Kavvingrinus – Lu Sognatrice

Puntuale come un Kavvingrinus, torna Kavvingrinus, rubrica di rincoglionimento giovanile settimanale come solo le settimane sanno essere. Quest’oggi vi presento – insieme a Kalosf e Pisellino (non chiedetemi perchè si faccia chiamare così) colei che fece il grande sgarro, ovvero Lu Sognatrice, che ebbe l’empietà improvvida di inviare la sua storia di lettrice a Kalosf e non a ME, che sono PADRONE dell’UNIVERSO. Vediamo, vediamo subito cos’ha da dire (a sua discolpa):


Sono sempre stata una Sognatrice Cronica: è così che amo definirmi.

Non per poetico narcisismo, ma perché è nella mia più intima Essenza [Certo che non sei Narcisa. Del resto, un Narciso, non Userebbe mai le Maiuscole per Definirsi come Sognatrice Cronica, né per indicare la propria Essenza, n’est pas?].  

C’è da dire, però, che non sarei mai diventata tale [Narcisa?], senza un piccolo aiuto: i libri…

I libri sono sempre stati un modo per evadere dalla realtà [Ma mai nessuno è evaso di prigione grazie a un libro, tranne Hurricane]:

un modo per sentirmi “a casa”, in un mondo tutto mio…

Il primo “incontro letterario” mi vede ancora come un’anonima spettatrice, ma è importante menzionare questo evento [E menzioniamolo…], perché ha condizionato in maniera molto profonda la mia vita di lettrice.

Ero ancora una bambina, forse di sei o sette anni.

Ogni sera, con trepidazione, attendevo il momento di andare a letto:

era il “momento della favola”!

Mia madre, paziente, mi rimboccava le coperte e apriva le pagine di un libro… e quale poteva mai essere, se non Piccole donne, di Luoise May Alcott? [Non avevo alcun dubbio!]

Forse il Primo libro in assoluto di ogni ragazzina che si accosti alla lettura… forse:

per me è stato così [C’è da chiedersi:

come mai vai a capo sempre dopo i due punti? Che cacchio ti hanno fatto di male, ti han punto?].

E sono stata sempre legata a tal punto a quel ricordo infantile, che non ho mai letto il libro, se non molto più tardi.

Nonostante ciò, la storia di queste quattro sorelle è sempre stata un modello per me, soprattutto perché una di loro è il mio quadro spiccicato: una sognatrice che vive in una dimensione parallela, e che si affida all’inchiostro di una penna.

Una ragazza malinconica che non trova mai il suo posto nel mondo e che, solo dopo molte tempeste, riesce a realizzare i suoi sogni e a trovare l’amore.

Il primo libro realmente letto (fine anni ’90) è stato Il primo incontro, scritto da Mel Gilden, e basato sulla serie televisiva di Beverly Hills 90210 [Di cui mi sentivo a volte Brandon, a volte quell’altro che pareva James Dean, come si chiamava, accidenti? Quello che si puppava Brenda? Boh. Piccola digressione: quanto dovevano essere strafatti di coca i genitori di quei due per chiamare i loro figli Brandon e Brenda? Cos’è, i nomi in USA si pagano un tanto a lettera?].

Questo approccio non è stato particolarmente formativo, ma lo cito perché con esso sono passata da semplice “spettatrice” ad “attrice” [E infatti reciti alla grande! Son due ore che ci hai lasciato ad intendere che avresti parlato dei tuoi libri…].

La vera scalata è cominciata tra la l’infanzia e l’adolescenza, sempre grazie a mia madre: da ragazza amava leggere [Cioè pur di non parlare dei tuoi libri, mo’ ti metti a parlare di quelli letti da tua madre!] i romanzi rosa di Liala, così mi ha “regalato” tutti i suoi libri [Quelli di tua madre o quelli di Liala? In entrambi i casi non ne esce bene la figura materna, sallo]. È stata una fase fondamentale, che sebbene mi abbia un po’ “rovinata”, alimentando la mia concezione dell’amore romantico, mi ha anche avvolta in un mondo magico e mi ha lasciato dei “valori” [E “io” dico che “questi” valori sono molto belli, anche se hai il “vizio” di “virgolettare” pure le “virgolette”, secondo la mia “opinione”].

Inutile passare in rassegna tutti i titoli [Tutti no, ma se cominciassimo a dirne uno non sarebbe malaccio]:

basti sapere che sono poco più di una quarantina [Uh che coincidenza! Come Molfy… solo che lei li legge all’anno :-D].

Tappa importante della mia “seconda adolescenza” è Dio su una Harley, di Joan Brady  [Mai sentito! Ma il titolo mi intrippa!]. Non sono mai stata molto religiosa, almeno fino ai miei 17 anni [Peccato, altrimenti qui una bestemmia te l’avrei tirata…], quando questo libro mi è “casualmente” capitato tra le mani, in un periodo molto buio della mia vita… e mi ha offerto la risposta che stavo cercando [E “quale” fu questa fantomatica “risposta”, se “posso” chiedere?].

A questo si aggiunge: La nostra vita nelle stelle (Niall Williams), con cui ha cominciato a farsi strada il mio amore per i Celti e le tradizioni irlandesi [Celti amori meglio coltivarli da piccoli].

Seguono: Fiabe irlandesi (Yeats), Il mulino dei dodici corvi (Otfried Preussler) e Harry Potter e la pietra filosofale [Sarà contenta Intempestivoviandante di constatare quanto questa saga sia letta anche tra i nostri amici di blog; per parte mia, sto ancora leggendo la Torah, e chi sa, sa]. Con questi ultimi quattro, mi sono leggermente aperta un varco nel genere fantasy.

A metà del mio percorso liceale (e poi grazie all’università [Università che è arrivata a metà del percorso liceale? All’anima del salto!]) ho cominciato a leggere qualcosa di più impegnativo [Sai che ci vuole, più impegnativo di Potter! :-D], stimolata anche dai miei studi.

Tra i tanti: Goethe (I dolori del giovane Werther [Ah finalmente qualcuno che lo cita! Un bel modo di deprimersi, nessun giovane può dirsi giovane se non ha letto i dolori!], Le affinità elettive [Un libro sempre più rosa; secondo me lo ristamperanno presto in Harmony] e il Viaggio in Italia), Coleridge (La ballata del vecchio marinaio), Stevenson (La freccia nera, L’isola del tesoro [Che, per quanto io adori Stevenson, però, non può dirsi poi tanto impegnativo, essendo per molti versi l’essenza del romanzo popolare], Lo strano caso del Dottor Jekill e del signor Hide), Calvino (Se una notte d’inverno un viaggiatore, Ultimo viene il corvo, Il cavaliere inesistente e Le città invisibili), Shakespeare (Il re Lear e Romeo e Giulietta), M. Ende (La storia infinita), Chrétien De Troyes (Lancillotto del Lago, Perceval), Hemingway (Di là dal fiume e tra gli alberi), Keats (Poesie).

Altre “tappe fondamentali” sono:

Martin Eden (Jack London), Orgoglio e pregiudizio e Persuasione (Jane Austen).

Martin Eden è la storia romanzata dello stesso London: un ragazzo di strada che sogna di diventare uno scrittore famoso [Potrei essere io!], per elevarsi agli occhi della donna amata, ma che poi si suicida [No, non sono io], perché si sente schiacciato dal peso della sua stessa vita.

Anche qui, inutile dirlo, ho visto me stessa: per il sogno di diventare una scrittrice (non necessariamente famosa) e per il mio inseguire una chimera amorosa.

Con Jane Austen, invece, non ho fatto altro che alimentare la favola alternativa e inesistente del Principe Azzurro: un bel Signor Darcy tutto per me! [Che però è un tantinello stronzo, per essere proprio Azzurro; lo definirei più un principe giallo…]

Un Uomo che fosse realmente Uomo: serio, maturo, leale e trasportato da un amore profondo e sincero.

E Persuasione mi ha insegnato che l’Amore Vero non conosce tempo, né distanza…

Continuiamo, con alcuni romanzi storici di Valerio Massimo Manfredi:

L’impero dei draghi, I cento cavalieri, Lo scudo di Talos, Le paludi di Hesperia e L’armata perduta. Tramite quest’ultimo romanzo, sono arrivata all’Anabasi di Senofonte, ma è stata un’ardua impresa finirla.

Ho divorato invece, con piacere, l’Odissea e l’Eneide [Omero e Virgilio… mica pizza e fico], che resta in assoluto il libro più bello che abbia mai letto. Non credo sia un caso che Dante abbia scelto Virgilio, come guida nel suo viaggio nell’al di là.

Tra le mie ultime letture, cito Mangia, prega, ama (Elizabeth Gilbert) e L’arte di amare (Erich Fromm): due libri che mi sono stati davvero di aiuto, in questo periodo della mia vita, insegnandomi ad avere pazienza, a volermi bene e a non arrendermi mai.

Un posto speciale va al mio amato Tolkien (di cui ho letto: Il Signore degli anelli, Roverandom, I figli di Hurin, Lo Hobbit).

Non tanto per avermi fatto conoscere la Terra di Mezzo, la Contea e la lingua elfica, ma perché se non fosse stato per lui, adesso non starei qui a scrivere la mia storia di lettrice per Kavvingrinus [Il che toglie ogni valore alla tua partecipazione! Tolkien lo leggerò dopo che ho finito di leggere Harry Potter… vale a dire dopo che avrò letto la Torah in dodici lingue e ne avrò capito le implicazioni più profonde].

L’amore per Tolkien mi ha portato a conoscere una persona meravigliosa:

grazie a lei ho aperto il mio primo blog e intrecciato il mio destino con quello di altre preziosissime persone.

In questo caso sì: potrei davvero dire che leggere mi ha cambiato la vita. [Anche a noi, un pochino 😀 Grazie di cuore!]

La dura vita di un avvopadre senza nonni

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Dalle mie parti ci sono tappe fondamentali della vita di un uomo scandite dalle domande dei parenti.

La prima è quando ti laurei.

La seconda, quando ti sposi.

La terza, quando fai un figlio.

La quarta, come lo chiamate.

La quinta, come lo avete chiamato.

La sesta, quando lo fate il prossimo.

La gente che ti rivolge queste domande, solitamente, è gente senza figli. Nessuna persona con figli te lo chiederebbe, sapendo che sei senza i genitori vicino.

Intendiamoci, la paternità è una gioia che vivo con estremo incanto.

Però ci sono momenti duri da affrontare.

Come quando sei cotto e stracotto come un Parmacotto in un forno a legna (acceso), e nel cuore della notte, di solito agli inizi della fase REM (quella in cui cominciano i benefici del sonno) senti un urlo che squarcia l’aria.

Ti alzi di soprassalto e già ti vedi mentalmente due albanesi drogati e zingari (siccome tu ignori che gli zingari non hanno patria) che torturano tua figlia per farsi dire la combinazione della cassaforte. A quel punto, tu che sei il capofamiglia, spingi tua moglie fuori dal letto con un calcio e le chiedi di vedere che cosa c’è, ricordandoti che non hai una cassaforte.

Tua moglie ti risponde “Vai tu”.

Assunto il comando del galeone che è la tua famiglia (che, non a caso, fa acqua un po’ da tutte le parti, ma resta sempre poi a galla), appellandoti a diversi principi di Archimede e Leonardo, tra cui la demoltiplica del peso per mezzo dell’utilizzo di carrucole e rotule, sollevi un piede, lo avvicini al burrone del letto, lo esponi al precipizio e poi fai sì che tutto ciò che sta attaccato a quel piede precipiti insieme a lui sul pavimento. Nei successivi due minuti cerchi di alzarti prima che l’arbitro arrivi alla conta del 10 segnando Ko.

Ti senti un po’ Rocky e ti tiri il cappuccio sul capo, anche se il tuo pigiama non ha nessun cappuccio, ma il freddo in casa è lo stesso che in Russia e di là pare proprio che ci sia Ivan Drago, giusto nel lettino dove poche ore prima avevi depositato, tra urla e schiamazzi che ora ti paiono sussurri, la tua principessa dalle ali di zucchero e la codina di miele.

Mentre ti aggiusti le batterie del tuo settimo by-pass installato la notte in cui una bottiglia di plastica ha deciso di farti un pesce d’aprile alle tre del mattino scoppiettando dalla cucina allegra e a intervalli irregolari, accendi la luce e trovi afferrato alle sbarre del lettino la versione in miniatura (e bionda) di John Coffey del Miglio Verde. Ti guarda con gli stessi occhioni lucidi e quasi ti par di sentirla che dice “Capo, abbiamo un problema”.

Nel frattempo il fratellino, che tanto “fratellino” non è visto che pesa quanto un motore d’aereo, motore che a dirla tutta sarebbe preferibile da cullare posto che, a meno che non sia tu ad accenderlo, il motore non scalcia e non strilla e comunque non sputa il ciucciotto a terra dopo due secondi che lo hai sterilizzato facendolo bollire mezz’ora, il fratellino-motore-imperfetto si è svegliato. “Si è svegliato”, probabilmente, non rende l’idea. Diciamo che, dopo un lungo minuto di silenzio in cui ha aspirato l’aria dell’intero condominio, è entrato in fase antifurto satellitare, non nel senso che individua la sua posizione sfruttando i satelliti, ma “satellitare” nel senso che la sua onda d’urlo arriva ai limiti dell’orbita terrestre, laddove finisce l’ossigeno e l’aria e, perciò, non prosegue solo per uno stupido limite delle leggi della fisica secondo le quali il suono non si propaga in assenza di aria. Credo che Dio avesse già sperimentato l’urlo di Chen dei bambini quando, nella sua immensa saggezza e preveggenza, decise di porre un limite all’espansione nel cosmo dei rumori molesti. E’ questo il motivo per cui, casomai ve lo foste mai chiesto, l’aria c’è solo sul pianeta Terra; tutti gli altri pianeti, in poche parole, non vogliono rotture di balle. E infatti la vita si è sviluppata solo da noi. Fanno eccezione i pesci del mare che vivono senza aria e non a caso non hanno bisogno di psicologi e comunque hanno una salute di ferro.

Essendosi svegliato Chen, tua moglie è incazzata come un Orso Polare in gita a un safari in Kenya nell’estate Africana ma tu non hai tempo per queste quisquilie. Un compito molto più arduo, da autentico pater familias, ti attende: ritrovare il bottone rosa della camicia di Peppa Pig, non il pupazzo di stoffa che, tutto sommato, ha bottoni grandi. Nossignore. Parliamo del bottone rosa della camicia della miniatura di Peppa Pig della LEGO. Quelle costruzioni che, immancabilmente, lei sparge per casa in ogni anfratto visibile e invisibile. Ogni volta che hai spostato un divano, una sedia, il letto o financo lo zerbino fuori la porta, è spuntato almeno un pezzo di Lego. Adesso, però, sai benissimo che quel bottoncino rosa non salterà MAI fuori fin quando lo cerchi. A quel punto proponi a Ivan Drago, che nel frattempo si è un po’ rammollito tanto che pare il cognato di Rocky, quello che magnava e beveva a scrocco e viveva a casa di Rocky e gli rompeva pure ogni due per tre il cazzo (in ciò assumendo, ti duole ammetterlo, autentici tratti da gemello eterozigota di tua figlia), proponi a questa sirena con la faccia d’angelo e la coda biforcuta, un mercanteggio, un’alternativa, un surrogato: che ne dici se le mettiamo un bottone della camicia di papà? Niente da fare. A quel punto proponi di disincastonare un rubino dall’anello di tua moglie, pur di tornare a dormire, ma Ivan Drago è Ivan Drago, ha l’inflessibilità di una spia del KGB. Ha detto che vuole il bottone rosa di Peppa Pig, e VUOLE il bottone rosa di Peppa Pig. No, non lo vuole un cartone animato (una delle ultime spiagge), né tantomeno un poco di latte, e non lo vuole cercare domani, lo vuole ADESSO. Il tutto condito da un “Ma io”. “MA IO LO VOGLIO ADESSO”, come a dire, ma che cavolo vai proponendo. Quindi, a quel punto, ti decidi a far finta di cercarlo, ben sapendo che sarebbe come cercare un punto nero sulla faccia di Bruno Vespa.

Ti abbassi sotto al lettino e ne approfitti, mentre fai finta di cercare ancora, per un riposino, giusto dieci venti secondi. In quei secondi riesci anche a sognare di essere Visnu, un paio di braccia di riserva ti servirebbero non fosse altro che per fare il gesto dell’ombrello a tutti quelli che ti chiedono quando “Metti in cantiere” il terzo.

Ma, quand’anche diventassi Visnu, e cercassi con dieci dita, del bottoncino non troverai alcuna traccia, e tua figlia nel frattempo avrà ritrovato il trenino a propulsione solare che aveva perduto e per il quale ti eri sparato il sesto by-pass durante un’altra notte insonne a cercare e a far finta di aver ricordato che avevi prestato il trenino a Topolino.

Adesso lei vuole che funzioni, ma senza il sole il trenino a propulsione solare non va.

Accendi la lampada alogena sperando di ingannare il pannello solare del trenino, ma ti accorgi che qualcosa non va. Apri il trenino intenzionato ad aggiustarlo seduta stante, e di solito al terzo o quarto tentativo entra tua moglie, sposta il tappeto, trova il bottone, lo mette su Peppa, mette la bimba a letto e ti molla tra le braccia il motore d’aereo che scalcia e che vibra e che strilla e che perde olio dal basamento proprio come un vecchio biplano a motore.

A quel punto, è fatale, cominci a chiederti quanto ancora devi aspettare prima di tornare a riposare a lavoro.

E intanto ti segni in agenda di chiamare i sapientoni che ti chiedono di sfornare figli come conigli nell’esatto momento della prossima notte insonne in cui tua figlia perderà il fazzoletto nel taschino di Topolino.

 

Kavvingrinus – Alidifarfalla

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Puntuale come il cambio d’orario, torna Kavvingrinus. Oggi con una personcina cui tengo molto, un’amica speciale, che anche se non si vede, come l’aria, è buona da respirare. Lasciamole subito la parola.


Mi ha incuriosita questa idea di scrivere la propria esperienza di lettura, perciò eccomi qua [Una bella frase di apertura. Del tutto inutile, come tutte le frasi di apertura, del resto].

Mi ritengo un avida lettrice, anche se (come tutti, credo) vado a periodi [No, io no: vado a petrolio e ricariche Wind]: ci sono periodi in cui non riesci a togliermi dalla lettura del libro del momento nemmeno con la promessa di un immensa tavoletta di cioccolato fondente [Preferisco quello al latte, per cui capirai…], ci sono periodi in cui inizio un libro e ci metto un’eternità a finirlo perché vado avanti a spizzichi e bocconi [E se hai la bocca piena di cioccolata i bocconi son bocconi piccoli, diciamo bocc… se semo capiti via].

Ma iniziamo per gradi [Azz, ancora dobbiamo iniziare? E già ti sei bruciata ottocento caratteri…]. Credo di essere nata con la passione per la lettura [Uanema!]. I maggiori ricordi di me bambina sono legati [se legano sono corde, non ri-cordi] ai libri. Certo, ricordo con piacere anche i giochi che facevo con mio fratello (che a differenza mia non ama assolutamente leggere [Come molti uomini, prendi Ysingrifulus]), ma soprattutto i miei ricordi [Ricordi che hai già detto ricordi almeno otto volte, sì?] sono legati ai libri [Una bella frase ridondante è sempre utile per far capire alla gente che i tuoi ricordi sono legati ai libri. Potrebbe esser sfuggito a qualcuno…].

Ricordo [Ricordi? Ma va!] le giornate passate seduti sul divano con il mio povero nonno malato ad ascoltarlo leggere le favole [Torna un elemento che trovo dolcissimo e patrimonio dell’umanità: i nonni che leggono le favole]. Io non sapevo ancora leggere, ma ricordo [Ricordi? Che bello! Pensavo di no!] come fosse ora che gli chiedevo sempre di leggermi i libri di favole, e me li sono fatti leggere talmente tante volte che li conoscevo ormai a memoria [Come mia figlia!], tant’è vero che mentre lui leggeva io seguivo con il mio ditino le parole sul libro [Mia figlia invece adora finire le frasi che le leggo, avendole, appunto, imparate; cosa che incoraggio fermandomi e ponendo un accento interrogativo], come se stessi seguendo la sua lettura, e non sbagliavo un colpo [Come se i tuoi ricordi fossero legati ai libri, vero?].

Ricordo [E 10] le serate quando mio padre tornava a casa dal lavoro, e mentre la mamma preparava la cena lui mi leggeva sempre qualcosa [Anche io! Stupendo…]. Ed io lo guardavo rapita mentre leggeva per me. Ho sempre guardato il mio papà con ammirazione. E la nostra casa è sempre stata piena di libri [Ai quali, giova ribadirlo, sono legati molti ricordi dei tuoi].

Ricordo [11] la collezione di libri di favole della Disney che avevo in cameretta di cui ero gelosissima e che leggevo e rileggevo in continuazione (credo che siano ancora in qualche scatola in cantina a casa dei miei genitori … in un moto di nostalgia potrei andare a rispolverarli …) [Sarebbe bello, sai. Mi chiedo cosa ne farà mia figlia delle decine e decine di libri che ha…]

Ricordo [Mazz e 12] poi che crescendo, a scuola mi affascinava studiare il pensiero degli autori e le loro opere, appassionandomi ad alcuni e non sopportandone altri, ma comunque trovando sempre molto curioso approfondire l’argomento.

Poi crescendo ho iniziato a divorare libri sul serio.

Da ragazzina mi innamorai di libri come Piccole Donne e Piccole Donne Crescono [Ah finalmente qualcuno che li ha letti entrambi :-D]CuoreIl Giardino SegretoIl Mago di Oz e La Storia Infinita.

Da donna ho iniziato a spaziare molto. Qual è il mio genere? Non lo saprei dire. Anche qui, vado a periodi. Passo da periodi in cui mi dedico a storie di vita vissuta (nella maggior parte dei casi dure e strappalacrime) come Mai Senza mia Figlia o La Parrucchiera di Kabul, a periodi in cui sento la necessità di leggere storie frivole e divertenti come tutta la saga I Love Shopping [I love I love Shopping!]La Regina della Casa (che mi ha fatto scompisciare dal ridere). Molto dipende da quello che sto vivendo io in quel momento, se la mia testa è in grado di affrontare storie impegnate o meno [Potremmo dire, citando una grande, che “Anche qui, vado a periodi”?].

Mi è piaciuto molto leggere il primo delle Cronache di Narnia (Il leone, la strega e l’armadio) ma non mi hanno entusiasmato i successivi. Lo stesso è successo ad esempio con il primo libro che ho letto di John Green, ovvero Per colpa delle Stelle che mi è piaciuto tantissimo mentre non mi ha entusiasmato gran che il secondo che ho letto, ovvero Città di Carta.

Condividendo la passione per la lettura con una delle mie più care amiche, spesso ci scambiamo consigli e libri. Uno dei libri consigliati da lei che mi è piaciuto di più è Eugénie Grandet di Honoré de Balzac mentre non sono nemmeno riuscita a finire Il Barone Rampante di Italo Calvino [Argh! E non sei la prima! Questione di gusti, a me ha rapito totalmente!].

Ecco, mi permetto una leggera digressione sul non finire un libro. Per principio io se inizio un libro lo voglio assolutamente leggere fino in fondo [Idem], anche se non mi piace per niente. Ma in alcune occasioni (molto poche in realtà [Nel mio caso solo due volte, Moccia e le 50 sfumature di grigio]) non ce l’ho proprio fatta ed ho lasciato la lettura a metà perché veramente non potevo andare avanti. Prendiamo ad esempio Anna Karenina di Tolstoj: ho fatto una fatica impressionante a finirlo. E’ un tomo enorme, ma non è questo il problema. La storia sarebbe anche bella ed avvincente, ma come spesso succede agli autori russi, troppo descrittiva. Il caro Tolstoj per i miei gusti si è perso troppo nella descrizione di dettagli che rendono la lettura pesante e per niente fluida … ma nonostante questo per me era diventata una questione di principio finire questo libro, e l’ho finito. Già che sono in tema di autori russi, posso dire che l’esperienza di lettura di Delitto e Castigo mi ha convinta che Dostoevskij doveva averi seri problemi psichici [In effetti pare fosse epilettico; prova a leggere L’Idiota, ne avrai conferma!].

Ho sempre letto con molto piacere le opere di Pirandello [Che io trovo più difficile di Dostoevskij, a dire la verità!], la mia preferita Uno, Nessuno e Centomila ma anche La Giara e Sei Personaggi in Cerca d’autore (forse anche io al pari di Dostoevskij non sono proprio completamente a posto di testa [Anche io allora! Perché amo entrambi]).

Alcuni dei libri che mi sono piaciuti di più sono Orgoglio e PregiudizioCime tempestoseThe HelpLa custode del miele e delle api [Questo titolo mi intrippa sai?]. Altri, penso disponibili solo in lingua inglese sono The Various Flavours Of CoffeeJourney to the South: A Calabrian HomecomingThe Sound of Language.

Ma in assoluto il mio libro preferito, quello che sento mio, quello che mi rispecchia è Jane Eyre [BINGO!]. I motivi sono veramente tanti. Credo sia un libro per niente scontato, pieno di colpi di scena e molto attuale anche se scritto a metà dell’800. Quello che mi piace particolarmente di questo libro è che parla di una donna vera, della storia di vita difficile di una donna che deve saper badare a se stessa e ci riesce. Sento mio questo libro e mi rispecchio in Jane perché viene dipinta come una persona molto umana. Una donna forte ma con le sue fragilità. Una donna sicura di se ma con i suoi dubbi. Una donna sognatrice ma razionale. Una donna che sa quello che vuole e lo ottiene [Uhm, a me diede un’impressione su questo punto un poco diversa; quella scena in cui lei si sveglia e sente il richiamo di lui mi ha dato molto da pensare sul se sia stata davvero “lei” a ottenere ciò che voleva…]. Una donna disposta a soffrire pur di non cedere a compromessi. Una donna che non si accontenta ma che cerca la felicità e la serenità [Benché col pastore fosse proprio sul punto di accontentarsi per sempre…]. Una donna che crede nell’amore ma anche nel rispetto. Una donna che non si lascia calpestare ma che pretende di essere trattata come un essere umano, alla pari di chiunque altro. Una Donna … con la D maiuscola. Ecco … Jane Eyre è IL MIO romanzo … LA MIA storia preferita, quella storia dove trovo tanti spunti di riflessione e tanti aspetti di me nella protagonista … quella storia che leggo e rileggo sempre senza stancarmene mai e di cui guardo, se posso, tutte le rappresentazioni televisive che escono (per ora per me la più bella è quella della  BBC) … il libro insostituibile, la storia eterna.

Potrei continuare a scrivere all’infinito ma ho già superato le 1.000 parole e vorrei evitare di annoiare troppo … quindi mi fermo qui … lasciando a te che leggi il “divertimento” di studiare un po’ la mia personalità da questo racconto letterario. [Sei una bellissima persona, ne ho avuto solo conferma con questo tuo scritto. Grazie!]

AliDiFarfalla
https://ideeinmovimentotb.wordpress.com/

Ironia a Scatole Cinesi

Un’altra recensione de L’ultimo Abele, una recensione profonda e stupenda! La prima che ha colto due cripto-citazioni nascoste nel libro (ce ne sono decine! E alcune sono già state svelate): cara Lucia, ti confermo che entrambi i “riferimenti occulti” al grande Capa che hai intuito sono ESATTI! Grazie per la recensione davvero lusinghiera! Un abbraccio fortissimo!

I papà dei Giardini Cavour

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Non esistono solo i gruppi whatsup di mamme.

Per motivi su cui Piero Angela sta ancora preparando una puntata insieme a Bruno Vespa, nonostante la proverbiale avversità maschile alle chiacchiere, esistono anche gruppi whatsup di soli uomini.

Riporto infedelmente una conversazione occorsa nel gruppo di cui mi pregio esser primo fondatore e costante animatore “I padri dei Giardini Cavour”.

Da qualche giorno le mamme dei Giardini Cavour ciarlavano di un cambio di maestra.

Nel pieno della notte, saranno state le tre, il primo commento di un papà nel nostro gruppo. Considerato che manda sempre messaggi di notte, e per altri motivi che forse emergeranno nel prosieguo, lo abbiamo ribattezzato PapàPuttana.

PapàPuttana: oh sentito nuova maestra? [nda nei gruppi di uomini gli uomini, essendo uomini, e quindi pratici, eliminano ogni avverbio e preposizione, per non parlare degli ausiliari; tanto è tutto sottinteso]

PapàCommercialista: Ma l’hanno assunta con regolare contratto? Se no addio detrazione del 19% sul 50% del 100% di spesa con un tetto massimo di 400 Euro e una franchigia non assorbibile di 129 Euro per l’art. 2 del TUIR.

PapàPuttana: speriamo bona almeno [ndr, sottinteso “che sia”].

PapàBuzzurro manda la foto di due cani che scopano e ride da solo. Nessuno lo caga.

PapàBiker: manda il video di un idiota che percorre una tangenziale a 230km/hr e chiede se non è una figata.

PapàAvvocato (non io): ma qualcuno verificato referenze? Chi ha scritto il contratto assunzione? Papàbiker, se c’è un vigile qui sul gruppo egli è obbligato a segnalarti per eccesso di velocità e guida pericolosa.

PapàOssessivo: mettiamo telecamere.

PapàPuttana: Speriamo che tratti bene i bambini e faccia bene i pompini.

PapàOssessivo: mettiamo telecamere, così vediamo come si comporta.

PapàBiker: manda il video di un idiota che sta a gambe aperte e col culo da fuori, e si fa limare i peli dalla ruota posteriore di una moto che parte sgommando. Nessuno lo caga. Lui chiede se abbiamo visto i due video. Nessuno continua a cagarlo.

PapàAvvocato: per la telecamere c’è bisogno dell’autorizzazione preventiva, concessa anche tramite silenzio assenso che consegue a presentazione di apposita istanza, da parte del Garante della Riservatezza dei Dati Personali, e di apporre segnaletica che avvisi chiaramente, e in tutte le lingue del mondo, che l’area è video-sorvegliata.

PapàOssessivo: Sì, va bene tutto, ma mettiamo le telecamere.

PapàBuzzurro: Mettiamoci mia moglie a sorvergliare le maestre e le bidelle.

Io: Buzzurro, come potrebbe mai controllare? Ci sono tre maestre e sono in tre aule diverse divise da spessi muri.

PapàBuzzurro: mia moglie ha i raggi x come Superman. Vede attraverso. Quando sto cagando, pure che ho la porta chiusa, dalla cucina, se mi alzo dalla tazza senza aver usato lo scopettino, mi grida di usarlo prima che riesca a premere lo sciacquone.

PapàPig: com’è la moglie di papàBuzzurro? Qualcuno l’ha vista?

PapàBuzzurro: stronzo guarda che leggo anche io.

PapàPig: ho solo chiesto com’è, mica ho chiesto se è pisellabile.

PapàBuzzurro: ti aspetto davanti la scuola e ti faccio il culo, stai avvisato.

PapàBuzzurro ha abbandonato polemicamente il gruppo.

PapàPig ha abbandonato codardemente il gruppo.

PapàOssessivo: mettiamo le telecamere.

PapàCommercialista: condivide il diciottesimo emendamento al TUIR, nella versione approvata in prima lettura al Senato, per la riforma del limite di deducibilità degli oneri previdenziali non dedotti in quanto eccedenti il massimo limite deducibile. Nessuno lo caga.

PapàFast&Furious manda la foto di un’auto con il cofano bombato e le luci a led dappertutto, le minigonne e i cerchi in lega di colore nero notte.

PapàBuzzurro è entrato (di nuovo) nel gruppo.

PapàBuzzurro: WOW! E’ un’Astra elaborata da Fast&Strunz?

PapàFast&Furious:  PRE-CI-SA-MENT-TE.

PapàAvvocato: sarà omologata? Altrimenti se ti beccano a circolare sequestro e via.

PapàFast&Furious: ci devono solo provare a prendermi col bolide.

PapàAmazon: raga ho trovato su Amazon un drone che se ne prendiamo 120 e paghiamo in anticipo scegliendo la spedizione via mare (data consegna stimata in sole 30 lune!) possiamo risparmiare tre euro a testa. Basta che ci registriamo ad Amazon Prime.

PapàCommercialista: e quanto costa Amazon Prime?

PapàAmazon: duecento euro all’anno. Ma le spese di spedizione sono G – R – A -T – I – S. allora? Chi c’è?

PapàPuttana: bambole gonfiabili su Amazon ne abbiamo?

PapàPig1 è entrato nel gruppo (con profilo pretesamente anonimo).

PapàPig1: non vendono bambole gonfiabili su Amazon, ma puoi chiedere alla moglie di PapàBuzzurro. Dicono che abbia preso nel fodero più mazze lei che una sacca da golf.

Kavvingrinus – Giomag

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Puntuale come solo la morte e le tasse sanno essere, torna, altrettanto simpatico delle suddette, Kavvingrinus, rubrica di intrattenimento scritto di quanto si è letto chi ha letto e ci ha letto e detto. Kalosf e Ysingrifulus vanno esplorati per leggere che dicono loro di quel che han letto su ciò che han scritto e ci han detto coloro che han letto.


Non avendo ispirazione per scrivere alcuna delle mie sciocchezzuole [Al tempo… vediamo se non hai scritto sciocchezzuole pure stavolta…], ho deciso di partecipare al prestigioso concorso indetto dai valenti ysingrinus, avvocatolo e kalosf, che considero tra le migliori menti [Menti? O sei sincero? Cominci bene…] presenti su wp, imparziali [Cu’ cazz!] e per niente inclini a farsi condizionare da adulazioni [A fess d mammt; aggiungerei, galantuomini, mai volgari]. Li immagino come giudici inglesi, con martellino in mano e parruccone [Perché immaginare quando puoi guardare il mio avatar?] riccioluto in testa. Così devono essere.

Non vorrei vantarmi ma [Ma lo stai per fare, lo sento] la mia biblioteca è piuttosto fornita, tanto che ormai l’acquisto di nuovi volumi è ridotto al lumicino a causa della mancanza di spazio [Questo non vuol dire, metti che vivi in un monolocale pieno di barattoli di melenzane sott’olio? Che ragionamento è, poco spazio, pochi libri, biblioteca fornita? Ah povero Aristotele…]; non mancherò comunque, esclusivamente in caso di vittoria, di rimpinguare la collezione con l’opera ultima di uno dei giudici. Chi ha orecchie per intendere intenda [Penso che questa storia comincia a piacermi…].

La mia passione per la lettura ha seguito nel tempo delle fasi, un po’ come Picasso [Che diceva diceva senza mai dire un casso… chissà chi mi ricorda…] con i pennelli per chi è pratico di pennelli; elencherò in breve queste fasi esemplificandole con qualche titolo illustrativo. Tutto quello che scriverò sotto l’ho già scritto da qualche parte, perciò qualcuno potrebbe accusarmi di essere ripetitivo; del resto se ho già scritto da qualche parte di quanto sto per scrivere non posso cancellarlo [Stringi…].

La mia infanzia [Azz pensavo che eravamo già arrivati alla terza età, ancora all’infanzia stiamo?] è stata rallegrata dalle letture, in edizione originale [Addirittura, ma intendi proprio il mano-scritto?], delle opere di Dumas [Romanzo popolare per eccellenza, non so se dopo o prima Sue], Salgari e Verne; mia madre, accanita lettrice tuttora, me li regalava a Natale al posto della pistola che chiedevo a Gesù Bambino [Eh beh, perchè non l’hai chiesta a tua madre? Capace che te la dava. Carica. Magari dalla parte della canna…]; la cosa mi ha aperto la mente predisponendomi all’infelicità di colui che sa di sapere in un mondo che non sa e che non gliene frega niente di sapere che tu sappia. Sono stato funestato dalla lettura del famigerato libro “Cuore” di De Amicis: tanto da arrivare ad emulare Garrone ed accusarmi di crimini mai commessi [Strunz! Scusa eh… dicevo a Garrone]. A quei tempi vivevamo in una casetta, e se non proprio in ristrettezze economiche non c’era molto da scialare; perciò […perciò scialacqui le parole guagliò, qua stiamo ancora a tre autori e un libro…] la scelta del libro da acquistare era sempre ben ponderata. Le favole erano considerate troppo da bambini: tuttavia zia Catò, pace all’anima sua [Amen], mi regalò un suo antico libro delle più belle fiabe di Andersen [Andersen, andersen, circolaren! Tu dire libri yah, noi leggere yah, attrimenti io attormentare, yah], in edizione originale e con una bellissima traduzione di inizio novecento; purtroppo lo feci cadere nel vasino della pipì [Il che può voler dire due cose: o che leggevi precocemente, o che ti pisciavi sotto tardivamente… non saprei dire cosa sia peggio, eh] rendendolo inutilizzabile. Recentemente ne ho ricomprata una versione moderna, per niente soddisfacente [Avrai pure qualche tazza non occupata da usare ancora…].

Oggi può sembrare politicamente sbagliato, ma ai miei tempi c’erano i libri per ragazzi ed i libri per le ragazze. La commistione era sconsigliata; nel tempo i costumi sono cambiati, questa saggia separazione si è persa, e i risultati si vedono [Mica tanto….].

Durante l’adolescenza ho sperperato tutte le mancette ricevute, perlopiù dai nonni materni, in giornalini. Il Monello, L’Intrepido, Il Giornalino dei ragazzi, e poi Lanciostory, Skorpio; disdegnavo Tex e Diabolik, perché avevano troppo poche pagine e quindi ritenevo il rapporto qualità/prezzo non adeguato. Topolino mai acquistato, ma molto letto successivamente a mio figlio. Più tardi arrivarono i supereroi Marvel; anche quelli li finivo in un batter d’occhio, e perciò mi toccava comprarli tutti. Di Lanciostory ricordo la stupenda saga dell’Eternauta; questo Natale l’ho trovata in una libreria, l’ho acquistata e regalata a mio figlio: tutta una scusa per rileggermela, mi sono commosso. L’autore fu fatto sparire dalla dittatura argentina negli anni ‘70; allora non lo sapevo, l’ho scoperto adesso.

Vivendo come saprete in un piccolo paese del maceratese, non era agevolissimo approvvigionarsi di libri; bisognava recarsi nel capoluogo, ma per fortuna iniziavano a prendere piede quei Club del Libro [Ah! Chi non si è fatto gabbare almeno una volta?], o Euroclub, dove ci si iscriveva e con un prezzo ridicolo si ricevevano tre libri a scelta; poi rimaneva l’obbligo di ordinare almeno un libro l’anno. Iscrivendo via via tutta la famiglia la biblioteca si ampliò notevolmente; tra i tanti cito due libri fondamentali: Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque, uno dei più bei scritti sulla follia della guerra; ed uno che forse pochi conosceranno [Confermo per quanto mi riguarda], Cinque dita di Gayle Rivers e James Hudson, che raccontava di cinque commandos americani in Vietnam, quando per Vietnam si intendeva la vittoria di Davide contro Golia.

Nella mia esistenza da single [Non mi meraviglia lo fossi, mi meraviglia piuttosto tu non lo sia più…] a Parma, ebbi modo di curare molto la mia educazione sentimentale […e di farti tante pippe; se fossi onesto lo avresti aggiunto]: approfondii la teoria in classici come Le 120 giornate di Sodoma, o il Kamasutra, per non parlare del Tao dell’Amore; questo mi permise di conoscere a fondo le mie potenzialità, e di passare dei bei momenti tra me e me [Ah ecco! Volevo ben dire. Come non detto, sei onesto]. Conservo ancora questi manuali indispensabili in un sancta sanctorum; se nel tempo la memoria dovesse andare potrebbero ancora essere utili, ammettendo di ricordarsi per far che [Le pippe, te lo ricordo io].

Pendolando quasi tutti i fine settimana divenni un accanito lettore di fantascienza [Dici che i treni erano ai limiti della umana fantasia?]; un classico Urania mi bastava però solo per il viaggio di andata; per il ritorno dovevo arrangiarmi con qualche rivista [Ah, le ore trascorse in treno…]. Anche qui voglio consigliare due titoli: Morte di Megalopoli di Roberto Vacca, dove i sistemi computerizzati che pervadono le macchine si ribellano all’uomo, quanto mai d’attualità; e sempre del genere apocalittico Il giorno dei trifidi [Ma sono i trifidi actiregularis che fanno cagare Alessia Marcuzzi?], di John Wyndham, una ristampa.

Tra l’altro devo dire che nella mia prima esperienza lavorativa ebbi modo di meravigliarmi del fatto che [… ti avessero assunto? Pure io…] la maggior parte della gente con cui lavoravo sembrava ignorare l’esistenza dei libri [Ua, e  che lavoro facevi, installatore di condizionatori al Polo Sud?], al di fuori di quelli di testo sui quali erano stati costretti a studiare e purtroppo qualcuno a laurearsi; per questo mi chiamavano Intellettuale della Magna Grecia, che ho sempre preso come un complimento [Forse era un modo elegante di dirti “Ricchiooo”] anche se forse l’intenzione non era quella. L’epiteto in quei tempi mi accomunava al segretario della DC, Ciriaco De Mita, ma la cosa non mi inorgogliva.

Per lavoro posso dire di aver letto parecchi manuali, ora un po’ meno perché mi sono stufato (anche di lavorare); però due libri posso consigliarli a tutti perché universali: Il linguaggio del corpo di Lowen Alexander, molto utile per affrontare i colloqui per non sembrare seduti sulle uova, e Come trattare gli altri e farseli amici, di Dale Carnegie che in un certo momento era considerato un guru della ruffianaggine. Seguendo i suoi consigli, confido a ysingrinus che leggo sempre i suoi scritti e persino i suoi disegni [Leggere i disegni di Yzi è un atto eroico, cui non credo minimamente] con ammirazione, tanto sono profondi; e ad avvocatolo che le sue storie in ufficio [Che non scrivo da almeno sei mesi, SALLO ruffianone dei miei stivali] sono esilaranti e le sue poesie sui bambini oltremodo toccanti; su kalosf pur non conoscendolo potrei dire di ammirarlo a prescindere, deducendo la sua grandezza dalla stima che suscita universalmente [Paraculo, sei paraculo, non c’è che dire!].

Quando decisi di mettere la testa a posto [Eh? Quando? PERCHE’ SONO SEMPRE L’ULTIMO QUI DENTRO A SAPERE LE COSE?], mica di convivere o di provare a stare insieme come si dice adesso, uno dei punti a favore della decisione fu la comune passione per la lettura; passione che ci accomuna tuttora, almeno quella, dopo trenta e più anni. I generi sono un po’ diversi: un’occhiata alla mia biblioteca vi porterebbe da Aristotele e Erasmo (che ho acquistato per le belle copertine ma non ho mai aperto) a Peppone e Don Camillo; dagli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio al Jeeves di Woodehouse; insomma mi vanto di spaziare dal sacro al profano e di mischiare allegramente mele con pere senza imbarazzi [Le pere stan bene con tutto, al postutto].

In un certo periodo mi sono formato sulla geopolitica, e mi sono letto numeri su numeri di Limes [Io il lime me lo bevo, fai tu]; dopo la prima guerra in Iraq, capito l’andazzo del mondo, ho smesso ed ora ricasco nel vizio sporadicamente.

Di solito leggo tre o quattro libri alla volta, di argomenti diversi: per dire, ora mi dedico a L’uomo inquieto di Henning Mankell, Io, Gesù di Robert Graves e Tempo di seconda mano di Svetlana Aleksievic (maledetto Gorbaciov!), e sul comodino tengo Tre uomini in barca per non parlare del cane, di J.K.Jerome [Un libro GIGANTE!], che apro sempre volentieri quando voglio farmi quattro risate. Il mio problema è che poi tutto mi si mescola in testa, e quindi se nell’immediato penso di aver capito tutto, a breve Il tempo diventerà inquieto e finirà con Gesù in una barca di seconda mano.

Se conteggio però la maggior parte dei libri leggi negli ultimi cinque anni, direi che in maggioranza sono gialli [Si vede che conservi male la carta, amico caro, o sono molto antichi…]: tra gli italiani Camilleri, Malvaldi, Carofiglio e Dazieri su tutti; la spagnola Alicia Gimenez-Bartlett; ogni sorta di svedesi, danesi e [Le svedesi e le danesi mi piacciono pure a me… anche loro, come le pere, stan bene con tutto] nordici in generale: su questi ci tengo a dire che la passione era iniziata ben prima che scoppiasse la mania Millenium, con i capostipite Siöwall-Walhöö ed appunto Mankell; tra i tanti prediligo l’islandese Arnaldur Indridason. Consiglio per farsi buon sangue il finlandese Arto Paasilinna: non è un giallista ma un grande umorista.

Senza intenzione di influenzare la giuria, ammetto che mi rammaricherei se la vittoria non mi arridesse; anzi mi rattristerei proprio, e forzando la mia natura mi vedrei costretto a riempire i loro blog di commenti malevoli. Ma non credo possa succedere, sono troppo intelligenti. [Tanto intelligenti che adesso, e solo adesso dopo che ti sei sperticato con tutti e tre, posso dirti che non c’è nessun vincitore, il concorso non è tra voi lettori, ma tra noi tre…]

Un giorno di ordinaria miopia

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Qualche giorno fa mi sono ritrovato a cena a casa della boss.

È stato quando c’è stato quel nubifragio.

Temevo picchi di traffico; checché ne dica Ysingrinus, il torinese medio prende già, di suo, l’auto pure per andare dalla cucina al salotto, o da Porta Nuova al Lingotto, figuriamoci quando piove. Ho visto navi sui bastioni del gran Sasso parcheggiate al centro della strada. Questa la capisce solo chi è di qui. Dicevo che, temendo traffico, ho ripiegato sulla mia vespa turbo diesel.

Dopo aver spolverato la sella inzuppata di linfa d’albero colata e polline rappreso mantecato a cacate d’uccelli sparvieri, mi sono fiondato per le fumanti strade torinesi, dribblando lavavetri (ci ho il parabrezza grande), giocolieri incuranti della pioggia e vigili poco vìgili.

Poi, però, ho esagerato coi dribbling e in un sorpasso stretto ho agganciato lo specchietto di un’auto con il manubrio della vespa.

Lo specchietto per fortuna si è staccato; o si staccava lui o io finivo per terra.

Per il proprietario dell’auto, però, quello specchietto doveva avere un valore affettivo.

Un valore affettivo inconcepibile, vi assicuro, che io, da semplice passante, non avrei mai potuto sospettare, altrimenti magari avrei impiegato più attenzione. Se tu mi metti un cartello sullo specchietto, e ci scrivi, che cacchio ne so, “Ricordo di famiglia”, io capisco l’antifona, e giro alla larga. Ma se vedo uno specchietto uguale a milioni di altri, mi sento abbastanza libero di portartelo via, se proprio capita.

Il feticista dello specchietto mi ha inseguito per mezza Torino, lampeggiando più del nubifragio e tuonando col clacson, tanto da mandarmi in confusione, non capivo più se dovevo guardare nel cielo o nello specchietto. Tra un tuono e un clacson, mi urlava dietro parole difficili. Ho provato ad attivare “riconosci lingua” di google ma su parole difficili tipo “Ngulammameta” mi è stato tradotto “guidare una mamma”. Ho pensato forse volesse dirmi che stavo guidando come sua mamma. Allora mi sono incaponito, perché tra uomini è così che va e se mi sfidi divento peggio di Nuvolari.

Alla fine sono stato magnanimo, e non troppo competitivo, ma sai che me ne faccio del tuo specchietto di merda, ho pensato, ma sì, riprenditelo toh… e insomma gli ho lanciato lo specchietto come si usa tra vecchi amici, impartendo all’oggetto una traiettoria a cupola discendente (stile tiè, ciapa questa lattina, ciapa le chiavi al volo, avete presente no? Tra amici ci sta tutto, no?).

Il pirla ha mancato la presa; devo dire a sua discolpa che era impegnato a guidare, e del resto il finestrino dal cui lato gli ho lanciato lo specchietto era chiuso. Non è che posso pensare a tutto io, eh, sei tu che non puoi vivere senza quel maledetto specchietto, industriati, no? Potevi abbassare il finestrino, e invece no, hai mancato la presa e ti è toccato fermarti a riprendere lo specchietto.

Subito ne ho approfittato per intrufolarmi nel Parco Valentino, ZTL.

L’uomo che sussurrava agli specchietti non mi ha visto entrare nel parco.

Che poi, re melius perpensa, ma di specchietti ne hai tre, ma che minghia te ne catafotte che ne hai perso uno? Usa l’altro, no? Bah.

Ad ogni modo, per sicurezza, mi sono tuffato dietro una siepe quando l’auto è passata davanti; certo la vespa al centro del vialetto avrebbe potuto destare sospetti, ma non ho avuto tempo di far tuffare anche lei.

Dietro la siepe c’era una pozzanghera così profonda che ci ho trovato una troupe dell’ufficio turistico di Sharm el Sheik che ci girava uno spot sulle immersioni subacquee.

Morale della favola sono arrivato con trenta minuti di ritardo e ricoperto di fango e foglie peggio di un militare in tuta mimetica (per fortuna, del collezionista di specchietti nessuna traccia lungo il tragitto).

Mi sono pulito le scarpe sullo zerbino prima di bussare, eh, sono un tipo sveglio io.

Quando la boss ha aperto, il suo zerbino dell’Adzerbajan era agonizzante.

La boss non ci ha fatto caso allo zerbino, trattandolo un po’ coi piedi, però quando mi ha dato una pacca sulla spalla non è stato molto contenta di quello che gli è rimasto sul palmo.

Dopo essermi ripulito alla bell’e meglio nel bagno (grande quanto l’intero mio appartamento), finalmente ci siamo seduti a cena.

La boss ha avuto la brillante idea di sperimentare per la prima volta la ricetta “Rane fritte in salsa agrodolce”.

Io odio le rane, per lo meno odio mangiarle. Ancor più odio l’agrodolce: non mi fido di chi trovi geniale accoppiare mirtilli e bacon.

Non appena la boss è andata in cucina a prendere non-so-che, ho trasferito tutte le rane e 3/4 di salsa agrodolce dal mio piatto alla scodella di Fuffi, il suo barboncino rincojonito di 104 anni e un occhio di vetro.

La povera bestia ce l’ha messa tutta per aiutarmi, si è spazzolato tutto in un nanosecondo.

Tuttavia l’ho visto tornare al suo posto (una specie di culla ricamata all’uncinetto su una poltrona) barcollante.

Con terrore ho visto che aveva conati di vomito.

Ti prego ti prego ti prego trattienilo… mi dicevo, mentre  la boss armeggiava in cucina.

Gli ultimi scampoli di salsa li ho versati in una pianta, dietro il tavolo antico su cui stavamo cenando.

Quando la boss è tornata a sedersi, Fuffy non stava tanto bene.

Io sudavo, mentre la pianta (bastarda!) trasudava anch’essa salsa agrodolce dal basamento.

Il BUCO! Mi ero dimenticato che l’acqua in eccesso finisce nel sottovaso.

E se l’acqua è troppa… il sottovaso trabocca…

Appena la boss si siede, si sente “bluuuuuuuerpe cof coff cai cai”.

Quel bastardo di Fuffy ha rimesso le rane e la stramaledetta salsa sul divano.

La boss si è alzata urlando “fuffiiiiiiii fuffiiiiiii a mamma cos’hai?”

Quando si è avvicinata a Fuffy, ha visto una zampa di rana spuntargli dal naso.

Il colore verde-giallo della salsa sul divano era inconfondibile.

La boss mi ha fulminato con lo sguardo.

Io pensavo, non ha le prove! Non può esser sicura che sia stato io.

“Ehm, boss, si vede che Fuffi mentre cucinavi ha voluto assaggiare eheheheh”

E la boss:

“Avvocazzo, bene, hai trovato una spiegazione per Fuffi. Ma adesso dimmi, anche la pianta ha messo su un paio di zampe ed è venuta in cucina ad assaggiare?”

Non è stata una grande cena.

Proprio per niente.

Soprattutto quando hanno bussato alla porta ed è entrato suo figlio, neopatentato, primo giorno di auto nuova fiammante: aveva lo sguardo torvo.

E in mano uno specchietto.

 

Un grazie in ritardo di vent’anni

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Chi di voi mi segue saprà che avevo un fratellino di tre mesi che ci ha lasciati tanti anni fa. Questa mattina mi sono svegliato pensando a lui, e alla straordinaria storia che mi accadde ormai ventisei anni fa.

 Vivevamo nella casa in cui sono nato e dove rimasi fino a quasi diciotto anni. Lo studio di mio padre, all’epoca già volato per altri lidi, era una stanza seminterrata dove regnava ormai il caos. Negli anni della sua assenza, pian piano, prendendo coraggio, io e mio fratello ne avevamo fatto scempio: avevamo appeso un bersaglio per le freccette, al centro installato un biliardino da bar che qualcuno ci aveva regalato, e le carte di mio padre insomma erano accatastate in un angolo alla rinfusa.

Un giorno me ne stavo in quello scantinato sopra i mucchi di carte e per la prima volta provai a leggerne qualcuna. Trovai un fascio di lettere, il timbro “By air mail” visibile, di quelle buste con i bordi colorati a quadratini rossi e bianchi: uno scambio epistolare con mia madre all’epoca dell’Africa. Il tormento per la loro relazione finita era ancora troppo forte per riuscire ad andare oltre nella lettura. Così presi alcune brutte copie di lettere inviate alla nonna. Infine trovai una lettera indirizzata a mia madre che mi colpì. Mi chiesi subito chi mai potesse essere. Non era la calligrafia di mio padre. Accanto a quella lettera, ne individuai altre quattro o cinque, sempre della stessa calligrafia. Ruppi gli indugi e dissigillai l’involto di carta ormai risaldato dal lungo tempo trascorso dall’ultima volta che qualcuno l’aveva letta. Era stata spedita cinque anni prima.

Iniziai a leggere e rimasi senza parole. Era una donna che stava rispondendo ad un’accorata lettera di ringraziamento di mia madre. La donna spiegava le ragioni del suo gesto. Successe questo: per anni (lo fa tutt’oggi), al giorno di tutti i Santi mia madre si è sempre recata al cimitero, che si trova purtroppo a centinaia di km da dove vivevamo all’epoca di cui sto raccontando (e dove vive tutt’oggi). E ogni anno, trovava sulla tomba del mio fratellino fasci enormi di fiori freschi. Non riusciva a capire chi fosse. Chiese ai pochissimi parenti che avrebbero potuto compiere quel gesto se fossero stati loro, ma non se ne venne a capo. Finché un giorno mia madre incontrò la donna che lasciava quei fiori. Nella lettera questa donna spiegava il senso di tenerezza che le infuse la foto del mio fratellino che campeggiava sulla lapide, un pugno nello stomaco, e di come avesse pianto a lungo sulla poesia incisa nel marmo. Spiegò che non aveva poi fatto granché, si trovava a passare e da madre le si stringeva il cuore a vedere quella tomba spoglia dove non si vedeva mai nessuno a pregare, tutte le domeniche che questa signora si recava a trovare suo marito prematuramente scomparso.

Lessi anche l’inizio di una seconda lettera, ma mi accorsi che conteneva alcune confidenze che era meglio non leggere, in fondo era pur sempre corrispondenza privata anche se eran ormai trascorsi molti anni.

Mi commosse così tanto, quella lettera, che nonostante fossero trascorsi cinque anni, decisi di scriverle per ringraziarla anche a nome mio. Era un gesto troppo eclatante il suo, per restarmene in silenzio. Non aveva messo il suo indirizzo nel mittente, però. E poteva anche non esser più viva per quanto ne sapevo. Dal timbro sapevo solo che era del paese di M. Chiesi a mia madre. Non c’era internet, men che meno i telefonini dove appuntare un indirizzo. Ma mia madre lo ricordava a memoria, benché tentò di evitarmi una delusione, spiegandomi che dopo tanti anni era improbabile che vivesse ancora nello stesso posto.

Provai ugualmente, scrissi la mia lettera, e la spedii. Aspettai una settimana con ansia crescente. Poi una seconda. Dalla terza in poi ero ormai rassegnato, e cominciai a fantasticare sul destino di quella lettera senza un destinatario. Finché un giorno arrivò la risposta. Non ricordo i dettagli, ma fu una lunga e splendida lettera. Mi incoraggiò negli studi, ribadì il suo stato d’animo e che fosse del tutto superfluo ringraziarla per così poco e mi disse che la mia curiosità mi avrebbe portato lontano.

Lontano ci son finito… dalla mia terra.

E oggi dai meandri misteriosi della mia (?) memoria è spuntata lei come un pupazzo a molle, lei con cui ho continuato per mesi a scrivere non ricordo più cosa, e mi pareva il caso di dirle ancora grazie, anche se ho perso quelle lettere, e oggi non mi azzarderei più a spedirle una lettera perché da una decina d’anni i fiori al mio fratellino nessuno li porta più. E sono sicuro che se ha interrotto, è perché non è più qui… e non voglio averne conferma. Mi piace pensarla ancora che passeggia sotto i cipressi.

Signora mia, dovunque tu sia, fattelo dire ancora una volta: grazie di cuore. Come vedi, di persone come te, non ce ne sono più.

Kavvingrinus – Marta Vitali

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Come ogni Venerdì, allo scoccare del trentesimo minuto delle ore otto, arriva Kavvingrinus, rubrica di librità condotta da Ysingrinus, Kalosf e da me medesimo io me.

Oggi sentiamo cosa ci racconta Marta Vitali:


Leggo sin da bambina, o meglio da piccola erano gli altri che leggevano per me, filastrocche, fiabe, favole [La ragazza si dimostra da subito più precisa di un buchellatore di Emmenthal, con la distinzione sottile tra fiabe, favole e filastrocche ed etichette, le quali, sebbene alimentari, raccontano a volte favole meravigliose] e etichette degli alimenti, si! Perché da piccola i miei genitori tendevano a leggere ad alta voce la maggior parte dei cibi che avrei ingerito di lì a breve [Uhm il che spiegherebbe, nel mio caso, come mai mia madre dicesse così spesso “Merda!”].

Poi crescendo hanno smesso.

Le filastrocche me le hanno ripetute talmente tante volte che le ho imparate a memoria, utilizzate poi, successivamente a scuola quando si decideva chi giocava e chi aspettava il suo turno. [Cioè sceglievi il turno filastroccando? Uhm…]

Memore di queste esperienze, non riesco tutt’ ora, che di anni ne sono passati 32, ad addormentarmi senza leggere almeno 10 pagine di un libro qualsiasi [Applausi].

Che poi, qualsiasi non è mai [Eh no, qualsiasi è qualsiasi, mai è mai, non confondiamo gli avverbi!].

Sono profondamente convinta che sia il libro a scegliere me e non vice versa. [Sono profondamente convinto che questa sia una strunzata…]

Prima dell’ acquisto, di altri per me [Ragazza dì un poco alla gente che continua a fare cose per te che ci sono anche io, eh, se han nostalgia], dell’ IPad ero un’accanita lettrice di libri rigorosamente cartacei, poi, ho scoperto la comodità di portare una libreria sottobraccio, e mi sono orientata verso l’ acquisto degli ebook. [Ah, pensavo avessi un braccio di gru…]

Ricordo come se fosse ieri, il primo libro che ho letto. [Siamo sicuri che non fosse proprio ieri, sì?]

“Io speriamo che me la cavo” [UANEMA E CON QUESTO HAI GUADAMBIATO SITTORDICIMILA PUNTI, SORE’!] libro scritto nel 1990 da Marcello d’Orta, raccoglie temi scritti da bambini in cui raccontano il loro punto di vista verso la camorra, il contrabbando e la prostituzione, questo fu il primo di una lunga serie di libri assegnatomi dalle maestre prima, dai professori poi, che letti e riletti anni dopo hanno assunto un significato diverso.

Crescendo ho spostato l’ attenzione su altri libri, ecco che sono comparsi, “I Porci con le Ali” [Interessantissimo! Mai letto…] “Futari H”, la scoperta del sesso per me è avvenuta dopo una fase di ricerca e di applicazione della teoria letta tra pagine di libri.

Arriva l’ amore, ecco che Harmony [Intendi i preservativi, vero?] fa la sua comparsa e con esso gran parte delle collezioni , Rosa, Rossa, Azzurra, abbandono questa collana quando mi accorgo che l’ Amore non è come scritto nei libri.

L’ Amore può anche finire male, qui, entra in gioco Harry Bosch [Fiuuu, temevo un altro Harry Potter!] e Kay Scarpetta.

Così come nella vita, anche l’ Amore ritorna, le vendette si mettono da parte e ricomincio a leggere racconti e storie sdolcinate.

Con il passare del tempo riesco a scindere il mondo fantasioso presente nella mia mente dalla realtà, ecco che inizio a leggere manuali tecnici che aiutano nell’organizzare la giornata, ripulire l’anima insomma, malloppi pesanti quanto due mattoni utili come fermaporta.

Inizio così ad entrare nelle librerie e seguire l’istinto, scoprendo alcuni autori fino ad allora sconosciuti, ma tutt’ora attivi ed altri, diventati oramai cenere [Quindi immagino meno attivi] che hanno scritto opere degne di nota [L’ho sempre detto che pure i morti possono scrivere opere degne].

Oggi leggo un po’ di tutto.

Dalle etichette degli alimenti perché si sa, ciò che si impara da bambini non si scorda mai, un po’ come andare in bicicletta, alle istruzioni della macchinetta del caffè, da National geographic in inglese, per non dimenticare la lingua a El Mundo in spagnolo, sempre per lo stesso motivo.

Il libro della sera del momento è: “L’ utlimo Abele” [AHHHH AHHHH AHHHHH INFAMIAAAAAA TENTI DI CORROMPERMI PER FARMI DIMENTICARE LA INFAMITA’ DI AVER PREFERITO SANDRO A ME!] il prossimo sarà “Una ragazza come me” e quello dopo ancora “Io amo”.

Nel tempo libero, tra una pausa pranzo e l’ altra, forse sarebbe meglio dire, tra una ricarica della chiavetta internet e l’altra, compro Cosmopolitan, un mensile femminile, che leggono anche i maschi (così almeno dicono) che parla di tutto e di più, da dove spesso, molto spesso, non troppo spesso, prendo spunto per gli articoli del mio blog. [Una rivista il cui nome mi pare ti si addica: Cosmopolita Marta!]

La bussola

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Ogni tanto lascio che mia figlia infranga regole che le ho imposto io stesso, con mia moglie. La quale a volte non condivide. È complicato da spiegarle, mentre lei mostra cenni di sdegno esacerbato, cosa mi brucia dentro quando incito nostra figlia a trasgredire usando dei toni di rimprovero che lasciano trapelare come il mio cuore stia, in realtà, esultando.

In sintesi, ho vissuto finora una vita in larga parte dominata dal rispetto di milioni di regole che non mi sono imposto da solo, ma che ho trovato preconfezionate nella società, nella famiglia, tra gli amici. Le ho quasi sempre seguite. Mai nessuno mi ha conferito alcun premio per questo.

Tutt’oggi, lo scandire gesti al ritmo di regole d’ogni tipo, alcune inconsce, continua ad essere la parte più grigia e, purtroppo, quantitativamente preponderante della mia vita.

Ma ci sono stati attimi in cui ho infranto le regole.

Senza ritegno.

Quando uscivo nel cuore della notte in moto e percorrevo duecento kilometri a velocità folle, e qualche volta spegnevo i fanali, e il giorno dopo avevo un esame.

Quando mi tuffavo da una scogliera senza costume.

Quando in gita facevo all’amore con una ragazza mentre altre due dormivano accanto ignare di tutto (spero!).

Quando parlavo ad una controparte col cuore e non col codice in mano.

Quando mentivo ad un cliente dicendogli che aveva torto anche se la legge gli dava ragione, perché ritenevo una infamia il tentativo della sua multinazionale di rapinare una poveraccia tentando di sbatterla fuori a suon di finti aumenti di capitale dalla società che aveva impiegato un vita intera a creare, e che mi faceva inevitabilmente pensare a mia madre.

Quando disegnavo sul grembiule.

Di regole ne abbiam bisogno tutti, ma io credo che molte siano semplici superfetazioni.

E poi, credo che la creatività spesso si nutra della destrutturazione, della deliberata violazione di regole che, per definizione, se seguite alla lettera, ci rendono tutto sommato uniformi a tutti gli altri.

Indossare lo stesso vestito degli altri, lo stesso grembiule per tutti i bimbi, attenua le differenze economiche e sociali nell’estrinsecazione più superficiale di un essere umano: l’abito. Che non fa il monaco. Ma credo che questa, come tante altre regole, possa servire paradossalmente da stimolo alla creatività, come limite da infrangere per potersi manifestare.

Stravinskij ha fatto sognare il mondo rottamando il cardine della tonalità, ovvero violando spudoratamente quelle regole consolidate, seguite da tutti i musicisti che l’hanno preceduto nei secoli, che imponevano di passare da una nota all’altra, da un modo tonale all’altro, da una triade all’altra seguendo una “tendenza naturale”. Lui ha riscritto daccapo tutte le regole della musica “armonica”. Ha riscritto il concetto stesso di armonia. Prima di lui, tutti i compositori sceglievano una triade di tonica di base, e poi tutte le altre ruotavano necessariamente attorno a quel fulcro, disponendosi a monte o a valle secondo precisissime linee di forza centrifuga (allontanamento dalla triade) o centripeta (avvicinamento). Senza queste regole, si potrebbe financo dubitare del talento di Stravinskij, che invece, dopo iniziali polemiche, risaltò proprio per l’aver infranto tutte le regole precedenti.

La trasgressione mi pare un terreno naturale nelle cui zolle si esprime con violento potenziale il talento individuale.

E il mio sogno è che i miei figli si strappino di dosso lo stesso vestito degli altri, che rifiutino di passare la vita alla ricerca di omologazioni rassicuranti, di pregiudizi collettivi da indossare come grembiulini lindi e anonimi.

Mi piacerebbe ispirare la vita dei miei figli con pochissime regole.

E mi tornano in mente le parole del giurista Ulpiano del II secolo d.C. che per anni ho visto troneggiare sulla facciata del palazzo di giustizia a Milano: Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere.

Vivi onestamente.

Non far mai del male agli altri (alterum non laedere).

E, nei limiti in cui ciò dipenda da te, riconosci sempre a ciascuno il suo (suum cuique tribuere).

Mi pare sia tutto lì. Il resto sono solo declinazioni.

Non potrò disegnare per loro mappe dettagliate di vita.

La vita è una tempesta e per quanto un capitano si sforzi di esser accurato, le onde gli impediranno sempre di disegnare coordinate precise.

Non potrò neppure dir loro per ogni tempesta se sia meglio proseguire per Nord o per Sud, per Est o per Ovest.

Quello che credo sia alla mia portata, è mostrar loro come, nella vita, ci sia bisogno, comunque, di punti cardinali per orientarsi.

Cercherò di esser per loro una semplice bussola.

O forse anche meno: una semplice stella polare, che di punto cardinale ne indica uno solo, e tutti gli altri punti potranno sceglierli loro stessi; e non è detto che seguano le linee del campo magnetico terrestre.

Che importanza ha, poi, che direzione prendano: se cammineranno abbastanza verso Nord potranno arrrivare al Sud, e non si sbuca forse all’estremo Est andando sempre verso Ovest?

Magari, novelli Stravinskij, sceglieranno altre scale, altre mappe, altri modi di allontanarsi o avvicinarsi.

Io, nel frattempo, ogni volta che mi guardano, brillo anche se fuori è buio.