Dissolvenze

Oggi sperimento qualcosa di nuovo per me; l’idea è stata di Molfy, e io sono onorato che lei abbia pensato a me. In pratica è solo un piccolo racconto, solo scritto a quattro mani. Riuscirete a capire quale parte è scritta da me e quale da lei?

Lo scritto è stato anche pubblicato sulla pagina di cui lei è amministratrice, ovvero Amami più che mai. Se avete Google + vi consiglio di fare un salto! Vi lascio al racconto.

Enjoy!


Mentre in casa tutti dormivano, indecisi se lasciarsi cullare un altro po’ dai sogni o affrontare a occhi offuscati la realtà, era uscito di buon’ora a correre per provare a dissolvere le nebbie interiori. Aveva passato la notte insonne, tormentato dal rimorso e, forse, dalla vergogna.

Faceva freddo, ma la cosa non gli dispiacque. Anzi: sperò in cuor suo che l’aria frizzante gli surgelasse i pensieri e bloccasse il proliferare virulento dell’astio che nutriva per se stesso consumandolo come una candela nella sua bugia.

Accelerò il ritmo.

Una falcata dopo l’altra, giunse al limitare dell’abitato e s’inoltrò nei prati, inselvatichiti quanto la sua anima.

Sui fili d’erba luccicavano stille di rugiada, lacrime imperlate di un dolore mai consumato, residuo d’una gioia non ancora rappresa, quasi liquida e per nulla compresa.

Si voltò di scatto nell’udire uno strano rumore. Era ritmico, quindi pensò subito che dovesse trattarsi di opera umana. Ma non riuscì a individuare la sorgente sonora.

Riprese a correre rallentando il suo ritmo e aguzzando l’udito. Non appena lasciò il solco di terra battuta fin lì seguito per calpestare quella stessa rugiada di gioia rappresa sugli steli d’erba spontanea, il silenzio dei suoi passi ovattati lasciò di nuovo strada a quello strano rumore. Era come un pulsare. Stavolta si fermò del tutto e rimase in ascolto.

Poteva sentire il battito del suo cuore nelle tempie, come un tamburo tribale.

Poi quel rumore, ancora.

Lungo il pendio, stagliato contro i primi bagliori dell’alba, vide della terra volare per aria. Si avvicinò di qualche passo e finalmente comprese: qualcuno stava scavando un’enorme buca nel prato. Era in piedi nel fosso, e di lui spuntava ormai solo la pala quando la lasciava andare ammonticchiando altra terra ai bordi dello scavo. 

Un brivido gli corse lungo la schiena. 

Pietrificato, non riuscì a proseguire: il suo corpo rinnegava ogni stimolo fisico, in netta contrapposizione con l’agitazione e il tumultuoso fermento nella sua mente.

Forse stava pagando per le sue colpe. Forse quella nera figura era giunta sin lì a presentargli il conto…
Raggelato, chiuse gli occhi.

E la vide.

Vide chiaramente la sua immagine che con vigore smuoveva la terra a seppellire gli errori passati. Li faceva a pezzi a colpi di badile: brandelli di vita sciupata ricadevano nella fossa come a riempire il vuoto di un tempo trascorso a spostare  le lancette ora avanti, ora indietro, nel tentativo di recuperare sul ritardo accumulato.

Una goccia di pioggia lo fece riemergere dai suoi cupi pensieri. Fissò il pendio ai suoi piedi e notò la serie di capannoni industriali di cui arrivando non si era minimamente reso conto. Si voltò con l’intenzione di guardare i solchi di terra battuta che aveva da poco lasciato per inoltrarsi nel prato, ma vide solo una strada asfaltata.

Le sue crisi ultimamente si erano intensificate. Momenti di dissociazione in cui usciva dalla propria coscienza e viveva come in un mondo parallelo, ripercorrendo ricordi del passato come se fosse presente.

La passeggiata per i campi risaliva a due anni prima e l’aveva ripercorsa quella mattina mentre, come ogni giorno, andava al lavoro nella fabbrica di teneri bottoni dov’era stato assunto una vita fa.

La fosse era scomparsa, così come l’immagine riflessa di se stesso che vangava i rifiuti del suo passato nel buco del rimorso e in quello del rimpianto, vasi comunicanti e traboccanti di bile.

Finì di annodarsi la cravatta rimasta slacciata, controllò che i gemelli fossero a posto, ed entrò dall’ingresso posteriore.

Prima di farsi inghiottire dalla luce dei neon all’interno, volse un ultimo sguardo al dolce declivio lungo cui si snodavano i capannoni. Sul ciglio della strada asfaltata, notò un mucchietto di terra smossa.

Qualcuno di recente aveva davvero scavato una fossa.

Scosse il capo per scacciare dalla mente fantasmi e ossessioni, ma non fu affatto convinto dell’efficacia di tale gesto.

Quella mattina era iniziata decisamente in modo storto e lo strano presentimento che aveva avvertito appena sveglio gli aggrovigliava le budella come un caffè troppo forte che avesse lasciato nei fondi un cattivo presagio. Non era superstizioso, né credeva nei cosiddetti segni premonitori, eppure…  Un tarlo lo rodeva, ma non avrebbe saputo dargli un nome o un perché.

Richiamato al presente dal cinguettante “Buongiorno” trillato dalla giovane stagista che da un paio di settimane lo seguiva come un’ombra a mezzogiorno, si impose di trovare la concentrazione sul lavoro, mettendo in stand-by paranoie e seghe mentali.

In realtà ciò su cui gli venne spontaneo concentrarsi fu il colore del rossetto che la ragazza aveva scelto per risaltare le sue labbra sottili: un bronzo chiaro brillante che riverberava la luminosità del suo candido sorriso. Non era propriamente bella, ma trasluceva una bellezza pulita che solo un’anima pura può indossare.

Pensò che gli sarebbe piaciuto ritrovare un po’ di quel gioioso entusiasmo nel guardare alla vita, capace ancora di speranza, di fiducia e progetti. Chissà, forse gli avrebbe fatto bene provare a fingersi giovane fuori, per convincersi a combattere la vecchiaia che si portava dentro.

E fu così che, alla veneranda età di settantasei anni, prese a corteggiare una stagista che avrebbe tranquillamente potuto essere sua nipote.

E, tutto sommato, se la cavò.


p.s. Sono su Facebook come Massimo della Penna e ho persinanco un gruppo Facebook “Quelli della Penna”. Vi aspetto 😀

p.p.s. Casomai avessi abitato sull’Arca di Noè negli ultimi 300 anni, sappi che ho scritto pure un libro!

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65 thoughts on “Dissolvenze

  1. Buongiorno!
    L’onore è tutto mio per essere ospitata qui.
    Grazie ancora per esserti prestato senza esitazione alcuna a questo esperimento!!!
    È stato puro piacere.

    Liked by 1 person

  2. Verso la fine mi sei sembrato tu ma sinceramente non sono sicuro: se siete stati in due a scrivere il risultato è ben fuso, potresti aver scritto tutto tu o tutto lei. Mi manca inoltre sapere come scrive lei.
    Il colpo di scena finale è un colpo di scena a tutti gli effetti.

    Liked by 1 person

  3. In realtà la bellezza di questo racconto sta nel fatto che è “uno”… Ed i confini sono molto labili tra una scrittura e l’altra. Giudizio: molto bello e molto ben scritto… Ma questo va da se viste le persone in questione

    Liked by 2 people

    • Speravo in un tuo commento, Kalosf! Per poterti ringraziare anche per l’azzeccatissimo ritratto che, pur non conoscendomi, hai dipinto per me nel Kavvingrinus. Ho fatto mia la splendida foto che avevi scelto.
      Scrivere alternandomi ad Avvo è stato un gioco da ragazzi: mi è venuto spontaneo e naturale. Non ci eravamo accordati su niente. E qui sta la magia.
      Grazie ancora e buona giornata!

      Liked by 1 person

      • Chi è più mattacchione, io che te le propongo o tu che ci stai? 😉
        Il gioco è comunque riuscito: messe alla prova creatività e affinità stilistiche, ce la siam cavata, dai!

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  4. Siccome sono una scimmia curiosa, dopo aver letto il racconto – che ho trovato molto bello – ho cercato di vedere come scrivesse Molfy e sono andata a sbirciare la sua pagina trovando post davvero interessanti.
    Bravi, molto, molto bravi sia nell’integrarvi che nella trama del racconto.
    🙂
    PS: “teneri bottoni”??

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  5. Non lo so, dovrò rileggerlo, penso di non averne capito la trama … forse meglio una mano sola … ma non lo so … sì, lo rileggerò, appena mi riprendo dal rincoglionimento … o_O

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