà distante, quell’uomo da quel fiore, tanto meno ne ricorderà le spine e le stille di sangue che gli è costato avere quel fiore lontano tra le mani.

E se una pecora, ignara di tutto quello che c’è stato, passa su quel pianeta lontano e mangia quel fiore, per me è come se si spegnessero le stelle.

E questo, Piccolo Principe, non è importante?

 

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Tempi inversi

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[Brano tratto dal mio prossimo romanzo]

Ero in preda alla disperazione più cupa. Mi chiedevo come avrei potuto riparare. Pensai a quanti errori avevo commesso, a quante volte il sentiero che avevo imboccato s’era rivelato quello sbagliato. Ah, quanti giorni erano naufragati, quanti giorni ero naufragato, quando franavo dal mattino a sera lungo quelle onde di tempo che hanno lambito la spiaggia del mio viaggio nell’esistenza. Mi vennero in mente alcuni oggetti che avevo visto innumerevoli volte a casa di mia madre, quando ancora vivevamo insieme: il tamburo, le tacche sul muro, un altro modo di misurare il tempo valutando la mia altezza in momenti differenti, lo sgabello a tre piedi, il santo che ci guardava vivere con i suoi occhi pietosi e muti, la polvere che s’accumulava sulle sue vesti nonostante la campana di vetro. Erano conchiglie arenate sulla spiaggia del mio passato, quegli oggetti, accostandovi l’orecchio mentale potevo sentire la voce delle onde, il rumore dei miei giorni infranti. Ripensai, non so perché, a quante volte ero rientrato a casa, da un lungo viaggio, magari solo da scuola o dal giardino, o da un qualsiasi altro altrove, e avevo chiamato “Mamma”. Quella parola addensava in sé mille domande, “Mamma ci sei?”, “Mamma dove sei?”, “Mi vedi, sono qui?”, “Me lo dai un abbraccio, mamma, me lo dai un abbraccio?” Quante domande in quell’unica parola, invisibili come il fuoco dentro il legno spento (quale microscopio potrà mai vederlo, quel fuoco, in un placido tronco di legno?), la farfalla dentro il bruco, il pieno dentro il vuoto, l’universo dentro il nulla un soffio prima dello sparo di inizio che ha dato avvio a questa folle corsa, quest’espansione dello spazio che non si espande nello spazio, ma diluisce la sua essenza, verso un confine che nessuno è ancora riuscito non solo a misurare, ma neppure a immaginare. Mi vennero in mente le amare passioni di mio figlio, le sue ossessioni vane, stelle e numeri, atomi e zaini portati su una spalla sola.

Pensai alle poesie, quelle che mandavi giù a memoria e che nessuno impara più, ai quadretti con le frasi per la festa della mamma e del papà, ai lavoretti delle maestre, ai poster appesi con lo scotch, alle cartoline sbiadite che attraversavano mezzo mondo per finire poi dove, se non a casa tua, quante volte eri tornato prima tu di loro, e le lasciavi poi a morire in un cassetto come se né loro né tu vi foste mai mossi di lì.

Rammentai tutti i viaggi che avevo sognato, mete esotiche e misteriose, tutti quei nomi dietro cui si mescolavano, nella mia mente, nozioni storiche e leggende antiche. Il rimpianto mi gonfiava il cuore, pensai che non li avrei mai più visti quei posti lontani e sconosciuti, mi chiesi perché con l’andare del tempo affiniamo sempre più la nostra arte del rinunciare, come se crescere fosse rassegnarsi a sopravvivere finché la vita non si spegne come la luce di un lampo in un cielo di pece nera e calce bruna.

Forse esiste un tempo, in cui il tempo cambia verso, in cui i salmoni nuotano verso la foce, e i fiumi finiscono sulla montagna risalendo la corrente e ghiacciando dentro il loro stesso letto, in cui alla notte segue la luce del tramonto, e dopo il mezzogiorno tutto si scolora nell’iridescenza dell’aurora, un tempo in cui le lacrime tornano dentro gli occhi e da qui nell’anima, dove la mano che ti ha spinto torna vicino al tuo petto, in cui i lividi scompaiono per davvero senza lasciare traccia perché con il tempo non li hai mai avuti, un tempo in cui tutte le persone che abbiamo perso, tornano, un tempo in cui hai il tempo di riparare ogni rimpianto, in cui le delusioni si riassorbono nelle speranze che le hanno precedute.

Forse esiste un tempo, un tempo perso conservato in qualche scrigno da Dio in persona, un regalo a sorpresa, a ricompensa di questa breve vita intensa.

Ci sono cieli di carta

Ci sono cieli di carta dove vivono le storie che leggiamo. Dove Oreste diventa indistinguibile da Amleto.

La clessidra perde granelli di attimi, io scorro lento solo se guardo avanti, nel retrovisore mentale che è la mia memoria gli anni sono compressi in un cucchiaino di passato. Concentrato. Posso diluirlo in mille ricordi ma è trascorso in un attimo. Un soffio un giorno, nei miei occhi tracce dei miei viaggi, lacrime cadute hanno scavato una rete di meridiani e paralleli, la mappa del mio mondo interiore è scritta in rilievo sul mio volto, scorro con un dito le mie rughe e vedo mio padre ancora con noi, i miei 4 anni in Africa, la sua casetta di legno, la mia casetta, mio fratello appeso a un pozzo e io che vorrei gridare e non ce la faccio, una ruga mia madre, il suo sorriso bianco accecante affogato nel suo viso nero, il suo accento straniero che non le è mai andato via, ha messo la bandiera nella sua voce, sento il tempo degli esami, i libri, il mio chiudere il mondo fuori, gli amici che mi chiamano per andare al mare ma io annego nel concetto di capitale sociale, solo una finzione.

Alzo gli occhi allo specchio e chi è quel giovane vecchio? Quanti respiri ancora? E se non trovo un senso a questo cielo che pare di carta? E se quando lo trovo scopro che non posso applicarlo ai giorni già vissuti?

E se le radici son nere, cosa andrò a guardare? Mi piacerà il mio nuovo corpo, se ancora ne avrò uno?

Persi, siamo persi in un universo sconfinato, eppure siamo capitati tutti qui vicinissimi, stretti, come nuvole in un temporale, penso a quanto potevamo essere distanti, avrei potuto atterrare su un pianeta di Andromeda, o fuori la via Lattea, e tu nascere in una delle M dimensioni, dove non ci sono stringhe nè bosoni, potevamo nascere dallo stesso fotone e farci cellule di antimateria, chissà come sarebbe stato il tempo, che orologi usa una farfalla.

Una nota scintilla nell’aria e pare di vederla, annuso la vibrazione di una corda di violino, un piano suona triste e un mazzo di fiori incendiano il camino.

La neve si scioglie come pianto.

Ondeggio e l’anima mi si inclina come l’asse terrestre. Il mio mondo ruota intorno ad essa eppure non la ho mai vista.

Posso solo sentire. Sentire che non può essere tutto qui. Sento troppo dentro e qualche volta esce dalla penna, qualche volta dalle lacrime, a volte scrivo con entrambe.

Sento dentro tutti i canti. Annuso il pesco sotto un cielo giapponese, affondo le mani nella terra dove sono nato, vivo e mi sento vivere.

Amo ogni singola emozione. Sono una rosa e ogni petalo mi è prezioso anche se ogni petalo prima o poi cadrà.

L’ode e lode al separato in casa

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Questa è la lode e l’ode al separato in casa.

Il separato in casa non ha sesso, in un duplice senso (e sesso).

In primo luogo, il separato in casa non è solo uomo, ma anche donna, e non ha un gusto preciso sessuale, essendovi esemplari etero, homo, bisex, trilogisexy, persino tetralogie sessuali, maniaci orgiastici, missili interspaziali e interraziali, deuteronomi monopallici, panegirici inginocchiatici, ex baldracche in pensione anticipata e smutandoni senza distinzioni di sorta (e di sorca).

In secondo luogo, il separato (o separata, visto quanto detto supra) in casa non incasa, voglio dire non inzuppa, non infila la pistola nel fodero, non fa gnic-gnac nella bottigliella, insomma non tromba da tempo immemore. Quando parla alla sua compagnella o al suo compagnello di chat (inutile dire che, essendo separato/a in casa, egli tenta di rifarsi una vita, anche se a volte sorge il sospetto che più che una vita voglia solo farsi una tipa), il separato in casa lamenta sempre astinenza sessuale da tempo immemore. Il separato in casa dunque non ha sesso, anche se vive con Pamela Anderson e anche se costei è più allupata di Antonella Clerici dopo che ha mangiato un bignè a crema afrodisiaca, niente, non c’è verso, egli (o ella) insiste che con il suo consorte separato/a non tocca ferro (nè ferretto di reggiseno) da secoli. Secondo me i separati in casa girano col burqa per non indursi vicendevolmente in tentazione (amen). Probabilmente si vedono solo gli occhi e ogni tanto se si incontrano al buio gli prende anche uno schioppone, e subito alzano il burqa per farsi riconoscere altrimenti il consorte separato lo prende per un fanatico dell’isis venuto a compiere qualche atto sconsiderato.

Io mi chiedo quanti soldi devono fare Divani & Divani, Chateux d’ax e compagnia bella: non c’è un separato in casa che non dorma sul divano. Anche se qualcosa non torna. Dato che, come abbiamo detto, il separato in casa non ha sesso biologico, essendo tale categoria popolata da ambo i generi maschili e femminili e i diversamente ricchionili, dico, se la separata in casa dorme sul divano, e il separato in casa pure, per un fatto statistico ne consegue che devono esserci un sacco di coppie separate che dormono insieme sul divano. Oppure ne hanno, più probabilmente, due di divani, altrimenti scusate ma non capisco la logica di separarsi e andare entrambi a dormire sul divano.

Ma poi mi chiedo quanto sono grandi stè case che tengono sti separati in casa, io ho una casa bella grane ma nel cesso stiamo sempre tutti e quattro insieme, lo stesso dicasi per il letto. Se io volessi dormire da solo penso che dovrei affittarmi una caserma, forse ci riuscirei (ma dovrei usare mine antiuomo per impedire ai pupi di fiondarsi, in ogni caso, il che ora che lo scrivo inizia a sembrarmi una buona idea da attuare anche a casa mia, benchè sospetto che il padrone di casa potrebbe avere delle lievi rimostranze a fine contratto).

Il separato in casa suscita compassione, perchè solitamente è un genio che fa la vita da strunzo ma questo solo perchè il consorte o la consorte, a sentire il separato, è un mostro che gli tarpa le ali e gli impedisce di sviluppare appieno il suo genio. Il separato in casa niente niente è un Dostojevskij, una Federica Pellegrini o un Picasso mancato. Questo perchè il suo consorte è acido, stronzo, non gli regala mai niente, dimentica i compleanni, pensa solo al lavoro, o ai figli, o ai genitori, insomma pensa a tutti tranne che al separato. Che poi spesso il separato in casa è solo separando, nel senso che manco in casa si è già separato, ma egli vive un tempo elastico e quindi alla sua cumpagnella di chat anticipa gli eventi futuri come fossero passati ed ecco che quindi dice “sono separato in casa” ma dovrebbe e forse vorrebbe anche dire “mi separerò” ma siccome è sicuro che si separerà, non c’è bisogno di sottilizzare.

Il separato in casa ama la luce del cesso. Non mi spiego altrimenti il motivo per cui, pur essendo separato e dunque in teoria titolato et legittimato ad avere una nuova e più florida vita sessuale, si fa cionondimento solo selfie sulla tazza o davanti allo specchio che poi nel riflesso come minimo ti viene il bidet e non è molto bello, fatevelo dire.

Solitamente è in crisi da molto tempo, anche se nessuno dei suoi amici lo sa, indi per cui, essendo di indole generosa (vuole darsi e darla, solitamente, proprio al compagnello dic hat) nelle foto su Facebook non è possibile rinvenire alcuna traccia del suo dramma. Nelle foto sorride, spesso è con l’altro separato/a perchè fanno finta di stare insieme per non traumatizzare gli amici e, Dio ce ne scampi, i figli.

Ecco per il primo dell’anno, come ho già ampiamente spiegato in una diretta su Facebook, il mio augurio e il mio pensiero addolorato va a tutti i separati e separandi in casa d’Italia. Vi auguro che per un minuto il vostro ex compagno ormai separato o anche solo separando, possa accedere per sbaglio alla vostra cronologia di chat.

Perchè mi piacciono assai i botti di fine d’anno.