Apologia del reato di transito di carretto trainato a mano (stikazzi)

L’encefalo umano è una macchina in genere sofisticatissima (se si escludono i geometri).

Ovviamente c’è macchina e macchina.

Ci sono le Ferrari, premi nobel, o le Fiat Panda 4×4, di quelle che all’apparenza non ci daresti un soldo bucato (neppure se ci fosse un cartello “Dà resto”) ma che, in situazioni di estremo fango (eufemismo per merda), innestano la trazione integrale.

Ci sono i TIR, i vecchi professori geniali mezzo rincojoniti, o le Smart, parcheggiate spesso da Porta a Porta o in Parlamento o i rottami che vedi al Grande Fratello.

E poi ci sono anche i velocipedi (che tutto sono tranne che veloci), o i carretti trainati a mano. Io ora non so dalle vostre parti, ma dubito che dalle mie vi siano molti carretti veri trainati a mano, intendo proprio il mezzo di trasporto, non l’encefalo di cui il carretto costituisce una metafora; me lo chiedo ogni volta che mi trovo a passare su Corso Vittorio Emanuele II e trovo il cartello che vieta ai carretti trainati a mano di transitare. ORA MI SPIEGATE CHE CAZZO DI DIVIETO E’ QUELLO RIVOLTO AI CARRETTI A MANO? A QUESTO PUNTO PERCHE’ NON LE BIGHE? ORA QUALCUNO MI SPIEGA CHE CACCHIO DI DIFFERENZA DISVALORICA ESISTE TRA UN CARRETTO TRAINATO A MANO E UNA BIGA? (VIVA LA BIGA, SEMPRE VIVA LA BIGA…).

Scusate ma devo uscire un attimo dalla parentesi tonda e spendere un paio di parole sul divieto di transito ai carretti trainati a mano.

Questo qui per intenderci: 600px-Italian_traffic_signs_-_divieto_di_transito_ai_carretti_a_mano_(early).svg

Innanzitutto, il carretto trainato a mano è ecologico e meriterebbe l’esenzione dalla ZTL, avrebbe più diritto di passaggio del taxi o degli autobus a due piani panoramici. Si, si, avete capito bene, anche a Torino ci sono gli autobus city sightseeing (per intenderci quelli rossi a due piani col piano superiore scoperto e pieno di cojones). Che pure i geometri lo sanno che a Torino piove sempre; fare un eccitante giro al piano di sopra per vedere Torino!, che ideona eh? Prima si accapigliano per il piano di sopra e poi si ritrovano ammassati al piano di sotto tentando di sbrinare i finestrini che continuano loro stessi ad appannare stando incollati con la faccia al vetro (e pure i geometri lo sanno che l’alito appanna).

Immancabilmente c’è il tirchio di turno che, non potendo sopportare di aver buttato via quanto? 8 o 15€, imperterrito rimane seduto al piano scoperto e si becca pioggia, vento, smog e cacate di piccioni, lui solo in tutto l’autobus con al suo fianco la moglie che lo prega di scendere giù che tanto anche da su non si vede un tubo, c’è la pioggerellina e la nebbiolina e poi, a dirla tutta, se anche si diradasse la nebbiolina e la pioggerellina (cosa che succederà a maggio o giù di lì) probabilmente non ci sarebbe proprio un bel niente da guardare.

Ma volevo parlare del carretto, non dell’autobus, solo che mi sono infangato nella parentesi. Dovete scusarmi, ma la mia trazione integrale fa le bizze, è che la mia Panda 4×4 è troppo usata.

Dunque, ammesso e per nulla con-cesso che esista un qualche disvalore implicito in un cazzo di carretto trainato a mano (differente e maggiore del disvalore di una biga o di un cammello catalitico), mi spiegate per cortesia perché mai un carretto trainato a mano dovrebbe passare per Torino? E se proprio questo autista di carretto (venuto poi da dove? da Lugano? La Svizzera è l’unico posto nel giro di 4000km di raggio dove mi aspetterei di poter vedere un carretto), dico, se proprio questo Raikkonen dei contadini avesse scelto di venire a Torino a battere il record di velocità di carretto trainato a mano, secondo voi proprio a Corso Vittorio Emanuele II andrebbe? Che poi il divieto vige solo nel vialone centrale, non nei controviali. E quindi io mi chiedo, sto’ Valentino Rossi dei braccianti agricoli, si mette sotto la pioggia, con il freddo per venire da Lugano a Torino, e non si fermerebbe ad una placida passeggiata sul parco Valentino o, to’ al massimo, in un controviale, ma proprio al centro del vialone si dovrebbe piazzare?

Certo se mettessero un divieto di transito per le teste di clacson probabilmente Torino diventerebbe isola pedonale. Un’isola deserta, si intende, e mi toccherebbe traslocare, ovviamente. Ma questo è un pensiero così, non dovete badarci.

Io voto a favore del transito di carretti a mano, bighe, caracche, feluche, piroghe e galeoni per il Po e le vie di Torino.

E tu?

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La dura vita di uno scrittore esordiente

La vita di un aspirante scrittore è irta di pericoli [Piena di cazzi appuntiti, verrebbe da dire].

Modestamente, penso di vantare il più longevo esordio di sempre: sto esordendo, esordiendo, esordando, insomma sono un esordiente dal lontano 2015, penso che manco Mosé abbia fatto un esordio tanto lungo. Anche se forse il suo era un esodo, o un Esopo, ma che ne so(po). O era Noè? No, eh? Quei due me li sconfondo sempre.

Ho un tilt nei neuroni. Scusate.

Ci sono vare piaghe, come quelle d’Egitto da cui fuggiva Moser, che se era tanto bravo a correre era perché sono arrivate le cavallette e si sono fiondate come… cavallette. E’ difficile fare una metafora con le cavallette, porcaloca.

Dicevo, già, non dicevo niente, perché sto scrivendo.

Prendo un sorso di vino.

Continuo.

La vita dell’esordiente è un esordio che manco li egiziani potevano predire, con tutto Iside, Osiride e compagnia bella erano sempre lì a scrutare nel futuro. Ma per quanto tu scruti nel futuro, te la vai a pija sempre intercooler. Legge di Ramses III.

La prima piaga, sono i parenti che si fiondano come…cavallette sui tuoi preziosi manoscritti, ma ad una imprescindibile condizione: che siano aggratisse. C’è chi te lo dice dritto e chiaro e, anzi, se tentenni, se jastemmi implicitamente e con gli occhi fai trapelare anche solo una punta di tutte le madonne che gli stai tirando (perché, diciamocelo, quando ti chiedono di regalare il tuo libro tiri giù Madonne manco fossi un restauratore della Cappella Sistina), se appena appena scorgono il lembo di tutti i muorti di chi le stramuorti che gli stai menando, mettono il muso in modalità mocio vileda e ti dicono MA COME, NON ME LO REGALI?

Che ti viene da dire, e tu, cara zia, che sei UNA GRANDISSIMA ZOCCOLA, una botta a gratis non me la dai? Mi viene da pensare allo zio della protagonista di quel film di Tinto Brass, il più famoso che non ricordo ora come si chiami, in cui lui scopre che la nipote esercita il mestiere più antico del mondo e si presenta puntuale ogni settimana a pretendere una prestazione. Sia aperta una parentesi, in quel film c’è la scena più comica di tutto il cinema erotico: lei è lì che, insomma, piange e si appresta ad una fellatio, e lui le dice “E no, dai non, piangere, su su, non piangere”, e lo spettatore (mentre se lo mena, indubbiamente) gli viene un attimo di sgonfiamento erotico perché prova tenerezza (e la tenerezza non va daccordo con la durezza, lo dice la parola stessa) per quello zio tanto premuroso, ma poi arriva puntuale (come nell’essere esordiente) la inculatio: lo zio prosegue “Semetti, altrimenti mi bagni le palle”.

Perndo un alrto srso di vino. Stabbè.

Poi su Facebook ci sono uno stormo, che dico stormo, sciame di gente che probabilmente pensa che tu guadagni ottocentomilioni di euro per copia, perché ti “promette” di leggerlo “prima o poi”. Ora, intendiamoci, uno scrive affinché i libri vengano letti e pagati, senza giri di parole. Ma da qui a pensare che la vendita di una copia sia la “svolta” e che tu debba essere messo sul piedistallo degli eroi perché hai una mezza idea, forse, quando ti avanza tempo e denaro, di prendere un libro, insomma, è quantomeno una visione ottimistica. Non voglio dire che non mi frega un cazzo, ma sostanzialmente prima di te sono passate ottocentomiliardi di persone a dire che lo avrebbero letto, prima o poi, e sono tutti quanti ancora al “poi”.

Un sorso di vino mi prende.

E i finti editor, vogliamo parlarne? Gente laureata in restauro dei beni culturali, o quando va bene in giurisprudenza, che di letteratura e mercato editoriale (due cose molto diverse ma riterrei entrambe imprescindibili per fare l’editor) capiscono quanto io di assorbenti interni, che ha pubblicato mezzo libro n. 340.000 in classifica Amazon self-published, ma millanta precedenti contratti con Mondadori, Rizzoli, la Reale Stamperia di San Gennaro et similia, menziona una sfilza di premi a concorsi di rilevanza rionale, legge il tuo manoscritto in 24 ore e ti dice che è un eccellente lavoro, non la solita merda che tutti gli altri merdosi merdano in giro, e visto che tu sei così bravo e non una merda come le merde ti faranno anche lo sconto del 99% e poi ti presenteranno al presidente della Galassia, per la modica cifra si intende di due euro a carattere (spazi esclusi, si pagano a parte, ecco perché nei libri non trovate tante pagine vuote).

I gruppi, oddio i gruppi su Facebook! Sono associazioni a delinquere, costituite al 101% da scrittori, con ritmi e regole che la Gestapo levete proprio, hashtag impronunciabili che dal cellulare mi vengono i pollici snodabili, ban, gelosie, fazioni avverse e controverse e gaie e sticazzi. Non esagero, uno dei vari admin conosciuti ebbe a ridire sul mio “stile di vita” e voleva impormi uno stile più morigerato. Mi faceva pensare a mia figlia che mi ha messo Trilly, il passero trovato sul balcone, nella biancheria intima, e poi ridendo mi ha detto “Mamma dice che devi imparare a tenere l’uccello nelle mutande, e quello che dice mamma si fa, lo dici tu”.

E ce ne sarebbero da dire ancora ma porcamiseriloca avevo iniziato questo post solo per dirvi che avvo, dopo una vita di esordienza, esordisce per davvero con un editore in carne e ossa (e capelli, ma mica tanti, che tra simili ci si intende). Ieri ha mandato, tra lacrime e jastemme, sangue e smadonnamenti, il manoscritto finale. E ha ricevuto l’OKAY semidefinitivo e semitrasparente come lo smalto, e insomma ragazzi ci siamo.

Stay tuned 😀

Ritratto estemporaneo

Esistono diversi concetti che la maggiorparte di noi ritiene scontati, automatici, per nulla bisognevoli di riflessione. Il tempo. Lo spazio. La realtà.

Molte persone vivono serenamente accettando un po’ coscientemente, un po’ no, concetti così profondi e complessi come se potessero rispondere a una dicotomia che pare esservi in tutti i nostri valori, o quasi. Bello o brutto. Buono o cattivo. Colto o ignorante. Bene o male. Giusto o ingiusto.

C’è tempo o non ce n’è. C’è spazio o troppo o troppo poco. C’è una realtà. O non c’è. Ed è davvero curioso come le persone diano per scontato che l’unica realtà sia quella tangibile. Come se i fenomeni potessero accadere solo nel mondo della materia e non dello spirito. Come se dentro di noi ci fossero solo viscere e organi, sangue e ossa e nulla più.

Ma la cosa davvero curiosa, è come si dia per scontato che nella dicotomia di valori di cui il nostro occidente è impregnato da millenni, vi sia sempre un corno dell’alternativa che ha valore, e l’altro solo disvalore. Il relativismo ci ha insegnato che ci sono diversi concetti di buono, o di cattivo, di bene o di male. Ma a parte Nitsche, il relativismo, perlomeno quello di cui ho notizia io, non s’è mai spinto fino a mettere in dubbio che, quale sia il “relativo” concetto sottostante, si debba sempre preferire il bello al brutto, il buono al cattivo. La realtà all’irrealtà. La gioia al dolore. In realtà, osservando certi paesaggi umani, viene da pensare che accada piuttosto il contrario, e che spesso le persone, in una duplicità angosciante, mentre predichino la dicotomia di cui sopra e siano pronte a giurare di dare più peso al vero che al falso, al buono che al cattivo, nonostante ciò, a me pare che le persone spesso scelgano in contrasto netto con tale visione aprioristica e per nulla dimostrata di cosa sia da preferire in questa vita.

Molti scelgono il dolore, per sé e per gli altri, lo elevano a modello di vita, forse imitando certi cliché cinematografici di uomini e donne belli/e e dannati/e. Come se la dannazione avesse una sua fascinazione.

Come se dentro, non ci fosse rimasto più niente.

Neppure un briciolo di valore. Né di dolore, che valga la pena di essere soffocato, cercando le parole scolpendole a colpi di piccozza nel proprio cuore, stringendo la carne in modo che il veleno iniettato dal morso d’un qualche serpente, sprizzi via prima che tutto cada.

Prima che anche il tramonto tramonti su quel paesaggio interiore che, certi giorni, sembra il ritratto crudele d’un malcelato dolore.

Come un fiore di ciliegio

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Sei fiorita nella mia vita come un fiore di ciliegio, cadendo da rami troppo alti per le mie mani di bambino. Mando indietro il nastro, e sento il tuo sorriso, la tua voce, la tua cadenza straniera, quel tuo modo sbilenco di pronunciare la G dolce, il tuo raddoppiare certe consonanti omettendone altre.

Guardo la strada, la strada che ho davanti e sento il tuo sguardo. Lo sento tra le fronde degli alberi, passa insieme ai roridi raggi di sole del primo autunno. Tutto passa, anche questa stagione. Ma perché i fiori più belli devono avere vita così breve? Il ritorno, il ritorno ossessivo di tutto, i cicli, che tentano di dirci? Le onde, i sogni, i giorni, impariamo ad andare in bici, poi lo scordiamo finché lo insegniamo a chi viene dopo.

E sorridere certi giorni è come indossare un trucco pesante, una crema antirughe. Copre i solchi fuori, ma non risponde alle domande che bruciano dentro. Perché?

Sei ancora qui?

Puoi ancora vedermi?

Perché il confine che ci separa è così invisibile?

Sento la tua voce, quel modo morbido di pronunciare il mio nome che avevi solo tu. E ogni tanto mi giro e mi pare di vederti ma non ci sei. In tutti i momenti importanti, tu ci sei stata, dalla laurea in poi, così come nei momenti down.

Guardo il fiume che scorre e mi chiedo se davvero non sia possibile bagnarsi due volte nelle stesse acque.

Forse quando sarò dall’altra sponda di quel fiume che per un breve tratto attraversammo insieme, forse sull’altra sponda, oltre l’erba, c’è la risposta a tutti i miei perché.

Ti amo ancora come venti anni fa. Non è cambiato niente, mamma. Niente. Solo fogli di calendario caduti a terra. Ma non è cambiato niente, nel calendario che ho dentro di me. In quel calendario tu sei ancora qui. Sei solo nella stanza accanto e anche se non ti vedo, dormi serena. E prima o poi arriverà il momento di aprire quella porta.

Non è cambiato niente. Come un fiore di ciliegio, hai solo cambiato colori.

Ma il cielo è sempre più a sud

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Se vuoi capire noi italiani, siedi in un treno a lunga percorrenza.
Di quelli da Sud a Nord.

Domenica sono partito con la ciurma al gran completo da Roma, destinazione casa.
Lo spettacolo inizia alla stazione. Ora, hanno avuto la brillante idea di istituire dei varchi di accesso ai binari.
Occorre mostrare il biglietto. Tranne mia madre, non lo stampa più nessuno.
In fila, cominci a vedere l’Ansioso: quello che fruga e suda, e prega di trovare il biglietto.
Quello che mi chiede se mostrare lo smartphone lo fanno entrare uguale.
Quello che dice io me ne fotto.
Quello che non è possibile la burocrazia.
Quello che risponde ma è per l’Isis.
Quello che ti chiede se il varco al binario 12 può essere usato per andare al binario 16.
Quello che chiede a quello di cui sopra perchè diavolo va al varco del binario 12 se il suo treno parte dal binario 16.
Il vecchietto che interviene e chiede che lavori stanno facendo.
Quello che ti chiede se può passare che deve prendere il treno.
Come se tu fossi lì chissà per cosa mai, magari per prenderlo in culo.
Arrivi al binario.
C’è quello che chiede se il treno per Torino va a Torino, e lo chiede sotto il cartello gigante che indica “TORINO”, giusto dinanzi alla targhetta luminosa del treno dove c’è scritto “TORINO”. Magari ha paura che è solo il nome della squadra del cuore del capostazione granata.
E quando gli risponde qualcuno “Sì”, chiede “Ma ferma a Torino?”.
Arrivi all’altezza del binario ove si fermerà la tua carrozza. Trenitalia ha impiegato 150 anni per scoprire che forse è utile indicare dove si trova la carrozza 1 e dove la 121, dato il vezzo di invertire capo e coda di treno, di tal chè non valevano pensieri furbi del tipo la carrozza 23 sarà in fondo alla banchina.
Anche chiamarle carrozze, mi pare sintomo di un certo grado di lassismo nomastico. Di carrozza, le carrozze, non hanno un cazzo.
Discorso diverso che già ebbi a fare, per le cuccette: sono cucce e forse manco li cani.
Solo di recente è scomparso un pezzo di storia nomastica: la ritirata, per indicare il cesso.
La salita con bagaglio è impresa immane e già occasione di primo scazzo.
Ci stanno i cartoni di polistirolo stipati di mozzarelle, i TV a tubo catodico con il manico di scotch, la pagnotta di pane sotto il braccio, il sacco con la merce del vucumbrà, i barattoli di salgicce, valige che manco Mosè e  la sua ciurma nel giorno del grande esodo.
C’è il tipo che lascia le valige al pianerottolo e intasa tuttolo.
Trenitalia fa poltrone sempre più larghe ma cappelliere sempre più striminzite.
“Lei ha occupato tutta la cappelliera”.
“Chi prima arriva prima alloggia”.
“Mi fa passare per favore”.
“Dove cazzo corre, il suo posto mica se ne parte”.
“Stia attento con quel trolley, mi passa sui mocassini”.
“Non spinga”.
“Quello è il mio posto”.
“Ma no, guardi, è mio”.
“Mi faccia vedere”.
“Vede, ha sbagliato carrozza”.
Dato che era troppo semplice, adesso ci stanno anche i doppioni, la 1a e la 1b. Grazie Trenitalia.
“Le spiace se ci scambiamo di posto? Soffro di mal di mare”.
“Ma questo è un treno!”
“Non posso sedermi contromano”.
“Le spiace se mi metto io al finestrino?”
“Io e mia figlia siamo in carrozze diverse, ci cede il posto?”
“E dove mi metto?”
“Si metta là, è vuoto”.
“Se sale qualcuno?”
“Le cederò allora il mio posto”.
“Non è suo! E’ mio”.
“Le cederò il suo, se ci tiene tanto, quando sale qualcuno e vuole il mio”.
“Può abbassare la voce?”
“Può abbassare le tendine?”
“Può abbassare le braghe che…”
C’è quella che legge e non ti saluta nemmanco.
Quello che parla a raffica e ride sguaiato al telefono.
Chi si alza ogni secondo per pisciare.
Il fumatore che scende a ogni stazione.
Il professionista importante che lavora tutto il tempo e occupa tre prese elettriche.
Poi passa il carrellino delle bevande in business.
Il tipo coi guanti ti porge un bicchiere di acqua sporca come fosse una goccia del Sangue di Cristo (Amen) e ti chiedi se abbia problemi di udito, perchè tu hai chiesto un caffè non un estratto diluito dell’albero della gomma.
La gente finge di pensarci su quando lo chef col carrellino gli chiede “dolce o salato”, che cazzo ti pensi? Ci sta o il salatino o il biscottino, andiamo, siamo seri. Le donne chiedono se non c’è per caso il menu.
Tutto ciò che è gratis, anche se lo hai pagato nel prezzo, l’italiano non riesce a dirgli di no. C’è un tubo da fare.
Poi senti una persona che piange.
Una che ha perso la dignità con il suo uomo.
Chi bestemmia, chi ama la zia, chi va a porta Pia, chi vuole l’aumento, chi è sempre scontento, chi parte, chi arriva, chi sale, chi mangia, chi scende, chi tutto, chi niente.
Ma il cielo è sempre più blu.

Tanto di cappello

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Oggi sono andato ad ora di pranzo a pattinare al Parco Dora (vedi foto personale in alto). Un posto strano. Una ex fabbrica di cui rimane solo lo scheletro, totalmente vuoto, non ci sono più le pareti, solo enormi pilastri di ferro che sorreggono un tetto a doppio spiovente altissimo, trenta metri, forse di più. Un dinosauro in un museo. C’è un angolo con le cunette e le paraboliche per le evoluzioni con gli skate e i roller, una rete da tennis, un campo di basket.

Mentre indossavo i roller, non ho potuto fare a meno di pensare che un tempo la domenica aveva un sapore di festa che ho completamente perduto. E’ divenuto il giorno prima di tornare a lavoro. Quando poi, come oggi, i miei figli e mia moglie sono lontani, il divario diventa ancora più profondo.

Me ne stavo, dunque, pattinando in solitudine e con un filo di malinconia impigliato nei pensieri. Uniche spettatrici, due ragazze in bici che si sono fermate a chiacchierare in un angolo. Ogni tanto mi guardavano, dato che ero l’unica cosa in movimento in quei duecento metri di ferro, cemento e aria di settembre.

All’improvviso, mi si affianca un ragazzo in carrozzella. Giovane, giovanissimo, troppo.

Scoppiava di vita e non ho potuto fare a meno di domandarmi se anche io sarei stato capace, almeno all’esterno, di trasmettere altrettanta gioia di vivere. Mi ha superato e mi ha lanciato uno sguardo di sfida. Sono rimasto sbigottito. Sfida? Potevo mai mettermi a gareggiare con un ragazzo in carrozzella? Ho rallentato. Ho pensato che probabilmente mi odiava, odiava le mie gambe in equilibrio sui pattini, così mobili, così libere di eseguire tutti i movimenti che avevo voglia di eseguire. Ho pensato che io l’avrei odiato, a parti invertite.

Lui sudava copiosamente, nella sua camicia pesante, benché a mezze maniche, abbottonata fino al collo. Mi chiedevo come non avesse un collasso. Spingeva le ruote con le braccia possenti, abituate a sostenere tutto il suo peso. Spingeva, spingeva, spingeva.

Mi ha lanciato un altro sguardo, mentre io avanzavo tenendogli dietro a distanza, stupidamente attento a non superarlo.

All’improvviso, mi ha quasi tagliato la strada. Ha sterzato e si è diretto a tutta velocità verso la rete da tennis. Era troppo alto, non poteva passarci sotto. Non avrebbe mai potuto frenare. Non so come si freni su una sedia a rotelle, ma dubito che vi sia un metodo efficace. Ho iniziato a temere il peggio, la rete gli avrebbe tagliato la gola, o lo avrebbe bloccato e fatto capovolgere. Già mi vedevo a terra a sollevarlo, coi pattini, figuriamoci, un cinema. Intorno, nessuno, solo le due amiche, ma erano lontane almeno cento metri, al fondo dello spiazzo.

Arrivato al dunque ha incassato la testa nel collo, è passato così rasente che se il bordo di quella rete fosse stato di metallo affilato avrebbe potuto farsi la barba in un colpo solo.

Superata la rete, si è rimesso in asse con la mia andatura e si è girato da sopra la spalla a guardarmi. La mia mascella lavava il pavimento. Ho capito che doveva avere fatto quel trucchetto mille altre volte.

Ho iniziato ad andare normalmente. Ho capito che non mi odiava, né invidiava, semplicemente odiava la pena che ha letto nei miei occhi, odiava il mio aver rallentato. Ho cominciato a giocare con lui, a distanza, senza parlare, senza concedergli sconti. Era più veloce di me sul serio. Poi si è avventato sulle curve paraboliche e lì mi sono fermato, in piedi come un pesce lesso, un baccalà coi roller. La gioia che guizzava nei suoi muscoli, il suo sorriso, come alzava la testa a quel soffitto tanto alto da poterci passare le nuvole sotto, le piroette, il coraggio di saltare lì dove io non ho osato avventurarmi, tutto mi ha lasciato completamente privo di parole e di pensieri. L’unica cosa che mi è balzata evidente erano i miei soliti pregiudizi, il mio avere una idea su un mondo di cui non conosco nulla. Quando sono andato via, anche lui ha preso la via di casa. Andavamo in direzioni opposte, ma incrociandoci l’ho salutato con un sorriso enorme. Mi ha risposto con lo stesso sorriso.

Quello di due ragazzi che, in una domenica qualunque, per qualche minuto si sono trovati soli insieme. A chiedersi, forse, perché a lui. E a me no.

Dall’altra parte della strada

Sono un uomo dalla memoria…

No aspè, è troppo che non scrivo, l’incipit m’è uscito male. Sono un uomo? Non vorrei creare aspettative troppo alte.

Sono un essere umano.

Naaa. “Sono” ed “essere” nella stessa frase di 4 parole? Troppo.

Sono uno (bello, mi piace, generico ma dice che sono maschio, e bòn) con una memoria che in rare occasioni mostra lievi falle. Sì. Lo so. Chi mi conosce farebbe bene a tacere e far finta di niente.

Una di queste falle m’è occorsa prima dell’estate. Dell’estate scorsa. Che sarebbe questa. Cioè quella appena scorsa. L’estate scorticata insomma. Il 2017.

Una mattina mi son svegliato e senza motivo alcuno ho deciso di percorrere un tragitto alternativo rispetto a quello  che da quattro anni rigorosamente seguo per recarmi al lavoro.

Non l’ho googlemappizzato, né atomtomizzato, insomma sono andato alla cieca (detto in parole più consone alla bisogna, alla cazzo di cane).

Sono approdato a una strada che mi ha inquietato, mentre sfoggiando un senso dell’orientamento degno di Indiana Jones mi dirigevo verso “la collina” (chi è di Torino sa di che parlo, gli altri che pensino io sia in gamba).

Qualcosa non andava. Quei palazzi che sfrecciavano ai lati dei miei finestrini, quei garage, quelle insegne sudice di bar. L’inquietudine aumentava a ogni giro di ruota.

Leggo la targa toponomastica e rimango a bocca aperta, così spalancata che potrei fare i gargarismi se pigiassi sul comando che aziona i liquidi tergicristalli.

E’ la strada che da quattro anni percorro sempre per tornare dal lavoro, ma dato che la stavo percorrendo in senso inverso di marcia rispetto a tutte le altre volte, non ero assolutamente in grado di riconoscere alcunché. Con il raziocinio ho iniziato a individuare, certo, i miei punti di riferimento che, cosciente o inconscientemente, ho registrato nei mille e più passaggi effettuati. Di sicuro, la piazzola dell’Agip doveva essere quella che avevo imboccato cento volte per fare rifornimento, e la serranda (che ho sempre trovato…serrata) con la aerografia (non so quanto seria, dato il sudiciume di contorno) “Auto-Lavaggio” doveva ben essere sempre la stessa, così per il grande supermercato con annesso parcheggio multipiano, tutto riconoscevo che apparteneva a quel mondo che ho sfiorato per anni, passandoci in mezzo. Ma la mia memoria fotografica era in tilt totale. Nessuno di quei luoghi lo percepivo come “familiare” o “mai visto”. Era una novità assoluta. Ho provato la fatica mentale tipica che accompagna l’esplorazione in auto, senza navigatore, di zone sconosciute, come quando ci si avventura magari all’estero o in un paese mai visitato, andando a tentoni alla ricerca della nostra strada.

Non riuscivo a crederci che spostarsi di poche decine di centimetri sul manto stradale e invertire la rotta, potesse determinare un radicale cambiamento di prospettiva tale per cui le cose antiche divenivano, come per magia, nuove.

E ho pensato che forse una rivoluzione nella nostra vita è davvero possibile, spostandosi di pochi centimetri lungo la nostra strada, cambiando direzione, e in definitiva, tutto ciò che occorre per una rivoluzione, è cambiare solo punto di vista.