Ricominciare da meno di zero

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Un’altra casa, un altro quartiere, un’altra scuola, altri supermercati, farmacie, altre strade mi aspettano.

Rimetto tutta la nostra vita nelle scatole per la quindicesima volta da quando sono uscito da casa di mia madre. E mi viene da chiedere che sto facendo. Se proprio sono quel padre bravo che chi mi vuol bene dice che io sia.

Ricominciare ancora, e ancora, e ancora. Ricominciare. Nella vita succede.

Quando non sei più solo, però, inizi a farti due domande. Mia figlia quasi ogni sera mi chiede se anche i pupazzi li portiamo. Se anche i quadri li portiamo. Se anche i tappeti. Le porte. I muri. La casa. Ha paura di lasciare pezzi di sé indietro. Sono saggi i bambini. Hanno una saggezza limpida, non inquinata dall’esperienza. Sopperiscono con intuito e fantasia all’esperienza.

La guardo e cerco di rassicurarla. Ma evidentemente non sono bravo in questo, perché ogni tanto le domande riaffiorano. Le sue cose le mette lei nelle scatole. La fa sentire grande. Come mettersi l’acqua da sola nel bicchiere. O infilarsi le scarpe, quando mi ferma e dice faccio io papà.

Quanta voglia di crescere. Forse smettiamo di essere bambini quando ci passa la voglia di crescere, e cominciamo, al contrario, a desiderare di tornare indietro. Sono saggi i bambini.

Vogliono crescere, perché sanno che è quel che faranno.

Sono gli adulti i veri pazzi, a sognare di tornare indietro.

Indietro non si torna mai.

Si ricomincia da zero. O anche da meno di zero.

Ma è sempre un nuovo inizio.

Un altro quartiere, un’altra scuola, altri supermercati, farmacie, altre strade.

E’ solo un’altra casa, mi dico.

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Yes, we started well

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“Hi Avvokaz, give me a Ken, please”

Porcapupattola. Non ricordo quale sia l’interno di Ken, il nostro collega irlandese con la lieve tendenza all’alcoolismo (alle 09.30 caffè e gin, alle 10.30 gin e caffè, alle 12.00 gin gin e tanti auguri al secchio).

Ma io sono scaltro, ho un cervello che pesa, sgocciolato, 5 kg.

M’invento che Ken è fuori studio al momento; non posso mica ammettere di non ricordare l’interno.

“Avvokanz, si ei en, a CAN, not Ken”.

“Ahhhhhh, caaaaan”

Ehhh, potevi dirlo prima!

Un momento: che diamine significa “dammi un can”?

Ma i miei neuroni oggi ballano con le sinapsi, e sono più acuto di un angolo di 1°.

“Can” significa, tra gli 8 miliardi di altri significati, anche “potere”.

Vuole un potere.

Il mio genio mi porta subito il lampo d’intuito: vuola una procura che gli attribuisca dei poteri.

Si dirà così in dialetto, give me a can.

Me lo segno, può tornare utile.

Quindi con fare molto professional chiedo:

“Are you looking for a special “can”, or a general one? (La procura la preferisci speciale o generale?).

Lui mi risponde – ridendo – che non ha mai visto “can” speciali qui in stanza da me.

Che ignorante! Manco la differenza tra procura speciale e generale sa!

Gli spiego che in Italia c’è un’enorme differenza, anche a livello formale, e che comunque lui mi deve specificare per filo e per segno cosa ci vuol fare con questo “can”, perchè in Italia è così che va.

“Oh very strange nation Italy, isn’t it? I have never seen another place where a man has to specify its purposes with regards to a can!” (Siete tutti pazzi in Italia, mai visto un Paese dove uno per chiedere un “can” deve dichiarare che vuole farci!).

A quel punto gli dico che, tra l’altro, mi deve dire chi gli deve dare il “can”, debbo saperlo per registrarlo.

“Are you crazy? YOU shall give me a can!”

Mi ha guardato con sospetto, come a temere che lo stessi prendendo per i fondelli.

Poi ha sbuffato, ha allungato il braccio con scatto nervoso e ha aperto il mini-frigo alle mie spalle, si è preso una lattina di cocacola (qui c’è solo cocacola, null’altro, neppure l’acqua) e ha aggiunto:

“Fuck you”.

Quest’ultima espressione l’ho capita al volo.

Sto spolverando alla grande il mio inglese.

Sì, cominciamo propriovito bene con il nuovo arrivato dal Missouri…

p.s. per chi, come me, non lo sapesse, “can”, tra gli 8 miliardi di significati, indica anche “lattina”…

Homer Ninja

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Ci sono giorni in cui ti senti molto Homer e un pizzico ninja.

Come quando fuori piove, e tu hai addormentato principessa e tua moglie principino, e ti aggiri furtivo per le stanze alla ricerca del tesoro. Mia moglie, come tutte le donne, ha una capacità geneticamente avanzata di nascondere le migliori cibarie in casa. Io mi guardo attorno furtivo, con uno specchietto posto in cima ad un bastone per selfie controllo il corridoio nascosto dietro la porta, via libera, il furiere non è di ronda.

Sento un rumore nel bagno e faccio scattare il cronometro sul mio orologio: ho esattamente centoventi minuti per compiere l’operazione “Fotti i Fonzies”. Questo è il lasso di tempo minimo occorrente a una donna per uscire dal bagno dopo che ha emesso l’ultimo rumore.

Metto un passo sopra l’alto, e poi metto un passo sul quadratino della Lego. Gli angoli dei quadratini delle costruzioni hanno un’acutezza non esistente in rerum natura. Ti si conficca giusto al centro della pianta, lì dove sei più sensibile.

L’urlo di Munch credo sia stato dipinto avendo per modello un papà che calpesta un pezzo di lego. Ne sono più che certo.

Apro la credenza. Apro la confezione di Galletti del Mulino facendo attenzione a non fare rumore, il che è impresa da ninja del quarto livello di Yin (non so cosa sia il quarto livello di Yin, né so cosa sia né se esista uno Yin, ma confessate che suonava bene). Mollo la molletta sul ripiano (del resto, se si chiama molletta, un motivo ci sarà [che a ben pensarci (scusandomi per le troppe parentesi) porta un poco sfiga chiamare “molletta” un oggetto che tutto dovrebbe fare tranne che mollare la presa, come se chiamassimo “Bucatino” un profilattico, non so se rendo]). Mentre sgranocchio tenendo un panno intorno alla mascella per non far rumore, rivolto il mobile ma dei Fonzies nemmeno la gialla ombra.

Provo nelle pentole. Ogni tanto lo fa, il furiere, nasconde le cibarie nelle pentole con i copechi sopra. Mi sparo tutta la batteria ma niente.

Un rumore di passi mi fa sobbalzare. Rimetto a posto in fretta il prosciutto da 25 Kg che avevo sfilato dal gancio, con un calcio faccio rientrare il cassetto basso delle pentole e ingoio le tre uova sode con tutto il guscio che avevo preso dal tuppleware. Nascondo la buccia di banana nella tasca posteriore del pigiama e riavvito il tappo del cartone di latte dal quale ho bevuto a gargarozzo illuminato solo dalla lucina del frigo (continuo a chiedermi perché il freezer non abbia mai lucine).

In realtà è solo mia figlia che ha sete. Le porgo un bicchiere d’acqua e le dico di tornare a dormire. Lei mi guarda imbronciata e non molla la manina. Mi tocca il secondo turno.

Appena ronfa, torno in missione. Da un mobiletto in alto frugo con le dita e quasi mi trancio un polpastrello: il pirulicchio del tritatutto con le lame affusolate mi sbuccia come una mela. Una copiosa e immane goccia di sangue cade per terra ma prima che essa sbatta sul pavimento ci arriva la mia capoccia: sono svenuto per l’eccessiva perdita di sangue (1 decimo di milionesimo di millilitro). Rinvengo barcollando e adesso più che mai ci vogliono i miei Fonzies. Questione di vita o di morte. Apro la vetrinetta anche se è trasparente, alzo il divano, ormai sono una furia, sposto la TV, mi arrampico sopra il camino, scendo in cantina, guardo nella cassetta del water dove si raccolgono le acque dello sciacquone, infilo il dito nel buco al centro del rotolo della carta igienica, apro la cassaforte, ma niente, maledetti Fonzies non si trovano.

Torno a letto mesto.

Mi infilo nel fodero e sento uno strano sgranocchìo.

Mia moglie si gira e fa:

“Cercavi mica questo?”.

Dura la vita di un Homer ninja.

Durissima.

 

L’ultimo Abele a Torino in libreria!

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Hai presente quando ti svegli in anticipo di due ore, ti giri nel letto e ti risvegli dopo un secondo che sei già in ritardo, e poi non trovi le chiavi, e poi giri come un pazzo per le strade guardando a destra e manca perché non ti ricordi dove hai lasciato l’auto e quando la trovi sei felice come un Cavaliere dell’Ordine di Malta davanti al Sacro Graal, salvo scoprire che c’è una bella multa in bella vista, e poi camminando pesti una merda sul marciapiede proprio sotto le scarpe nuove e in ufficio ne incontri un’altra di merda appena entrato e ti tocca pure salutarla e offrirle un caffè? Quelle giornate in cui tutto va storto, anche i calzini che hai infilato col tallone davanti?
Ecco, non c’entra niente.
Oggi è semplicemente un giorno perfetto come una sfera.
Crudele e splendido.
Abele finalmente è arrivato nella sua prima libreria in carne ed ossa. Non serve ordinarlo. Basta passare e prenderlo dallo scaffale.

A Torino. Libreria Pantaleon.

È una piccola cosa, lo so bene. Non mi ha aperto la porta la Mondadori.
È una piccola, piccolissima cosa.
Ma insieme a tante altre piccole cose, ha reso questa giornata semplicemente perfetta come una bolla di sapone.
Una piccola cosa.
Una cosa da niente.
Una felicità piccola piccola ma dalla forma perfetta.
Felice io. Felice sera a voi.