Chi comincia bene l’anno…

Avvertenza anallergica
Questo post è stato prodotto in uno stabilimento dove possono esservi tracce di mandorle, uova, farina, casatielli, struffoli, ravioli, capesante, cape-diavole, cape-cazz.

Le vie della improvvidenza sono finite.

Le ho battute tutte.

Improvvidamente scelsi quest’anno di trascorrere l’ultimo dell’anno, intendo l’ultimo dello scorso anno, quindi non quest’anno, ma l’altr’anno, nella città dei gianduiotti, della Mole e delle indicazioni stradali precise quanto google maps. I torinesi, infatti, quando ti forniscono un’indicazione ti snocciolano persino le alternative a seconda che provieni da sud, nord, ovest, est, e forse quel che cerco manco c’è(st).

Speravo di sfuggire al parentado, per un anno almeno ero strafelice di risparmiarmi la rottura di maroni degli ottocento kilometri di traffico da autoflagellazione che il cilicio al confronto è un vibratore per ninfomani.

E così ho trascorso le feste qui a Torino lasciando lo scettro della cucina ai genitori di mia moglie.

Quello che forse non sapete, è che la moglie appartiene ad una famiglia nobile, benché abbia beccato la madre a tentare la fortuna con un gratta-e-vinci nasale. Una famiglia quindi dedita alla nouvelle cousine e alle crudité e a li mortè de le dietè.

E – quindi – quando mia madre, tutta baldanzosa, mi ha annunciato che lei e il parentado (Lozzì, Anastasia Genoveffa e Biancaneve, Megamind e Minimind, Zio Mario e Zia Maria, O’ Presidè e la nonna) avrebbero tutti insieme appassionatamente preso a noleggio un pullman per venire da noi a capodanno, mi è venuto lo scroto dello scalatore alpino (chi non è alpino questa battuta non la capirà mai; quindi manco io).

Dalle mie parti certe cene vengono prese tremendamente sul serio.

Tanto per dire, mia madre si è portata il microfono e ha cominciato a metà cena a battere col cucchiaino sul bordo dei bicchieri di baccalà, o baccarà, per imbastire un discorso impastato di mandarini e spumante e propositi e bilanci.

Essendo noi tutti abituati ai casatielli mangiati per “spezzuliare”, alla mozzarella per sciacquarsi i molari a mo’ di sorbetto, le parmigiane a scopo decorativo, i peperoni ad adiuvandum, i salumi ad abundantiam, la frutta secca ad intrattenendum e quella fresca ad segnandum tombolarum, e i dolci ad scassandum cistifellarum, capirete che un cenone composto da antipasto, un primo, peraltro ossimoricamente chiamato primo essendo l’ultimo delle chiaviche dei primi (spaghetti Barilla! ma te pare? E che è, ti si è rotta la Imperia?), un secondo che è durato appunto un secondo o poco meno (roast beef, fettine sottili come il cervello di Bossi e l’eleganza di Maroni e crude come la manovra fiscale di Renzi), un contorno (Purè Knorr su cui, peraltro, la suocera si è purè dilungata abbondantemente per auto-celebrare la geniale idea di aggiungervi noce moscata…), e un panettone per ventiquattro cristiani, dico, capirete che essendo noi dediti ai dodici bis del tris di primi, ai capitoni di supporto, alle lenticchie augurali, al ragù essenziale, al capretto de residuo e all’insalata rafforzativa di rigore, capirete che una cena così ci è parsa quantomeno “alternativa”, per non dire un’autentica zuzzimma de chiavica de pirchiusamma.

Nemmeno alla culona inchiavabile augurerei una dieta così a San Silvestro; a ben pensarci non gliela augurerei nemmanco a San Giuseppe, tanto per dire. A proposito, che darei ora per una Zeppola di San Giuseppe… certo che un dolce che porta il nome di San Giuseppe non poteva che essere speciale, stiamo sempre parlando – come ebbe ad osservare argutamente Edoardo – di uno che era padre a Gesù, marito d’ ‘a Madonna, ‘mparentat’ a Sant’Anna e a San Gioacchino, e scusate se è poco.

Dopo lo spumante (in bicchieri di plastica, no comment please) indovinavo tranquillamente a occhi chiusi (del resto, per indovinare, gli occhi mica ti servono) il pensiero del parentado: “Vedi che mo’ si ripigliano con una classica cozze e fagioli di mezzanotte”.

Non si sono “ripigliati”.

Per tutta la sera non ho pensato ad altro che alle due guantiere da mezza tonnellata cadaunA di pasticcini e cioccolattini di gay-odin (e tralasciamo i miliardi di battute sessuogene e sessuofobe che nei secoli si è attirato addosso questa splendida pasticceria napoletana per avere nel suo nome la parola Gay).

La commessa che ha servito zio Mario doveva essere particolarmente bona; in genere – infatti – misuriamo la bonaggine della commessa dal peso dei pasticcini, secondo determinati fattori di equivalenza, tipo 3 etti per ogni taglia di reggiseno. Zio Mario, del resto, è tradizionalmente incaricato di portare o i dolci di Gay-Odin o le sfogliatelle di Attanasio, tertium non datur. Un anno si presentò senza niente. Era l’anno in cui Zia Maria ha lavorato da Gay-Odin.

Ma tornando ai miei due pensieri fissi – cioccolata e cacarella, che ambo secco, anzi, altro che secco, grasso – la madre di mia moglie non ha preso né l’una né gli altri, scatenando feroci critiche che sono cominciate sin dalla chiusura delle porte dell’ascensore e son finite solo con la chiusura delle palpebre (temporaneamente, fortunatamente, per tutti). Dice che avevamo mangiato troppo e li ha CONGELATI.

Com’era prevedibile, l’oggetto principale di discussione è stato il pupo (prima che il cibo, o la sua mancanza, nell’ascensore scalasse la top-ten dei thread di trend).

La nonna continuava a fissare il pupo e sorridere come una ebete, come a dire “come caxxo ha fatto avvocatolo a sfornarne uno così” e lanciava poi sguardi (salendo di pochi centimetri) al petto gonfio di latte di mia moglie, tutta compiaciuta della sua fertilità, Zio Mario pure continuava a fissare mia moglie ma la parabola del suo sguardo aveva un angolo di inclinazione decisamente più ampio di quello della nonna, mia madre continuava pure a fissarla e a raccontare tutti gli episodi più buffi e vergognosi sul mio conto, come se questo potesse darmi lustro (l’incidente dell’accendino nelle mutande, la macchinina a molla nei capelli della cuginetta, il pesce nel water, le lentine asimmetriche, la rissa col cieco, la nuotata ai regionali di 100 metri coi calzini, etc.), tutti la fissavano e io fissavo tutti loro che la fissavano e ad un certo punto mi sono ribellato e ho urlato “Ma che cazzo avete da fissarla” al che finalmente la guardo anche io e mi accorgo che la peste di nostra figlia maggior (che emozione averne una “maggiore”!) le ha – non so come – infilato il guscio di una noce in un occhio e lei non poteva toglierlo perché aveva le mani impegnate col pupo.

Non abbiamo neppure, ORRORE!, giocato a tumbulella, con i classici battibecchi tra le colombe che vorrebbero la cartella a 10 centesimi (nostalgici delle cartelle a duecentolire), e i falchi bazzicatori di bet-on-line e Snai che puntavano alla 8 euro il tabellone, senza contare lo spiritosone di turno che grida “ambo” prima ancora che venga estratto il primo numero, e continua a gridare terno al secondo numero, e quaterno al terzo, e cinquina al quarto, e comincia a chiedere se ambo verticale vale, e quando si è alla cinquina chiede se un terno in ritardo vale, e la nonna che chiede se è uscito il ventisette e non sia mai è uscito e lei non l’ha segnato comincia a chiedere se sono usciti tutti i numeri delle sue diciotto cartelle.

Quanto alle pupatelle (i bot di capodanno), abbiamo acceso le stelline ma sul balcone che i divani si rovinano.

A dire la verità, il parentado c’ha tutti i difetti di questo mondo, ma come si passa il capodanno a casa da loro, non c’è storia che regga il confronto, ecco, ora l’ho detto e non mi rimane altro che chiamare il divorzista!


Comunicazione di servizio: trovate tutte le recensioni de L’Ultimo Abele qui.

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204 thoughts on “Chi comincia bene l’anno…

  1. Aahhhhhh ero satura di feste in famiglia e di cibo. Mi era appena passata oggi….ed ecco che mi sono imbattuta nella splendida, ritmica, demenziale e allegra lettura del tuo articolo…mi e’ tornata LA NAUSEA! E ho scoperto che tutti noi abbiamo una zia Maria, e per fortuna non tutti abbiamo provato ad avere un accendino nelle mutande. Grazie mi hai fatto divertire!😊

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  2. Che Capodanno capodannoso Avvocà!….dai però che allegria 🙂 Letto tutto, fino in fondo tanto non sono allergica nè alle mandorle, uova, farina, casatielli, neanche un po ai struffoli, figurati se hai ravioli, capesante, e neanche a cape-diavole, cape-cazz 😉

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  3. Chi ben comincia….:-) povero Avvoooo, non me l’hanno fatto mangiare, e mancava pure quella caciara eccessiva, immancabile, unica e inimitabile, unita ad abbondanti portate…cmq sono morta al passaggio dei peperoni ad adiuvandum, salumi ad abundantiam, la frutta secca ad intrattenendum e quella fresca ad segnandum tombolarum,… i dolci ad scassandum cistifellarum…M I T O!!!

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  4. Son tornato.
    Giusto in tempo per rendermi conto che la tombolata di famiglia è simile alla tua, con chiamate assurde di ambi/terni/quaterne e ricapitolazione di tutti i numeri già estratti perché la zia rincoglionita vuole “vederci chiaro”.
    Ciao Avvo, tutto bene?

    K!

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