La principessa Hulk

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La sveglia suona alle 06.30. Si tratta di un modello avanzato.

Precisa come un appuntamento con il medico della mutua. Si aggiorna automaticamente all’ora legale. Intendo quella che vige a Timbuctù. Suona negli orari più disparati e più disperati.

La mia sveglia non suona, in realtà, ma si arrampica sul letto e mi salta sulla pancia.

Metto la sveglia sotto le coperte, la abbraccio e le dico “Dormiamo un poco papà”.

Ma la sveglia è sveglia, e per un immanentismo cazzimmico vuole che tutto il mondo sia sveglio insieme a lei. Compreso te.

Mi alzo e andiamo in cucina. Con gli occhi svegli quanto quelli di un pugile che sia stato suonato (non da una sveglia ma da un suo collega), getto uno sguardo alla lavagnetta. Le incombenze del giorno:

1)  Riparare la caldaia prima che esploda (di nuovo);

2)  Spesa pre-armageddon;

3) Diventare ricco;

4) Diventare famoso;

5) Verificare se è ancora nel bagno il ragno che hai messo sotto quel bicchiere di plastica a capodanno.

Sono tutti obiettivi poco probabili, ma il primo è il più improbabile di tutti.

Prendo un caffè.

Macchio la cravatta.

Cambio la cravatta.

Prendo un altro caffè, già che ci sono, stando un pochino più attento.

Riesco nell’intento: infatti la cravatta è rimasta immacolata, ma ho timbrato la camicia.

Prendo un caffè. E’ per calmarmi.

La principessa Hulk ha iniziato a farsi verde per la rabbia: ha ricordato un pupazzetto con cui non giocava da prima del trasloco da Milano.

Le donne non dimenticano, non archiviano neppure, salvano tutto in una parte della memoria a portata di mano. Hanno un enorme desktop mentale, e salvano sempre lì tutte le icone.

Una volta mia moglie mi tenne il muso e mi sbatté il bicchiere d’acqua che le avevo chiesto sulla tavola facendo tintinnare le posate.

Feci l’errore di chiederle cosa fosse.

Mi rispose “Niente”.

Perseverai nell’errore chiedendole conferma: “Sei sicura? Non mi pare niente”.

Sbuffò e non rispose. Poi disse: “Non ti ricordi che mi avevi promesso un calendario con le nostre foto?”.

“Sì, cazzo, ma eravamo al liceo!”.

“Appunto! Tutto sto tempo?”.

Con un colpo gobbo trovo il pupazzetto che credevo morto.

Lo consegno alla principessa Hulk che si placa.

Le infilo la giacca.

Prima, però, prendo un caffè.

Non è operazione semplice. Provate voi a infilare la giacca ad un orango tango che balla impugnando un pupazzo con le braccia aperte ben poco flessibili. Ovviamente uno parte dal braccio libero e poi chiede alla principessa Hulk di mollare il pupazzo, ma non funziona così, eh no, la principessa Hulk prima ti molla un calcio nello stinco (che non è di santo, e la tua bestemmia lo conferma), poi frigna, sbatte il piedino (sopra il tuo mocassino, e parte un altro santino), poi alla fine tu, che sei scaltro come una faiena, le suggerisci di cambiare semplicemente mano. Lei ti guarda guardingo come un mandingo e con gli occhietti furbetti passa il pupazzo da una mano all’altra.

A questo punto tua moglie ti dice con rimprovero nella voce che devi OVVIAMENTE metterle l’impermeabile e tu preghi in SanScrito che sia di quelli senza maniche, preghi Santo Stefano, scegli lui perché è un santo antico di cui nessuno si cura, scegliere San Gennaro per esempio, non ti va, dovresti attendere i secoli che smaltisca l’arretrato, ma Santo Stefano evidentemente ti legge nella mente di demente che ti ritrovi e ti lascia a piedi e l’impermeabile ha altre due maniche e la principessa Hulk ti guarda in cagnesco come a dire non è che mi richiedi di mollare il pupazzetto.

Arrivo a scuola che sono già sudato e bestemmiato e parcheggio con le quattro frecce e le otto occhiaie sotto gli occhi. Le porte dell’asilo sono più puntuali di quelle di una banca, e se non si spacca il minuto 30 non si aprono manco a calci.

Decido che prendo un caffè mentre attendo.

La campanella annuncia la fine dell’inizio di giornata.

Prima che la principessa Hulk salga, le solite placide e serene raccomandazioni di buona educazione:

  1. Saluta la maestra quando arrivi e quando vai;
  2. Non buttare l’acqua a terra;
  3. Non sbirciare da sotto le porte dei bagni;
  4. Non mangiarti i gessetti che poi caghi filadelfia;
  5. Non arrampicarti sull’antenna;
  6. Non mordere quel povero cane;
  7. Smettila di lanciarti come una rockstar dall’armadio sui compagni;
  8. Non attivare l’allarme antincendio;
  9. Non mettere i ragni nel piatto del vicino.
  10. Smettila ti prego di dar fuoco alla barba dell’insegnante. Non sta bene, è una suora tanto garbata;
  11. Tira fuori il gatto dalla lavatrice.

Poi lei sale, e finisce il mio mondo.

Solo a sera, quando torna, il sole sorgerà.

 

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Kavvingrinus – Avvocatolo

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Puntuale come la morte arriva la morte (temporanea) di Kavvingrinus! La parola al parruccone viola.


Non amo i generi, amo gli autori, di solito morti; il tempo è il miglior recensore [Che razza di proverbio è?]. Non è un proverbio [Non si parla ai commentatori!].

Il primo libro di cui ho memoria [MEMORIA? TU? BUAUAUAAUUA] narrava di un cane [Autobiografico?] abbandonato, di Bulgakoviana [Mettere “iana” in fondo al nome non farà di te un esperto di Bulgakov] memoria. Finiva ammazzato. Non ricordo titolo né autore [Ma va?].

Il secondo fu L’uomo che non sbagliava mai [Praticamente l’uomo dei sogni di tua moglie…], di Steve Perry. Un fantasy su un uomo dai nervi d’acciaio. Mi fece sognare.
Finiva ammazzato. I miei avevano i loro gusti.

L’ultimo Azteco, di Gary Gennings fu altro libro che mi segnò nel profondo durante l’adolescenza; un arazzo stupendo di storia Azteca sul cui sfondo si consuma un incesto tra fratelli indescrivibilmente dolce. Non ho più pianto tanto su un libro [Probabilmente ti sei scordato Non ti muovere…], nemmeno su gli altri di Gennings della serie dell’Azteco.

Incappai presto in A Futura memoria, se la memoria ha un futuro [Se la memoria ha un avvocatolo…] di Sciascia, che mi lasciò stupefatto (alla seconda lettura [FALSO!]) per i dibattiti profondissimi sulle pagine dei giornali dell’epoca: altri tempi [Sì, di 127 senza aria condizionata, bellissimi].

Crescendo, mi appassionai a Eneide, Iliade e Odissea [Andiamo, questa è meno credibile di quella che leggeva Goethe e pensava fosse un libro Harmony!], un’umanità di un’attualità disarmante e Ventimila Leghe Sotto i Mari [Leghe?], nonché L’isola misteriosa che mi ha fatto capire cosa significhi inserire una “svolta” in un romanzo. Seguirono titoli “comandati”, I ragazzi della via paal, Cronache di Poveri Amanti, Il sentiero dei nidi di ragno et similia, ma nessuno di essi diventò autore “totale”, come lo fu invece Stephen King, che incontrai al liceo quando soffrivo d’insonnia [Ne deduco che stai ancora al liceo…], e quindi fu fatale l’imbattermi nel suo Insomnia. Lasciai il King solo quando nel 2012 lessi Doctor Sleep, pallido tentativo di dare un seguito a Shining [E chi se ne futte, questa è la storia dei libri che hai letto, non di quelli che non hai letto].

Ho avuto un lungo periodo al liceo di stampo “politico”: Mussolini socialfascita di Bocca (più altri suoi saggi) unitamente a Mussolini l’Italiano di Lepre mi convinsero che non ero fascista, né comunista, ma che aborrivo la violenza [Se hai finito di fare lo sborone, vorrei mettere qui le foto delle svastiche che disegnavi, caro il mio comunista].

Continuai con Se questo è un Uomo, di Levi, Il Diario di Anna Frank e una raccolta di lettere di condannati a morte [Che sei veramente cojone…]. Ne uscii così strapazzato che tornai sul tema solo dieci anni più tardi con Viaggio al termine della notte, di Cèline, con la sua ironia fulminante.

Nella “maturità” [Maturità? BUAUAUAUAUA] arrivò Hemingway e tutti i suoi romanzi; della sua vita mi intrigai al punto da partire per Cuba a caccia [Di buttane, dillo!] dei luoghi che echeggiavano del suo mito. Mi ero lasciato un ultimo libro che finii proprio in quella epica vacanza: Verdi Colline d’Africa. Mi sentii a casa pur se dall’altro lato dell’Oceano [Sempre detto che sei un Orango Tanghero]. Qui trovai la famosa frase circa l’irrilevanza della letteratura americana pre-Mark Twain; appena rientrato dall’America in Italia, tornai oltreoceano leggendo tutto quel che trovai di Mark Twain. Di lui cito solo Vita Dura [Per fare lo sborone, lo sappiamo], biografia graffiante, e il suo rapporto “sereno” con la morte, tanto distante da quello morboso di Hemingway. La sua vita è di un tragico assurdo, e dimostra come dietro i sorrisi si celi tanto dolore.

Il suo Tom Sawyer, peraltro, ha ispirato il Jack Sawyer di Stephen King. Fili strani che si tendono tra i miei autori preferiti [Fili strani che si tendono tra le palle di chi sta leggendo questa storia infinita], come il filo che lega lo pseudonimo del King (Richard Bachman) con un altro mio autore “totale”, Richard Bach, uomo di sensibilità rara.

Cent’anni di Solitudine (c’è bisogno che dica che è Marquez? [No, cazzone]) e tutti gli altri capolavori del genio sudamericano me li sono gustati con animo trasognato. Cito solo Vivere per raccontarla perché mi ci sono perso [E perché continui a fare lo sborone], prima di proseguire con Per nascere, son nato di Neruda, che mi ha scavato dentro [Dalle parti del cervello, vero?] tunnel interi di sentimenti.

Allende con Il Piano Infinito mi mostrò il “diverso” e aprì con un paio di suoi romanzi la porta alle “donne” [Sono entrate loro? O tu? E dove?]. Fu un lungo periodo di esplorazione [Delle donne e delle pene…]: Maraini (La lunga vita di Marianna Ucria), Noemi Klein (No Logo), Jane Austen (Orgoglio e Pregiudizio e Mansfield Park [Non è vero, hai letto i titoli su Wikipedia! Nessuno si legge Mansfield Park, andiamo!]), Charlotte Bronte (Jane Eyre), Oriana Fallaci (altro autore totale), Kinsella (tre della serie I Love Shopping), Mazzucco (Vita), Harper Lee con Il buio oltre la siepe di cui mi colpì la figura (ovvio!) dell’avvocato Atticus. L’amicizia con Capote [Ostentare conoscenza della sua vita non farà di te un uomo migliore, sanno tutti che minchione sei] m’indusse a interrompere la serie “rosa” per leggere A Sangue Freddo. Inutile ogni commento. Ripresi la serie con La mia Africa, di Karen Blixen… chi mi conosce sa quanto possa esser stato importante questo libro per me. Volevo essere una farfalla di Marzano mi ha quasi fatto desistere dalla serie rosa (Orripilante!). Così come non sono riuscito ad affezionarmi a Sveva Casati Modigliani per la sua ripetitività; salvo solo Leonie.

Impossibile non citare Vergogna di Coetzee, superlativo, su una violenza sessuale, e Io, Nelson Mandela, biografia di un GIGANTE.

Di recente ho scoperto la Byatt e il suo capolavoro Possessione. Chi ama i libri e la poesia non dovrebbe mancarlo.

Tra i titoli importanti per la mia storia, Caino e Abele di Jeffrey Archer: una storia pazzesca di riscatto e odio, che mi fece scoprire John Fante, altro dei miei autori preferiti. Epica una scena in cui Bandini piscia nei guanti della suocera… [Meglio che tua suocera non legga quel libro, sai?]. Anche lui dimostra un rapporto bizzarro con la morte, quasi un file noire che lega i miei autori preferiti, come Dickens, che adoro oltre ogni dire.

Da Fante arrivò l’onda degli autori sarcastici, di cui cito solo i “totali”: Bukowski, da cui ho ereditato lo scopo di scrivere poesie per portarmi a letto le ragazze [Far finta che non sia vera questa cosa sbandierandola impunemente come se fosse divertente non farà di te un santo, sappilo], De Silva (un avvocato per di più napoletano!), Mordecai Richler, John Niven, Nick Hornby e Frank McCourt. Anche Moore (Il vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù, si CREPA dalle risate!) merita una citazione benché abbia letto solo un suo romanzo; rimedierò.

Fuori da ogni “categoria”, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta [Arte che ignori, hai sempre distrutto moto!], di Pirsig e Se ti abbraccio non aver paura, di Fulvio Ervas. Entrambi parlano di disabilità, peraltro in un viaggio padre-figlio in motocicletta, l’emblema meccanico dell’abilità, in un ossimoro tra mezzo di trasporto e trasportato.

Altra menzione speciale a Volti nascosti di Dalì (sì, Salvador [E chi, sennò, tuo zio?]) e per il capostipite del romanzo moderno, Vita e opere di Tristram Shandy, Gentiluomo, di Laurence Sterne.

Hosseini mi ha colpito per le miserie umane descritte, così come (sebbene descriva tutt’altra situazione) Il resto di niente, di Enzo Striano; quest’ultimo mi colpì, ovviamente, anche per il suo spaccato stupendo di storia napoletana [Di cui non sai una cippa].

L’utilità dell’inutile [La tua utilità…] di Nuccio Ordine mi ha invece lasciato a bocca aperta dinanzi allo splendido florilegio di cultura che è questo libro.

Citerei anche molti libri di divulgazione scientifica (almeno Einstein e Feyman fatemeli citare!), ma è meglio di no. Dico però che mi hanno stravolto la personale visione del mondo.

Prima di espormi alle vostre vendette, aggiungo un cenno ai francesi (Proust, Dumas e Sthendal sopra tutti) e ai giapponesi (Mishima e Ishiguro altri due autori totali [Ti manca Yoshimoto, Yamamoto e Suzuki e apri una concessionaria], ma dico che per numero spiccheranno sempre gli italiani, tra cui i miei preferiti sono Calvino, Eco, Bevilacqua, Pirandello e Camilleri.

Mi dispiace aver sforato ma siete fortunatissimi che non abbia elencato gli autori di cui vorrei leggere almeno una pagina, prima o poi!

Una favola speciale

A chi non ha dormito, a chi è ancora sveglio e a chi non dorme più, a chi ha un biglietto per il Paradiso vivendo all’inferno su questa terra, una piccola favola per credere ancora alle favole.

Avvo

Kavvingrinus – Epilogo

Puntuale come uno svizzero tedesco salesiano (quindi con due ore di ritardo ma cinque giorni di anticipo), oggi torna l’incubo Kavvingrinus per annunciarvi che venerdì prossimo arriverà Kavvingrinus.

La storia che commenterò venerdì è un poco bislacca. L’ho ricevuta da un soggetto losco, con un parruccone ridicolo e due occhiali da sole che gettano ombre sulla sua dichiarata storia d’amore con la patata.

Non so gli altri due soci da chi abbiano ricevuto la storia che andranno a commentare, ma ho il sospetto che Kalosf l’abbia ricevuta da un visionario pazzo, e Ysingrinus direttamente da Cthullu, negli ambienti noto come Pisellino Granulare.

Per il momento, sarà l’ultimo Kavvingrinus.

E uno di noi tre cadrà.

Ma state attenti che i Kavvingrinus come i scaffali a volte ritornano.

Kavvingrinus – Beep Beep 74

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Puntuale come la fine delle cose belle, arriva uno degli ultimi Kavvingrinus. Si avvicina dunque il momento di decretare il vincitore. Forse, se Pisellino Stellare accetterà di mettere alla mercè del mondo la sua ignuranza, forse pubblicheremo stavolta la storia di noi tre come lettori. Ma questo lo vedremo la prossima settimana. Per ora puppatevi beep beep…


Ho sempre amato i boschi … [… e chi se ne futte]

… e il caso ha voluto che avessi la fortuna di poterci abitare accanto [Aspetta che prendo i pop-corn]. Ricordo con piacere i castagni che tutti i giorni, affacciandosi alla mia stanza, mi auguravano buongiorno e la notte si facevano custodi dei miei sogni.

Nei boschi si nascondono infinite storie, esattamente come infinite sono le loro foglie che allo stesso modo delle parole, ornano i tronchi di racconti apparentemente identici che però, a dipendenza da come la luce li illumina, assumono forme assai particolari e singolari [Ma beep beep non era quel personaggio veloce come un fulmine?].

Credo che il mio cammino tra i libri é stato e lo é tuttora, una bellissima passeggiata solitaria tra il bosco incantato della letteratura umana [Tutto sto sproloquio per sparare questa minchiatomica? Però ammetto che è ad effetto la frase. La userò su Facebook facendo finta di non conoscerti, che cacchio me frega].

Un cammino iniziato tra mille paure [e mille seghe non necessariamente mentali] e timidezza, spinto però dalla curiosità ad affacciarmi sulle fronde più basse di alberi [Tu hai la fissa per gli alberi, secondo me rinasci Castano…] con nomi assai invitanti … Topolino, Braccio di Ferro, Tiramolla, Geppo, Pugacioff  [Dove cazzo sei vissuto? Ma soprattutto quando? All’età del ferro?], Tex, Dylan Dog, Asterix e molti altri che non ricordo nemmeno più. Pomeriggi interi, isolato da tutto e tutti [Ci fossi rimasto, isolato…], passati a sfogliare le storie più bislacche, mondi fatti di animali parlanti e ladri non poi tanto cattivi, mondi in cui nonne preparavano panini e torte perfette tanto da mettermi un appetito inverosimile senza dimenticare mondi fatti di donne eccitanti con curve troppo sporgenti per la mia ancor acerba immaginazione  [Questo mi pare Dylan Dog, decisamente].

Dai quei mondi, un giorno, come per magia vidi sbucare un albero [Che ti dicevo? La fissa, c’hai la fissa. Chiaro simbolo falloformico. Guagliò, mi dispiace dirtlelo, ma pure che non lo sai, sei ricchione] gigantesco. Meraviglioso. Un albero con foglie colorate e un tronco [Ma non mi dire! Un albero con un tronco? E io che ne ho visti sempre con almeno due/tre tronchi ciascuno…] bellissimo, attraente come nulla d’altro prima. LA STORIA INFINITA [Sì, la tua. Senti una domanda, ma è previsto che lo citi un libro o dobbiamo sciropparci ancora un mucchio di menate?], fu il mio primo vero libro [Ah, non me n’ero accorto che parlavamo di un libro]. Lo ricordo bene perché una volta giunto lassù, in cima a quella storia, mi resi conto dell’immensità che mi circondava. Immensità dentro la quale mi ci fiondai. [Non è che c’era qualche albero?]

Salivo ovunque [Anche sugli alberi?]. A casaccio. Non sempre riuscivo a raggiungere la cima, ma quando ci riuscivo era bellissimo scoprire sempre nuovi orizzonti [Non vorrei fare il pignolo ma gli orizzonti nuovi si scoprono andando avanti, non salendo in alto].

Altrettanto improvvisamente [Altrettanto? Perchè, cos’altro c’è di improvviso?] i miei interessi di colpo [Di colpo? Direi quasi… improvvisamente!] vennero catturati [Qui avrei aggiunto “All’improvviso…”] da una selva oscura (questa da qualche parte l’ho già sentita) dove c’erano alberi [Aridaje… però stavolta c’è pure la fregn… ehm la selva] dai nomi bizzarri … CARRIE, IT, SHINING [Ah, il vecchio caro King!], e molti altri ancora. Erano piante che intimorivano e io per non dare nell’occhio [Sapessi quanto ti darei io nell’occhio a te!] decisi di scalarle tutte in notturna, senza far rumore. Per alcuni anni ho venerato Stephen King [Io fino al 2012] e compagni come degli Dei. Esagerando, tanto da ritrovarmi dopo alcuni anni di insonnia [Citazione del libro Insomnia del King?], completamente esausto e senza forze.

C’é voluto un bel po’ di tempo per “disintossicarmi” [Non ti è riuscito tanto bene…] da quella abbuffata pazzesca, e riprendere lentamente la mia marcia. Questa volta decisi però di badare maggiormente alla scelta e soprattutto alla quantità degli [Indovinate di cosa…. suspance…] alberi da conoscere, non disdegnando paesaggi già visti o parzialmente esplorati in passato. MARCOVALDO, IL DESERTO DEI TARTARI, IL BAR SOTTO IL MARE, IL SIGNORE DEGLI ANELLI [Il mio prossimo acquisto! Mi mancano solo tre vite future da vivere, poi giuro che lo prendo], I PROMESSI SPOSI, IL CONTE DI MONTECRISTO, I MISERABILI sono […quelli come te] alcuni dei quali mi hanno indubbiamente lasciato dei ricordi indelebili. Ho sempre evitato le mode e i libri che andavano per la maggiore [Del resto il Signore degli Anelli chi cazzo vuoi che lo abbia mai letto?], non per snobismo ma perché per natura preferisco starmene tranquillo e indisturbato sul mio [Non dirà albero, vero? Nessuno crede che potrà dire albero, no?] albero senza dover fare la colonna [Adesso tu mi spieghi chi cazzo è che sale con le colonne sugli alberi?] per salire e scendere. Non escludo che alcuni libri di moda negli anni scorsi li possa leggere tra un po’ 😉

Ultimamente sono finito [Qui ci stava un punto…], quasi per caso direi, in una vasta radura disseminata di [di che sarà mai disseminata? Una radura di fiori? Di patate? Di fregna?] alberi [Ma se ti piacciono tanti perché non te ne infili uno… in tasca… ] nuovi, alberi poetici. Salgo ovunque alla ricerca di uno spiraglio illuminante che mi indichi il senso di questo nostro cammino quaggiù [Che cacchio ti sali se ti servono indicazioni per giù? Se tanto mi dà tanto, quando devi andare in deltaplano scendi a chiedere indicazioni in cantina] , tra questa giungla di parole e pensieri. Aggiungerei pure che nella poesia sto trovando i materiali ideali per costruire il mio personale rifugio che mi ripara dalle avversità della vita [Spero che tu trovi il tuo rifugio. Che sia ermetico. E che tu non esca mai più!].

Ho sempre amato i boschi [Ah sì? Avrei detto più gli alberi]

… e il caso ha fatto si che adorassi camminarci dentro. [E noi abbiamo adorato, in realtà, camminarti affianco. Bellissimo Kavvingrinus. Uno degli ultimi…]

beebeep74 😉

Ancora qui

Porto mia figlia al parco da quasi tre anni. Non sono sicuro che sia un dato statistico sufficiente.

Non sono sicuro di niente.

Come molti di voi sanno, ho dovuto ricominciare da meno di zero. Avevo una carriera avviata e modestamente straordinaria, una formazione su (letteralmente) milioni di pagine della migliore dottrina, negoziazioni con i migliori avvocati d’Europa, testa a testa, dove negli ultimi tempi onestamente non sfiguravo affatto.

Poi tutto è precipitato. E ho buttato tutto, proprio tutto quello che ero stato, lavorativamente parlando, giù nel cesso. Non per mia scelta. Oh no. Non lo avrei mai fatto volontariamente. Ci sono stato costretto dal tradimento di cui ho raccontato più volte, e che ha dato origine alla mia sete di vendetta. Una vendetta affatto particolare, consumata con la pubblicazione che, di quel tradimento, racconta tutto, a saper leggerla.

Ho ricominciato senza fiatare, non con la mia famiglia. Mia moglie, i miei figli, non meritavano di subire la mia frustrazione. L’unica alternativa che avevo era essere felice. Non sembrarlo. Non sforzarmi di esserlo. Ma, semplicemente, esserlo. E, non so per quale opera divina, ci sono riuscito. Sono stato felice, e la mia famiglia con me. E abbiamo fatto bene, col senno di poi. Perché dopo un po’ il lavoro è arrivato. Non ha quasi nulla a che vedere con quello che facevo. E pagano esattamente la metà.

Ma nella vita capita di perdere tutto. Io avevo me stesso, e sono riuscito a non perderlo. Ha fatto male, molto male, ho dovuto tirare un freno ai miei sogni, alle mie ambizioni, ho dovuto riprogrammare tutto.

Mi sono focalizzato sulla mia vita fuori dall’ufficio. Mi sono concentrato sul mio ruolo di padre, principalmente. Di marito. Di figlio. Di amico. Ho ripreso le mie passioni in mano. E ho toccato con mano che i soldi non fanno la felicità.

Con la mia vecchia vita di orari impossibili e week-end in studio, non avrei mai potuto trascorrere tanto tempo con mia figlia e la mia famiglia. Questo mi ha permesso di essere sempre più felice, ma anche di rendermi conto di un fenomeno strano. Le strade sembrano spopolarsi. Ci sono le persone, ma sono assenti. Al parco, ogni sabato peggiora. I genitori sono seduti sulle panchine, fianco a fianco, soli. Soli in mezzo a decine di persone. E’ uno spettacolo al quale bisogna prestare occhio per accorgersene.

I bimbi si spingono soli sulle altalene. L’età dei pargoli si abbassa. I bimbi “grandi” rimangono a casa davanti le playstation. C’è un silenzio assordante in quei parchi. Non si sente la voce dei padri. Non lo dico per mettermi in mostra, dovete credermi, sono quasi sempre solo io in mezzo ai bambini. E finisco per spingere i figli degli altri sulle altalene, o sul girotondo. E la solitudine mi ottunde. Mi sento solo anche io. Guardo quelle persone, che avranno duemila contatti su Facebook, e non riescono a dirmi facciamo un po’ per uno, o grazie per aver evitato a mio figlio di decapitarsi con il cancello del parco. Li vedo alzare lo sguardo solo per fare una foto, poi lo riabbassano e pigiano qui e lì per inviarla a chissà chi. Condividere i ricordi è importante, ma mi pare che alcuni di loro lo creino senza viverlo. Fotografare un evento dovrebbe servire a rinunciare a viverne una infinitesima parte, a futura memoria della parte che hai vissuto. Io vedo persone, invece, che vivono solo la parte che condividono. Dopo aver fatto la foto al figlio sull’altalena, se ne dimenticano completamente.

Anch’io, ovviamente, ho ampiamente fatto la mia parte. Ho passato tanto tempo sul blog. A leggere tanti altri blog. A scrivere il mio. A rispondere ai vostri sempre gentili e copiosi messaggi.

Se mi vedete un po’ assente, è perché sto cercando di ricominciare un’altra volta da zero.

Forse, forse sto tentando di ricominciare da me. Voglio tornare a guardare le persone con cui parlo negli occhi, non su una foto o un avatar. Voglio tornare a sentire il profumo della crema che hanno indossato al mattino, e il tepore che emana il loro corpo, non il freddo di un vetro.

Non voglio che mi figlia debba dirmi “Papà togli il telefono”.

Mi spaventa il silenzio che invade gli spazi. Mi spaventa che nessuno mi suoni più al semaforo verde, perché, come me, quello dietro è distratto dal suo telefono.

Mi spaventa il silenzio dei parchi, i girotondi pieni di ruggine, l’erba intatta e non calpestata, le ginocchia immacolate e senza una sbucciatura, le bici sui balconi che prendono polvere, le fermate degli autobus dove nessuno si siede più e quando arriva il bus deve suonare per svegliare la gente che dorme con gli occhi persi lontani, mi spaventa tutta questa solitudine nascosta dalla bulimia sociale, ci si ingozza di contatti, di interazioni, di “amici”, di follower, ma si dimagrisce sempre di più.

Mi spaventa tutto questo.

Sono ancora qui, non credo che rinuncerò al blog, che ho riconquistato dopo quattro anni di silenzio.

Ma vi chiedo pazienza se non mi vedete più saltellare come un tempo.

Se mi volete, mi trovate in giro per Torino.

Mi riconoscerete subito.

Sono quello che vi riconoscerà subito senza dover alzare lo sguardo.

Perché non sto guardando un display.

 

Shirley Temple

Shirley-Temple

Shirley Temple esercita la professione più antica del mondo.

L’avvocato (che avete capito?).

Del resto il primo processo si è celebrato nella notte dei tempi (il celeberrimo caso Dio & Consorzio Coltivatori dell’Eden Vs Anonimi Ladri di Mele).

Shirley esercita presso il mio (“mio” è usato a mò di figura retorica consistente nell’invertire il possedente col posseduto) studio.

Si è perdutamente innamorata di me (come darle ragione?).

L’ho ribattezzata così perchè è leggiadra, e usa camminare a passo di danza classica.

Ogni tanto la vedi che spegne la luce eseguendo un perfetto arabesque (lei è bassina e l’interruttore posizionato molto in alto), oppure se deve mollare un peto si esibisce in un chirurgico pliè.

L’altro giorno, poi, quando le ho detto che sarei stato anche io della cumpa che va in trasferta ha esultato di gioia (mediante una pirouette).

Come Shirley, anche lei è dotata di fossette, è bionda, ed è un enfant prodige che meriterebbe la fama internazionale per la sua ineguagliabile capacità di rompere i coglioni.

Mi ha già detto dieci volte ti amo, e ogni tanto mi chiede se mi ha già detto ti amo, cogliendo l’occasione per ribadirlo (“Hey Shirley ho trovato quella sentenza” “Ma TI AMO avvo”; “Ciao Shirley, ti ho portato quelle fotocopie” “Ma Avvo, ma ti amo! Ma gazie”; “Hey bauscia, ti sei dimenticata di inserire l’allegato” “Ma ti ho già detto che ti amo?”).

Non perde occasione per accostare la sua sedia alla mia, e stringermi un avambraccio qui (“Grazie, non saprei cosa fare senza di te”), un polso là (“clicca lì, aspetta ti faccio vedere”), una spalla su (“Dai forza che domani è sabato”), un bicipite giù (“Aspettami, vengo anche io”).

Mi trattiene in studio fino a quando rimaniamo soli, adducendo improbabili richieste di aiuto (“Mi fai vedere come si converte un word in pdf?” “Mi fai vedere come si converte un pdf in word?” “Mi fai vedere come si riconverte un word in pdf che originariamente era un word?”).

Venerdì scorso, appena usciti, mi ha mandato un sms dicendomi che è felice di avermi “incontrato”.

Ed io lì subito a pensare che sono il solito malfidato, che non è poi detto che tutti i colleghi debbano per forza trattarti a pesci in faccia (o in un altra parte più in basso), che esistono ancora persone capaci di un gesto gentile, di un sincero “grazie” come di un onesto “bravo”. Insomma, non sempre un sms deve per forza cominciare per “dove cazzo” o “cosa cazzo”, o con un imperativo.

Poi però lunedì sera siamo rimasti di nuovo soli.

Eravamo entrambi in piedi dinanzi la mia scrivania, a riflettere su alcune questioni delicate (professionali).

Accidentalmente, ho fatto cadere una pila di fogli dalla mia scrivania.

Shirley non ha neppure accennato a volerli raccogliere.

Ho eseguito un pliè guardingo, abbassandomi verso il parquet di contratti, visure camerali, lettere di inenti, e-mail e organigrammi aziendali che avevo ai miei piedi.

E’ stato in quel momento che Shirley ha allungato una mano e mi ha palpato la chiappa sinistra, peraltro cercando con un guizzo delle dita di infilarsi nel mezzo del cammin di nostro culo per inseguire non tanto virtute e canoscenza quanto il mio pendolo di foucault.

Ora, se qualcuno sta pensando che io sia un ragazzo fortunato che non apprezza le fortune della vita, dovrebbe prima sapere che Shirley Temple all’anagrafe risulta essere Ugo Ughi.

E ora ha davvero rotto i coglioni.

Kavvingrinus – Le Hérisson

Puntuale come le mie battute sulla sua puntualità, arriva Kavvingrinus, rivista settimanale condotta con Kriptonite Joe e Set Ink Ini T Ink Ul Oh. Oggi è un Kavvingrinus cui tengo tantissimo, una persona adorabile che ha un posto d’onore nel mio cuoricino. Diamole la parola…


Io e i libri … una storia infinita [Speriamo di no! Dopo le 1.000 parole taglio eh..].
Leggo, si può dire, da quando non lo sapevo ancora fare [Il che dimostra che tu leggi un poco ad cazzum…],  come ho già raccontato in un post.  
Potrei mai dimenticare le avventure di Geronimo Stilton e le altre serie della collana “Il Battello a vapore”? [Se ti rincoglionisci ancora un poco, certo che sì!]
È con loro che son cresciuta. Serie dopo serie. Ricordo che ogni passaggio al colore successivo (ogni serie aveva un colore secondo l’età dei piccoli lettori), era per me la conferma che “stavo diventando grande” [E grande lo sei per davvero, no a chiacchiere, come a Battiato]. Un po’ come le tacche sul metro dell’altezza appeso in cameretta [Forse da questa usanza deriva il detto sei una mezza tacca?].
Il primo libro tutto mio, lo comprai con i soldi regalatimi dal nonno [I nonni sono patrimonio dell’umanità. Non è la prima volta che compaiono in Kavvingrinus. Ma solo io ho avuto un nonno che mi ha comprato solo birre e mignotte?]. Avevo poco più di undici anni, allora, mi feci accompagnare in libreria e comprai “Il mago di Oz”. Lo conservo ancora come una reliquia.
Appena adolescente ho scoperto le avventure amorose con i libri di Liala [In comune con Mafy, se ricordo bene! Del resto siete entrambe persone che adoro… ] “rubati” alla zia e i gialli di Ellery Queen e Simenon  che trovavo tra gli scaffali di casa.  Non tralasciavo nemmeno le puntatine in biblioteca alla ricerca di nuovi titoli, però eh.

Beh, poi crescendo non ci si accontenta più della sola trama, no [Sì, cioè No, sì, capì?]?! S’inizia ad “assorbire” un libro nella sua totalità: storia, autore, messaggio. Si cerca di capire, di sapere, s’impara che leggere non è sinonimo di sognare o svagare ma di scoprire, conoscere, trovare risposte e pormi domande [Fantastica definizione della lettura. Scoprire. Colonne d’Ercole da varcare. Itaca. Andata e ritorno, domanda cui risponde un libro… aprendoti la mente a nuove domande. Chapeu]. Sicché ho dato il via alla lettura dei Classici [APPLAUSI] e dei romanzi introspettivi, e lì ci staziono ancora oggi.

Da lettore compulsivo quale sono, trovo difficile fare una classifica dei migliori testi letti: ogni libro lascia un messaggio negativo o positivo nella mente. Tra le storie indelebili nella mia memoria, ci sono:  “Un uomo” di Oriana Fallaci [L’ho adorato!], ne son stata così coinvolta da comprare anche le poesie scritte dal protagonista Panagulis; “Ad occhi chiusi” di Gianrico Carofiglio; “Niente di vero tranne gli occhi” del maestro del brivido Giorgio Faletti [Ho preferito di gran lunga Io Uccido, dello stesso autore…].  “Chocolat”  di Joanne Harris e “Colazione da Tiffany” di Truman Capote, due eccellenti trame che la trasposizione cinematografica ha massacrato mortificando il lavoro dello scrittore, il senso della storia, i protagonisti [Uhm su Chocolat non sono molto daccordo, cioè, sicuramente è distante dal libro, ma il risultato a me è piaciuto! Su Colazione da Tiffany hai ragione in pieno. Capote è sofisticatissimo, non lo si può ridurre a semplice glamour. Temo poi che il film abbia inciso sull’immaginario collettivo molto più del libro. Lo stesso mi pare sia successo con “A Sangue Freddo”, dello stesso autore]. E ancora: “Il maestro e Margherita” di Bulgakov [L’autore di Cuore di Cane! Un grandissimo], “Casa di bambola” di Ibsen, “Il piccolo Principe” di A. de Saint-Exupéry [Il piccolo grande capolavoro!]; “La ladra” di M. Tobino; “Memorie di una Geisha” Arthur Golden; “La solitudine dei numeri primi” di P. Giordano; … e molti altri.

Poi ci son dei libri che porto nel cuore. Non li ho scelti io … loro hanno scelto me. Sì proprio così!  Mi han fatto l’occhiolino, mi son saltati in braccio, volevano essere letti da me.  E così che, per esempio, mi son trovata descritta nell’indole di Renée e di Paloma, le protagoniste dell’ “Eleganza del riccio” (M. Barbery); ho approfondito  il concetto di amicizia in “Le braci” scritto da Sandor Marai; ho conosciuto un autore immenso,  J. Saramago,  con  “L’uomo duplicato” [Credo che sia forse tra i primi se non il primo spagnolo dei tempi recenti].
Dai, mi fermo qui ma di libri ammiccanti ne ho trovati molti altri e non han mai sbagliato un colpo.

Sarà anche perché evito come la peste le storie d’amore impossibili e i romanzi smielati, sicché non ho un panorama ampio di tale letteratura,  ma trovo che il concetto d’amore più ampio sia espresso in “Notre-Dame de Paris” da Victor Hugo che, per di più, con la sua minuzia nelle descrizioni dei luoghi, mi ha fatto immergere nella Parigi della fine 400 [Questo è uno di quei classici che mi manca, insieme a tantissimi altri!].

Naturalmente ci son Autori la cui firma è garanzia e dei quali “assorbo” libri su libri.  Il mio rifugio dopo una serie di “letture a vuoto” è J. Saramago:  uno stile di scrittura diverso in ogni romanzo e sempre appassionanti le sue trame.

A. Baricco: mai banale né ovvio. Le sue sono storie senza tempo né luogo, sono pezzi di ciascuno di noi ed è impossibile non ritrovarcisi dentro.  Lui scava gli animi. Letti tutti, saggi e i Barnum compresi.

Uno scrittore che non leggo, ma “ascolto” come un saggio nonno è H. Hesse: riesce ad incuriosirmi, mi porta ad approfondire gli argomenti, mi appassiona.

Nel gruppo dei preferiti c’è anche M. Prust: candida e poetica la sua scrittura. Leggerlo mi culla. No, non ho ancora letto tutta  “La Recherche”, ma sono a buon punto e intendo continuare … con le giuste pause tra un volume e l’altro [Sodoma e Gomorra per me TOP!].  

A questi si aggiungono: il maestro dell’orrore E. A. Poe, la filosofia dei racconti di Voltaire, l’irriverente fantasioso  S.Benni, la cruda O. Fallaci;  I. Calvino, L. Sciacia, L. Pirandello amati sin dai tempi del liceo. Ma non finisce qui …  [Fallaci Calvino e Sciascia… non è che hai sbirciato nella mia anima, no?].

Insomma, autori, generi letterari e titoli a parte,  posso dire che Il Libro è sempre stato il mio antro sicuro dove isolarmi e liberare la mente dalle paturnie o la fonte dalla quale attingere energia positiva. Sì, perché a me leggere ha salvato la vita … ma questa è un’altra storia. [I libri rendono le persone migliori. E si vede tu ne hai letti proprio tanti… GRAZIE per aver partecipato! Anche se omettendo qualsiasi accenno al più grande Libro di tutti i tempi, vale a dire L’ultimo Abele di me medesimo io, ti sei appena fatta un nemico mortale! Non ti vorrò mai più bene eccx!]

 

Una sfiga astuta

L’altro giorno ho sostenuto un “secondo” colloquio.

Il primo me lo ha procurato Serena, una mia amica olandese con la fissa per il karma, il cibo Vegan, le vite passate e future, e tutte queste stronzate qui.

Si è gentilmente offerta di accompagnarmi, alla modica cifra di tre vite future.

Io gliele ho cedute volentieri, tanto lo so che con la fortuna che mi ritrovo rinasco Pioppo o Castano a Milano.

Il colloquio era schedulato per le ore 09.35.

Ho chiesto conto a lei di quei 5 minuti, cosa volesse significare fissare un appuntamento alle 09.35 e non, per dire, alle 09.30.

Ha risposto che ogni minuto delle 24 ore è tempo.

E nel minuto 20 delle ore 09 lei ancora non era pronta.

Sono entrato da lei, vestito di tutto . e ho cominciato a farle pressa.

– “Serè, muoviti”

– “Un attimo, sto cercando di contattare i miei avi medievaVi”

– “Serè, sbrighete, lascia loro un messaggio in segreteria, e sbrighete”

– “Serenità, avvocatolo, serenità. La senti l’energia passiva di questa parola? Senti il suo splendore?”

– “Serè, dàtti una mossa, nessuna parola che contenga 5/6 del tuo nome può essere splendida, per cui dàtti una mossa”

– “Sei il solito, stai solo…”

– “Serè, muovi le chiappe. Sì, okay, lo so, sono il maggior esportatore al mondo di Karma negativo, rinascerò patella o frigorifero o patella attaccata ad un frigorifero. Tu preoccupati delle tue vite future e non rompermi il Karma. Muovi le chiappe, dài”

– “Oh santi numi”

– “Santi numi?”

– “Eh, santi numi, santi numi”

– “Serè, SANTI NUMI?”

– “S’è incantato il disco?”

– “Santi numi lo dice solo Nonna Papera quando si brucia la torta di mele o Ysingrinus quando vuole imitare Nonna Papera…”

– “Rilàssati”

– “Serè è tardi, accelerati!”

– “Rilàssati, comincia dal tuo coccige, rilassalo”

– “Serè, non so dove sia di preciso il mio coccige, ma so dove andrà a finire se è un organo duro e se non ti spicci”

– “E quanto la fai lunga…pusillanime”

– “Pusillanime?”

– “Eh, pusillanime”

– “Serè, pusillanime l’ho sentito dire solo da a Paperino…oh Santi Numi…”

– “Andiamo, dài”.

Ecco un esempio tipico di donna; ti dànno quello che cerchi esattamente un secondo dopo che tu hai smesso di chiederglielo.

Scendiamo di corsa le scale, e arrivati all’auto Serena è assalita dal dubbio di aver chiuso la porta.

Risale, riscende, saliamo in auto.

Casualmente scorgo un adesivo tondo incollato al lunotto posteriore, una lettera rossa (una S) su sfondo bianco.

Le chiedo, indicando la S:

– “È l’equivalente Olandico dell’Italica P di principiante?”

– “Avvocà, sono una tipa precisa io, P di Principiante mi pareva vago, così ho messo la S di Serena”

Arriviamo al megaparcheggio.

Non c’è alcun posto disponibile.

Anzi, uno c’è, ma è riservato al Capo Supremo.

Lei si infila nell’apposito spazio designato da delle linee bianche a terra e da un paletto con targhetta recante il nome del Capo Supremo.

Sulla targhetta c’è anche un disegnino giallo di un teschio nero su due ossa incrociate.

Io le dico:

– “Serè, non mi pare una buona mossa rubare il posto al Capo Supremo”

– “Karma positivo, avvocà. Chi credi che ce l’abbia piazzato stamattina un posto libero sotto al naso, eh?”

– “È stata sicuramente la mia sfiga”.

– “La sfiga non ti regala posti auto liberi, semmai non te li fa trovare”

– “La mia sfiga, Serè, è astuta, avrà avuto i suoi motivi”.

Non sono stato convincente.

Mi accredito alla reception, mi scorta un picchetto militare nell’apposita sala dove, a detta di Serena, dovrebbe già attendermi il Capo Supremo e l’esaminatore.

Entrato nella sala io vedo solo un fricchettone capelli lunghi vagamente ricci e vagamente lavati “qualche” tempo fa (seguendo lo stesso metro dei miei parenti quando dicono “dalle tue parti”), sciarpa di lana grezza attorcigliata al collo, maglioncino infeltrito, giacca con le toppe ai gomiti che non sembravano avere una funzione puramente estetica, polacchine ai piedi, e occhialini da intellettualoide di staminchia.

Si scusa ma il Capo Supremo è, per la prima volta in 20 anni, in ritardo.

Trascorsi 30 minuti l’imbarazzo è totale.

Suggerisco al fricchettone di procedere senza attendere il Capo Supremo, ma lui risponde che MAI nessun colloquio è iniziato senza il Capo Supremo, e mai dovrà rimanere sempre mai.

Dopo 1 ora arriva il Capo Supremo, paonazzo, con alcune venuzze scoppiategli sul naso per evidenti moti ondosi di rabbia.

Entra ed esordisce “Sktra jtfgwrpest kjstroess strass kungelkitammuort”, che vuol dire “Se prendo quel bastardo ladro di parcheggi lo squarto”.

Un rivolo di sudore mi cola lungo la fronte.

All’esito del colloquio, saluto e raggiungo Serena per avvertirla del disastro.

La incontro al sittordicesimo piano che sta pigiando come una matta (cioè come lei, in fondo) sul pulsante dell’ascensore.

La chiamo ma lei mi zittisce “Non ora, non ora”.

Le dico “Aspè ndò vai che fai! Non sai che casino…”

“Tu non sai che casino! Il Capo Supremo mi aspetta in reception, mi ha chiesto se lo accompagno allo stabilimento di xxx….”

“Proprio di lui volevo parlarti… è incazzato come un cammello in una cruna dell’ago per via del parcheggio…”

“Lo so! Mi ha chiamato e mi ha chiesto se lo accompagno in centro con la mia auto perché il suo autista non ha potuto parcheggiare…”

“Oh cazzo! Se adesso ti accompagna a prendere l’auto e vede dove l’hai FURBAMENTE parcheggiata siamo fottuti”

“Lo so, tu cerca di distrarlo alla reception mentre io mi defilo e vado a togliere l’auto”.

Arrivati al piano terra io mi fiondo sul Capo Supremo e cerco di farlo girare di spalle per non fargli vedere Serena, ci riesco, mi rilasso, sparo due cazzate sulla grandeur della sua azienda, lui si pavoneggia….e poi…..CRAAAASH! Si sente un botto pauroso(***).

Usciamo tutti fuori, e vedo un’auto con una S sul lunotto che è entrata nello sportello lato passeggero di una Mercedes K.

Il Capo Supremo guarda la Mercedes ed esclama “Cazzooooo l’auto di mia figlia!”

L’avevo pur detto a Serena che la mia sfiga è astuta come una faiena.

#Adotta1Blogger perchè…

Sarah Liotto mi ha tirato in ballo nella pazza community Facebook che è #Adotta1Blogger. Perché ho aderito con entusiasmo?

Perché è bello che uno sconosciuto ti adotti, anche se solo virtualmente.

Perché alle volte ti senti più vicino con quelli più lontani.

Perché nella vita ogni tanto ci sta anche dare a chi non ti ha dato niente, e ricevere tutto da quelli cui non hai dato poi tanto.

Perché è una community di persone dinamiche, molte delle quali ho incontrato di persona.

Perché Paola Chiesa è una persona eccezionale e dirige la baracca con elasticità e tolleranza, ma anche con severità impedendo che il gruppo diventi un ricettacolo di messaggi di buongiorno e buonanotte pieni di gattini e fumetti ammiccanti.

Perché ogni tanto vengono adottati personaggi improbabili, ma anche e soprattutto segnalati tanti articoli utili alle più svariate esigenze, dal tagliare un’anguria a forma di drago, alla dieta delle tre sberle, passando dall’agopuntura con gli stuzzicadenti usati per finire nel manuale di pettinatura per ricci.

Perché ogni tanto mi piace fare cose senza troppi perché.

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