Autumn in Turin

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“Avvo già vai via?”

“Sono le 21 e non ho alcuna scadenza”

“Quando non hai urgenze, devi approfittarne per evitare l’insorgere di urgenze”

“Mi stai dicendo che dovrei fare mezzanotte per evitare in futuro di dover fare mezzanotte? Sei andato a scuola da Vegezio?

“Vegezio? Ma è un collega su Milano?”

“Se, come no, è su Milano, però è scomparso e i parenti sono andati da Chi l’ha Visto, comunque, tornando a noi, io ti saluto, ci vediamo domani”

“Ma dove vai? No avvo, no, non ci siamo, ti devo dare una raddrizzata a te”

“Ma che vuoi? Fammi capire, che cosa vuoi che faccia?”

“Devi fare tardi, devi uscire dopo di me, non sta bene che tu esca prima della tua boss”

“Ma se ho finito di lavorare mentre tu stai lì a riordinarti i fascicoli sulla libreria, che rimango a fare?”

“Ma come hai finito? Il contratto per l’ing. Inverminchia l’hai finito?”

“Ma se non ci hanno ancora dato il mandato?”

“Si ma poi se ce lo dà ci chiederà subito il contratto e noi saremo in default. Niente, ti devo raddrizzare, non hai capito niente, con la crisi che c’è tu scherzi, scherzi col fuoco, ecco, te l’ho detto, scherzi, scherzi col fuoco, capisci, col fuoco”

“Boss, toglimi una curiosità, tu ora hai una certa età…”

“Ssshhh abbassa la voce che alla segretaria ho detto di avere… beh mi sono fatta un lifting anagrafico…”

“Beh, toglimi questa curiosità, se ti guardi indietro che ved… no, che fai? Ti giri?”

“Eh, tu vuoi sapere che vedo dietro, mi fai spaventare”

“Intendo in senso lato… no no no, che fai? ti giri a destra?”

“Eh, ah ho capito! Era il lato sbagliato? Mi giro a sinistra? Ma poi tu sei cieco che devo vedere io per te?”

“Ma no, dicevo in senso lato, figurato, che vedi alle tue spalle, nel tuo passato, che vedi negli ultimi tuoi venti anni di vita?”

“Soldi a palate”

“E toglimi una curiosità, quanto ti sono costati quei soldi? Quanti sorrisi ti hanno strappato, i tuoi soldi? Quante lacrime di gioia? Quante volte hai pensato che la tua fosse una bella vita, solo perché piena di soldi? Quante persone ti hanno amato grazie ai soldi? Non è solo questione di soldi, boss, la felicità è un bene demaniale, non è illegale comprarla, ma è proprio impossibile, improponibile, impensabile, una contraddizione in termini, non basta avere un lavoro per esser felici, anche Cameron lo sà, è bella la vita, lo sai, certo che lo sai, e allora lasciami vivere la mia, lasciami uscire anche se piove, lascia che io mi perda, vieni con me nel parco in un pomeriggio di sole autunnale, tiepido e malinconico come uno scoglio secco o un’altalena ferma, prendiamo una barca a remi, su un lago incastonato come una pietra preziosa in una catena montuosa spruzzata di neve come oro bianco, e remiamo fino al centro, e poi riponiamo i remi sul fondo e sdraiamoci con le mani dietro la nuca, ad osservare il cielo e le fronde degli alberi che costeggiano il lungolago, incantiamoci davanti un doppio arcobaleno, senti la colonna sonora di Dio arrangiata nel bosco, affonda i denti in un pezzo di pane caldo e senti un raggio di sole che danza sul pelo dell’acqua e accende pulviscoli di polvere e polline prima di carezzarti la guancia ispida di barba, APRI IL TUO CUORE E SENTI CHE… “

“Scusa che hai detto? Stavo mandando una mail”

“Niente, mi fermo un altro paio di ore”

“Bravo bravo, così mi piaci.”

Il bloggo dello sgrittore

​​

Non riesco quasi a scrivere più, su WordPress, di questo vi sarete lietamente resi conto.Ho l’emicrania e devo partire tra pochi giorni.
In una parola, dovendo emiCrare con l’emiCrania, ho il bloggo dello sgrittore emicrante.

Mi vengono in mente tante cose.

Ripenso ai bulli che ogni volta che mi vedevano scendere dal bus mi tiravano pietre, o – quando erano in vena di gentilezze – arance con dentro lamette da barba.

Penso anche al prete del catechismo che disegnava Dio incazzato nero, senza poi spiegarci mai perché fosse bianco.

Si incazzava per un nonnulla, Dio.

Non capivo, perché non potevo farmi una pippa?

Che danno gli facevo, a Dio?

Che poi chiedevo al prete quante spie doveva averci, Dio, per vedere tutti i pippaioli del mondo e mandare gli angeli del castigo ad accecarli tutti.

E il prete rispondeva che Dio vedeva dappertutto, e accompagnava la spiegazione con bacchettate sulle mani.

E io mi chiedevo, ma questo non lo dicevo al prete perché non volevo altre bacchettate sulle mani, sai che mal di testa doveva averci Dio, io già se guardo la TV e topolino insieme c’ho bisogno poi di un’aspirina. Mi veniva persino qualche dubbio sul sesso di Dio, perché un uomo, si sa, tante cose insieme…

Guardo il panorama fuori dall’ufficio.

Un palazzo, un autobus, degli alberi affogati nel cemento.

Ricordo l’unica linea di bus che passava ogni 2 ore a “casa mia”, su al sud. Non c’era alcun numero, non serviva, essendo linea unica. Era semplicemente “l’autobus”.

Sento ancora il sole giallo bruciarmi le spalle,

rivedo le corse dietro le lucertole tra i mattoni della fabbrica di cemento che sorgeva accanto alla nostra casa,

i cappi di steli d’erba,

le pannocchie rubate ai margini dei campi,

il profumo di latte caldo appena munto,

ripenso alle corse in campagna,

ai pic-nic in bicicletta con la pasta al tonno nei tuppleware,

mi sento ancora in precario equilibrio sull’enorme bici di mia madre, nera, tutto ferro e manopole di legno,

al telefono fatto con due bicchieri e uno spago, teso tra il pianterreno di casa mia e il secondo piano del mio vicino,

rivedo la processione e le donne del paese a piedi scalzi e il velo nero,

il prete con il microfono,

i chierichetti con gli stendardi,

la statua del Santo Patrono ricoperta d’oro,

le polverose strade,

l’odore maschio di mio padre,

i funerali con i cavalli e la carrozza,

la campagna che si srotolava sotto il balcone della mia cameretta,

le ombre delle foglie che danzavano sul pavimento nelle notti di vento,

le pietre bianche e sporche,

i millepiedi e le lucciole d’estate che volavano nel profumo del gelsomino,

i ciuffi d’erba che rompevano il catrame steso a strisce sottili per risparmio,

il tubo dell’acqua ingottito dal sole,

la vasca con i pesci che pescavo,

le partite a calcetto con le porte fatte con gli zaini o i bidoni,

ripenso agli scioperi,

autogestione e okkupazione,

ai banchi di legno e ferro delle scuole,

alle lavagne ingessate,

ai cancellini di stoffa impolverati,

al registro verde,

alla fila dei camion che portavano il circo,

ai megafoni per la loro pubblicità,

ripenso agli occhi di mia madre,

tanto estesi che mi parevano avere, più che iridi, meridiani e paralleli,

al suo caffè delle sette,

alle sue mani sottili come fusi,

alla sua tempra d’acciaio,

ruvida come le cortecce d’albero,

sento ancora il profumo della segatura sugli stipiti delle botteghe, quando pioveva,

rivedo le macchie sui miei pantaloni dopo la raccolta del muschio per Natale,

l’odore del pane e della pizza mentre attendo il mio turno al panettiere, guardando i poster di Maradona e del Vesuvio,

sento l’irritazione di una pianta di fava strofinata sulla pelle,

ripenso alle domeniche in piazza,

seduti sui gradini di un portone,

ad aspettare gli eventi futuri,

sento la quiete di quando ero al lago a pescare,

senza orologio, senza telefono,

avverto l’ombra fitta di quel salice piangente,

dove sono rimasto seduto ore e ore,

all’ombra della mia infanzia.

Sarà l’autunno

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Negli ultimi tempi sono riuscito a combinare tanti e tali di quelle cagate, peraltro sotto gli occhi di tutti, che m’aspettavo da un momento all’altro un collegamento in diretta da casa con qualcuno che, piangendo, mi dicesse “siamo orgogliosi di te, avvo”.

Un po’ come con i concorrenti dei reality.

Peccato che – qui – colui che rimane vivo, dopo tutto e dopo tutti, non vince alcun premio e non viene invitato in studio dalla Marcuzzi.

Qui l’ultimo che rimane, chiuda la porta.

Ieri pensavo a nulla di tutto sopra, ma quello che sto per scrivere sotto quello che c’è sopra (c.d. sotto-sopra).

Che ora che ci penso, se c’è un sotto, questo sta sempre sotto sopra, mentre il sopra non è detto che stia sopra tutto (fernet branca).

Dicevo, anzi scrivevo, che ieri pensavo… anzi contavo, contavo quanti soci di sesso maschile ci sono in studio, e per contarli non mi sono bastate tutte le punte libere delle dita delle mani e dei piedi.

Poi mi sono dedicato alla conta delle donne socie, per contare le quali mi è bastata un’altra punta di un altro mio organo biologico (peraltro con funzioni molto importanti).

So perfettamente a quale organo state pensando, e lasciatevi dire che siete ben strani se voi usate quell’organo per contare.

Io intendevo la punta del naso, comunque.

Insomma anche negli studi legali si segue il principio seguito da tante monarchie europee in passato, in cui prevaleva la linea maschile nella genealogia, dimenticando che mater semper certa est.

Ma io francamente conosco il calore che emana un pulcino, uno vero.

Conosco il picchiettare del picchio sul tronco, lontano e alto, l’unico al mondo non confondibile con nessun altro suono.

Conosco le macchie che lascia il muschio sulle ginocchia, e l’alone che permane nonostante le lavatrici.

Conosco il sapore della polvere sulle more.

Conosco il ticchettio diffuso della pioggia su una tettoia di lamiera.

Conosco l’ombra fitta e magica che c’è alla base di un salice piangente.

Conosco la consistenza del fango tra le mani, e come secca rapido, e le rughe che disegna sulle mani, e come riacquista viscosità al contatto con l’acqua.

Conosco tutte queste meraviglie ma non le ricordo, o forse ricordo meraviglie mai vissute.

Invecchiare, diceva il compianto Mark Twain (qualcuno in una sua biografia scrisse – intendendo tesserne le lodi – che l’anno in cui morì Twain, il 1910, fu l’anno in cui – guarda caso – nel cielo si spegneva la cometa di Halley), significa ridursi a questo, a ricordare esclusivamente cose non accadute e non ricordare nulla di ciò che è stato.

E a volte è proprio così che mi sento, come se stessi invecchiando, come se stessi dimenticando quello che c’è stato, sostituendolo con fantasie di vita mai vissuta.

Sarà l’autunno.

 

Per il terremoto del Centro Italia

 

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[Foto La Presse]
Per tutto il mese di settembre e ottobre ho pensato di muovermi per dare un aiuto concreto alle persone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, devolvendo a favore di Specchio dei Tempi, fondazione de La Stampa, quattro euro per ogni copia cartacea (costo di vendita 9.99 euro), e cinquanta centesimi per ogni copia ebook (costo 2.99 euro) venduta de L’ultimo Abele.
Se avete già acquistato L’ultimo Abele, non scoraggiatevi! Potete partecipare invitando altre persone a farlo, condividendo questo post sui social, o segnalando questa iniziativa nei diversi modi che preferite.
Essendo solo un piccolo gesto concreto che possiamo fare insieme, io e voi, non c’è bisogno di postare foto né inviare prove d’acquisto, sarà mia cura pubblicare i report di vendita e la ricevuta del bonifico che effettuerò simbolicamente il 2 Novembre, in nome di tutte le persone scomparse, nel loro giorno, che quest’anno è anche il nostro.
Perché la campana suona sempre anche per noi.
Link: https://www.amazon.it/dp/1519507267
P.s. sto pensando di estendere l’iniziativa all’altro mio romanzo, ma sono nel dubbio perché non vorrei dare una connotazione promozionale all’iniziativa. Fatemi sapere cosa ne pensate a tal proposito!

I diversi siamo noi

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Bo Paske è un ragazzino con i capelli rossi e gli occhiali. Come ce ne sono milioni. Bo, però, è autistico. Nessuno vuole mai sedersi con lui a pranzo.

Travis Rudolph è un giocatore di football che è finito sui giornali di mezzo mondo perchè ha deciso di sedersi di fronte a Bo a mangiare. Un gesto la cui eccezionalità sta tutta racchiusa nell’enorme arretratezza mentale. Siamo noi, con i nostri pregiudizi che, purtroppo, facciamo risaltare per contrasto un gesto che non meriterebbe alcuna considerazione in un mondo “normale”.

A casa mia ha vissuto per molto tempo un mio cugino affetto da una forma particolare di autismo, e conosco molto bene questo tipo di discriminazione. Lui ha due mani, due occhi, due braccia e un grande cuore come quello di Bo.

Un cuore più grande di quello che batte nel petto di molte persone “normali”.

Evitare di sedersi accanto a un bambino affetto da autismo, o qualsiasi altra condizione di salute: quello è il gesto che vorrei vedere fotografato e messo in prima pagina sui giornali.

Perché in tutta questa storia, in tutto questo finto buonismo e attivismo per aiutare i terremotati, gli immigrati, i rifugiati, gli sfigati di mezzo mondo, ci dev’essere necessariamente una buona parte di persone che opera per pura ipocrisia, se poi un Travis finisce sui giornali per essersi seduto a tavola.

Perché in tutta questa storia, a ben vedere, i diversi siamo noi.