Kavvingrinus – Ili6

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Puntuale come un orologio danese, arriva Kavvingrinus, questa volta con la storia particolarissima di Ili6. Da Ysingrinus e Kalosf troverete come solito le loro analisi della medesima storia. Ma lasciamo ora parlare Ili6…


 

C’era una volta una bambina che quasi ogni pomeriggio andava a trovare i nonni in un paese vicino. La loro casa era molto bella, con un grande giardino dove c’era sempre qualcosa da scoprire e nuovi giochi da inventare tra i vialetti alberati. Era piacevole stare con la nonna e con la zia in quel posto da favola. Il nonno lo incontrava poco, lui nei pomeriggi lavorava in cartolibreria, e un giorno la bimba fu accompagnata proprio in quel negozio del nonno perché le donne dovevano andare in giro. La bambina fu contrariata per la novità: non poteva sapere che quel pomeriggio sarebbero nati nuovi affetti, nuovi amici, nuove sensazioni, nuove abitudini che sarebbero durate per sempre e che avrebbero indirizzato la sua la vita.

Il negozio del nonno si rivelò anche meglio del giardino: c’erano matite di tutti i colori, giornali, pupazzetti, libri di tutti i tipi, scatole da aprire, album da colorare,…c’era odore di carta, di inchiostro, di tabacco.

Il nonno le permise di curiosare un po’; lei apriva pacchi, pasticciava fogli, sfogliava giornali, spostava gomme e temperini, metteva giù i pupazzetti. Quante cose non conosceva! Chiedeva, provava, annusava, toccava e il nonno, che di bimbi se ne intendeva perché trascorreva le mattine a scuola, rispondeva, spiegava, dimostrava e sorrideva, vedendo gli occhi meravigliati di quella bimbetta di appena tre anni.

Poi, forse per paura che il negozio venisse messo a soqquadro o forse per volerle fare un regalo, il nonno la fece sedere su una piccola sedia dietro il bancone e le chiese di ascoltare. Prese un libro giallo con le scritte rosse e cominciò a leggere…

                                            “C’era una volta un piccolo, brutto anatroccolo…”

La voce del nonno catturò subito la sua attenzione: era sottile, un po’ rauca e mai uguale. A volte si alzava, poi diventava un sussurro, proseguiva pacata, poi veloce, cambiava tono, cantava. Era musica. Ed era tutta per lei.

La bimba guardò il nonno, quel nonno così poco conosciuto sino a quel momento, e lo vide sereno, elegante con quel gilet grigio e la camicia azzurra. Osservò il suo viso magro e leggermente rugoso; le labbra si distendevano, sorridevano, le sopracciglia a volte si aggrottavano. Guardò le sue mani sottili che si muovevano, che indicavano, che accarezzavano la carta e sfogliavano con delicatezza le pagine. Fissò i suoi occhi chiari che seguivano il rigo e che a volte la guardavano.

Pian piano la bimba si concentrò sulle parole, sulle frasi, sulla voce del nonno che leggeva per lei e quelle parole presero forma, danzarono davanti a lei e composero un quadro ricco di forme, colori, personaggi, sentimenti. E lei vide quell’anatroccolo nero, i suoi fratelli, sentì la preoccupazione di mamma anatra, perché lei in quel momento era con loro, in quello stagno…

Non ricorda quanto durò quel primo ascolto, il tempo si dilatò, si azzerò e non fu più percepibile. Su tutto dominava il suono morbido della voce del nonno che leggeva per lei.

Fu un momento magico che si ripetè tantissime altre volte. La bimba preferì, infatti, sempre più il negozio del nonno al giardino delle meraviglie e lui l’accoglieva con gioia: quei momenti piacevano ad entrambi, davano serenità, regalavano affetto, unione, stupore a tutti e due.

A volte il nonno doveva interrompere la lettura perché in negozio entrava qualche cliente e lei si infastidiva, si ingelosiva perché quei momenti erano loro, solo per loro: lei, lui, la sua voce, il libro, la storia, il sogno.

Oggi quella bimba è cresciuta, legge per se stessa e molto spesso legge ad alta voce per i bimbi che l’attendono in aula. Non si sorprende nel vedere sul viso dei bambini lo stupore e la meraviglia mentre ascoltano la sua voce che legge e nemmeno del fastidio che genera il suono della campanella: sono momenti che non amano essere interrotti. Sono l’origine di qualcosa che sta nascendo e che si potrà fortificare nel tempo. Lei questo lo sa bene.

Grazie nonno Pino, la tua voce, che mi ha resa felice lettrice, è sempre in me.


Se avessimo tracciato una carta geografica con i confini della rubrica Kavvingrinus, sicuramente questa storia si sarebbe posta all’estremo limite di tali confini. Non c’è un solo autore esplicitamente citato, né un romanzo. C’è, però, una intera biblioteca di reminiscenze personali, c’è tantissimo scritto in questa storia, nelle sue parole che sembrano pescate da un barattolo di vetro delle vecchie drogherie, pieni di tutto, dai legumi alle caramelle, dal pane alle ciambelle. Parafrasando Borges, il quale diceva che preferiva lasciare ad altri il vanto di aver scritto qualcosa, preferendo vantarsi delle parole lette più che di quelle scritte, senza specificare quali fossero state le sue letture, qui direi che Ili6 ha imitato Borges e ci ha lanciato un messaggio: lei è le parole che ha letto, e le parole che ha letto non può scriverle ma solo evocarle. Al più avrebbe potuto citarle, come quel virgolettato sul brutto anatroccolo.

Insomma mi pare che il dipinto di questa persona si stagli netto sullo sfondo di questa storia, ed è pennellato non tanto dalle parole che Ili6 ha scritto, quanto da tutti gli spazi bianchi che ha lasciato.

E il mio commento è proprio questo: un solo spazio bianco .

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Alunno del cuore

Bloccato in camera.

Mi bastava stare sulla cima dell’armadio a leggere.

Mi arrampicavo fin lassù. Non ho mai capito perchè.

Sollevavo il velo su mondi lontani, perduti, assonanze e risonanze d’umane vicende e miserie con la mia condizione.

Non è sempre stata dura.

C’erano i mesi buoni. Quando mia madre preparava le paghe per le sue operaie e metteva i soldi sul suo letto, in mazzetti divisi. Io planavo come un calabrone e pescavo 10.000 lire qui e là. E lei rideva. Dio, quanto rideva, quando poteva permettersi il lusso di lasciarmi prendere qualche banconota. E fingeva di implorarmi, smettila, smettila, dammi quei soldi. E che sottile piacere, il mio, avere quel tesoro tra le mani. Ancora oggi, quando siamo malinconici, a me e mia madre piace ricordare quelle volte, su quel letto, quelle mie piccole gioie infinite. Restavo euforico per settimane, e non riuscivo a decidermi su cosa farne di quei soldi. Il più delle volte tornavano i momenti bui, quando i committenti non pagavano, in cui lei, con la vergogna dipinta sul volto, mi chiedeva se per caso mi fosse rimasto qualcosa. Non mi chiedeva mai di restituirle il denaro, non ce n’era bisogno. Capivo al volo e le consegnavo il mio tesoro, per lo più intatto. Non era generosità la mia, ma incapacità di concepire bisogni esterni ai miei libri, che prendevo alla biblioteca e consegnavo con mesi se non anni di ritardo. Mia zia era addetta al servizio prestiti, una miniera d’oro per me. Avevo davvero tutto. Alberi da cui mangiare frutti ancora vivi. Non si può capire il sapore di un frutto ancora attaccato al suo ramo, se non lo si è provato mai. Il fresco bruciore, d’inverno, dell’unghia che affonda nella buccia d’arancia, le fibre che rimangono incollate, in mezzo ai grani di terra bruni.

Quanti sogni appesi a quei rami, dove mi arrampicavo, con i miei due amici, unici vicini in quella sorta di comunità pseudorurale dove vivevo, dove il latte te lo consegnavano al mattino in bottiglie di vetro col tappo di stoffa.

Ricordo ancora la pagina di un giornale erotico; la nascosi sotto dei rami, dentro una capanna che avevo improvvisato con due lamiere di ferro pescate dalla discarica abusiva poco distante. E una cassa di legno che aveva spedito mio padre, che spesso si faceva precedere nei suoi rientri da materiale inutile, cianfrusaglia raccattata in improbabili bazar ai confini del mondo.

La semplicità delle attività in cui mi cimentavo non ne ha mai sminuito la profondità di radicazione dentro di me. Girare in elicottero sul Grand Canyon è stato un lusso tardo che mi son consentito e che ha lasciato indubbiamente ricordi esaltanti, ma è stato niente in confronto alla torsione dell’anima che mi assale quando penso a quel vento, a quelle fronde degli alberi che filtravano i raggi del sole, partiti lontani dallo spazio profondo dove l’astro che ci dona la vita sonnecchia in sbuffi di luce, quei rami e quelle foglie che come dei prismi viventi, filtrando la luce, creavano sul pavimento sbrecciato di camera mia un tremulo bagliore, come onde di luna riflesse sulla spuma del mare che non ne vogliono sapere di stare ferme. Se chiudo gli occhi vedo la condensa ammassarsi sui vetri della cucina, una nebbia sugli occhi del mondo, la sento scendere in zig-zag di gocce indolenti, posso ancora sentire netto l’odore delle bucce d’arancia e di limone del nostro giardino messe a essiccare sulla stufa di ghisa, e se prendo la lana del maglione e l’avvicino al mio naso, posso inspirare ancora quell’inconfondibile fragranza che per me sarà sempre l’odore dell’inverno: il legno bruciato, il filo di fumo che danza sulle cime dei comignoli, sui tetti delle case, e sale su, verso il cielo, questo panno di velluto puntuto di lacrime blu.

Mi assale spesso la nostalgia di quei giorni, quando niente, neppure un coltello affilato passato sul braccio, o un accendino infuocato premuto sul dorso di una mano, riusciva a scalfirmi, sorretto dalla rabbia e l’orgoglio di essere diventato un po’ uomo prima ancora di esser mai stato bambino, mia madre che mi prendeva il viso tra le mani sottili come fusi e con le lacrime agli occhi mi chiedeva perdono per non avermi potuto dare di più, io che le dicevo che lei mi aveva dato anche quel che non aveva, e lei che replicava sempre, ancora oggi, che ha fatto solo il suo dovere di madre. Mi manca anche quella pioggia larga, che scendeva giù a secchiate dal cielo plumbeo dove cumuli di nembi si gonfiavano come panna spruzzata da una bombola spray sotto massima pressione, quando giocavo, appena tornata la quiete, a tirare strattoni ai fili spogli del bucato per far cadere di botto tutte le gocce giù.

Forse esiste un angolo di mondo, o di tempo, in cui poter tornare indietro, e rivivere tutto, se io troverò mai quell’angolo, è lì che voglio tornare, sotto quelle fronde odorose, sotto il ginepro in primavera, tra quei rami, quelle corde di bucato, quei grani di terra sotto le mani, quelle barchette di foglie.

E se di posto e di tempo ne posso scegliere uno solo, allora sceglierò uno di quei giorni in cui mamma mi teneva il volto giusto in mezzo alle sue affusolate mani, tappandomi le orecchie e ovattando tutto il mondo intorno a me.

Quei giorni quando quegli occhi dicevano ho attraversato l’inferno, figlio mio, e lo rifarò altre mille volte per te.

Svegliatemi quando tutto questo finirà

Chiedilo alla pioggia

Il suo lungo cadere

Giù dall’alto del cielo

Dritto verso la bolgia

Di terra e barriere

Per morire di gelo

Nella bruma d’ottobre

Finché raggio di sole

La sciogliesse nel greto

di un fiume che scorre

Nel bel mezzo del cuore

Di un bimbo mansueto

Chiedi alle mie rughe

le tue mani callose

se mancano ancora

il grano alle spighe

le spine alle rose

un albero a prora

Come fiore reciso

senza più le radici

ho petali al freddo

il gambo è eliso

Ma affondo narici

ne’ giorni che ho perso

del futuro passato

E mi chiedo sovente

dove mai ho sbagliato

Se poi io veramente

senza mai un afflato

ti son figlio davvero

o proprio un bel niente.

 

Polvere di stelle

Potrei fare anni come la terra
ruotare intorno al sacro sole,
rotolando in una direzione,
lo sguardo fisso al chiaro di luna
che rivoluzione baluginare,
riflettere nella luce del sole,
il tuo sorriso amaro di sale.
Resto impietrito senza sollievo
A immaginare questa mia vita
Con i tuoi occhi, rosa fiorita
Come un chiaro di luna solare
Io riflesso sulla spuma del mare
Mi lascerei dolcemente cullare
Tra i sogni, naufraghi impazienti
Che sembran sapere dove remare
Ma sbatton forte su duri frangenti
Di scogli neri, rocce emergenti
Dal mare dolce del nostro sognare
Gli occhi socchiusi, le labbra amare.

Kavvingrinus – Alidivelluto

image1 (1)Terza puntata della rubrica Kavvingrinus condotta con gli amici Kalosf e Ysingrinus.

Lascio la parola subito a Alidivelluto:


 

Ho sempre avuto grandi amori, amori travolgenti e totalizzanti. Amori con cui ho trascorso le mie notti insonni, i miei intervalli. Amori per cui cercavo di finire in fretta e male i compiti, o i lavori per i clienti, per tornare da loro. Amori che ho quasi sempre tradito.

Parlare dei miei amori è bello, li ricordo tutti, migliaia di pagine lette e rilette che mi sono rimaste dentro. Di tutti i miei amori alcuni furono più struggenti e di questi conservo un ricordo speciale.

Il primo amore, quello che dicono non si scordi mai fu per Jules Verne, o Giulio Verne come c’era scritto sulle mie copertine di allora. Ero piccolo, mi immaginavo mondi fantastici e misteriosi. Per me erano libri difficili, da grande e li amavo. Andavo e venivo tra la mia camera da letto e la cucina, per chiedere a mio nonno le parole che non capivo. “Cos’è un pappafico? e un boccaporto? e un narvalo?”. Con lui sono sceso nelle viscere della terra alla ricerca di Arne Saknussemm, ho volato sino alla luna, ho solcato i mari con il capitano Nemo su quel sottomarino che oggi farebbe tanto steampunk, ho viaggiato con Robur sul suo vascello volante e soprattutto ho sognato. Con i lego ricostruivo quelle “macchine” straordinarie e quegli aglomerati informi di mattoncini multicolori per me erano navi, auto e navicelle volanti.

Tradii anche lui, anche se era il primo vero grande amore letterario della mia vita, ma furono cose di poco conto, con qualche Topolino o fumetto di varia natura.

Poi vennero gli Urania, perchè un solo autore non mi bastava più. E le raccolte e i momanzi brevi di Brown. E li conobbi il mio secondo amore.

Isaac Asimov mi fece innamorare dei suoi robot, Gregory Powell e Mike Donovan e Susan Calvin, e quelle dannate tre leggi a cui non si poteva trasgredire. E, assieme al mio amore per la storia, quella vera, quella degli uomini, di re e popoli, che in quegli anni iniziava a nascere, mi immergevo nel suo medioevo del futuro. Fatto di grandi imperi galattici crollavano e di Hari Seldon che cercava disperatamente di salvarli con la sua psicostoria. Tutti i suoi cicli si fusero, uomini, robot e grandi imperi in rinascita.

Quelli erano anni strani, anni in cui l’ormone iniziava a battere alle porte, in cui giocavi a fare l’adolescente. In cui tradivi con Hermann Hesse, con Narciso e Boccadoro o con Siddharta. O con Anaïs Nin, perchè Il delta di venere, assieme a Bliz e a qualche copia di Le Ore che trovavi in una casetta degli attrezzi in campagna, era il massimo della perversione. Anni in cui leggevi di tutto, anche il Mein kampf e Il capitale perchè a scuola studiavi e volevi capire.

Quando il liceo finì e il latino, che avevo deciso che non mi piaceva da quella prima lezione “rosă, rosae, rosae, rosam, rosă, rosā”, non fu più un’imposizione decisi di leggere i classici. Perchè non ho mai amato le cose imposte. E ripresi il dizionario e i libri per leggerli in latino, o tradotti in latino dal greco dandomi del coglione. E lessi di viaggi e di mostri fantastici, di battaglie sotto mura imponenti, e di grandi eroi. Lessi l’Iliade e l’Odissea. Lessi le grandi imprese di Cesare e i versi di Catullo. Le tragedie e le commedie e le immaginavo interpretate in grandi teatri ricoperti di marmi. Non fu amore vero, più una fissazione, come per quella ragazza, che tutti dicono essere la più figa della scuola e quindi ti senti in dovere di corteggiarla anche tu. E alla fine ci stai anche bene con lei, ma qualcosa ti manca.

Poi venne il mondo fantastico di Tolkien, e fu di nuovo amore. Lessi tutto di lui, della terra di Arda agli anni burrascosi delle terza era. Sognavo Glorfindel e sterminati saloni di pietra nelle viscere delle montagne. Scrivevo canzoni cercando di imitarne lo stile e riempivo quaderni di rune. C’era tutto nella sua opera, amori struggenti, imprese leggendarie, letterature epica in chiave fantasy. E ancora oggi a volte vado a letto con il tomo del Signore degli anelli, perchè i grandi amori li si desidera sempre ancora un po’. E quando al cinema rividi quello che mi ero immaginato tante volte rimasi meravigliato, a volte un po’ contrariato, ma la cavalcata dei Rohirrim sotto le mura di Minas Tirith mi fece venire i brividi e quando Aragorn mi intimò: “Mirate gli Argonath, le Colonne dei Re!”, piansi commosso.

Oramai ero più grande, e cercavo qualcosa di un po’ diverso. Flirtai un po’ con Frank Herbert e il suo mondo sabbioso di Dune e con le Dragonlance, ma non nacque mai qualcosa di serio. Finchè non arrivò Philip José Farmer. Li ritrovai l’amore, l’amore per la fantascienza e per la storia. Tutto di fondeva, si mischiava in un racconto e con un modo di scrivere che trovo fantastici. Forse fu l’ultimo grande amore delle mia vita, fino ad oggi.

Provai con Murakami, lessi molto, ma non lo amai veramente. Fu più in infatuazione dovuta al mio interesse per il Giappone.

Tra le tante amanti che ebbi però alcune le voglio ricordare per ciò che mi lasciarono.

Autori di cui magari lessi un libro solo, non so neanche perchè ma che ricordo con piacere.

E li voglio citare in ordine sparso, come mi ritornano in mente, perché delle amanti, a volte, ricordi dei momenti, ma non quando avvennero. Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi, con il suo discorso indiretto che mi faceva impazzire. Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis che mi fece ridere. Neuromancer, Giù nel ciberspazio e Monna Lisa Cyberpunk di William Gibson che forse mi fecero amare la rete, o forse amai i romanzi perchè la rete la amavo già, non ricordo. Il cacciatore di androidi e La svastica sul sole di Philip K. Dick furono anche fantastici. La versione di Barney di Mordecai Richler fu una sveltina assolutamente appagante. La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig è forse l’ultimo che mi viene in mante, ma che voglio comunque citare.

Ali


Il file rouge di questa fantastica storia… mi pare il fantastico, l’oltremondo, del resto Ali è un marziano (oltre che uno STRONZO che deve offrirmi un caffè da sei mesi…). Condivido l’amore di gioventù per Jules Verne, e chi non l’ha amato, qui parte la GangBang! Ero già pronto a sputare nella Nescafè ma avendo Ali definito Verne “Autore per grandi” ho dovuto ingoiare… il rospo: applausi. Torna Anaïs Nin e finalmente qualcuno non cita solo Tolkien e Asimov ma anche Frank Herbert, un signore placido che costrinse gli Iron Maiden a rinominare il brano Dune (omaggio all’omonimo libro di Herbert) in Tame to Land, dichiarandosi odiatore delle Rock Band. Mica pizza e fichi. Dal disprezzatore di rock al fetiscimo di Ali di tradurre dal latino al greco il passo è breve. Quest’uomo (se questo è un uomo…) sorprende oltre ogni dire, e col paradigma di “rosa” mi provoca orticaria: se ci prendiamo quel caffè occhio a non distrarti che potresti trovarci una schiuma non proprio da bar. L’Iliade e l’Odissea, l’Eneide, manca solo la Batracomiomachia e il Regno della Topa… ehm dei Topi: sono segno di un’anima rara quale è Ali (pur essendo STRONZO, l’ho già detto? Scusate ho scarsa memoria), dedita al pettegolezzo perché Novella 2000 a quei poemi epici gli fa quel che ci faceva Ali con Le Ore. Da un uomo che ama i poemi omerici credo sia lecito aspettarsi altrettanto amore per Asimov e Tolkien, credo che sotto tanti aspetti vi siano risonanze di pensiero: parlano tutti, alla fine, di ciò che di più profondo vi è nell’animo umano, e quello che è dentro noi, anche se la tecnologia cambia, anche se il mondo cambia, quello che abbiamo dentro non cambia mai.

A suo modo, chiudere con una sveltina con Richler ha il suo senso. E il suo sesso.

 

Ricordo di un’amica inseparabile (separata)

 

Ogni tanto una reminiscenza mi pulsa nei pensieri.

È il ricordo di un’amica che è stata per me inseparabile per ventiquattro lunghi anni.

La moto.

Le moto, tutte, le due ruote, un mondo complicato e semplice, stupendo, ermetico, composto di gesti, di rituali che solo chi ne ha fatto parte può riconoscere. Come quando qualcuno ti supera e allunga una gamba fuori dalla pedana, oppure ti incrocia e stacca per un attimo le dita dalla frizione e le mette a V, o si ferma sotto un ponte mentre piove, non certo per interrompere il viaggio ma per indossare l’antipioggia, o ti avvisa con lampeggi strani se dietro una curva c’è una pattuglia e tu ci stai piombando addosso ben oltre i limiti di velocità, magari con la ruota anteriore che sfiora i rami bassi degli alberi.

Certi giorni la voglia di correre in moto mi ferisce.

Mi manca da morire la mia moto, venduta poco dopo che nacque la mia principessa: metti al mondo un figlio, e cominci a pensare più al futuro che al presente, i soldi paiono non bastare mai, e poi sulla sella la culla entra a fatica.

Certi giorni, anche come questo, uggioso, mi manca da morire il suo rombo cupo e borbottoso a riposo, ai minimi regimi di rotazione del motore; quello stesso rombo che si srotolava in un urlo selvaggio che squarciava l’aria, quando la lanciavo a fionda nelle pazze ripartenze da un semaforo o da un autogrill.

Mi manca anche sentire la mia schiena avvolta dal passeggero, le sue mani nelle tasche del mio giubbotto, o piantate nel serbatoio a contrastare un’improvvisa frenata, mi manca quel contatto intimamente ambiguo ma reso innocente dalla necessità delle leggi fisiche (e dalle tattiche da malandrino, nessuna donna può evitare di stampare i suoi seni sulla tua schiena se freni all’improvviso e senza ragione).

Mi mancano le sue vibrazioni, che mi entravano in ogni singolo centimetro di pelle, quando andavo forte e a ogni cambio di marcia avvertivo la spinta poderosa dei due cilindri premermi sui lombari attraverso la sella, e a ogni accelerata, a ogni frusta di cardano, stringevo un po’ di più tra le gambe il suo metallico e freddo serbatoio, come in un amplesso impetuoso, e come mi manca, certi giorni, abbassare la visiera, o rialzarla di un centimetro per far scorrere l’aria nel casco e non far appannare la visuale, e vedere il mondo sfocato sfrecciare confuso ai lati della mia visione periferica, un pastoso guazzabuglio di auto, tralicci, cavalcavia e righe di mezzeria che mi piombavano in fretta addosso, partendo nell’orizzonte di fronte, da lontano, per poi perdersi nell’orizzonte altrettanto lontano alle mie spalle.

Viaggiare in moto ti consente di avvederti di un particolare: non esiste solo l’orizzonte davanti a te, dove tutto è nuovo e sconosciuto e confuso insieme, dove tutto prende forma man mano che ti avvicini. C’è anche, altrettanto importante, un orizzonte alle tue spalle, quando viaggi, da cui ti allontani man mano che prosegui per la tua strada, una riga infinita dove tutto è già stato detto, tutto è già stato fatto, tutto è già stato vissuto.

E forse alla fine della vita che vivi, questo rimane, un orizzonte confuso dove tutto è confluito e tutto resta immobile e lontano, tutto si è amalgamato nel tuo indistinto passato, e puoi, se proprio vuoi, attingervi allungando lo sguardo mentale al retrovisore speciale che ognuno di noi porta dentro di sé, conficcato nel petto, quel pazzo retrovisore interiore che è la memoria del cuore.

Un anno di noi: Avvocatolo e Kalosf. Un colloquio tra amici

Non posso astenermi dal ri-bloggare l’intervista di Kalosf. Mi ha fatto una presentazione a dir poco commovente! Enjoy un uomo che è semplicemente un mito, di una sensibilità rara e di una serietà d’altri tempi.

kalosf

img_4574Lo conosciamo perchè rappresenta un caso estremo di capacità simbolica ed un concentrato di ironia incredibilmente sagace. Ne abbiamo letto i post, forse il suo libro. Ne leggiamo costantemente il cuore che anche quando narra apparenti assurdità, riesce sempre a darci la sensazione di essere avvolti in un abbraccio denso, corposo, vivo.
Avvocatolo non è un personaggio qualsiasi. E’ una contraddizione. Una sorta di misterioso amico che naviga il nostro cuore senza lasciare una scia, ma solo l’intenso profumo della spuma del mare, della cui leggerezza sembra fatto. Eppure di leggero, in Avvocatolo, non c’è nulla. Al contrario, c’è sostanza. C’è moltissima sostanza, che si traduce in emozioni, sentimenti, sovrapposizioni di immagini che rendono l’idea di una bellezza profonda ed in continua evoluzione, una sorta di viaggio di scoperta di un mondo che è sempre stato suo, ma del quale egli ogni giorno va impossessandosi per lasciare che esso…

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Kavvingrinus – Intempestivo Viandante

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Amici, eccoci giunti alla seconda puntata di Kavvingrinus (rubrica congiunta con Ysingrinus e Kalosf), con la storia di Intempestivo Viandante.


Le mie letture di bambina che ricordo con più piacere sono di due categorie: una era quella che oggi si definirebbe “chick-lit” e che all’epoca per fortuna non aveva etichette, anche se effettivamente si trattava di libri che leggevano di solito le ragazze: Piccole Donne per intenderci, o Pollyanna, o Pippi Calzelunghe. Tutti libri che ho amato tantissimo e forse, a ripensarci, per motivi non così diversi, perché nonostante le apparenze, erano tutte storie per lettrici, forse, ma storie di ragazze comunque non convenzionali. Jo March era un vero maschiaccio e una scrittrice, decisa a scegliersi un marito per conto suo (vero che all’epoca l’aver rifiutato Laurie non glielo avevo perdonato facilmente, ma più tardi ho capito…), solo dopo aver raggiunto l’indipendenza economica. Pollyanna, pur essendo una bambina molto “bambina”, aveva quella bella caratteristica, che è stata molto ridicolizzata se non vista come una patologia (la “sindrome di Pollyanna”, ossia il vedere la realtà in modo esageratamente positivo, peccando di eccessivo ottimismo). In realtà, il gioco della felicità è stato per me, all’epoca, un grandissimo aiuto per affrontare situazioni difficili. Per come la vedo io, non si trattava di vedere tutto rosa, ma di non perdere di vista gli aspetti positivi che possono esserci anche nei momenti più duri: questo permette di affrontare le difficoltà con il sorriso o se non altro con più forza e un atteggiamento più positivo, che non mi sembra poco. E poi c’è Pippi, la mia Pippi, la ragazzina più coraggiosa, forte, allegra e libera del mondo, quella che viveva da sola con un cavallo e una scimmia a Villa Villacolle, con un padre “re dei negri” (che un giorno qualcuno si è inventato anche una accusa di razzismo contro Astrid Lindgren, ma via… nessuno avrebbe potuto leggere Pippi e diventare razzista, secondo me), sempre in viaggio, che ogni tanto la veniva a prendere, la portava in qualche avventura, le lasciava un po’ di monete d’oro e via, ripartiva.

La seconda categoria di libri per “giovani adulti”, come si dice adesso, era ancora più avventurosa, e decisamente più unisex. Mi vengono subito in mente Tom Sawyer e Huckleberry Finn (ah, quanto meno ricca sarebbe stata la mia infanzia, senza Tom e Huck! E anche Un Americano alla Corte di Re Artù e i Racconti sul Fiume, la quintessenza dell’ironia), ma anche L’isola del Tesoro, Robin Hood, I Tre Moschettieri, Il Richiamo della Foresta (quanto amore, per quel libro!), Peter Pan (adorato), Alice nel Paese delle Meraviglie (che però ho apprezzato di più “da grande”, in versione integrale e in inglese), Pinocchio, Gian Burrasca, e poi vabbè, tutto Salgari e un altro degli amori letterari della mia vita, Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone Rampante, che mi ha iniziato a un idillio con Calvino che dura ancora oggi. E non parliamo poi del grandissimo Rodari, di Giovannino Perdigiorno, del Professor Grammaticus e del filobus numero 75, che “in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù per l’Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come una lepre in vacanza.. E la Collina dei conigli di Adams, anche, la splendida odissea di un gruppetto di conigli che sfuggono a una morte terribile, guidati da un giovane sognatore un po’ profeta e dal suo fratello più saggio, tra pericoli, amori, insolite amicizie e bellissime storie “mitologiche” raccontate dal narratore del gruppo per dare forza ai compagni e dimenticare la paura del buio e dei nemici…
Insomma, ragazzini scapestrati, pirati, ladri gentiluomini, filobus imbizzarriti, conigli profughi, nobili che trascorrevano la vita sugli alberi, partecipando alla vita del mondo, dentro e fuori allo stesso tempo, un po’ come gli scrittori e gli artisti, tutti accomunati da una cosa che mi porto dietro e per cui non li ringrazierò mai abbastanza: la ricerca della libertà, libertà della mente, del pensiero e della fantasia prima di tutto, perché senza quella non si va oltre.

Venendo a tempi più recenti, qui posso anche essere più breve, perché si sa che sono le cose dell’infanzia e della prima giovinezza quelle che restano incise nel cuore per tutta la vita ☺

Mi sono presa a un certo punto una sbandata per un giallista americano a sua volta innamorato dei gialli all’inglese: John Dickson Carr (che scriveva anche sotto lo pseudonimo di Carter Dickson), uno che disseminava i suoi libri di indizi falsi e veri, uno dei pochissimi che riuscivano davvero a sorprendermi quasi sempre con la soluzione, e un genio dei “delitti della camera chiusa”, non so quanti metodi ingegnosi abbia elucubrato per consentire ai “suoi” assassini di uccidere e poi allontanarsi indisturbati da un luogo perfettamente sigillato, camminare sulla neve senza lasciare tracce, ecc.

Poi abbiamo Shakespeare, naturalmente. Chiunque fosse si è piazzato nel cuore e nella testa di ciascuno di noi e lì è rimasto e c’è ancora, e ci legge come un libro aperto.

Il mio amatissimo Oscar (Wilde), genio e sregolatezza, eccentrico e sensibile, provocatorio e appassionato, dotato di un’eleganza, una ricchezza di stile tali da fare della sua lingua un continuo fuoco d’artificio, una scrittura di bellezza quasi ineguagliabile secondo me.

Poi c’è la Yourcenar, con le sue Memorie di Adriano, di cui ho parlato nel blog, che tratta tutti i temi che hanno a che fare con l’umano, e con tale profondità di pensiero da lasciare senza fiato.

E ancora libri per ragazzi, vecchia passione mai estinta. La Storia Infinita e tutta la saga di Harry Potter sono tra i libri più belli che abbia letto. Le Tredici Vite e Mezzo del Capitano Orso Blu… beh, credo di non aver mai riso tanto su un libro in vita mia, in autobus, da sola, in mezzo alla gente, ovunque e comunque… di un tedesco, poi, chi l’avrebbe immaginato… 😀

Aggiungo, tra i miei preferiti, Amado, Chatwin e Sepulveda. Confesso che ho vissuto di Neruda è una delle cose più straordinarie che possa capitarvi di leggere. Concludo con un romanzo contemporaneo, La vera storia del pirata Long John Silver di Biörn Larsson è strepitosa, una vera gemma, l’ho amata dalla prima parola all’ultima.


 

Le letture di bambina di Intempestivo mi paiono tutto… tranne letture da bambina. La grandissima para…colpi ha avuto l’accortezza di dire che Piccole Donne lo “leggevano di solito” le ragazze. Avesse detto un libro per ragazze tout court, le avrei versato olio al peperoncino nel flaconcino del liquido per le lentine…

Quel testo tratteggiava, tra i tanti, un personaggio (la Jo March che ha ben descritto Intempestivo) che era poco meno di un alieno per un Paese in pieno puritanesimo dove, ancora cent’anni più tardi, si vendevano barattoli di pelati con disegnata la casalinga di Voghera.

Quanto a Pippi Calzelunghe ho adorato anche io questo cartoon… ops, ma è un libro? O forse sono molti libri? La versione femminile di Huckleberry, per quella vena di matta maturità di fondo che contraddistingue sempre i “diversi” in letteratura (come nella vita; ve la immaginate Intempestivo a 8 anni? Secondo me rimproverava la maestra di continuo…).

La solita para…colpi, di Tom Sawyer e Huckleberry Finn ha detto che sono letture per “giovani adulti“; non avesse aggiunto “adulti”, le avrei versato della vodka mista a sputo nel serbatoio della Nescafè. C’era un tipo, un ubriacone, si chiamava Ernestino, di cognome Hemingway, che in Verdi Colline d’Africa se ne uscì con una frasetta che bisognerebbe sempre ricordare: “Tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn. (…) Tutti gli scritti Americani derivano da quello. Non c’era niente prima”.

Lo stesso dicasi de I Tre Moschettieri, in tutta la loro saga che allunga le sue propaggini ne Il Visconte di Bragelonne e in Vent’anni dopo. Dumas padre era un maestro insuperabile, come forse solo i francesi sanno essere, dell’uncinetto di parole con cui adornare centinaia di pagine che, senza quei ricami, potrebbero sembrare vuoti come il nulla (Proust, tanto per dire, o Stenhdal, a me son sempre sembrati in ciò tremendamente simili). Prima di classificare I Tre Moschettieri come libro per ragazzi bisognerebbe ricordare che lo stesso autore ha scritto Il Conte di Montecristo, che onestamente andrebbe vietato ai minori. 

Guardando poi in rapida successione un po’ tutti i titoli (di cui, quelli che non nomino, sono per lo più a me sconosciuti), compreso l’ultimo su cui si sofferma Intempestivo (meritevolmente!), ovvero Il Barone Rampante, mi pare di scorgere come in uno specchio il riflesso di una donna, blogger, mamma e scrittrice, che è anticonvenzionale, ribelle, indipendente, eppure con le radici fisse in un saldo terreno, che ha evidenti tratti dell’ossessione compulsiva nel suo perseguire un folle progetto di tenere 6 rubriche a settimana, insomma una che vive sugli alberi come il Barone e ci guarda un poco dall’alto!

Riscopro sui suoi scaffali un nome che avevo quasi dimenticato, Rodari, un vero genio, di cui la citazione sul Filobus è una gemma autentica.

Mi manca (tra gli altri) la Collina dei Conigli e l’accalorata descrizione letta mi fa venir voglia di comprarlo immediatamente. 

Il meta-romanzo di Carr / Dickson è per me un esempio che voglio seguire per il mio nuovo lavoro, ne parlavo con Ysingrinus tempo fa che, a sua volta, mi ha consigliato Manuale di Investigazione. Perché scrivere non è tutto, nei romanzi, giocare coi lettori è un piacere sottilissimo. 

Fossi stata in Intempestivo mi sarei fermata su Shakespeare e Wilde, strepitosi e immortali, e Yourcenar, ma lei ha voluto ancora citare la sega (sì, no, no, non ho sbagliato, perché se conoscete Intempestivo sapete che si fa proprio le pippe su certe opere e attori, anzi attore, com’è che non c’è RW?) di Harry Potter: tra i libri meno interessanti che non ho letto e che MAI leggerò! 

Confesso che ho letto tutto d’un fiato questa splendida storia.

E Neruda rimette a posto tutto.

Tutto.

Sono un libero professionista

Sono un professionista.

Libero.

Ho detto due cazzate in due frasi.

Ora ho detto tre cazzate in tre frasi…  visto che “Libero”, infatti, è una parola, mica una frase.

Ricominciamo.

Sarei un libero professionista.

Perché il mestiere di avvocato è di interpretare la legge (non di farla, né comprarla).

Chi lo dice questo?

La legge…

Sono professionista perché esercito pro-fesso, lo confesso.

Se non sei fesso, evidentemente, non hai bisogno di un avvocato (soprattutto d’affari).

Sarei pure libero (che bella parola, pare un provider di e-mail).

Libero di andarmene quando vogliono loro.

Negli studi blasonati non esiste mica contratto, questo dovreste già saperlo. Al massimo esiste un contratto firmato in cui dichiari di non aver mai firmato un contratto.

I precari – al confronto nostro – sembrano sicuri come una banca italiana (quindi mica tanto).

Ogni mese mandi la tua fattura, e quando non servi più, la fattura non la mandi più.

Lasciatemi dire che io sono il migliore avvocato degli ultimi 150 milioni di anni.

Tutti gli avvocati d’affari sono convinti di esserlo, certo, ma io ho ragione, loro no (lo sapete già, no?).

Perché sono il migliore? Gli avvocati, a differenza mia, che sono sí, avvocato, ma il migliore, divagano sempre, mentre io no, a differenza di loro, che divagano sempre, e sono ripetitivi tanto, ripetono sempre, sempre, sempre, mentre io no, no, no, a differenza loro che ripetono sempre le stesse cose, mentre io no, a differenza loro, che divagano a differenza mia, che io no, a differenza loro, che sono ripetitivi e divaganti.

Ve l’ho raccontata quella sul nano puttaniere eletto a capo di un governo per 18 anni ma che cadde per volontà di una culona inchiavabile?

Del resto il mio é un mestiere relativamente semplice, se sei un po’ pantegana coi clienti, squalo coi concorrenti, scimmia nelle relazioni sociali, serpente verso i sottoposti e gatto verso i superiori.

In pratica devi essere un po’ zoo (e un po’ zoccola).

Fondamentalmente, c’è da capire che non gliene frega un cazzo a nessuno, di niente.

Di niente é un rafforzativo di cazzo, si intende.

E come potrebbe essere diverso?

I clienti pagano con soldi di altri per avere assistenza su transazioni che – se vanno bene – andranno a impinguare, impinguire, impinguettare, insomma a gonfiare le tasche di altri (i soci) e – se vanno male – peggio per gli altri (o credete che gli amministratori delle banche stiano guadagnando meno ultimamente?).

Anche al tuo boss non importa granché quello che fai, purché ci impieghi un tempo schizofrenico a farlo.

Il tempo dell’avvocato, infatti, vive una dissociazione interiore che Freud, Jung e Sacks insieme ci devono fare una pippa a doppia mano carpiata.

Il tempo che impieghi in qualsiasi attività deve essere pochissimo in rerum natura (“ce la fai a rivedere quelle duemila pagine entro ieri?”), ma tantissimo in rerum parcella (“solo 24 ore hai segnato per duemila pagine?”).

Ma non sono qui per lamentarmi del lavoro che mi permette di permettermi (eh, che finesse?) ció che mi posso permettere (sono o non sono il migliore?) e che tanti no (dovrei aggiungere “non si possono permettere”, ma temo che sarei ripetitivo e questo….non posso permettermelo, se….permettete).

Al contrario.

Sono qui per spezzare una lancia (Vin) a favore dell’avvocatura, soprattutto quella esercitata dai migliori avvocati tra i quali, giova ribadirlo, io sono il migliores inter cogliones.

In primo luogo, noi avvocati sosteniamo finanziariamente la RIM (altrimenti sarebbe già RIP).

Chi altro è tanto grullo da comprare un blackberry, se non un avvocato?

Poi, vediamo, altre nostre qualità… ehm… , basta dirne una a caso… ehm…

Va bene, partiamo dai difetti.

Siamo ossessivo-compulsivo negli acquisti, con lievi affioramenti in superficie di rompicoglionismo.

Se un avvocato deve acquistare un’agendina di carta, non si limita a chiedere “un’agenda”, ma raccoglie opinioni, compara le tecniche di produzione, il potere assorbente, il rapporto prezzo/numero di pagine, i rapporti di Legambiente, inserisce tutti i dati in un mega foglio excel di 1 pagina (120 in fase di stampa), QUINDI si presenta in cartolibreria e si limita a chiedere “un’agendina”, come a dire un’agenda la-qualunque, per poi avventarsi sul povero malcapitato commesso con domande tipo:

“Qual è il peso specifico gr/m2?”
“La carta proviene da foreste responsabili o irresponsabili?”
“E’ possibile avere fattura?”, richiesta puntualmente esternata dopo l’emissione dello scontrino nonostante gli avvisi vicino la cassa.

Il mio può apparire un pregiudizio.

Dovremmo però finirla di avere pregiudizi sui pregiudizi.

Prendete una mamma che vede il suo bambino appena nato, un autentico sconosciuto, anzi il paradigma degli sconosciuti, non essendo né conosciuto né conoscibile prima di nascere, eppure da subito la mamma lo guarda e pensa “Quanto è dolce”, “Quanto è tenero”.

Poi ti guardi intorno e ti accorgi che – tranne te- il 99% degli ex-bebè (siamo tutti ex-bebè) sono acidi, brutti come la fame, duri come il diamante anche se non brillano affatto ma puzzano, ebbene, a quel punto ti chiedi – è fatale – che fine hanno fatto tutti quei bebè che sembravano tanto dolci, carini e teneri.

Tutti pregiudizi sbagliati, dunque, e se si sbaglia la mamma sul conto del figlio figuriamoci gli altri.

Eppure nessuno si è mai sognato di dire ad una mamma “Non avere pregiudizi sul tuo bebè perché probabilmente sarà un autentico stronzo”.

Quindi smettiamola di avere pregiudizi sugli avvocati.

Non sono tutti stronzi.

Ci sono io che sono l’unica eccezione alla regola, ecco.

La regina dello stagno – un’altra favola

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Vieni, a papino tuo, sdraiamoci per terra, toh, il tappeto non c’è. Allora mi sdraio io per terra, tu sdraiati su di me. Come perché? Per terra fa freddo… oh, non preoccuparti per me, dolce bimba mia. Stai a sentire questa storia, me l’ha raccontata Topotto.

C’era una volta la Regina dello Stagno che viveva in un castello pieno di torri, mattoni e finestre.

Intorno al castello vi era appena lo spazio per stare in piedi, con le spalle quasi a sfiorare i mattoni dei muri, giusto una piccola striscia di terra perché era completamente circondato dall’acqua dello stagno, profonda e opaca. Cosa significa opaca? Opaca è una cosa che non è trasparente, ma se la metti davanti ai tuoi occhi ci puoi vedere la luce e le ombre che si muovono dall’altro lato, come il vetro del tuo bagno, hai presente?

Un amico della Regina dello Stagno, ogni volta che lei intendeva uscire, metteva sopra l’acqua una lunga scala di legno, appoggiata da un lato all’ingresso del portone, e dall’altro lato sulla terraferma, e questo era l’unico modo per raggiungere la sponda del lago.

Un giorno la Regina dello Stagno e il suo amico andarono in paese a prendere della legna.

Al ritorno, l’amico attraversò a nuoto lo stagno, prese la scala e la distese sul pelo dell’acqua per far passare la Regina. Dopo, lui tornò sulla sponda a prendere la legna, e pian pianino, facendo avanti e indietro, la portò nel Castello, ciocco a ciocco, così la Regina dello Stagno avrebbe potuto riscaldarsi al fuoco del camino.

Proprio mentre stava per portare l’ultimo ciocco di legno, arrivarono dei cattivoni al galoppo. Spaventata, la Regina dello Stagno ritirò la scala in tutta fretta. L’amico con le mani vicino la bocca implorò: “REGINA, REGINA, REGINA! Lanciami la scala”. La Regina dello Stagno, però, si rifiutò, non voleva correre alcun rischio, chiuse il portone e gli urlò di sbrigarsela da solo come aveva sempre fatto.

L’amico prese a scappare dai cattivoni che l’avevano quasi acciuffato e scomparve nella notte che stava ormai calando.

Passarono i giorni, e la Regina dello Stagno cominciò ad avere freddo; la legna da bruciare era quasi finita e bisognava tornare in paese, ma senza l’amico non c’era nessuno che mettesse la scala sull’acqua. La Regina dello Stagno si accostò al portone e urlò il suo nome, ma esso si perse nei soffi del vento, lontano, invano.

La Regina iniziò a bruciare i mobili, convinta che poi sarebbe tornato l’amico e avrebbe sistemato tutto.

Bruciò le cornici dei quadri, poi i tavoli, cominciò a mangiare quindi col piatto sulle gambe. Poi bruciò le sedie, e si ridusse a mangiare per terra. Quindi passò ai mestoli, ai piatti, ai libri, agli scaffali della libreria, alle mensole: tutto ciò che era legno bruciò finché un giorno la Regina si accorse che era rimasta solo la scala. Ci pensò su un momento, ma poi si disse che l’amico avrebbe trovato il modo di farla uscire. Bruciò, quindi, anche la scala.

Passarono i giorni, le foglie caddero tutte dagli alberi, la neve scese danzando nel cielo, tutto si coprì di candore e di neve e il mondo cadde in uno strano silenzio. La Regina era ormai senza forze e sul punto di morire di freddo o di fame, non c’erano più neppure i vestiti da bruciare, quando all’improvviso… si alzò uno stormo di uccelli (uno stormo, papino? È quando gli uccelli si riuniscono e volano insieme con gli amici) dal bosco che costeggiava lo stagno. Un frullare di ali e un latrato di un cane indicarono la presenza di qualcuno… poi di nuovo cadde silenzio. La Regina dello Stagno tese le orecchie, con la speranza che si spegneva… quando sentì il suono di passi che affondavano nel manto nevoso: era il suo amico che tornava, vestito di stracci e pieno di graffi, il più grosso sul cuore.

Con voce flebile (vuole dire bassa, come quando parliamo piano per non svegliare il fratellino) lei chiese all’amico di aiutarla ad uscire dal Castello nello stagno; lui ci pensò, era ancora arrabbiato con lei, ma alla fine si decise e le disse di lanciare la scala che l’avrebbe tenuta lui. Lei rispose che l’aveva bruciata. L’amico non si arrese e attraversò a nuoto lo stagno; tolse le pietre dalla torre più alta e le mise nell’acqua creando un sentiero. Le pietre, però, non bastarono, c’era rimasto un ultimo pezzo d’acqua da superare: l’amico allora si stese nell’acqua e fece passare la Regina dello Stagno sopra di lui. Appena lei mise piede sulla terra, però, vide che lui non parlava più, era ormai caduto in sonno profondo e sarebbe presto morto.

La Regina dello Stagno fu per un secondo felice, era finalmente riuscita a uscire dal Castello che stava per diventare la sua tomba.

Ma subito la felicità sparì.

Gettò uno sguardo al castello che, solitario, si ergeva al centro del lago, si voltò verso la sponda a guardare le città che si stendevano fino all’orizzonte e una sconfinata malinconia la colse: il mondo, senza il suo amico, era diventato all’improvviso più freddo dell’inverno.

Pianse tutte le sue lacrime, e proprio le sue lacrime scaldarono l’amico, una luce fioca si accese intorno alla testa, e si diffuse sul volto: l’amico a fatica si alzò e chiese cosa fosse successo.

Lei pianse più forte e lo strinse nelle braccia.

Da quel giorno fu sempre lei a tenere la scala per lui.

E la Regina dello Stagno capì – finalmente – che non c’era legna al mondo capace di riscaldarla tanto a lungo quanto il cuore di un vero amico.

E vissero così felici e contenti e nessuno dei due ebbe mai più freddo.