The closing must go on (#IoMeNeFotto)

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Le cose stanno proprio cosí.

Di closing non é mai morto nessuno, tranne Ted.

Un giorno arriva una mail da TippeteTappete, così chiamato per via del suo disturbo compulsivo consistente nel battere i tappi delle penne sulla scrivania, producendo due note diverse, in alternanza, tippete, e tappete.

Di lui non sapevo altro. La sua mail annunciava che un nostro caro collega, Ted, di cui ugualmente non avevo mai sentito parlare se non per il motivo del suo nickname (“Ted l’orso stronzo”, non credo vi sia bisogno di spiegarvelo questo), lasciava lo studio per “motivi di salute”.

In seguito un collega di Milano mi ha informato che il tizio che “lasciava lo studio per motivi di salute” si era accasciato – stroncato da un infarto – durante un closing (per chi non lo sapesse, closing è un nome per indicare una riunione in cui si “chiude” un’operazione).

La sua morte creò sgomento tra gli astanti che, infatti, rimasero sbigottiti, perché quel poveraccio s’era accasciato giusto sul contratto che dovevano firmare e non si riusciva a spostarlo, vista la sua stazza. Inoltre, quand’anche avessero chiamato una gru per spostarlo di sedia, Ted era procuratore di una delle parti, e quindi senza la sua firma, non si poteva procedere, a meno di usare il vecchio trucco della “mano morta”, ma nessuno volle prestarsi nonostante le proteste della mia boss che aveva già agguantato la mano ed era riuscita ad infilarvi una penna.

Con la sua morte, Ted aveva (del tutto involontariamente, sospetto) fatto saltare l’operazione. Gli astanti furono indulgenti sul resto, non si adontarono affatto con Ted per la sua morte, ma solo per la sua perdita di capacità di rappresentare il mandante.

Pensandoci bene, il tizio-sconosciuto-collega, TippeteTappete, che ci aveva informato della “uscita per motivi di salute” di Ted, era stato abbastanza preciso.

Se Ted era morto, lasciava lo studio, no?

Usciva dallo studio in ogni senso, no?

Mica poteva pretendere di restarsene nella sala riunioni a marcire e imputridire?

E poi doveva comunque sgombrare, non fosse altro che per permettere a qualche collega di sfilargli da sotto la testa il contratto.

The closing must go on, direbbe un grande artista che, potremmo dire, è uscito dal gruppo the Queen per “motivi di salute”.

La morte è un motivo di salute tra i più validi da addurre, non tanto per i ritardi, quanto per le assenze da lavoro.

E neppure si può dire che il termine “salute” sia fuorviante, perché difficilmente troverete un morto con una qualsiasi malattia.

Comunque, a parte Ted, che ci ha lasciato per motivi di salute (il che non prova affatto che la vita iperansiolitica di un avvocato rampante quarantenne sedentario e sovrappeso quale era Ted, che Dio l’abbia in gloria e gli paghi le parcelle, può essere perigliosa, no no!), nessuno è mai morto per un closing, tantomeno per un closing mancato.

Ero riuscito rocambolescamente a incastrare miliardi di agende per venerdí scorso, in modo da riunirci una buona volta e firmare l’accordo saltato, anche se continuavo a ripetere al legale di controparte che non eravamo pronti.

Alla riunione si sono presentati tutti rilassati, e vogliosi di ponte, ma al momento di verificare i poteri, ovviamente, siamo incappati nell’incidente più frequente, ovvero la loro mancanza.

Quindici anni passati tra gente, come gli avvocati, che trovi divertente fare battute sui brogli delle squadre di calcio delle altrui fedi calcistiche, ha avuto i suoi effetti sul sottoscritto; ho provato un sadico piacere nell’osservare, placidamente, il terrore della collega (invidiosamente più giovane di me) di controparte che si affannava nel tentativo di trovare una qualsiasi soluzione, anche la più fantasiosa, per non rimandare un’altra volta il closing.

Mentre qualcuno sbraitava “è una vergona”, lei sgranava gli occhi e mi fissava, e mimava con le labbra “che cazzo facciamo adesso?”.

In quel momento io, all’azimuth del godimento sadico, mi sentivo come il conte di Montecristo davanti a Morcef, un nemico, che viene creduto amico dal nemico, appostato nell’ombra, che sta per vibrare il suo pugnale di vendetta (le avevo pur detto che noi non si era pronti, ma lei no!), e quindi, novello Dantés, ho mimato a mia volta le immonde parole che per un avvocato alle prime armi suonano come “ergastolo” per l’imputato.

Ho mimato le parole immonde alle quali i 15 anni di cui sopra mi hanno reso fortunatamente immune: “qui salta tutto”.

Lei ha roteato gli occhi e quindi io – preso da un sentimento quasi paternalistico – le ho detto, con sguardo sdegnoso verso il periglio, col cipiglio del capitan findus che insegna ai regazzini a fare i nodi e a cucinare i bastoncini congelati (piccola parentesi, quanto devi essere deficiente per stare su un peschereccio, con tonnellate di pesce fresco appena pescato, e metterti a mangiare bastoncini surgelati?), insomma con voce impostata alla James Dean le ho detto:

nessuno è mai morto per un closing, baby.

 

I love shopping (tua sorella)

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Sto sperimentando uno strano fenomeno.

La mia smania di shopping sta raggiungendo livelli da autentica donna.

Per cominciare, ormai io non ho più gusti alimentari, ma gusti promozionali.

Ogni volta che vado al supermercato faccio training autoctono, e mi ripeto mantramente: ho bisogno solo di latte, pane, carne, pesce e formaggi, ho bisogno solo di latte, pane, carne, pesce e formaggi, lattepanecarnepescieefor-mag-gi.

Poi alla cassa piazzo sul nastro: Peroni a limone, limoni a peroni, latte di soia senza latte, hamburger senza carne, fazzoletti di carta delle isole vergini, sushi condito con sale rosa dell’Himalaya, 3×2 boccioni da 18 litri di detersivo liquido per lavastoviglie che poi devo comprare (oltre alla lavastoviglie, che non ho) anche una busta della spesa in cemento armato con rinforzi al titanio per infilarceli dentro, pacco “armageddon” di pannolini taglia 24 kg che sia mai che col conto che arriva mi cago addosso, biscotti anni ’80 che manco Fonzies se li mangerebbe, secchi come il culo di un cammello (morto e sepolto), e insomma ogni altro prodotto che io abbia incontrato sul mio cammino e che sia offerto in 3×2, 4+1, il primo a 9.99 il secondo a 0.1, ecc.

Ho sviluppato una visione periferica che fa invidia alle donne: individuo in un nanosecondo, su uno scaffale di duecento metri, il punto esatto in cui c’è il cartellino “prezzo più basso”: sono capace di togliere il bastone ad una vecchina che si avvia in quella direzione, di sciogliere il collare al cane di un cieco, di dare un pugno nel pancione di una donna in-cinta, se necessario ad avere l’ultimo “prezzo più basso”.

Compro persino gli assorbenti, se sono in offerta.

Me ne frego della mia allergia ai latticini, se la mozzarella ha un -40%.

Se ci sono offerte riservate ai titolari di carta, lascio il carrello in una corsia (legato però con un lucchetto, che i due euro si sa, te li fottono in un lampo, ho visto gente che si sentiva male, salire sull’ambulanza avvinghiata al carrello), salto i cancelli d’ingresso e mi fiondo al punto informazioni per sapere come ottenerla. Il punto è che me le perdo sempre, e credo di avere diciotto tessere Fidaty (Esselunga), quattrocento carte payback, e non so più quali altre, col risultato che non prendo mai un regalo manco a morire.

Ogni euro risparmiato, comunque, è un euro guadagnato, e non ho mai capito com’è che quando arrivo alla cassa la cassiera non mi porge, come mi aspetto sempre, una busta con dei soldi dentro.

Sono sempre io a dover cagare il grano. Mah.

 

 

Essere esordiente

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L’essere esordiente è uno strano essere.

Un essere mitologico, tipo centauro, con il corpo di uomo e la testa di caxxo, però.

La colpa, tuttavia, non è sua, ma della via che ha improvvidamente eletto a propria strada di vita.

La via dell’esordiente, infatti, è irta di pericoli, insidie, trabocchetti e cazzi amari rigidi come  una manichetta dei pompieri, di quelle che se ci sbatti con l’auto sprizzano spuma fino al terzo piano, proprio come un… essere esordiente.

Dal momento in cui l’essere esordiente (esordiendo, per esser precisi latinorumamente)  pensa “voglio essere esordiente e scrivere un libro”, fino al momento in cui si piazza la prima copia, possono trascorrere anni, giorni o mesi, ma in tutti i casi passeranno mal di testa, di stomaco e sofferenze di fegato.

Una delle malattie più diffuse, è la calimerite familiare. Nei confronti della propria famiglia, ci si sente brutti e neri non come un calimero, ma come distese di calimeri erranti, colonie di calimeri, pianeti ovulari da cui schiocciano claimeri come funghi da un sottobosco. Sembrerà strano, ma gli ultimi lettori sulla faccia della terra che sborseranno un euro per l’essere esordiente, sono proprio tutti i parenti sui quali l’essere contava.

I parenti, tutti, dalla mamma al cugino di diciottesimo grado (acquisito per una botta di vita di un tuo prozio in bordello cileno), ti abbordano con domande del tipo “Dove lo trovo?”, e quando tu dici che non è in libreria ma solo su Amazon, li vedi sollevati, perchè hanno trovato un’ottima scusa: “Ah scusa, io non compro niente su internet”. Negli anni, ogni volta che li rivedi a Natale e Pasqua, non ti chiedono nulla, ma se per caso il discorso cade in argomento, fanno finta di non ricordare di averti posto quella domanda sittordici milioni di volte. In realtà, comincio a sospettare che si aspettino tu prendi in affitto un Boeing, lo carichi di copie, e le distribuisci in giro giro facendo piovere copie del tuo romanzo come aiuti umanitari della Caritas in zone di guerra. Ma tutto ciò solo perchè vogliono la dedica, eh, mica per altro.

Un altro problema sono gli editor! Non se ne ha una vaga idea, finché non si dichiara al mondo di aver scritto un libro. Ti volano sulla testa con cerchi concentrici, ti chiedono l’amicizia, mandano dieci/venti faccine a stupore ai tuoi post, poi ti pongono mille domande sul tuo capolavoro che ti vien da piangere, manco tu ti sei fatto tante e tanto belle domande. Tu gongoli, sali dieci metri sopra il cielo e già cominci a pregustare il giro in Porsche su un boulevard di Hollywood con Sharon Stone lato passeggero che ti infila una mano sul pacco eccitata dal tuo ultimo best seller, e a quel punto senti uno stridore: “Senti, amico, per il successo c’è bisogno di un editor professionale. Tu ne hai uno?”. E dopo pochi minuti ti arriva un preventivo. La cosa peggiore che possa fare un editor per farsi pubblicità, a mio avviso, non è tanto questo elemosinare un lavoro (se Stephen King ti insegue tipo Katy Bates in “Misery non deve editare” per ottenere i tuoi servigi, forse, amico mio, non dovresti stare a inseguire me, o no?), quanto spiegarti che anche lui, come te, ha dovuto sborsare per farsi editare. A quel punto, googli il suo nome e scopri che i suoi capolavori sono tipo 125.000 in classifica. Come si suol dire, chi non sa fare insegna… e chi non sa insegnare, fa l’editor!

E, last but not best(ia), gli editori! Io dico, se un editor-e si chiama editor-e, evidentemente, qualcosa con l’editing dovrà averlo a che fare? La dura vita di un essere esordiente ben presto si scontra con una dura realtà: gli editori sono molti meno delle società che si professano editori, essendo tutt’altro. Ti agganciano con i metodi più disparati, con finti concorsi, con poke su Facebook, con email o semplicemente lanciando l’amo sui loro siti web in cui annunciano di essere, eccezionalmente, evento raro mai avvenuto negli ultimi quattrocento secoli, guarda caso, giusto in quel momento, alla ricerca di nuovi talenti, ma devi affrettarti, un po’ come quando il baffo o Mastrota decidono di dare via i loro coltelli magici o i loro materassi rivoluzionari (talmente rivoluzionari che sono trent’anni che sono rivoluzionari…) a un quinto del loro valore. Dopo circa dodici ore dall’invio del manoscritto, eccezionalmente, cosa mai successa prima, ti contattano per dirti che hanno tutta l’intenzione di pubblicarti alla modica cifra di septamila dollari paperoneschi.

Ma incluso spese di spedizione delle otpamilioni di copie che sono destinate a te, che a quel punto potrai finalmente coronare il tuo sogno:

andare in giro a piazzare tuppleware e libri insieme.

Ah, mortieux de la France!

Buonagiornata un cazzo

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Stamattina ho fatto il culo a Pino il Portier(in)o.

Mi ero svegliato già con la luna mezza nera e mezza storta.

Ho rovesciato il caffè sulla tutina del pupo, profumata di Coccolino, fumante di stiratura. La madre era fuori dal radar visivo (che comprende, oltre la visione diretta che anche ogni uomo possiede, anche una visione laterale che Terminator LEVETE proprio, nonché visione stile carambola: casa mia è fottutamente piena di specchi, e lei mi fotte di sponda, tipo quando penso di essere solo in cucina e mi fiondo sulla bottiglia e poco prima che le labbra si dissetino parte il UEEEEEEEEEE). Ho fatto la solita parentesi esagerata (già).

Vista la recente lavastiratura, il delitto e il castigo conseguente erano di livelli da cronaca nera. Ho provato a smacchiare la macchia con acqua e olio di gomito, ma probabilmente l’olio l’ha macchiato ancora di più. Sentivo i passi avvicinarsi e ho cominciato a strofinare tanto forte da aprire un buco nella tutina. A quel punto non mi rimaneva altra soluzione che chiudere il pupo nella lavatrice, o magari fingere un rigurgito e cambiargli il vestiario. Siccome l’oblò non si apriva (quando finisce la lavatrice, a me non si apre mai, boh, quanto si deve aspettare?), ho optato per la seconda soluzione.

Ma il feldmaresciallo ha ispezionato la tutina che io provvidamente avevo lanciato nel cesto dei panni con un canestro da 3 punti, manco fosse stata una barra di uranio impoverito (del resto, a casa mia, l’uranio arricchito non potrebbe mai esserci, neppure in una metafora). Ha detto “Ma com’è che puzza di caffè? Avvo, la smetti di dare caffeina a un bimbo di 11 mesi?”

“Bimbo? Abbiamo un bimbo?”

“Idiota”

“No, perché davvero, io me lo chiedo, tu dici che è un bimbo? A me pare un motore d’aereo”

“Smettila”

E ride: battaglia vinta.

Vado in bagno fischiettando, ma il fischio se n’è infischiato del rischio: ho finito le ricariche del Gilette Mach 4 (che mi costano più di un’epilazione laser), e mi son squartato la gola con un vecchio bilama che Stephen King ci avrebbe scritto tre romanzi.

Scendo e….PORCAPUTTANAEVA, m’han ciulato la vespa!

Busso come un ossesso alla porta di Pino il Portiere, il campanello non funziona e prendo a pugni lo stipite.

“Pinoooooo, Pinooooooo, cazzooooo, la vespa, Pino, la vespa, Pinoooo”

Lui esce con gli occhi gonfi di sonno.

“Dottò che è stato, si calmi..”

“Nooo che non mi calmo, cazzo, non sono dottore, che cazzo ne sai tu di due anni passati tra udienze aliene, a lavorare su prospetti col pensiero fisso al cazzo di esame che per tre giorni sveglia alle 5 per scrivere di quel cazzo di Caio che schiatta a Pechino e lascia una moglie a Dublino e tre figli ad Urbino con immobili a Portofino e lascia due testamenti senza data nel comodino, eh? Cazzo ne sai di…”

“Dottò non urli, stia a sentir…”

“Urlo quando e quanto cazzo mi pare, non sai chi sono io, io ti rovino, la vespa, m’han fottuto, e tu, tu, tuuuuuuuuu dove caaaazzo staaaaavi? Io ti pago per non fare un caaaaaazzzoo, manco le scale ti chiedo di pulire, manco la posta, che c’è il postino, Pino, tu, che cazzo fai? L’unica cazzo di cosa del cazzo che ti si chiede di fare è stare qui a non fare un caaaazzzooo ma solo guardare che nessuno si fotta un cazzo di vespa del caaazzo, e che caaaaaaaazzzoo”

“Dottò, ha finito?”

“Sì…”

“Lei iersera è tornato ubriaco, cantava l’uomo tigre ma non sapeva le parole”

“E che me ne fotte, che fai spii?”

“Dottò, lei iersera è tornato in taxi, lo scooter l’avrà lasciato chissà dove…”

“Ah già! che sbadato…beh, buona giornata”

“Dottò….buonagiornata un cazzo!”

Vivere una favola

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Io vivo negli studi legali putenti.

In pratica, vivo in una favola.

E, si sa, le favole c’hanno sempre la morale.

Come a dire, oi miutoi deloitte.

Ho spesso a che fare con le società di revisioni.

Io da studente favoleggiavo molto su questi soggetti.

Me li figuravo come incorruttibili, irreprensibili, ma soprattutto geni matematici, inarrivabili stile terminator, quando gli si scopre un occhio e ci si accorge che non di uomo trattasi ma di umanoide capace di complessi calcoli e deduzioni spazio-temporali-matematici-logistici.

Poi col tempo il loro ritratto nella mia mente è mutato: oggi corrisponde ad una calcolatrice con un cellulare in mano, la giacca elegante, la camicia sbottonata e senza cravatta, i jeans scoloriti e le scarpe da ginnastica.

Ora non vorrei generalizzare, questo post non è SULLE società di revisione indistintamente, ma solo su quelle che ho avuto la fortuna di incontrare (e che NON sono nominate qui).

Le più blasonate hanno nomi indicativi, come Pricewaterhousecooper, che pare un nome onomatopeico (della serie, da noi paghi il “price” di una casa sull’acqua (le water house delle Maldive…), o  KPMG, che è più o meno il risultato di una pigiatura isterica a caso di tasti. Se siete incazzati neri e provate a scrivere qualcosa alla tastiera, prima o poi vi viene fuori kpmg.

Il più delle volte ti parlano in aramaico, e tu subito rimani impressionato come una pellicola da 6400ISO.

“Avvocatolo bisogna calcolare l’ebitda della PE tenendo conto della deduzione sulla base imponibile IRPEF e della detrazione IRPEG, dopo aver ammortizzato i cespiti e cespato gli ammortizzatori. Non si dimentichi di verificare i crediti d’imposta, le sopravvenienze attive e passive, i ratei e i risconti, i conti d’ordine, e sotto la linea la capra campa, sopra la linea il bilancio crepa. Che poi il 161 bis modificato dalla finanziaria 2008 per il 2009-2011, in vigore dal 2020, che impone l’imposta di registro ma anche no, e solo in caso d’uso, è stato abrogato ma poi ripristinato con l’abrogazione dell’abrogazione per cui è rivivescente. Calcoli poi che la deduzione degli interessi passivi dipende da quegli attivi e da quelli dormientibus”.

Uno poi si chiede come siano potuti accadere certi disastri tipo Enron, o Parmalat, dove società revisionate hanno per anni falsificato i bilanci, senza alcuna ingegneria fiscale ma semplicemente correggendo a penna (rossa, peraltro) i bilanci. E’ bastato il più delle volte aggiungere un segnetto verticale al segno meno.

Te lo chiedi, quindi, come sia potuto accadere, perché se li conosci – i revisori – ti accorgi che sono ancora più paraculi degli avvocati.

Uno dei compiti principali di una società di revisione (volendo semplificare) è quello di verificare che il bilancio delle società siano veritieri e corretti.

Ogni tanto è fantastico leggere delle durissime lettere delle società di revisione che scrivono alle società “revisionate” robe del tipo: “prego confermare che i dati di bilancio fornitici siano veri e corretti e che non vi siano altri dati e che quelli rappresentati siano tutti e solo i dati esistenti, e che non ci nascondete nulla che a noi non ci piace giocare a nascondino” .

Ma come? Io pago a te società di revisione per farmi dire che il bilancio è vero, e tu mi dici che per dirmi che il bilancio è vero tu a me, devo prima dirti che il bilancio è proprio vero io a te?

Un po’ come se il giudice affidasse all’imputato di omicidio l’autopsia sul cadavere.

Avanti la prossima

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“Non sono una donna a tua disposizione”

“Che significa?”

“Che non puoi giocare con i miei sentimenti come se fossero una X-Box”

“Io non gioco”

“Sì”

“No”

“Ti dico di sì”

“Ti dico di no”

“E allora perché vuoi uscire con me?”

“Forse perché me lo hai chiesto tu? Può essere?”

“Sì, ma perché hai detto sì, è questa la domanda?”

“Perché mi va”

“Tu non puoi fare le cose solo perché ti vanno”

“Ah no?”

“No”

“E invece sì”

“E invece no”

“E io ti dico di sì”

“E io ti dico di no”

“Va bene, allora dai non usciamo, non fa nulla”

“Ecco, lo vedi?”

“No, è troppo buio e sono senza lentine”

“Intendevo dire, lo vedi? Lo vedi che stai dimostrando che ho ragione?”

“In che senso?”

“Ti prendi gioco dei miei sentimenti”

“Marilenza, ma porcodiavolo, mi chiedi di uscire, ti dico di sì, chiedi perchè sì, ti dico di no, ora dici che ti prendo in giro…”

“Tu non dovevi dire di sì”

“Ed infatti alla fine ti ho detto di no”

“Ma neppure dovevi dire no”

“Beh…forse? Diciamo che forse ci vediamo?”

 

“Smettila. Tu mi prendi in giro”

“Ma perché ti sei fissata?”

“Perché mi dici “sì” solo perché credi di farmi contenta, ma in realtà io ti ho chiesto di uscire per vedere cosa rispondevi”

“E allora di che stiamo parlando, se nemmeno volevi chiedermi quello che mi hai chiesto? Ad ogni modo ho capito, non usciamo, okay”

“Sì ma anche adesso non sei sincero, dici di no perché io ti ho detto che non dovevi dire sì”

“Marilenza, tu non potrai mai essere la prima donna che….”

“Che…?”

“Che…”

“Che…??”

“… che mando affanculo, ma sei la prossima, ti giuro, sì”.

Mumble Mumble

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Ieri nel parco Valentino vagabondavo nella mia mente, quando si è formata una slavina (nella mente, non nel parco) che ha travolto i pensieri.

Ho avvertito un terremoto interiore così potente che ho guardato il lampadario mentale e messo due bottiglie capovolte per terra, a mo’ di sismografo.

Lo sciatore fuori pista responsabile della sciagura era un pensiero al pianto (participio passato o sostantivizzazione del verbo piangere, non maschile di pianta) dell’altro giorno di Marilenza (una collega senza panza, di Monza, una bella ganza).

Tale pensiero mi ha inevitabilmente portato alla mente Trisha (una collega liscia come una biscia) e la sua confederazione di stati emotivi confusionali, di cui spesso mi trovavo ad essere involontariamente corte suprema e avvocato difensore insieme (con mio grande disappunto, bisogna dirlo, in quanto la regola dell’amico non soffre eccezione alcuna, e serve solo a sporcare le camicie di rimmel che manco ve lo sto a dire le bestemmie in Filippica in Do maggiore che mi buttava addosso Filippa, la filippina di casa mia).

Cavalcando la slavina come un surfista pazzo (molto pazzo, visto che i surfisti non-pazzi di solito cavalcano onde, non slavine), mi sono fiondato a 100kmh su un altro pensiero duro come un muro (e stupido come un mulo, volendo, e volando): negli studi legali d’affari il ritmo di sostituzione degli avvocati è secondo solo al ritmo di sostituzione di pneumatici al pit stop della Ferrari.

Almeno così era fino all’epoca passata (quella avanti crisi; se nessuno ve lo ha ancora detto, ve lo dico io, la storia non si divide più in a.C. e d.C., ma a.c. e d.c.).

Nell’era d.c. (nulla a che vedere con la democrazia cristiana né musulmana, intendo “dopo crisi”) in realtà c’è solo un ritmo elevato di eliminazione (in diminuzione, vivaDio), non seguita da sostituzione.

Forse è per questo che noi abbiamo ingiustamente fama di essere stronzi.

La verità, ci conosciamo tutti da troppo poco tempo.

E quando conosci da poco una persona, in genere non è che gli affidi la tua carriera, o le tue confidenze. Sei diffidente, e tutto sommato se puoi infilare una cassetta nel suo Lato B gliela infili senza pensarci due volte sopra, né sotto, né a destra né a manca (si, insomma, te ne strafotti alla gigante).

Forse è anche per questo che il tatto è bandito (participio passato di bandire, non sostantivo, anche se il sostantivo potrebbe pure starci, visto la sua demonizzazione, se intendete quello che intendo; scusate le continue precisazioni, ma si sa, gli avvocati son pi-gnoMi).

Mai visto due avvocati d’affari abbracciarsi, o prendersi le mani, o accarezzarsi i capelli, o che so io.

Il massimo dell’intimità tattile concessa è la stretta di mano. Decisa, forte, non troppo lunga, come da copione.

Forse è per questo che l’altro giorno, quando Marilenza mi ha chiesto di accompagnarla in stazione, non mi sarebbe mai saltato in testa di pensare che nel salutarmi, alla testa del binario, mi avrebbe abbracciato.

Mumble.

Mumble mumble.

Scrivere è come vivere due volte

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Io amo la vita.

E amo le persone, che ne sono una delle più alte e complesse espressioni.

Le mie esperienze non sempre facili, la mia adolescenza trascorsa a osservare le lacrime nascoste di mia madre, e tutto il dolore di cui sono stato testimone tra amici e parenti vari, mi ha portato ad amare soprattutto le persone dalla vita incompleta, che lottano per quadrare i cerchi, che cadono e si rialzano e talvolta han tanto male che preferiscono strisciare per un po’, le persone sole, quelle con figli problematici, le persone che non sono riuscite a realizzarsi nel lavoro ma si alzano ogni mattina con la grinta per cercarlo ancora e ancora e ancora, le donne abbandonate, maltrattate, tradite o ignorate da chi vive loro accanto senza avere mai sfiorato i loro lati più veri, anche quelli un poco oscuri, le persone bizzarre, quelle che hanno paura anche di salutarmi perché nella loro vita hanno imparato a chiedere permesso e non alzare la voce mai, le persone silenziose, quelle che sognano in continuazione e si fanno in quattro per i sogni altrui, non avendo la possibilità di alimentare i propri.

E scrivere ha questo grande pregio per me: mi lascia a contatto intimo con le persone che io amo, anche dopo che sono andate via.

Nella scrittura io vivo due volte le loro vite, e dopo di me le vivranno anche dei perfetti sconosciuti che non sapranno nulla di me, ma tutto delle persone che ho amato.

Buona domenica belle persone!

Ma perché fai l’avvocato (se non lo sei)?

Bella domanda.

Bella davvero.

Io non ci sono nato così, ve lo giuro.

Mica sono nato con la camicia e la cravatta.

Nossignore.

Io ero come tutti gli altri bambini.

A cinque anni volevo diventare veterinario onde poter curare cani, gatti, pesci rossi e tartarughe, per non dover mai più subire lo strazio di un funerale di questi cari amici nel giardino di casa.

A sette anni da grande volevo fare il medico, ma non uno generico, bensì il medico che cura la povera gente e non si prende pagato. Come obiettivo secondario, mi proponevo la scoperta dell’immortalità da regalare subito subito a mamma e papà.

A mia madre che mi diceva “finisci di mangiare la cipollata e vai a scuola al posto di dire stronzate”, rispondevo che stavolta facevo sul serio, che non ero come gli altri che lo dicevano ma poi non lo facevano.

Ancora oggi non mi arrendo all’idea che avesse ragione lei.

A dieci anni da grande volevo insegnare ai bambini in Africa, essere un professore, ma anche qui non come i normali prof, bensì di quelli che non si prendono pagati.

Ma mia madre chiedeva chi mi avrebbe imprestato i soldi per il biglietto, quindi liquidava il tutto con un “vatti a lavare i denti e smettila di dire stronzate”.

A quattordici anni da grande volevo fare il calciatore come Maradona e guadagnare un sacco di soldi, ma mica per me, nossignore, volevo guadagnare i soldi per sistemare i miei fratelli e mamma, a papà no perché c’era piaciuta la bicicletta e ora che sarei diventato milionario doveva pedalare, e se avanzava qualche soldo avrei sistemato anche mio cugino e la Suora che mi ha seguito alla scuola materna. Ma mia madre diceva che Maradona prendeva brutte medicine, e “smettila una buona volta di dire solo stronzate”.

A sedici anni volevo fare il benzinaio, perché era stupendo avere uno stipendio fisso e non dover studiare, e tutto sommato avere anche non troppo da fare. Quantomeno, i benzinai del mio paese erano così indaffarati che spesso li dovevi svegliare. E poi i benzinai avevano tutti la moto (a rate). E poi lo diceva pure Luca Carboni. Ma mia madre diceva “spegni quella caxxo di radio e vai a scuola, e smettila di dire stronzate”.

Poi a diciassette anni da grande volevo fare il Dj perchè i Dj cuccavano alla grande e entravano alle feste a gratis. E mia madre “smettila di graffiarmi i dischi, quello è un giradischi non è la ruota della fortuna, vai ad innaffiare le piante, e poi, e poi!, avvocatolo, non sei più ragazzino, smettila, ti prego, smettila di continuare a dire stronzate”.

Poi a diciotto anni ho dovuto scegliere tra le varie opzioni.

Ho scartato medicina, troppo lunga la gavetta e poi si sa, bisogna essere introdotti, e l’unica cosa che mi introduceva alla medicina era il termometro (quando andava bene sotto l’ascella o in bocca).

Professore? E che fai vivi con 1 milione e duecento cucozze al mese?

Benzinaio? No, prima o poi il petrolio finisce.

DJ? Troppo grande per queste pagliacciate.

In pratica, non ho mai avuto scelta, l’avvocatura era il mio destino.

Mi dicevo, non deve essere male andare a dormire sapendo che quell’innocente non è stato ingiustamente punito solo grazie a me, che quel diritto costituzionale era stato osservato grazie alla mia arringa finale, che quel figlio indigente non era stato diseredato grazie ad una mia interpretazione sulla lesione di legittima.

Sognavo di scoprire un cavillo nelle carte costituzionali degli Stati africani grazie al quale facevo ottenere ai milioni di disperati di quelle terre dei risarcimenti dallo Stato tali per cui potevano mangiare fino a scoppiare, sognavo di installare la mia tenda/ufficio in mezzo alla savana con i capitribù che percorrevano centinaia di km sulle loro piante dei piedi nudi, con i vestiti larghi, i bracciali fascianti, gli orecchini al naso, solo per avere un colloquio con me, sognavo di fermare sul nascere la seconda Intifada con una nuova versione, scritta di mio pugno, degli Accordi di Oslo.

Sognavo di diventare insomma un avvocatolo senza frontiere.

Mia madre diceva “fai quello che ti pare, tanto sempre stronzate”.

Alla fine mi sono ritrovato, in estrema sintesi, ad arricchire i ricchi e a far evadere gli evasori.

Forse alla fine fare il benzinaio poteva tornare più utile.

E pure tu, mammà, però, potevi pure dirmi qualcosa, al posto di dire solo che dico solo stronzate.

Perchè, dunque, l’avvocato?

Ed io che caxxo ne so?

p.s. Chiedete a mia madre.