Tanto di cappello

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Oggi sono andato ad ora di pranzo a pattinare al Parco Dora (vedi foto personale in alto). Un posto strano. Una ex fabbrica di cui rimane solo lo scheletro, totalmente vuoto, non ci sono più le pareti, solo enormi pilastri di ferro che sorreggono un tetto a doppio spiovente altissimo, trenta metri, forse di più. Un dinosauro in un museo. C’è un angolo con le cunette e le paraboliche per le evoluzioni con gli skate e i roller, una rete da tennis, un campo di basket.

Mentre indossavo i roller, non ho potuto fare a meno di pensare che un tempo la domenica aveva un sapore di festa che ho completamente perduto. E’ divenuto il giorno prima di tornare a lavoro. Quando poi, come oggi, i miei figli e mia moglie sono lontani, il divario diventa ancora più profondo.

Me ne stavo, dunque, pattinando in solitudine e con un filo di malinconia impigliato nei pensieri. Uniche spettatrici, due ragazze in bici che si sono fermate a chiacchierare in un angolo. Ogni tanto mi guardavano, dato che ero l’unica cosa in movimento in quei duecento metri di ferro, cemento e aria di settembre.

All’improvviso, mi si affianca un ragazzo in carrozzella. Giovane, giovanissimo, troppo.

Scoppiava di vita e non ho potuto fare a meno di domandarmi se anche io sarei stato capace, almeno all’esterno, di trasmettere altrettanta gioia di vivere. Mi ha superato e mi ha lanciato uno sguardo di sfida. Sono rimasto sbigottito. Sfida? Potevo mai mettermi a gareggiare con un ragazzo in carrozzella? Ho rallentato. Ho pensato che probabilmente mi odiava, odiava le mie gambe in equilibrio sui pattini, così mobili, così libere di eseguire tutti i movimenti che avevo voglia di eseguire. Ho pensato che io l’avrei odiato, a parti invertite.

Lui sudava copiosamente, nella sua camicia pesante, benché a mezze maniche, abbottonata fino al collo. Mi chiedevo come non avesse un collasso. Spingeva le ruote con le braccia possenti, abituate a sostenere tutto il suo peso. Spingeva, spingeva, spingeva.

Mi ha lanciato un altro sguardo, mentre io avanzavo tenendogli dietro a distanza, stupidamente attento a non superarlo.

All’improvviso, mi ha quasi tagliato la strada. Ha sterzato e si è diretto a tutta velocità verso la rete da tennis. Era troppo alto, non poteva passarci sotto. Non avrebbe mai potuto frenare. Non so come si freni su una sedia a rotelle, ma dubito che vi sia un metodo efficace. Ho iniziato a temere il peggio, la rete gli avrebbe tagliato la gola, o lo avrebbe bloccato e fatto capovolgere. Già mi vedevo a terra a sollevarlo, coi pattini, figuriamoci, un cinema. Intorno, nessuno, solo le due amiche, ma erano lontane almeno cento metri, al fondo dello spiazzo.

Arrivato al dunque ha incassato la testa nel collo, è passato così rasente che se il bordo di quella rete fosse stato di metallo affilato avrebbe potuto farsi la barba in un colpo solo.

Superata la rete, si è rimesso in asse con la mia andatura e si è girato da sopra la spalla a guardarmi. La mia mascella lavava il pavimento. Ho capito che doveva avere fatto quel trucchetto mille altre volte.

Ho iniziato ad andare normalmente. Ho capito che non mi odiava, né invidiava, semplicemente odiava la pena che ha letto nei miei occhi, odiava il mio aver rallentato. Ho cominciato a giocare con lui, a distanza, senza parlare, senza concedergli sconti. Era più veloce di me sul serio. Poi si è avventato sulle curve paraboliche e lì mi sono fermato, in piedi come un pesce lesso, un baccalà coi roller. La gioia che guizzava nei suoi muscoli, il suo sorriso, come alzava la testa a quel soffitto tanto alto da poterci passare le nuvole sotto, le piroette, il coraggio di saltare lì dove io non ho osato avventurarmi, tutto mi ha lasciato completamente privo di parole e di pensieri. L’unica cosa che mi è balzata evidente erano i miei soliti pregiudizi, il mio avere una idea su un mondo di cui non conosco nulla. Quando sono andato via, anche lui ha preso la via di casa. Andavamo in direzioni opposte, ma incrociandoci l’ho salutato con un sorriso enorme. Mi ha risposto con lo stesso sorriso.

Quello di due ragazzi che, in una domenica qualunque, per qualche minuto si sono trovati soli insieme. A chiedersi, forse, perché a lui. E a me no.

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28 thoughts on “Tanto di cappello

  1. Una forza di volontà e una grinta che a noi, senza problemi fisici invalidanti, spesso mancano e così ci si sente molto piccoli di fronte alla loro grandezza e alla voglia di vivere tanto da chiedersi se poi gli handicap non siamo noi ad averli…. 😉

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  2. E abbiamo un po’ tutti questo atteggiamento , di primo acchito , senza ragionarci….
    Senza sapere che il loro handicap li ha sicuramente resi più forti e più capaci di capire , e di comunicare.
    Se riuscissimo sempre a leggere il loro sguardo , vedremmo le parole : perché’ mi eviti…?

    Ciao, “long time no see”, tutto bene?

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  3. Mica ci vuole poi tanto, a farti sembrare un baccalà coi roller!!! 😉
    Battutaccia a parte, credo che questo tuo fortuito incontro non sia stato casuale.
    Mi spiego: è la tua sensibilità che ti ha portato ad accorgerti della sua non-diversabilità e a raccogliere la sfida. Fosse stato un altro, probabilmente non l’avrebbe degnato di uno sguardo e il ragazzo non si sarebbe preso la briga di divertirsi così a fondo come ha potuto fare con te.

    Tanto di cappello, Avvo!

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  4. No, non ti passa neanche per la testa di provare odio, hai solo voglia di vivere e di fare le cose che riesci a fare, nonostante la sedia a rotelle. E non è nemmeno questione di forza, di volontà o altro, semplicemente sei sempre la stessa persona, che tu stia in piedi o seduto. Io te lo posso dire per esperienza … L’unica cosa che puoi arrivare a detestare è il buonismo, la pena che puoi cogliere in chi ti guarda. Perché non è che devi piacere per forza, o essere trattato bene solo per la tua condizione. Perché puoi essere un gran rompiscatole comunque! Come questo ragazzo, ti ha sfidato sapendo che poteva vincere, approfittando della tua reazione. Bel furbetto! Pregiudizi … sì, spesso ci sono, ma non è colpa di nessuno, non siamo abituati a confrontarci ogni giorno con condizioni diverse dalla nostra, le conosciamo e impariamo ad affrontarle quando ne veniamo a contatto. Così i pregiudizi scompaiono, con la frequentazione impari a conoscere le persone, accettandole per quello che sono … dopo un po’ non vedi più se sono in piedi o sedute, vedi solo individui, simpatici o antipatici, buoni o cattivi … come tutti. E viene spontaneo anche a te essere diretto, mostrare come sei, con i tuoi pregi e i tuoi difetti, esprimere i tuoi pareri, le tue idee, fare le cose che vuoi fare, senza costruire falsi atteggiamenti per l’occasione, o per compiacere la “sedia a rotelle” di turno. Come accettare una sfida sui “pattini” e impegnarti per vincerla! 😀

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      • No, non tese, io qualche passo ancora lo faccio, ma sono presa da una malattia, di cui solo adesso ho cominciato a parlare nel mio blog, che mi porta molto dolore fisico e molta sofferenza in generale, forse è questa la tensione che avverti … ma anche molta comprensione per chi mi sta intorno. Non potrebbe essere diverso, perché la malattia non è colpa di nessuno, non si possono imputare a chi è sano colpe che non ha. Un abbraccio anche a te, caro, buona serata. ❤

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      • oggi ci pensavo. ma non in termini di colpe. pensavo che il mio malessere nel vedere chi è molto meno fortunati di me è la consapevolezza che seppur non ho colpe, non ho neppure meriti… ma vabbè circonlocuzioni mie. Verrò a vedere dalle tue parti… oggi sono passato ma ho visto male forse dal cel e un poco difficile vedere i tuoi post. provo domani dal pc. un abbraccio fortissimo

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      • Sono stata assente anch’io per un po’ di tempo, avevo difficoltà a scrivere, il dolore alle mani non me lo permetteva. Poi sono tornata e ho cominciato a scrivere di me, uscendo dal silenzio … fino a quando posso restare non lo so. Qui si vive giorno per giorno, impossibile fare programmi. 😀 Mi fa piacere se passi, ma non devi sentirti in obbligo … non fare “circonlocuzioni” … che poi ci si ingarbuglia … Hahahaha! Ciao, baci! ❤ ❤ ❤

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  5. boh…
    cioè, non mi fraintendere un post che porta parecchia riflessione,
    ma sarà che io con un handicap invalidante ci vivo, ma tutta la forza che mi attribuiscono la trovo a tratti snervante

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    • Se ho mancato di tatto me ne dispiace. Ma quel ragazzo andava come un missile e davvero aveva forza ma intesa anche in senso fisico… in ogni caso se ho urtato la tua sensibilità me ne dispiace molto.

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  6. Un post pieno di vita, cuore, grinta. Ed una domanda finale alla quale nessuno può rispondere come nessuno può rispondere al perché debba per forza accadere qualcosa di male a lui o a chiunque altro. Alla fine di tutto restano i vostri occhi che si salutano con sguardi che valgono più di mille parole.

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