Cronaca di una morte di fegato annunciata

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Oggi vi voglio sollazzare con la vita, la morte e la resurrezione di un povero Cristo, che sarei io, a Pasqua. O meglio del mio fegato.

Dalle mie parti non si imbandisce la tavola per Pasqua.

Nossignore.

Dalle mie parti per Pasqua si mobilitano brigate di cuochi.

Solo che non c’è uno chef, un aiuto chef, il pelapatate ecc.

Nossignore.

Col vostro permesso assaggio un’oliva all’ascolana.

Buone ‘ste olive, ma’.

Dicevo, non c’è una vera brigata in cucina, dalle mie parti c’è solo ed unicamente lei: MAMMA’.

Mia madre ha cominciato alla Befana a cucinare per Pasqua.

Le ultime due settimane sono state, come al solito, settimane di domande retoriche.

“Te le faccio due cotolette per contorno?”

“No, ma’, va bene tutto il resto, le cotolette risparmiatele”.

Alle 08 di mattina del sabato di Pasqua, nell’aere profumato di ginepro, si spande l’odore di pan grattato bruciacchiato nell’olio bollente: e cutalett’ e mamma’ sono in frittura.

Assaggio una cotoletta.

Verso le 09.30 cominciano le telefonate degli zii vicini e lontani. Un giro di auguri preventivi (perchè poi domani magari non si piglia, bah, e da dove chiami, dall’Everest?) che è occasione sostanziale per farsi una manciata di cazzi miei.

“Come sta tua moglie?”

“Bene”

“E i figli?”

“Bene”

“E il tuo capo?”

“Bene”

“E il cane?”

“Non ce l’ho un cane”

“Sì, d’accordo, ma come sta? Mo’ non è che perchè non ce l’hai te ne freghi di come stanno i cani”.

Assaggio un pezzettino, ma giusto un’antecchia, di tortano pasquale.

Assaggio un’altra oliva all’ascolana, stavolta le son venute proprio bene a mia madre.

“Te lo hanno dato il bonus?”

“Lozzì ma stai ancora a telefono? Non ti sentivo più mentre mi azzuffunnavo un’aoliva, penZavo avevi chiuso”

“No, no, sto qua, stavo assaggiando una tracchiulella”.

Assaggio un’oliva.

“Lozzì ti lascio ca tengo che fà”

“Ma il bonus allora te lo hanno dato? Mica mi hai risposto”

“E tu mica te li fai i cazzi tuoi lozzì”

“Quanto ti hanno dato?”

“Ma non lo so, sai, dal lordo al netto… boh”

“Ma quanto guadagni?”

Assaggio un’oliva e un pezzettino insignificante di parmigiana di melanzane.

“Ciao lozzì, auguri”

Mi passa la zia.

Che mi passa la cugina.

Che mi passa suo marito.

Che mi passa suo cognato, ovvero il fratello di mia cugina, che sarebbe egli pure mio cugino.

Che mi chiede di passargli mia madre, così il giro ricomincia.

Nel frattempo assaggio un’oliva. E già che ci siamo, essendo appena stata sfornata, un’altra torta rustica pasquale, ripiena di ricotta, salame e cicoli (cosa sono i cicoli? COSA SONO I CICOLI? MA VOI CHE FATE STE DOMANDE PROPRIO A ME DOVETE VENIRE A LEGGERE?).

Assaggio un’oliva per calmarmi.

Mi chiama mia zia.

“Che dobbiamo regalarti per la nascita del piccolo?”

“Lazzì se aspetti un altro poco a farmi il regalo puoi regalargli un casco per la moto… fai tu, NOI ABBIAMO GIA’ TUTTO”.

Assaggio un’oliva, sperando che la zia abbia capito che mi deve fare “la busta” (cosa è la busta? CHIEDETE COSA E’ LA BUSTA? MA ANCORA QUA STATE?).

Mia madre mi chiede di assaggiare le patate. Quest’anno ha deciso di cucinare light, quindi non ci sarà neppure un grammo di sugna (cosa è la sugna? COSA E’ LA SUGNA? Assaggio un’oliva per non mandarvi a quel paese, via). Solo olio in quantità industriali, ma extravergine, quindi non conta.

Assaggio una patata, ma potrei aver preso l’unica cotta bene, quindi per esser sicuro ne assaggio un’altra.

Assaggio un’oliva per togliermi il sapore del rosmarino con cui mia madre condisce sempre le sue patate al forno. Deve avere un qualche segreto che non riesco mai a carpire, perchè le patate croccanti fuori, con la scorzicina mezza abbrustolita ma mai bruciata, e il ripieno di patata che pare purè, solo lei riesce.

Mio fratello mi chiama per andare a fare un aperitivo fuori.

Assaggio un’oliva pensando che all’aperitivo ci saranno sicuramente le solite patatine dell’anno scorso, ammuffite, e le noccioline pescate dai vasetti lasciati mezzi pieni e mezzi vuoti dagli avventori.

All’aperitivo il barista ci lascia di stucco servendoci un mini pan-canasta, pizzette rosse come se piovessero, finger food (ma finger di una mano enorme stile John Coffey del Miglio Verde), e visto che lo abbiamo pagato nientepopodimenochè 4 euri questo aperitivo, che facciamo lasciamo qualcosa sul tavolo?

Appena tornato a casa, assaggio un’oliva.

Mia madre mi fa vedere per la centottantesima volta tutto quello che ha cucinato. Poi, per paura di deludermi, apre il freezer e mi mostra anche due galantine (cosa è una galantina? COSA…. già sapete, ora mia avete costretto ad assaggiare un’altra oliva).

Mia figlia mi corre incontro con in mano una calla, faccio per sgridarla che non si tagliano così i fiori ma i suoi occhi trepidanti d’attesa, che aspettano solo un grazie, mi inteneriscono, e mia madre, che ha la capacità di leggermi dentro pure se sta alle mie spalle, mi accarezza la testa e mi dice “dalle nu bacio a ‘sta cetela” (cetela in pescarese è un affettuoso diminutivo di bambina). Mi prendo la calla, guardo la porta d’ingresso aperta in fondo al corridoio, il sole giallo che entra, le fronde degli alberi che da sempre sono lì ad ondeggiare nel vento dove le guardavo da piccolo, le mattonelle povere a terra che i miei passi hanno solcato milioni di volte, l’attaccapanni appoggiato al muro che cade ogni volta che qualcuno riprende per la prima volta il giaccone senza sapere, stringo più forte la mia piccola, che sguscia via come un’anguilla e si affaccia alla carrozzina dove suo fratello riposa placido, mi alzo e stringo mia madre.

Assaggio un’oliva, e ha il sapore d’una felicità fatta di cose semplici, ma grandi.

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Kavvingrinus – Cose da V

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Torna puntuale come un treno del ventennio fascista, Kavvingrinus, rubrica di attualità condotta con Ysingrinus e Kalosf. I miei commenti come al solito in grassetto neretto in quadretto!


 

Infanzia ad oggi: letture più o meno significative – Cose da V

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” (J.D. Salinger). [Ottima partenza!]

Ecco qui alcuni di quei libri.

Piccole donne (Louisa M. Alcott) [A quanto pare una lettura presente in tutte le partecipanti finora; mi sorge però un dubbio: nessuna finora ha fatto cenno al secondo volume, Piccole donne crescono, che spesso si trova unito al primo sotto un unico titolo in libreria; può essere che in fondo sia una lettura che voi donne sentite quasi come “doverosa”, salvo poi non esser tanto affascinate da voler leggere il seguito?]: prima elementare, mia zia si presenta a casa mia con sto libro e io mi chiedo: e mò chi glielo dice a questa che io leggo solo i Piccoli Brividi? Fingo quindi di leggerlo, mia madre si vanta con parenti e amiche di quanto io sia una lettrice precoce e la maestra dice ai miei compagni di prendere esempio da me, che questi sì che sono libri da leggere. Io non smentisco e leggo quel libro solo qualche anno dopo. Mi taglio pure i capelli come la ribelle Jo (una delle protagoniste), solo che mi stanno di merda e so che quel taglio osceno è la giusta punizione per aver mentito anni prima. [Peccato, profondo peccato che le stesse punizioni non vengano inflitte a tutti i millantatori. Se così fosse, il nostro parlamento sarebbe pieno di capigliature di merda]

Harry Potter (J.K. Rowling): sono alle medie [No, siamo alle solite! Basta con Harry Potter! Sono l’unico sulla faccia della terra a non volerne sentir parlare?], suppergiù in seconda, c’è il boom di Harry Potter e io lo snobbo [Ah…, allora no, non siamo alle solite… bene…], mi vanto di essere una delle poche a non averlo letto. Un’amica mi regala il primo volume e io non lo leggo [Cominci a piacermi sul serio…], pensando che sia proprio un libro per mentecatti [Lo suppongo anche io, benché la mia sia solo una mera supposta]. Così, quando una tizia me lo chiede in prestito non esito un secondo [Dalla via, la cultura, sempre, mi raccomando]. Quel libro però, non l’ho più rivisto. Anni dopo mi regalano il terzo volume e io mi dico “va beh, famo sto sforzo” e da lì fu amore [E no! E cazzo! Mi hai illuso!]. Amo tutti e sette i libri [Adesso mi sciolgo… tsk]. Harry Potter ha personaggi autentici, sia nel bene che nel male. È verosimile [Indubbiamente, chi non ha tra i propri ricordi almeno una gara a nascondino sui nidi dei draghi?], nonostante si parli di magia, è facile immedesimarsi in molti dei personaggi, anche in quelli più ambigui. I protagonisti non sono dei vincenti, vengono derisi, faticano per emergere e devono contare solo sulle proprie forze… Che poi, essendo dotati di bacchette magiche non è che sia così difficile, eh. I “cattivi” principali hanno alle spalle delle storie affascinanti, che spingono il lettore a volerne sapere di più, talvolta si prova quasi compassione per loro, nonostante siano il male in persona. La morte è una costante in tutti e sette i libri, la Rowling non esista ad eliminare personaggi vicini al lettore. Non manca mai l’ironia, ingrediente (a mio parere) fondamentale per la buona riuscita di un libro.

Il giovane Holden (J.D. Salinger): lo leggo in seconda superiore e mi convinco che Holden sia l’uomo della mia vita, forse perché alto e “contaballe”. (Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado in edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente gli dico che sto andando all’opera.). È sicuramente il mio libro preferito [Secondo me sei attratta dai cognomi che iniziano per H, è l’unica spiegazione al tuo amore per Harry P. e Holden; ma a propo’, Harry è il cognome di Potter, vero?]. Holden è un incompreso, sospeso fra l’innocenza e la maturità, troppo maturo per adattarsi ai coetanei, ma ancora legato all’innocenza, alla purezza dell’infanzia, come d’altra parte si sa leggendo la scena centrale del campo di segale [Ah, le gocciole, ah, le segale! Ricordi di gioventù].

La signora Dalloway (Virginia Woolf): la storia di questa scrittrice mi ha sempre affascinata molto, vuoi per la fine che ha fatto [Mi accontenterei di campare fino alla pensione, ma non vorrei mai diventare uno scrittore troppo acclamato: una caterva di grandi geni letterari ha fatto una brutta fine], vuoi per le turbe che aveva, la Woolf è stata sicuramente una donna interessante [E influente sull’ambiente, il che non era poco all’epoca]. In questo libro credo che la Woolf abbia trasferito parecchie delle sue inquietudini, tentando di concedergli un finale “luminoso”, a differenza del suo, di finale. Lo sfondo scelto per la storia è Londra e l’occasione è una festa organizzata da Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo: donna ricca dell’alta società inglese, frivola e sposata a un uomo per convenienza. Clarissa è una donna che si crogiola nei ricordi di un passato piacevole e intenso. È un personaggio nostalgico, che sembra vivere di ricordi. E alla sua festa si circonda di presenze del passato. (Una vecchia fiamma e una vecchia amica). E in quella festa, fra il chiacchiericcio e lo sfarzo, irrompe la morte, la morte di un altro personaggio che Clarissa non conosce. Un reduce di guerra tormentato dal passato, che decide di suicidarsi. La notizia della morte di Septimus (è così che si chiama) porta Clarissa alla consapevolezza di essere viva ed è finalmente in grado di apprezzare il presente.

Il marito in collegio (Giovannino Guareschi): questo è un libro paradossale, la protagonista (Carlotta) è frivola [Carlotta e Clarissa, frivole, secondo me, ribadisco, tu hai una incosciente attrazione per nomi ed iniziali similari…] e benestante ed è costretta dallo zio a trovarsi un marito se vuole ereditare i suoi soldi. Tutti i candidati che lei gli propone non vanno bene, tutti tranne Camillo, un uomo poco colto e goffo, ma di buon cuore e perdutamente innamorato di Carlotta. Dal canto suo Carlotta non lo sopporta e Camillo viene mandato in collegio ad imparare le buone maniere. Le vicende sono assurde, i dialoghi brillanti, l’ironia la fa da padrone. È un ottimo libro, con un’ottima trama, scorrevole e con una sua morale nascosta dietro alla satira e allo stile irriverente tipici di Guareschi. [Ho avuto come la netta sensazione che la tua storia si troncasse bruscamente, senza neppure mezza parola di commiato, come se non avessi voluto sforare le 1000 parole. Mi hai lasciato con un dubbio: qualcosa del Don Camillo l’hai letta? L’ironia del Guareschi in quella saga fa amplissimo ricorso ai paradossi; non ho letto Il Marito in Collegio, ma son sicuro che se ti è piaciuto per la sua paradossalità, Il Mondo Piccolo del prete più famoso d’Italia ti stregherà!].

Le mamme dei Giardini Cavour

shutterstock_71410099[Prima che mi lincino, specifico che esiste davvero un gruppo che si chiama “Mamme dei Giardini Cavour” ma non ha nulla a che vedere con questo post, puro frutto di fantasia]

Mia moglie mi manda un messaggio.

Mi chiede di compiere un sacrificio decisamente disumano, durante la sua assenza.

Le rispondo implorandola, dichiarandomi disposto a qualunque supplizio, tranne quello che mi ha appena chiesto di subire.

Le offro di dipingere le pareti di casa. Anche quelle della facciata del condominio, interna ed esterna, in modo da fare pendent. Usando secchi e secchi di vernice tossica impermeabile e la mia lingua come pennello.

Le offro di imparare l’uncinetto e realizzarle un corredo intero, riproducendo fedelmente le collezioni Armani Junior, per il nostro piccolo bimbo, dai suoi 6 mesi fino ai suoi diciott’anni.

Le offro di portarla in spalla attraverso il deserto del Mojave, fin sulle colline di Hollywood.

Le offro di farmi (voglio rovinarmi) schiattare brufoli e punti neri tutti i giorni della mia vita, ma PER PIETA’ MI RISPARMI DI ENTRARE NEL GRUPPO WHATS’UP “LE MAMME DEI GIARDINI DI VIA CAVOUR”.

Quel gruppo è un’accolita di delinquenti mascherate da madri.

Progettano attentati psicofisci ai danni delle maestre, test a sorpresa presso la mensa, confronti finanziari tra scuole del quartiere limitrofo, della periferia, della collina Torinese e persino del basso cuneese, con uno occhio alle statistiche ISTAT del costo per una famiglia di operai ed impiegati statali.

Sono un’orda barbarica inarrestabile.

Dopo due secondi netti dal mio ingresso, ho ottocentoventicinque notifiche di nuovi messagi.

Mi presento, sono Avvocatolo, in sostituzione di MadreAnsiolitica1.

Mentre MadrePsicotica1 condivide la foto dell’occhio nero di Lorenzo, suo figlio, con tanto di indice della mamma con unghia laccata di blu che indica (del resto è un indice…) il punto esatto dell’impatto con sospetto corpo contundente, MadreSospettosa1 mi risponde: “Come mai sua moglie si fa sostituire?”.

MadreBastianContraria1: “Non ci sono padri nel gruppo”, con tono evidentemente mafioso.

MadreBuonista1: “Lasciamolo almeno parlare, vediamo”.

MadreFemminista: “Non abbiamo lottato secoli per vederci violentare con intrusioni non autorizzate pervasive del nostro intimo consesso, ecco che arriva un maschio, poi un altro, poi saranno più di noi e ci considererano, come diceva la Kate Millet, una fastidiosa forza minoritaria da conculcare mirando a un ordinamento sociale nel quale noi femmine siamo perfettamente dominate”.

MadreBuonista1: “Adoro Kate Mislet, il quel film sulla Costa crociere con Di Capri era FA – VO – LO – SA” e allega un video su YouTube con la foto di Kate e Leo abbracciati sulla prua del Titanic.

Avvocatolo: “Scusa MadreFemministra ma ho solo detto che per 3 settimane leggerò al posto di mia moglie e se ci sarà qualcosa da dire, del che dubito essendo sotto feste pasquali…”.

MadreBastianContraria1: “Durante le feste siamo più attivi, mica meno, ma tu guarda questo”.

MadreBuonista2: “Io concordo con MadreBuonista1”.

MadrePsicotica1: “Mio figlio rischia di perdere un occhio e qui stiamo a parlare di cosa?”.

MadrePsicotica2: “Non è che è stato avvocatolo a pestare tuo figlio?”.

MadreSospettosa2: “Psicotica2 potrebbe aver ragione… forse si è intrufolato qui per prendere informazioni e prepararsi la difesa… NON PARLATE PIU’ DELL’OCCHIO NERO PER FAVORE, RICREO UN NUOVO GRUPPO E VI INVITO IO”

MadreBuonista2: “MadreSospettosa2 ma non puoi accusarlo senza prove, sentiamo che dice, lasciamolo parlare”.

MadreBastianContraria2: “A scuola han rimesso il crocifisso, ma siamo matti? E se io fossi ateo?”.

MadreBastianContraria3: “Bastiancontraria2, perché, lo sei?”.

MadreFemminista: “La religione è l’oppio dei poveri”.

MadreBastianContraria1: “Bastiancontraria2 ma che dici… ma se hai protestato quando l’hanno tolto il crocifisso, adesso protesti perché lo rimettono, deciditi. Hai creato tu il gruppo “Mettiamolo in Croce e non lasciamolo scendere”.

MadreEsibizionista manda un selfie cretino.

MadreFemminista: “Questa foto è il prodotto di una sotto-cultura imperante nel divagante ondivagare del persico solare”.

MadrePsicotica2: “Intanto il silenzio di avvocatolo dimostra che ha pestato il figlio di psicotica1”.

Avvocatolo: “Ma nooo! Semplicemente non vi sto dietro”.

MadreAnsiolitica2: “Ho letto su internet che l’occhio nero è contagioso, propongo di tenere tutti a casa per due settimane”.

MadreAnsiolitica3: “NO! Mia figlia è stata tutto il giorno a giocare con Lorenzo”.

Avvocatolo: “Sì confermo l’occhio nero è contagioso, in genere finisce in gravi lesioni al cervello delle madri e può provocare la morte… “

MadreAnsiolitica3: “Qui ci vuole una petizione per far chiudere l’asilo, basta, dopo i pidocchi, i piselli avariati, gli inviti su carta riciclata bucata dai tarli e le orecchiette sul diario, è ora di dire basta, NE VA DELLA VITA DEI NOSTRI FIGLI”

MadreAnsiolitica2: “Mi associo a MadreAnsiolitica1”

MadreBastianContraria1: “Io dico NO, cambiamo la gestione delle suore”.

MadreBastianContraria2: “Io mi dissocio da BastionContraria, ma anche da voi, cambiamo solo le maestre”.

MadreBastianContraria3: “Il problema vero sono le bidelle, non fanno mai niente, cambiamo loro”.

MadreBastianContraria1: “Le bidelle son brave, la verità è che il custode non chiude le finestre”.

MadreBastianContraria2: “Sono in disaccordo con MadreBastianContraria2”.

MadreBastianContraria3: “Guarda che sei tu MadreBastianContraria2”.

MadreBastianContraria2: “Lei non sa chi sono io, e non le ho mai concesso di darmi del tu”.

MadreBastianContraria3: “Ma vada a fare in culo”.

MadreBastianContraria3 ha lasciato il gruppo.

MadreBastianContraria2 ha lasciato il gruppo.

MadreBastianContraria3 è entrata nel gruppo (solo per non sembrare d’accordo con l’uscita di BastianContraria2).

MadreFemminista: “Vi siete mai chieste perché le bidelle sono TUTTE DONNE?”.

MadreAnsolitica3: “L’orario di ingresso è troppo rigido, ieri son arrivata alle 11 e già non volevano più farmi entrare”.

MadreVegana1: “Ieri mio figlio ha TROVATO UN PEZZO DI POLPETTA nel sugo, è ancora di là che piange. Bisogna sostituire la mensa”.

MadreBastiancontraria2 è entrata nel gruppo.

MadreBastiancontraria2: “Intervengo solo per dire che Vegana1 ha ragione, la mensa fa schifo, ho assaggiato i finocchi al gratin e non erano per niente croccanti”.

MadreBastiancontraria2 ha lasciato il gruppo.

MadrePsicotica3: “Ma BastianContraria2 come faceva a sapere della polpetta? Qui qualcuno SPIA NEL GRUPPO. Propongo di identificarci tutti con impronte digitali, chi non le fornisce è FUORI”.

MadreBastianContraria3: “Ma che dite, bidelle e custode non contano niente, cambiamo il sindaco”.

MadreEsibizionista: “Io sono a favore, vedi foto”, e manda un altro selfie cretino, con la testa mozzata in punta ma entrambe le tette ben in evidenza nella scollatura vertiginosa.

MadreAllarmista: “FACCIAMO CHIUDERE LE SCUOLE DEL QUARTIERE, ho visto UN ARABO CON UNA VALIGIA”.

MadrePsicotica2: “MadreEsibizionista ma mi pare di aver visto un like di mio marito sul tuo profilo… la smetti di sbandierare le tette? VERGOGNATI”.

MadrePsicotica2 ha lasciato il gruppo.

MadrePsicotica2 è entrata nel gruppo.

MadrePsicotica2 ha rotto i coglioni al gruppo.

Avvocatolo: “Scusate per la festa del papà avete organizzato niente?”.

MadreFemminista: “La festa del papà è il sottoprodotto di un sottobosco di sottosviluppo mentale ordito a trama di lana e pecora. Ormai questo gruppo è preda di maschi e zoccole, che si trovano peraltro ad incastro, me ne vado”.

MadreFemminista ha espresso il suo dissenso lasciando il gruppo.

Avvocatolo ha lasciato il gruppo.

Moglie: “Come va con il gruppo? Novità?”

Avvocatolo: “Tutto a meraviglia. Credo che la principessa tornerà a scuola a settembre. Se tutto va bene”.

Sono io: storia di uno strano

Amici!

Come molti sanno, dopo aver pubblicato L’ultimo Abele, mi accingo a una nuova avventura, di cui vi lascio un assaggio work-in-progress de Sono io: storia di uno strano (titolo provvisorio). Consigli, suggerimenti e commenti sono decisamente i benvenuti, non risparmiatevi!

“Era Marzo inoltrato, ma l’inverno ancora ghermiva l’aria con lame di ghiaccio, attanagliandoci in una morsa tardiva di gelo. Sulle fronde degli olmi, dei ciliegi e degli aranci che popolavano il giardino della nostra abitazione, s’erano accumulati mucchi di neve agli angoli formati dai rami con i tronchi.

Era imminente il ritorno da Torino di Telemaco, dopo un soggiorno di due settimane presso una zia, nella sua angusta ma deliziosa mansarda con vista sulla Gran Madre. Io non stavo più nella pelle per l’ansia di rivederlo; mi era mancato da morire ed ero intenzionata a esternargli tutto il mio patimento.

I giorni scivolavano via vischiosi, come melma sul fondo d’un fiume, strisciando a fatica sulle pietre del greto. Poi i cumuli di nevischio cominciarono, un bel giorno, a gocciolare dai rami, liquefacendosi in mille rivoli incanalati lungo i solchi delle cortecce; mille microscopici torrentelli verticali inumidivano vistosamente i tronchi e risaltavano i ciuffi di muschio col loro brillare nel sole.

Vampate di caldo non proprio canicolare, dalla terra, salivano tremolanti al cielo in volute invisibili, come residue zaffate da un forno spento da molto. Le mie guance s’erano imporporate, creando un netto contrasto con il resto della mia pelle che ne risultava complessivamente marezzata di bianco e di rosso come i fiori dei ciliegi, sotto la cui chioma andavo arrancando. Era colpa del mio giallo maglione di lana grezza, di due taglie più grande, del tutto fuori luogo per quel clima, ma che solo il giorno prima s’era rivelato appena sufficiente a ripararmi dall’aria pungente.

La Primavera pareva tornata di fretta per diradare dalle cime dei monti la fosca caligine, piovuta dalla sua assenza in silenti rovesci sui miei giorni, ammantandoli di grigio come lapilli d’una violenta eruzione. Betulle, ginepri e candide calle selvatiche ondeggiavano al vento, tremolando come gioiosi presagi del nostro reincontro imminente, di cui non ero stata messa al corrente; in quel giorno che pareva la prova generale della Primavera, Telemaco aveva deciso di anticipare il rientro e, giunto a casa, si fermò a scrutarmi, inosservato, dal cancelletto arrugginito del nostro giardino.

Allungai lo sguardo oltre il basso muro di cinta in fondo, con i suoi mattoni di tufo sbrecciati dal tempo, e mi incantai a osservare l’arco Alpino che si stagliava netto contro il cielo turchino. Pareva che Dio in persona dalle nuvole più basse, avesse allungato una mano per lavare le catene montuose, scintillanti come erano di una bianchezza esaltata dai raggi del sole.

Poi Telemaco chiamò il mio nome, e con quel lieve soffio nel vento di Marzo spolverò i mucchi di polvere dal mio piccolo cuore. Mi voltai di scatto e, senza frapporre il minimo intervallo, mi precipitai a grandi balzi verso di lui. Andai a sbattere contro il suo torace ampio, e strinsi forte le mie braccia dietro la sua schiena, agganciandomi con i polpastrelli alle sue costole.

Dopo un saluto veloce e avergli detto forte mi sei mancato, tuffai il mio viso nell’incavo tra la sua spalla e il collo tornito, su cui posai le mie labbra inerti, come arrese.

Premetti ancora più forte il volto, mentre lui faceva altrettanto, scostando i miei lunghi capelli per sentire la mia pelle. Allentando, di poco, il nostro intreccio di braccia, ci spostammo dal centro del giardino e, come se rispondessimo ad un tacito accordo, sedemmo contemporaneamente all’ombra del ciliegio più grande, con le schiene appoggiate al suo al ruvido tronco, e le gambe distese tra le sue grosse radici bagnate di nevischio disciolto e rugiada. Le nostre ginocchia si toccavano appena; quel lieve contatto, per quanto involontario, attirava la mia percezione concentrandola in un punto solo della mia giovane carne.

Reclinai il capo sulla sua spalla, poi mi voltai verso di lui e portai ancora a contatto le labbra e la pelle tesa del suo collo taurino.

All’improvviso un languore imprevisto mi pervase da dentro.

Persi completamente la capacità di discernimento, non sapevo più chi ero e che linea di parentela mi univa a quel ragazzo che odorava di uomo.

Fui preda di non so quale strana alchimia.

Azzardai un timido bacio, anche se forse era più un assaggio di tatto, usando le labbra anziché i polpastrelli. Vidi distintamente mille puntini increspare la superficie della sua epidermide e i peli sulla nuca rizzarsi: sentii netto il brivido che scuoteva Telemaco.

Posai un altro soffio di labbra, soffermandomi più a lungo stavolta. Lui si volse verso di me e le nostre guance vennero a esser tra loro premute, potevo sentire l’ispidezza di un preannuncio di barba a ogni impercettibile movimento.

Affondò le mani nei miei capelli dietro la nuca, massaggiandola appena. Azzardai un terzo bacio sul suo collo, stavolta aprendo leggermente la bocca come a volerne inspirare tutta la fragranza.

Telemaco strinse ancora più forte e alzò il capo come in un lieve lamento.

Non resistetti a un nuovo, irrazionale impulso, e lo mordicchiai.

Un gemito gli sfuggì dalle labbra, accompagnando un nuovo alzarsi della sua testa come sotto la pressione di un dolce tormento.

Ero preda di violentissime vampate, il mio battito era ormai un cavallo impazzito, la pressione sanguigna guizzava lungo le tempie, le guance erano in fiamme, strinsi forte gli occhi e baciai ardentemente il suo orecchio, con una voluttà che non avrei mai sospettato di avere dentro.

Lui rispose con un bacio umido sul collo, mi parve saggiare la salinità della mia pelle con un guizzo impercettibile di lingua, solo la punta, ma forse mi stavo ingannando.

Mi colse all’improvviso il terrore che io stessi fraintendendo del tutto i suoi atteggiamenti. Del resto, eravamo fratello e sorella.

Seguì un terribile gioco d’alternanza: ci tuffavamo a turno nel collo dell’altro, con baci la cui intensità cresceva al diluirsi di dubbi e tormenti.

In un attimo di dimenticanza, morsi più forte, e una minuscola stilla di sangue apparve su quel candido manto di pelle. Fu allora che io e Telemaco abbandonammo completamente la speranza e il timore, insieme, di aver frainteso i gesti dell’altro: lui mi prese brutalmente il volto tra le mani, e avvicinò con una lentezza esasperante le sue labbra vermiglie alle mie, esangui per l’emozione.

A distanza di anni, ancora oggi mi pervade un profondo senso di vergogna e colpevolezza, dinanzi a Dio e agli uomini, nel ricordare quanto il tessuto delle mie mutandine quel giorno si inumidì di cieca gioia.

Tenemmo le labbra a contatto per un tempo infinito, le mie mani abbandonate in grembo, i suoi palmi che premevano le mie guance e le sue dita che, schiacciandomi gli orecchi, lasciavano fuori il fragore del mondo e mi immergevano come in un acquario di suoni ovattati.

Come rispondendo ad un mutuo segnale, spalancammo insieme gli occhi.

Vidi nei suoi lo stupore, non per l’atto in sé, ma per l’aver ottenuto un bacio da me. Se ne riteneva evidentemente indegno.

Socchiusi gli occhi e premetti il mio torace sul suo, spronandolo, e fu allora che il bacio avrebbe potuto diventare irreparabile, ma il rumore d’uno sportello che si chiudeva ci fece rinsavire.

Nostro padre era tornato. Era ora di rientrare. Di rientrare sul serio.

Ci eravamo spinti davvero lontano, come sonde impazzite ai confini del sistema solare, che ricevano un segnale radio perentorio, da Houston.

Ci rimanevano ormai pochi secondi per atterrare sul pianeta terra, nascondendo i segni della colpevolezza dagli occhi, dalla pelle, dai denti”.

A un uomo che sarà

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Mi trovo a deambulare, come un paziente in lunga degenza, lungo curvi corridoi ridondanti d’introspezione, accumulando caterve di pensieri zelanti e un pizzico scialbi.

Giaccio nel letto e fissando il soffitto mi pare di scorgervi un lato del tuo volto, quei lineamenti liquidi proclivi al cambiamento continuo, attratti, come acqua dalla luna, da un’oscura forza gravitazionale cui nessuno mai sfugge: il tempo.

Nei miei sogni si erge fulgida una ghirlanda intrecciata di fiori, la tua figura nel futuro imminente, e nella tua lieve dissimiglianza dai miei tratti intuisco un potenziale infinito, ma anche un estenuante cimento che mi attende: supportarti nel sentire quale sia la direzione del tuo vento, quali le tue inclinazioni, le tue originarie e innate passioni, quale il tuo posto in questo pazzo mondo subissato d’empiti di rabbia, percorso da branchi di zucconi alla deriva e infestato di fetido, stereotipato cinismo che i mass media, ad ogni secondo, ci ammanniscono indebolendo la nostra capacità di discernimento.

Devo imparare ad essere uomo, per poterti esser d’esempio, ma non è compito tanto semplice da assolvere. Una ridda di pensieri mi stormisce nel petto come purpurei petali che ondeggino sotto un cielo turchino, ghermisco serti di foglie e li infilo sotto al cuscino, poi le estraggo una ad una e le osservo in controluce: quali valori dovrò provare a insufflare nel tuo giovane animo? Tu che cresci visibilmente – ma con moto impercettibile – davanti ai miei occhi come una pianta, bisognosa di sole, di acqua, di vento, persino di terreno ben saldo che non la faccia volare via. E, tuttavia, sarebbe ben triste vederti confinato in un angusto quadrato di terra annegato nel cemento, e Dio non voglia io diventi per te come quegli sbilenchi steccati di legno che soffocano – come gabbie – i movimenti degli olmi ai bordi delle strade, quelle tristi piante continuamente potate sotto la prima palcatura fino a che ne rimanga snaturata la chioma e mortificato il rinnovo dei getti di rami.

Come fomentare i tuoi pensieri, senza corrugarne l’originalità, senza fagocitare le mille sfilacciature della tua, inevitabile, personalità? Come rastremare la mia ingombrante presenza nella tua vita, senza però abdicare alle mie indubitabili responsabilità di padre?

Forse facendomi casa, per te.

Forse facendomi cippo di pietra, per te.

E allora non ti insegnerò a camminare, ma starò a due passi da te pronto a tuffarmi se cadi.

Non ti insegnerò ad andare in bicicletta, ma starò due passi dietro il sellino, pronto ad afferrarti, e forse ti lascerò cadere, lasciando poi piovere una pioggia torrenziale di baci sulla tua bua.

Non ti insegnerò neppure a baciare una donna, ma scruterò l’orizzonte dei tuoi occhi cerulei per indovinare i tuoi cupi pensieri, e quando saranno saturi di luce plumbea e di cumuli di oscuri nembi, proverò a soffiare forte. E se vorrai parlare con tutti della tua delusione, tranne che con me, non ti terrò il muso, ma rimarrò silente, con le braccia e le orecchie sempre aperte per quando avrai finito tutto gli amici e tutti i diari.

Ti prometto che ogni giorno della mia vita lavorerò per te, senza risparmiarmi, e anche se continuerò a sognare di comprarmi una moto, i denari li impiegherò per la tua istruzione, e i tuoi giochi, e per metterci sopra la testa un bel tetto. E magari quando avrai il tuo lavoro, e non avrai più bisogno di niente, e io sarò pieno di acciacchi, realizzerò tardivamente il mio sogno, e sopporterò bonariamente il tuo tono canzonatorio mentre mi vedrai, ormai quasi nonnetto, arrancare per issare la moto sul cavalletto.

Ti accompagnerò volentieri alle feste, all’ora in cui di solito dormirò, lasciandoti scendere cento metri prima senza prendermela a male, e quando non rientrerai non chiuderò occhio, ma quando sentirò infine i tuoi passi, cercherò di non sbraitare, perché quei passi li ho percorsi prima di te nel cuore della notte e dell’alba.

E se telefonando, tra trent’anni, ti scorderai di dire alla mamma, passami un attimo papà, sentendoti riagganciare io ti saluterò lo stesso in silenzio nella cornetta del mio cuore, senza rancore, perchè anche questo vuol dire essere uomo, rinunciare ai piaceri sottili delle esternazioni senza intaccare minimamente il valore delle relazioni, senza mai dare adito a rimuginazioni.

E se avrò sudato mille camice per imbastirti una festa grandiosa, e dimenticherai o farai finta di dimenticare la foto col tuo papà, non sentirai un lamento, perché l’amore che provo per te è un fotografo con lo scalpello che sviluppa nel marmo le istantanee di te.

E quando avrai un figlio, e mi sfuggirà un consiglio su come calmargli le coliche, capirò il tuo moto di stizza se mi dirai che è trascorso troppo tempo e non mi ricordo più come si fa, e non mi azzarderò a ricordarti di tutte le volte che ho spento il tuo pianto nel mio abbraccio paterno.

E ogni volta che avrai smarrito il sentiero, sarò ancora lì, duro come un cippo di pietra, a indicarti che non c’è nessuna casa, senza pietre, nessuna filosofia, senza pietre, nessun mondo, senza pietre, e che non bisogna mai disprezzare nessuno, neppure un ciottolo, perchè se lo guardi da abbastanza lontano, tutto il nostro pianeta è una enorme pietra. E questo sarò, per te, figlio mio: una pietra miliare, che sta immobile lungo il tuo cammino, dove potrai sederti quando il caldo canicolare soffocherà i tuoi respiri, e proverò a ricordarti da dove venivi. E dovunque tu andrai, sarai sempre passato di qui, e forse non è un granché, ma sarò quanto di più vero e reale tu possa nella vita mai sperimentare.

E allora quando avrai freddo, ti stringerò a me, e la mia pelle ti farà da piumone.

E allora quando rientrerò, al crepuscolo dei giorni miei, finalmente a casa, ti lascerò il mio posto a tavola dove ho mangiato per anni e il mio angolo di divano infossato dai miei mille attimi di dimenticanza, e davanti al fuoco crepitante mi sdraierò sull’assito del pavimento per accarezzare dal basso la giovinezza delle ginocchia tue e di tua sorella.

Per rammostrarti che un uomo è un uomo, e rimane tale anche se scende più in basso di te, e il tempo gli incurva le spalle e ingobbisce la schiena.

Per dimostrarti, infine, figlio mio, luce della mia luce, che non ci sono posti assegnati, in casa, come nella vita: e anche se io non lascerò mai la tua mano, neppure quando sarai partito lontano, comunque il tuo posto nel mondo, figlio mio, dovrai trovarlo da te.

 

Armstrong tradotto by avvo

Forse mi sottovalutate e non immaginate che sono anche un fine traduttore (Intempestivo, LEVETE!). Vi ricordo che c’è una pagina sul blog dedicata ai miei video su youtube… da aprire solo con le vostre pillole a portata di mano. Se siete su Facebook, amiciamoci! Mi trovate come Massimo della Penna.

Enjoy la traduzione di un grande capolavoro della musica di tutti i tempi!

Kavvingrinus – Stefano di Somma

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Kavvingrinus torna con il sottoscritto, Ysingrinus e Kalosf più agguerriti che mai. Oggi la Storia di un lettore di Stefano Di Somma.


 In principio fu La lucina, di Moresco naturalmente, e ho deciso di menzionarlo per primo solo perché è il primo degno di nota che mi viene in mente; prima ci fu altro… ma di questo parlerò dopo. [Purtroppo…]

Quando, come e perché, giusto? [Sbagliato!] Circa tre anni fa, me lo feci regalare, perché non potevo fare nient’altro in quel momento. [Quando si dice non avere un c…. da fare…]

Iniziai a leggerlo un po’ titubante, un po’ con l’aria da “Mah” (sì, anche se avevo espressamente dichiarato di voler quel libro tra milioni di altri) e poi mi lasciò stupito, alla fine dell’intero racconto.

Sono un lettore difficile e abbastanza giovane [le due cose raramente coincidono] dal momento che non ho mai letto come dicono molti “sin dall’infanzia”. Durante l’infanzia ci sono stati i libri imposti dalla scuola e quello che più odio è I promessi sposi che veniva riproposto ogni anno – a proposito, dovrei quasi saperlo a memoria ma no, non direi.

E sempre parlando dei libri dell’infanzia ricordo di voler leggere qualcosa di Sherlock Holmes dalla biblioteca dalla scuola ma mi fu impedito perché non adatto a quell’età. [Questo è male. Bisognerebbe smetterla di pensare che ai giovani siano preclusi certi autori o romanzi, bisognerebbe insomma avere più fiducia nei giovani, e meno negli scrittori classici, la maggior parte dei quali anzianotti, essendo morti, pure da un pezzo, peraltro]

Ho rimediato: sul Kindle ho acquistato TUTTE le opere di Doyle racchiuse in un unico volume [Ragazzo, se ti avanzavano soldi potevi darli a me…]. Naturalmente, come qualunque lettore che si rispetti [Aspettiamo a dirlo…], non le ho ancora iniziate, mi basta averle [EH, avercele!] lì. A tal proposito dovrei stilare un elenco di tutti i libri in attesa di essere letti come Pilgrim, Il seggio vacante [lettura vacante], La felicità è contagiosa [Anche la stronzoneria, purtroppo], Dove il vento grida più forte, Le luci nelle case degli altri, Operazione Grifone, La mia maledizione, Impara a essere felice, Il confine di un attimo, e altri, ma a eccezione del titolo della Rowling (che comunque comprai sulla scia dell’euforia al momento dell’offerta) [Voglio ben vedere, ovvio che si compra la Rowling solo se sottocosto; l’occasione mi è gradita per tornare a ripetere che se ti avanzano soldi non devi farti scrupolo alcuno…], tutti gli altri mi sono stati regalati con promozioni varie da Amazon e non ho intenzione di leggerli, al momento. [Un lettore che non sa ciò che vuole, ma sa ciò che non vuole, non è poco, caro Stefano]

Invece, titoli degni di nota che sono in attesa e che voglio leggere sono Dieci piccoli indiani, Tutto Sherlock Holmes, appunto, e Il conte di Montecristo [Metterei al primo posto Dumas e poi Doyle, in rigoroso ordine analfabetico]. Di quelli già in mio possesso, perché la lista di quelli desiderati è abbastanza lunga.

Tornando a quelli letti e meritevoli di una citazione, in ordine sparso troviamo:

        Le stanze dei fantasmi di Dickens [Un uomo cazzuto, Dickens, come suggerisce la prima parte del cognome] e colleghi, una bella raccolta di racconti che mi è piaciuta tantissimo;

        La morte nel villaggio della Christie, in verità il primo libro dell’autrice che ho letto e che ho apprezzato perché finalmente trovavo una trama dopo innumerevoli titoli senza spina dorsale [Inizierò a leggere la Christie e la Rowling quando avrò mandato a memoria la Torah];

        Respiri del cuore, una raccolta di racconti dell’emergente D’Aquale e che era davvero fatta bene, a mio parere;

        Harry Potter e la Pietra Filosofale della Rowling [Già detto sopra, prima imparo a memoria la Torah, e ti assicuro che non è impresa da poco, per uno come me…] che mi è piaciuto ma per i miei gusti dal finale troppo aperto; [La furbacchiona si lascia aperto il prossimo best seller]

        Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, un titolo raffinato oserei dire; [Osa! Chi osa si sposa!]

        Un canto di Natale di Charles Dickens, naturalmente letto in tempi di festività per aumentarne il fascino; [Saggio tempismo; mi permetto di suggerire Il nostro comune amico, del Nostro Dickens, uno sfoggio di tramologia e galleria di personaggi degni d’un genio assoluto]

        Il mago di Oz di Lyman Frank Baum, fiaba d’altri tempi ma piacevole;

        Lettera al padre di Kafka, letto più per curiosità che per altro; [Kafkiano!]

        Il mistero di Sleepy Hollow e altri racconti di Irving. [Stavo per fare una grande gaffes confondendo questo autore con John, omonimo!, che ho adorato… stavo per dire non sapevo avesse scritto questo racconto :-D, mai sentito questo Irving, my fault]  Lasciando perdere gli “altri racconti” che non ho letto, devo dire che mi ha alquanto deluso poiché la storia finisce proprio nel momento in cui mi sarebbe piaciuto iniziasse;

        Il guardiano degli innocenti di Sapkowski, titolo famoso e premiato che devo dire non merita la fama che ha. Non mi è per nulla piaciuto il formato da raccolta di racconti [È un formato che trovo molto difficile da leggere, personalmente], fermo restando che l’atmosfera è quella che è, cioè meritevole;

        Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro, altro best-seller che però ormai sente un po’ la pesantezza degli anni. Nonostante sia stato parecchio in disaccordo con la nonna del racconto, devo dire che alla fine me ne è rimasto un lieve (lievissimo) parere positivo; [Io lo lessi in età adolescenziale, devo dire che mi fece eccellente impressione; probabilmente se lo rileggessi la penserei come te…]

        L’ombra del vento di Zafón. Mi sono voluto tenere per ultimo proprio questo “mostro” della narrativa contemporanea perché meriterebbe un discorso a parte. Senza dilungarmi troppo posso affermare con certezza che è il libro più brutto che abbia mai letto e ha il vanto di avermi fatto ridisegnare la mia asticella per i libri brutti. Se prima ne avevo letto alcuni da una stella, L’ombra del vento me li ha fatti rivalutare portandoli a tre, per accomodarsi sul podio della stella solitaria. [NOOOO! Ma come! hahah a me è piaciuto tantissimo!]

Voglio concludere con i libri interrotti partendo da Cose preziose di King, fermo oltre le 400 pagine da oltre due anni [Altro libro che ho adorato oltre ogni dire… mi sa che abbiamo gusti proprio differenti!]; Tutte le fiabe dei fratelli Grimm e di Andersen, che riprendo ogni tanto (sì, mi piacciono le fiabe); Robinson Crusoe di Defoe, messo in pausa per iniziare non so che cosa; Il signore degli anelli di Tolkien, fermo al sesto capitolo del primo libro per leggere altro, poi visto azzerare i progressi dal Kindle non so per quale motivo. [Per come la vedo io il tuo Kindle è molto intelligente e ti sta dicendo che è una chiavica Tolkien, dai, facciamo incazzare Yzi!]

Di questa breve lista intendo riprendere solo Robinson Crusoe che trovo ancora interessante e Il signore degli anelli che trovavo molto piacevole.

Ecco, dovevo scrivere una storia e me ne sono uscito con elenchi e intenzioni. Non è forse storia anche questa? [Assolutamente no! No, scherzo, assolutamente sì, una bella storia]

Tra l’altro sul post del blog avevo letto qualcosa sui saggi, fumetti, etichette. Leggo parecchi estratti degli e-book da Amazon giusto per selezionare la mia prossima preda. Ho letto gli ultimi numeri di Naruto giusto per sapere come va a finire. Leggo (quasi) tutte le etichette che mi capitano a tiro, soprattutto quelle dei prodotti sugli scaffali del supermercato. All’inizio lo facevo per pura curiosità, poi è arrivato l’olio di palma sul mercato (o forse c’è sempre stato e non lo sapevamo) e ho cominciato a trovarlo dappertutto, perfino nel pesto, quindi, per il semplice fatto di limitare il colesterolo ingerito, tendo a preferire i prodotti col burro (chi se ne frega, eh?). [Non saprei…]

Va bene, concludo, Word mi segna [Uhm interessante, ma prima di finire te ne segnava 962? Predittivo :-D] che ho scritto 962 parole e penso di aver detto tutto. Ho spolverato i miei scaffali. [Standing ovation per una citazione che non so in quanti coglieranno, frutto di un bieco errore di Yzi mascherato di intellettualoidismo!] Grazie e alla prossima! [Grazie a te!]

Volti nascosti [solo ricordi sparsi]

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Ci son romanzi, come volti, nascosti, che hai letto di notte, mentre fette di buio affilate come rasoi fendevano l’intrico dei rami che parevano ghermire il telaio della finestra che ti ha visto nascere e crescere, e dove hai corso a perdifiato senza alcuna fretta finché il vento non ti ha portato via, come il polline, a far nascere gemme lontane nello spazio e nel tempo da quella tua terra natia e da quella speranzosa adolescenza.

Ci son tende canadesi malamente fissate al terreno, pentole sporche su tavoli di pietra, zaini pesanti all’imbocco, ci sono aghi di pino per tappeto, e ci sono panni su un filo a gocciolare come umidi desideri, c’è una piazza nel campeggio punteggiata di amici perduti, ci sei tu cavalcioni di un muretto coi piedi che spazzano archi di circonferenza nel basso vuoto, le ginocchia a sfiorare quelle della ragazza che hai di fronte conosciuta due giorni prima e con la quale ti sei già detto tutto tacendo.

C’è qualcuno che spunta alle spalle dell’alba e porta a tutti cornetti su un largo cartone, caldi di forno, ci sei tu che accendi una sigaretta per sentirti un po’ grande, aspiri il veleno come fosse premitura d’esotica frutta, e con aria di finto godimento trattieni i colpi di tosse che ti sconquassano dentro.

Il tuo diario fa il giro delle mani, quasi solo donne, è la tua condanna, parlare da uomo senza riuscire a esser letto da uomo, è il tuo Facebook d’altri tempi, ognuno lascia il suo like con la penna, e dopo più di venti anni quelle firme, a te tanto care, diverranno geroglifici indecifrabili dei quali non riuscirai, mestamente, neppure a stabilire una sola che sia una paternità.

Pensi che sei fortunato mentre sei sdraiato sul retro-sedile d’una vecchia 2CV a guardare se il cielo è pieno, da dietro il lunotto angusto, mentre Ligabue canta un disco appena uscito e il tuo amico di sempre guida con le ginocchia e con le mani se ne rulla un’altra, tu sempre troppo timoroso per provare, la tua paura, la tua salvezza.

Senti la risacca di quella spiaggia, laggiù in Calabria, la pelle s’increspa di brividi al tocco di mani che esplorano mondi nuovi rimasti intatti per diciassette anni, chiudi gli occhi e il ginepro pare esploso di nuovo in un odoroso fiore di rara bellezza, il bianco di tutti gli occhi che hai incrociato sul tuo cammino si è come depositato nella tua memoria ammantando di neve le colline delle rimembranze, foglie gialle d’autunno restano attaccate ai tronchi per via della pioggia, e il vento tenta di strapparle facendole tremare come falene, i pensieri sciamano fuori dal petto come api impazzite che dal favo portino stille di miele fuori nel mondo, letti di ospedale cigolano sotto i baci rubati alle ali della paura per quell’incidente che poteva esser mortale, spegni una candelina in un deserto Africano, pesti coi piedi l’uva matura, chiudi sempre più forte gli occhi e ridi delle tue antiche paure.

Dicono che diventare grandi sia guardare il mondo con occhi diversi perdendo il disincanto degli sguardi innocenti e che, in definitiva, sia un gioco da ragazzi. Temo sia vero, come vero, mi pare, sia l’immane cimento in cui ogni adulto prima o poi si imbatte: ritrovare l’incanto negli sguardi fugaci al suo giovane passato, senza un solo rimorso, e nemmeno un rimpianto.

Hai chiamato il mio nome

Hai chiamato il mio nome, di notte, mentre rimettevi la tua anima candida come un fiocco di neve appena staccatosi dai bordi del cielo, all’inizio di quel suo precipizio tra fulmini e sprazzi di sole che è la sua vita.

Hai chiamato il mio nome, il tuo papà, e il tuo papà non c’era a tenerti la fronte come tutte le altre volte.

È una banale influenza, ma mi hai trafitto il cuore con quel tuo richiamo, di cui mi ha detto la mamma.

E mi vien da pensare a quante volte, nella tua vita, nel buio di una stanza, chiamerai il mio nome, e io non potrò essere vicino a te.

Quanti pianti non asciugherò dalle tue giovani guance in fiore, quanti tormenti non potrò aiutarti a sopportare, quanti sospiri perderò, quanti giorni della tua vita non mi sarà dato vivere.

Quando nascesti, mentre facevo la spola dall’ospedale a casa riversando orde di parenti in visita, fui colto da un pensiero atroce che mi indusse a un pianto inopportuno per un tale giorno di gioia: pensai che un giorno avrei dovuto lasciarti su questa Terra, senza poter più alzare un dito per te, senza poterti più proteggere, senza poter più rispondere ai tuoi canti, non avrei potuto più essere terreno sotto i tuoi piedi, e non avrei potuto più, chissà, neppure sapere… neppure vedere, neppure sentire il rumore d’un taglio nel tuo splendido cuore.

La tua nascita ha determinato la scomparsa immediata d’una mia antica paura: quella di volare. Vederti venire al mondo mi ha reso stranamente la mia vita meno cara, e quando volo non ho più paura di perderla questa vita. L’unico timore è che, dovunque succeda, comunque succeda, io possa perdere le tracce di te nello sconfinato universo, e spero proprio che ve ne sia uno solo, così sarà più semplice cavalcare le galassie e sedermi ad aspettarti ai cancelli dell’eterno, dove correremo liberi da ogni affanno, e potrò ancora cullarti, e tenere la tua tenera mano, e pettinarti ancora, districare i nodi dei tuoi semplici pensieri di bimba. Con quanta meraviglia ce ne andremo in giro, io e te, su una bicicletta di raggi cosmici, a spasso tra le stelle, a meravigliarci ancora di questa straordinaria Creazione, ci tufferemo in un buco nero e oltrepasseremo l’orizzonte degli eventi solo per scoprire cosa c’è al di là, e se è vero, come dicono gli scienziati, che dentro un buco nero la materia potrebbe disfarsi perdendo la memoria di quel che essa stessa è stata, allora stringimi forte la mano, e perdiamoci lungo i bracci d’una galassia a spirale, nell’abbagliante splendore di questo sordo, muto, cieco e pazzo amore, che mi hai svelato, dalla forma affatto stramba, quell’amore primitivo, quella sorta di abisso che inghiotte fette di tutto, quel piano infinito e inclinato sulla cui superficie tutto scivola, il mondo intero rotola sulla china impervia del mio amore sordo per te, muto per te, cieco e senza scopo alcuno per te.

Un amore che non vuole niente, che non attende niente, che non sente niente, che non offre nient’altro che tutto se stesso e se si strugge, a volte, è solo perché vorrebbe essere molto di più che solo se stesso, l’amore del greto d’un fiume per la pietra – levigata dalle sue carezze – che resta in bilico tra la corrente, l’amore d’un albero per il suo ramo su cui si posa il polline d’estate e la neve d’inverno, carico di frutti acerbi e maturi, l’amore d’un nido che, senza pensieri, lui mero intreccio di rami, aspetta ogni sera che il suo pulcino torni quando cala la notte, l’amore, insomma, racchiuso in una stilla di gioia atavica di saperti viva, non importa neppure dove. Forse, più del greto del fiume, più dell’albero, più del nido ignorante, è l’amore genetico d’un girasole, che non gli importa se il cielo è interamente coperto, lui è giallo di gioia perché tutti i suoi atomi con il loro volteggiare d’elettroni impazziti, hanno iscritto nel nucleo una profonda sapienza che nell’universo, oltre le fronde del bosco, oltre le gemme della primavera, molto più in alto delle nuvole, anche se c’è vento e ci piove, da qualche parte lassù, riluce una stella che gli altri chiamano sole.

Vorrei scriverti intere raccolte di poesie, usare la metrica dei tiepidi aneliti d’amore paterno che mi pervadono a ogni tuo respiro, ma poi penso che la poesia più dolce è racchiusa tutta dentro me.

E se mi guardi dritto negli occhi, potrai leggerla da te.

Kavvingrinus – Molfy

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Eccoci con una nuova puntata di Kavvingrinus, la rubrica in cui io, Kalosf e Ysingrinus esponiamo le vostre storie di lettori. Oggi abbiamo Molfy, una poetessa che non ha voluto esser “linkata” (applausi per la partecipazione disinteressata, quindi), e che raccoglie migliaia di persone nella sua community. Molfy è una persona di spessore, le cui letture confermano la mia ammirazione, maturata nel tempo ben prima di questa storia. L’andamento della rubrica conferma una eterogeneità notevole, che rende la sfida per noi tre sempre più esaltante! Ma lasciamo parlare Molfy.


Quella che ho coi libri è un’intensa, lunghissima storia d’amore. Dacché io mi ricordi, ne ho sempre avuti intorno e, da quando ho imparato a leggere, non ho più smesso.

Tra le letture d’infanzia rammento con particolare affetto Pollyanna [Nota di Avvo: la sindrome di Pollyanna inizia a contagiare questa rubrica!], da cui devo aver preso il gioioso ottimismo, e “Pattini d’argento” di Mary Mapes Dodge [Nota di Avvo: mai sentito… ma curiosando ho scoperto che i protagonisti si chiamano Hans e Gretel…] ma sullo scaffale della memoria in bella vista ci sono pure l’ “Isola dei delfini blu” di O’Dell Scott e “Cuore” di De Amicis [Nota di Avvo: Ah altro che Moccia! Quelli erano sentimenti…]

Da ragazzina ho avuto un debole per A.J. Cronin, ma non disdegnavo nemmeno E.A. Poe [Nota di Avvo: Qui mi taccio perché Yzi ci andrà a nozze] e A.C. Doyle (la doppia iniziale puntata evidentemente esercitava un certo fascino su di me).

Alcuni libri sono legati indissolubilmente a nomi e volti di insegnanti [Nota di Avvo: L’influenza degli insegnanti sulle letture tornano a più riprese nelle vostre storie (anche quelle non ancora pubblicate); io ho avuto la sfortuna di non aver mai ricevuto incoraggiamenti dagli insegnanti, ma riconosco che sia fondamentale il loro ruolo per rinverdire la cultura del libro]. Quella di Lettere  di terza media, ad esempio, non solo mi suggerì la “Collina dei conigli” di Richard Adams [Nota di Avvo: Segnalato già da Intempestivo Viandante, è proprio il caso che lo legga!], ma me ne procurò lei stessa una copia in formato economico, che mi consegnò ancora incellophanata: l’aveva acquistata appositamente per me! Al liceo il prof. di filosofia mi fece leggere “Dal mondo del pressappoco all’Universo della precisione” di Alexandre Koirè, proponendomi di costruirci una lezione per l’intera classe [Nota di Avvo: La fiducia del maestro la dice lunga su chi sia Molfy]. Inutile dire che ho sempre amato la filosofia. E forse anche un po’ il professore, di cui del resto eravamo tutte più o meno dichiaratamente innamorate…

Da adolescente in cerca di indipendenza di pensiero, ho letteralmente spiccato il volo insieme al “Gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach [Nota di Avvo: Ogni suo libro che ho letto è stata una esperienza emozionale strepitosa, inclusa l’avventura del gabbiano, che mi fu regalato dalla donna con cui ebbi il mio primo rapporto…], mentre per il “Piccolo Principe” [Nota di Avvo: Buffo che Molfy accosti questi due libri che paiono avere poco in comune se non la fantasia, perché anche questo libro mi fu regalato dalla donna di cui sopra… hey Molfy, ma fai che sei tu quella donna? :-D] devo appellarmi ai diritti del lettore di Daniel Pennac, non avendolo mai finito. Proprio non ci sono riuscita.

Al contrario, ci sono libri che ho preso ripetutamente in mano, come “Il nome della rosa” [Idem!], di Umberto Eco, che ho letto tre volte, apprezzandone via via i diversi piani di lettura: ora la trama del giallo, ora lo sfondo filosofico, ora l’impianto teologico. (Ho visto anche il film, ma più per Sean Connery che per la trasposizione cinematografica!). [Nota di Avvo: Notare il punto fuori parentesi, evidentemente frutto di scelta ponderata e non tanto semplice. Invito tutti a seguire l’impeccabile esempio di Molfy, non per risparmiare a noi tre del lavoro (tanto non correggiamo… sapevatelo!) ma per rispettare il tempo di chi legge. Quanto ad Umberto Eco, ho amato tutti i suoi romanzi, così come i suoi saggi sulla narrativa, benché sia indubbiamente faticoso leggerlo]

Ogni libro è un’avventura e una scoperta!

I bellissimi diari di viaggio “Patagonia Express” di Sepúlveda e “La corsa del levriero” di Alex Roggero mi hanno portato ad esplorare le Americhe senza problemi di jet lag.

Con  “La cruna nell’ago” e “Codice Rebecca” di Ken Follett [Nota di Avvo: Unico termine di paragone che trovo rispetto alla magniloquenza di Ken Follett è Christian Jacq e la sua epopea di Ramses] mi sono catapultata nello spietato mondo dello spionaggio, spingendomi anche a divagazioni bondiane, immaginando che un affascinante 007 rischiasse di prendersi una pallottola in  mia presenza, mentre bevevo un Vodka Martini (agitato, non mescolato) in sua compagnia.

Recentemente, “Sei biblioteche” del serbo Zoran Živcović mi ha condotta in un surreale inferno postdantesco dove la pena per chi non si dà la pena di leggere in vita, è leggere per la vita eterna. [Nota di Avvo: segnato in whish list!]

Non è il mio caso, chiaramente….

Leggo un po’ di tutto, persino i bugiardini dentro le scatole dei farmaci, salvo poi restare atterrita dagli effetti indesiderati, per cui finisco sempre col buttare i medicinali e tenermi il dolore.

Leggo abbastanza: in media  una quarantina di titoli l’anno. [WOW! Beh, certo, ci sono supereroi che leggono centinaia di libri dedicandovisi solo dopo le ventitrè, ma per noi comuni mortali quaranta titoli l’anno pare un numero ragguardevole; qualcosa mi dice che tu, comunque, abbia approssimato per difetto]

Amo i libri, il frusciare delle pagine, l’odore della carta, il risvolto di copertina…

È evidente però che a un certo punto ho dovuto smettere di acquistarne, essenzialmente per due motivi. Uno squisitamente economico, l’altro… strutturale! Mio marito – ingegnere – direbbe che i solai non sono calcolati per reggere il peso delle mie ambizioni culturali (leggi: librerie sovraccariche!) Così, per evitare crolli nel bilancio familiare e nella mia umile dimora, ho preso a frequentare assiduamente la Biblioteca Civica, dove, conoscendomi, derogano spesso al limite di prestito di tre libri per volta. [Nota di Avvo: Ci trascorrevo ore in biblioteca, ma l’ultimo giorno che la mia mamma d’Africa trascorse sulla terra me lo son perso proprio per questo motivo, e da allora smisi di andarci…]

Lo ammetto: la mia lettura a volte è un po’ compulsiva. Sono una lettrice avida. Avida di emozioni. Una storia deve catturarmi, prendermi e farmi sua. Non mi importa tanto ricordarmela dopo averla letta, quanto viverla mentre la leggo, sentirla intensamente quasi a raggiungere qualcosa di simile a un orgasmo mentale… [Nota di Avvo: Qui emerge una visione della lettura che trovo stupenda e romantica. Molfy pare perdersi e isolarsi completamente dagli affanni quotidiani quando legge: cosa c’è di più isolante di un orgasmo?]

Per darmi una calmata e complicarmi un po’ la vita (così almeno riesco a far durare un libro per più di una settimana), ho cominciato a leggere testi in Tedesco [mi ripeto: WOW], lingua che ho ripreso recentemente a studiare e che amo quasi quanto il nostro meraviglioso Italiano.

Ho iniziato dai classici “Leiden des jungen Werthers” (i dolori del giovane Werther) di J.W. von Goethe [Nota di Avvo: Non c’è niente da fare, eh, questo Goethe lo leggono solo le donne, è proprio letterature femminile…], sono passata a E.T.A. Hoffmann (ancora iniziali puntate!!!) per approdare infine ad autori contemporanei.

Spassosissima e capace di farmi sorridere nei giorni un po’ grigi è la scrittrice Kerstin Gier, una sorta di versione germanica di Bridget Jones e i suoi diari (in Italia è uscita con “L’uomo che vorrei” per Corbaccio). Un titolo su tutti: “Männer und andere Katastrophen” (uomini e altre catastrofi).

Ora sono alle prese con l’intrigante “Ultimo Abele”, del Nostro. [Sono noioso, mi ripeto per la terza volta: WOW!, ma stavolta è per l’0nore più che per l’ammirazione meravigliata]

Ed è stato amore a prima riga. [… e sono quattro: WOW!]