La mia Africa, ancora la mia Africa

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Il sangue scorre palpitante, sospinto dal battito del cuore, incanalato a forza dai vasi sanguigni in percorsi ramificati e prestabiliti.

Eppure sento forte il suo richiamo.

Sento che il magma carminio, con il suo premere alle pareti delle vene, mi indica una via al di là di questa lingua di mare che mi separa dal Continente dove si dice sia nata l’umanità.

Il mal d’Africa è reale quanto tutto quello in cui credi. E in tutto quel che ti dico.

Avevamo una casa, laggiù in Africa.

Era una casa da ricchi, per i più poveri del mondo.

C’era l’acqua.

Non era un dettaglio.

C’era l’acqua, anche se per berla dovevamo bollirla. Saliva da un pozzo nelle cui profondità non potevi mai sapere quali animali allignassero.

La Natura regnava sovrana in periferia, lontani dal caos impazzito d’un centro città che era incredibilmente ingolfato di palazzoni, fontane spente e traffico inconcepibile, dove carri bestiame, autobus,  camion merci e auto d’ogni foggia ed epoca si accalcavano insieme a migliaia di pedoni, contemporaneamente, senza alcuna regola che non fosse la legge del più forte; file interminabili e scomposte come filari di zolle arate da un contadino follemente ubriaco alla guida d’un aratro sgangherato.

Avevamo una casa, laggiù in Africa, ma sembrava più un mucchio di mattoni tollerati a stento da Madre Natura.

Gli animali entravano in continuazione. Serpenti. L’Agama Agama (lucertole di notevoli colori e dimensioni), scarafaggi, e formiche, formiche, formiche, Dio se l’Africa è piena di formiche invadenti, feroci, enormi, battaglioni sterminati.

Ho vissuto abbastanza a lungo insieme agli ultimi della Terra per sentire nel profondo di essere uno di loro.

Sono stato avvolto dall’ombra salvifica del baobab, quando la terra bolle di sale e sole e tutto intorno è polvere e ciuffi d’erba bruciati e detriti e viscere d’animali sventrati per strada, carcasse d’uomini lasciati ai bordi degli sterrati a gonfiarsi sotto il sole, i rami che vi oscillano sopra come se Madre Natura volesse piangere e cullare ancora un po’ i suoi figli caduti prima di lasciarli andare altrove, il fetore di latrine e fogne che scorrono all’aperto finché il cielo non ne asciuga gli scempi, le città galleggianti, baraccopoli in equilibrio archimedeo su acquitrigni insalubri e infestati da zanzare.

Ho visto donne girare con i seni scoperti cadenti e privi di ogni attrattiva, sacche rinsecchite dalla fame dove un tempo sgorgava la vita lattea.

Ho visto mia madre acquistare, al “mercato”, del pesce esposto su stuoie di liso cotone, adagiate – nel caldo rovente – su un manto di dura terra dalle cui crepe emergevano formiche, formiche, formiche e ancora formiche.

Ho sentito il puzzo marcio di quello stesso pesce andato rancido nel giro di poche ore nella ghiacciaia, e ho osservato sgomento il nostro custode ripescarlo dal bidone dell’immondizia, chiedere prima il permesso a mia madre, poi, imbaldanzito dal disgustato cenno d’assenso ottenuto, spolverarlo con le sue mani, affumicarlo bruciando dei legnetti raccolti nella brulla campagna antistante, e quindi cederlo a passanti locali non sempre per soldi.

Ho aspettato per ore che mio padre rientrasse, seduto su un copertone appeso a due funi di corda, oscillando nel tramonto africano, che pare il ritratto della giovinezza: effimera, esplosiva, carica di sensuali tinte pastello e altamente contagiosa, spandendosi facilmente su nuvole, mare, terra, colline, montagne, laghi, fossati, vetrate e cemento.

Ho imparato a contare usando le dita dei piedi, perché molti dei miei fratelli non avevano più quelle delle mani. Facile perderle, quando infili le mani in tagliole per animali.

Sono stato strappato milioni di volte dalla mano forte di mio padre, travolto dalla furia delle onde dell’Oceano Atlantico, che porta il nome del dio del mondo. Nel Golfo di Guinea ho quasi raggiunto il centro geografico preciso di questa vecchia Terra.

Ho dondolato i miei piedi di bimbo sulle sponde del Niger che i locali chiamavano Kworra, abbarbicato su un ramo inclinato.

Ho visto bimbi bussare alla mia porta e chiedere una sola elemosina: water, madame, water, please, madame.

Ho visto una donna percorrere dieci kilometri a piedi, con quattro bimbi al seguito, di cui uno infante al punto da dover esser portato in braccio, solo per implorare mia madre affinché suo marito non venisse confermato nel licenziamento intimato quello stesso giorno dal capo di mio padre. Il suo viaggio non fu vano: mia madre quando si imponeva, era implacabile.

Avevamo una casa, laggiù in Africa.

Ci ho lasciato un pezzo di cuore, anche se non ricordo più nemmeno l’indirizzo.

Avevamo una casa, e un custode africano, laggiù in Africa.

Seth, si chiamava, ed era proprio custode di noi, non della casa; i bianchi non erano molto ben visti in piena apartheid; ci ha letteralmente salvato la vita più di una volta.

Come quella notte in cui un serpente delle dimensioni di un coccodrillo adulto entrò in casa e lui lo infilzò con una lancia, una foto ingiallita dopo tutti questi anni ancora a testimoniare il lieto fine.

Quando andammo via era ritto contro il vento che gli sferzava i lineamenti duri e striati di fatica, bello, semplice e disadorno come un albero, privo di tutto salvo la sua pellaccia dura che lo ricopriva come una corteccia.

Prima di lasciarlo mia madre gli insegnò a scrivere e a creare sfoglie di pasta con acqua, farina (rarissima) e uova.

Seth perse il lavoro quando andammo via, ma riuscì a inventarsene uno nuovo.

Fino a qualche anno fa, scriveva ancora a mia madre, ringraziandola, insieme al suo dio, per averci incontrato. Sosteneva di esser stato salvato da mia madre, nel suo stentato inglese e nell’ancora più stentata grafia, zoppicante come quella di chiunque abbia imparato davvero tardi l’arte della scrittura.

Che strano come, nella vita, a volte, alcune persone si salvino salvando gli altri.

Io prima o poi mi salvo. E ci torno. A mantenere un giuramento pronunciato.

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87 thoughts on “La mia Africa, ancora la mia Africa

  1. “Ma se il tempo trascorso non fu abbastanza per far entrare noi dentro l’Africa, lo fu per far entrare l’Africa dentro tutti noi.” Che vita hai avuto tesò….
    Lo sai che mi hai stesa, no! Avvo, quando vai, promettimi che mi porti con te!

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      • Eh, ma lo so già! tu ovviamente non ti ricordi, ma me ne avevi gia parlato di sta cosa! ed io ti risposi che firmavo e ti davo gia il mio nome come volontaria… non ospite!

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  2. Mamma che vita! 🙂

    Adoro l’Africa ma quando ne leggo in questo modo…bah…non so se sopporterei tutte le formiche 😀
    Certo che cambierebbe totalmente il modo di pensare la vita.

    Una cartolina dall’Africa, quella vera.
    ciao
    .marta

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    • Eh… per non parlare di quando un gruppo di persone una delle quali sfoggiava un macete che aveva un’aria decisamente minacciosa, ci tirò fuori da un pantano dove eravamo rimasti e ci disse di andare a casa a prendere i dollari che gli avevamo promesso altrimenti… e fece il segno del macete che passa sul collo! Paiuraaaaaaaaa

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  3. Mi hai fatto venire I brividi…
    E , a formiche e serpenti passati , ti invidio.
    A modo mio , (ho vissuto tanti anni in America Latina) , so cosa vuol dire mal d’Africa…
    Anche se il mio e’ ,se mai , mal d’America Latina…..
    Ti voglio un bene…

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    • Ma che splendida testimonianza! Mi apri tutta una serie di fantasie! America Latina è un mondo a parte, che conosco un poco per tutti i libri che ho letto (Marquez e Neruda in testa), ma un poco anche perché ho una quantità di parenti che non hai idea! Comprese le buonanime dei miei nonni materni!

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  4. Soffro da tanti anni di “mal d’Africa”, senza averla mai vista … Ma l’ho vissuta così intensamente attraverso gli amici neri che mi sembra di esserci nata, una sera la signora Makeba raccontando della sua terra mi ha fatto sentire di essere anch’io un po’ nera, creando un legame indissolubile tra me e l’Africa. Amo questo grande Paese e la sua gente come se ci fossi vissuta da sempre. Un racconto bellissimo, che mi ha emozionato molto. Grazie per avercelo proposto, grazie davvero! 🙂

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    • Marianne carissima… son felicissimo che incontri il tuo favore questo pezzo di me, tanto più che senti questo legame, che in tanti sentono, e che ti cambia davvero dal profondo. E’ bello scoprire le similitudini delle nostre vite su aspetti che non sospetteresti mai ti possano legare agli amici di blog! Un abbraccio forte

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      • Spesso dimentichiamo che dietro ad un nick ci sono persone vere, forse perché, cercando di tenere ben distinti reale e virtuale, e giustamente, a volte non ci soffermiamo abbastanza a conoscere … non con tutti, poi, si può approfondire la conoscenza, col tempo si selezionano le persone anche nel virtuale come nella vita, e si rimane maggiormente in contatto con chi si “sente” di avere cose condivisibili. A me piacciono i tuoi valori, la tua sensibilità, la tua parte “femminile” che non nascondi, la tua ironia ed autoironia, “sento” che sei una bella persona, corretta, onesta, con gli altri, ma prima di tutto con se stessa … ecco … adesso, però, non ti montare la testa … ha,ha,ha … un abbraccio anche a te, proprio grande! 😀

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      • Ah Marianne non ti preoccupare, mi godo fino all’ultimo le parole belle come le tue, mi fanno gongolare e mi spingono a proseguire l’avventura del blog che a volte risulta anche una fatica, in certi momenti. Ma non mi monto la testa per definizione! Ho perso le istruzioni purtroppo! Bacissimi

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      • e meno male che le hai perse . Ho sempre pensato che l’umiltà sia una componente essenziale dell’intelligenza … poi, gioire delle cose belle che ci vengono dette è d’obbligo! Ci mancherebbe altro! 😉

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  5. E’ strano come nel mondo dei bloggers (termine orrendo) si possano trovare persone come te, caro Avvo, così brave a regalare emozioni e a raccontare la propria vita.
    Non si può che rimanere estasiati davanti alla tua scrittura, ma ancor di più davanti alla poesia che ogni riga ci regala.
    Mi restano alcune curiosità, come sapere di Seth, se è ancora vivo e se si ricorda di te.

    Ciao

    K!

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    • Uh Kikkakonekka che bel commento il tuo, carico d’affetto! Non so se sia ancora vivo. Ho chiesto di recente a mia madre di ripescare le sue lettere, che erano di una semplicità ma di una bellezza davvero rara… ha avuto una vita felice, di questo son sicuro, dopo che andammo via. Riuscì a metter su un commercio di pasta! Commercio ovviamente è un parolone… ma credo si sia ricordato sempre di tutti noi, ci menzionava tutti, miei fratelli compresi! Posso davvero dire, comunque, di aver conosciuto un vero Uomo…

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      • Avvo, tu che forse sei un avvocato, puoi ricordare alla Rachele
        che la diffamazione, nonché qualsivoglia violazione della privacy, per mezzo di strumenti quali internet sono considerati reato e punibili ai sensi dell ‘ art.595 del c.p., nelle forme aggravate fino a tre anni di reclusione e con annessi diritto a risarcimenti etc…etc…’nfatti spoSai un magistrato 🙂
        e comunque sono onorata della canzone, anche se ho capito che rakel, non ha capito il senso…😜😂
        W l’ammore e forza Napoli, tiè

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      • ma no! è che a me la gente malinconica mi fa pena, è un consiglio.
        mica bisogna andare in Africa per togliersi lo sfizio…

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      • No. Ma per tornare nei luoghi che hai vissuto non basta andare in luoghi simili. Almeno non per me. Se poi tu ti emozioni ricordandoti del Vesuvio andando sull’Etna vuol dire che siamo diversi. Ma fare pena mi pare una reazione un poco esagerata…

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      • Lo so che era per lei. E io a lei sto difendendo! e mi conosci lo sai che faccio passare qualsiasi attacco contro di me ma i lettori non si toccano! Sei proprio na capa de chiuoppo!

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      • a parte che non pensi abbia bisogno di essere difesa, non gli ho mica mandato
        i terroristi con i droni al fosforo bianco a bombardargli il blog ?
        era un consiglio.
        la mia testa è affar mio. bannami!
        altrimenti sottomettiti alla dura legge del web.

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  6. Un racconto di una intensita’ tale da rendere le immagini tangibili.
    Ho avuto la sensazione di vedere e toccare ogni cosa, di sentire gli odori.
    Uno splendido dipinto ad olio dai colori intensi e dal sapore dolce e amaro 😃

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  7. un racconto di una intensita’ tale da rendere le immagini tangibili.
    Ho avuto la sensazione di vedere e toccare, di sentire gli odori
    Uno splendido dipinto ad olio dai colori intensi e dal sapore dolce e amaro 😃

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  8. Come si commenta un post così? Sai che non lo so! Lo si ascolta con attenzione, lo si vede, perchè il tuo modo impeccabile di scrivere ce ne da anche un’immagine visiva, lo si sente dentro in modo forte e prepotente… ma, come si commenta? Le tue radici ti chiamano e son certa che le ascolterai, tornerai per salvarti e salverai a tua volta.
    Un abbraccio, Avvo 🙂

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  9. Il mal d’Africa, ma allora è vera questa definizione……….dopo un pò la nostalgia si fa sentire…………………….. che bell’anima che sei!

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