Sesso virtuale

Tratto da una fantasia realmente immaginata

Ogni riferimento a tuberi e susamielli veri è puramente immaginario e frutto della vostra perversa fantasia egocentrista (insomma la patata e il salame sono virtuali come tutto il resto).

Giorno Uno

  • Ciao sono fragolina ottantasei
  • Ciao sono avvocatolo trentatrè!
  • E trentratrè, sentiamo, cos’è
  • l’età non è, capisci a Zalonè
  • Zalonè?
  • Non hai mai visto lo sketch di Zalone?
  • No
  • Ah
  • Ma sei tu?
  • Chi, Zalone? No, non proprio
  • No
  • EH no, certo che no
  • No dico, tu sei tu?
  • Dai non fare lo stronzo
  • 😑
  • Sei tu?
  • Ti dico di sì, credimi
  • Sei avvocatolo?
  • Sine
  • Maddai
  • Lasciati pregare
  • Non ci credo
  • Credece
  • Ma non è possibile, dai, non ci credo
  • Non ci credere😒
  • Ah non te ne fotte niente eh? Tutto carino, tutto sentimenti, mio padre, mia madre, mia nonna, bello stronzo
  • Okay, scusami, ho da fare

Giorno Due

  • Scusa per ieri
  • Eh? Ieri che?
  • Abbiamo parlato
  • Sì?
  • Ma allora davvero hai una memoria di merda?
  • Ho detto che ho una pessima memoria? Non me lo ricordo
  • Dai, scusami per averti chiamato stronzo
  • È okay, capita, anche spesso:roll:
  • Dai non fare lo stronzo
  • Ricominciamo?
  • Come ti chiami veramente? Dillo a me il tuo segreto…
  • Brava, e se te lo dico che segreto è?
  • Okay, non importa
  • No, non importa
  • Perché non importa?
  • Non so, ripetevo quel che hai…
  • Non te ne frega niente dici la verità…
  • …detto tu
  • …tutto carino, tutto amore, cuoricini, tutte quelle fan, eh, ma ti ho inquadrato a te
  • Okay, scusami, ho da fare

Giorno Tre

  • Ciao
  • Ciao
  • Se non ti contatto io, non è che te la tiri un poco perché hai le fan?
  • Ma no, ti pensavo a dire il vero
  • Sì?
  • Sì, stavo in bagno e…
  • Mi stai dando della merda?
  • Non mi permetterei mai, cerco sempre di non sovrastimare il prossimo
  • Non ho capito
  • Non fa niente
  • Dai non fare lo stronzo
  • Ricominciamo?
  • Ma ti sto sulle balle, dici la verità?
  • No, molto più su😸
  • Sul cazzo allora
  • Più su
  • Stomaco?
  • Sul petto, dalla parte del cuore
  • Ruffiano, questa l’ho già sentita nel libro! Mi piace come scrivi, ogni tanto esce qualche cosa carina
  • Grazie, mi lusinghi, non vorrei montarmi la testa ora eh😑
  • No davvero, di solito sono puttanate…
  • eh…
  • … volgari…
  • … grazie…
  • … gratuite…
  • … già, mai fatto pagare biglietto ma potrei…
  • … però ogni tanto qualcosa che non si butta c’è. Ma poi sei veramente tu?
  • Chi?
  • Quello
  • Quello chi? 😕
  • Quello con la parrucca
  • Me al quadrato😆
  • Caruccio sei
  • Mi fai davvero arrossire con tutti questi complimenti😑
  • Eh lo so, sono fatta così
  • Scherzavo…
  • Anche io
  • Stronza😠
  • Stronzo
  • Buauauauau😂
  • Buauaau
  • Ridiamo allo stesso modo!
  • Beh, insieme a ottocento milioni di coglioni buauuaauauua
  • buauauauauaua
  • Ahsshhsahahahahahahah
  • AhahahHA<HAHAHAHAHAHAH
  • Okay basta
  • Okay
  • Mi lasci il tuo cel?

Dopo due ore:

  • Ci sei?
  • Sì, scusa, telefono

 

TRE GIORNI DOPO

  • … che poi se ieri non mettevi il like pensavo fossi morto
  • Ma ciao buongiorno, anche tu mi sei mancata 😈
  • Ma che razza di fine hai fatto
  • Ho avuto i miei giri
  • Anche io. Pensavo che non ti ho ancora visto in faccia
  • 😎
  • Però io mi faccio prendere dalle tue parole, arrivano in testa
  • Anche le tue!
  • Sì?
  • In che senso scusa
  • Nello stesso senso in cui ti arriva in testo un martello…
  • Mi stai dando della pesa?
  • No, della scassacazzi
  • HAhahaha
  • ahhaah vedo che la prendi bene dai
  • Senti, chiamami stupida…
  • Stupida…
  • Chiamami pazza…
  • Pazza…
  • Ma dico per dire eh..
  • Ah okay
  • Dico
  • Dici
  • Chiamami stupida… ma io adesso faccio una cosa
  • !
  • Che non ho fatto mai
  • Non dirmi che vuoi mandarmi il tuo cellulare?
  • COME HAI FATTO?
  • Telepatia, ormai io e te pensiamo all’unisono😘
  • Già
  • Eh
  • Sei tu quello su uozzap?
  • No, è Brad Pitt, non si vede?
  • Scemo
  • 😀
  • Ti mando una foto?
  • Perché no!
  • E’ un poco… insomma… non ho fatto mai una cosa così, la foto è osè, ma non pensare…
  • Che la mandi a tutti, ma te pare?
  • Bravo, mi leggi nel pensiero
  • Ne so una più del diavolo che ne sa una meno delle donne
  • Mi ispiri a pelle, a fiducia, a occhi chiusi, a…
  • … a Giulietta e avemo capito che t’ispiro, ‘sta foto?
  • AHahha mi fai ridere tu, non è da tutti
  • No?
  • Che vuoi dire
  • Ma niente, relaxati?
  • Mando
  • Manda
  • Sicuro?
  • Sicuro
  • Non è che poi te ne penti
  • Probabilmente
  • AHhahaha
  • buauauaua
  • Dai mando!

A quel punto è arrivata la foto (nominata “FotoPerSitiScambistieChat-estate2003.jpg) di un tricheco col fisico di un frigorifero spiaggiata come una balena sull’arena agonizzante (l’arena, dico, era agonizzante), con dei capelli di un rosso innaturale (diciamo fegato di malato di epatite) corti e stopposi, le guance flaccide e il fiato puzzolente (sì, era così puzzolente che si avvertiva anche da dietro il monitor, i cristalli liquidi del monitor si sono squagliati…).

Non ho nulla contro i trichechi, men che meno i frigoriferi, ma chissà perché dalla Repubblica di Platone ho traslocato nella Dittatura del Ciaone.

Dio abbia in gloria il tasto “Blocca”.

 

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Stop alla Eterofobia – Chiacchierando con Veronica

Qualche tempo fa ho conosciuto una donna, una mamma, e una lesbica, e mi sono accorto che erano tutte e tre una sola persona, ed è scattata una simpatia reciproca, basata su interessi comuni:  la phya, come la chiama lei, o la patata, come la chiamo io.

È nata un’intervista semi seria, paradossale: in un mondo omosessuale, cosa comporterebbe essere etero? L’idea non è nuova, ma ci siamo divertiti tanto a realizzarla e speriamo induca a riflettere. Che impresa, eh?

Buona lettura da me e Veronica (è quella bella nella foto sotto… non confondetevi con quella con la parrucca che sono io, eh). Fatelo un salto da Veronica mi raccomando eh! 😙

 

 

V- Io non ho niente contro gli etero, ma vorrei sapere un po’ di cose. Sai, sono sempre stata un po’ curiosa. Quando ti sei accorto che ti piaceva la patata? E come hai vissuto quel momento?
A- Mi è sempre piaciuta, ma ricordo il giorno in cui l’ho capito chiaramente. Oh, è stato terribile. Mi sono ritrovato a fissare le bocce di mia cugina. Da allora ho capito che qualcosa in me non andava, e questa sensazione si riproponeva a ogni soffio di gonna. Ho provato a smettere, sono andato dal dottore, ma si è messo a ridere.

V- Come l’hanno presa i tuoi genitori?
A- Con filosofia. E comprando più carta igienica. Mi amano per come sono, non per come trombo. [Qui c’era una domanda censurata che ripropongo per voi miei lettori che siete di stomaci forti: V. con quante persone hai fatto coming in? A. Aspetta che apro google traduttore… dunque “Venire dentro”? Ah, coming in allora solo con mia moglie e ci sono usciti due figli… con tutte le altre coming out].

V-  E i tuoi amici?
A- Oh, ai miei amici è stata dura confessarlo. Poi, una volta vinta la mia naturale ritrosia, ho scoperto che non ero solo! Tantissimi amici erano estimatori del tubero proprio come me, eppure nessuno fiatava mai! Però quando ci riunivamo tra noi ci scambiavamo le figurine, le biglie di vetro e le storie di quante patate avevamo dissotterrato dai terreni più aridi.

V- Il tuo fidanzato storico come l’ha presa? Eravate una bella coppia, all’epoca.
A- Lui fu uno di quelli più traumatizzati quando, in un’intervista al Corriere della Sega, dichiarai che mi piaceva la patata. Pur di mollarlo senza traumatizzarlo gli dissi che volevo farmi prete. Passammo dieci giorni a discuterne, ma poi anche chissenefrega.

V- Scusa se te lo dico, ma appena ci siamo conosciuti ho subito capito che sei etero. Perché ostenti?
A-  Sei davvero una brutta persona! Credi che io ostenti perché ti ho ammorbato con la formazione del Napoli, con gli albumi d’uovo che mangio per la palestra, con La Gazzetta dello Sport? Perché ho i peli sotto le ascelle e non mi ricordo dove stanno i calzini? Perché saluto il vicino con “buona patata anche a lei”? Non è da questo che si capisce che sono etero. Ci sono etero che ballano danza classica, per dire.

V- Non hai paura che avere due genitori di genere diverso crei confusione in un bambino?
A- No, perché i bambini hanno bisogno di essere amati e basta. Però, per uniformarmi, indosso sempre una parrucca. Non si sa mai, la società è piena di eterofobi, ma un giorno troverò il coraggio di essere me stesso e di non nascondermi più.

V- I tuoi sono gay, com’è possibile che tu sia etero? Secondo alcuni studi pare possa dipendere dall’alimentazione, dall’inquinamento, dalla supercazzola con scappellamento a destra o da alcuni libri di favole fuorvianti. Che ne pensi?
A- Io sono stato allevato da due donne. Quel che fanno a letto i miei genitori, onestamente, è affar loro. E poi che ne so, a me la patata piace da quando ho memoria.

V- Con la tua fidanzata come decidete chi  fa cosa?
A- Io decido giusto il colore degli interni dell’auto. Poi lei me li fa cambiare.

V- Ti è mai capitato in albergo o al ristorante che vi trattassero come amici? Tipo risatine quando avete chiesto una matrimoniale? 
A- Non sai quante volte. Ogni volta che arrivo alla reception di un Hotel e chiedo la matrimoniale, il tipo mi guarda schifato. Dal parrucchiere, poi, non ti dico. Quando entro con mia moglie dice “Ah, bene, tagliamo i capelli anche a sua figlia?” e io “Non è mia figlia, diamine, ci portiamo solo due anni!” e lui  “Amica?” al che mi secco e confesso “È mia moglie” e il parrucchiere sgrana gli occhi e mi taglia le orecchie.

V- Se tu muori, sei consapevole che alla tua compagna non spetterà nulla? Non era meglio, a questo punto, nascere gay?
A- Me lo chiedo, sai, come sarebbe stata la mia vita, se fossi stato omosessuale. So che a lei non andrà niente, né i miei beni, né la mia pensione. Mi preoccupa anche che possano levarle i nostri figli, visto che per questo Paese la nostra non è considerata una famiglia. Per questo cercherò di schiattare più tardi possibile.

V- Io ho tanti amici etero, tutte brave persone. Siete così dolci, con questa convinzione che si possa andare d’accordo con una persona di sesso diverso! Però sono contraria che abbiate dei figli. Non pensate al loro benessere?
A-  Io sono stato allevato da due madri, ho respirato amore talmente tanto, che ne ho pieni i polmoni. E ne ho pieni i coglioni, se permetti, di tutto questo clamore, mi piacerebbe un mondo dove le inclinazioni sessuali e affettive tornino ad essere un affare privato di cui si occupano solo le persone coinvolte e non una materia di dibattito politico. Un Paese in cui ci siano diritti per tutti e non privilegi per pochi. La vera uguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo, ma trattare ugualmente situazioni uguali e diversamente situazioni diverse.

V- Se il Buon Dio ha creato i bonobo, non credi che il sesso tra due esseri di genere opposto sovverta l’ordine naturale delle cose? Non è contro natura?
A- La natura è sopravvalutata. Ci sono tante cose contro natura che vengono osannate. Perché vestirsi e curarsi il cancro sono “secondo natura”? E Gesù? Ma secondo te, moltiplicare pani e pesci, camminare sull’acqua e resuscitare morti è “secondo natura”? Eh?! E poi, se anche fosse “contro natura” avere due genitori di sesso opposto, ma sai che c’è? E chi se ne frega! Per i bambini è importante essere amati. Punto.

V- Un’ultima cosa, io non ho problemi a uscire con te. Ma non è che poi ci provi con me? Vi conosco, voi etero…
A- Secondo te, io avrei perso tempo con questa intervista se non avessi avuto intenzione di provarci? Scherzo, non è che siccome mi piacciono le donne, allora ci provo con tutte. E poi, parliamoci chiaro, non è che tu sia particolarmente scopabile con quei capelli!

Buon fine settimana.

Sogno di una moto di mezza estate

Ripubblico qui un racconto ospitato da Motopier. Sul sito è disponibile una versione audio per chi soffre di problemi di vista. Bravo Motopier! Proverò ad attrezzarmi. Ringrazio, infine, Mary che mi ha tirato a bordo del progetto e sul cui sito c’è una guida su come trasformare il vostro blog in un blog accessibile ai non vedenti! Se avete animo da bike rider, potreste partecipare inviando il vostro racconto!


Era luglio.

Era caldo.

Terribilmente caldo e afoso.

Stavo scendendo i gradini del sagrato; nella domenica di paese la messa era d’obbligo.

Saltellavo a due a due il marmo picchiettato da milioni di fedeli transitati nei secoli su quelle scale, quando all’improvviso l’ho vista.

Era lì davanti, inopportuna, ingombrante, totalmente fuori luogo ai piedi di un sagrato.

Trasudava bestemmie, anni, sudore e olio dal basamento.

Sporca.

Nuda.

Lo stridore con i panni buoni della domenica dei passanti, in un paesino di provincia, era urticante, impossibile non notarlo.

Rosso fuoco il metallico serbatoio, i due parafanghi e il copricarter.

Tutto metallo, neppure un centimetro di plastica a vista.

Il fanale era coperto da una rete metallica nera, incrostata di fango.

Più che illuminare, il suo fascio di luce immaginavo avrebbe appena solleticato l’oscurità.

I pneumatici erano logori, sembravano cadere a pezzi. Mi fecero pensare a curve, a miglia di strade, a miglia di notte.

La sella compatta e corta, monoposto, triangolare su due molle che avevano l’aspetto di peggiorare anziché migliorare il comfort di marcia, trasmetteva un senso di precarietà infinito.

Ricordo che mi chiesi se, per caso, accelerando più del dovuto, non ci fosse stato il rischio di lasciarsi scappare la moto finendo lunghi distesi.

Ma ciò che più colpì la mia immaginazione furono i due cilindri che sbucavano ai lati del serbatoio come due teste di drago che fossero pronte a sputare fuoco nei collettori di scarico, nascosti da centinaia di giri di una sorta di nastro adesivo.

Avevo otto anni, e dovetti attenderne altri due prima di salire su una moto vera (un motorino da minicross quando le minimoto non erano ancora di moda, 50cc 2 tempi, che bei tempi, quelli dei due tempi!).

Ma sono salito su quella Motoguzzi V7 milioni di volte.

Nei miei sogni.

Milioni di volte.

Mentre ancora strabuzzavo gli occhi per tanta tracotanza, arrivò il proprietario, un sessantenne brizzolato e barbuto, con una giacca di pelle talmente ricoperta di adesivi da esserne irriconoscibile il colore originario.

Non c’era ancora alcuna legge sul casco, il signore salì su quella parvenza di sella e accese il motore.

Un inferno si scatenò dai tubi di scarico, il basamento lasciò un’altra traccia oleosa sull’asfalto.

Lui svanì nell’afa del mezzogiorno di luglio, diventando una macchia tremula all’orizzonte confusa con gli effluvi esalanti dall’asfalto torrido.

Lo vidi tremulo sparire alla mia vista ma non ancora al mio udito, il borbottio del bicilindrico a V ancora nettamente distinguibile dai suoni della domenica (un clacson, le campane, gli uccelli, mia madre che dice andiamo).

Sognai subito di diventare un anzianotto canuto e barbuto e di andarmene in giro capelli al vento, con una sigaretta infilata di sbieco tra le labbra, con le pupe a impazzire per me.

Due settimane dopo ci fu un funerale nel paese dove son nato e cresciuto prima di emigrare al nord.

Davanti al sagrato c’era ancora la V7 rosso sangue.

Era stata pulita di tutto punto.

Sulla sella, un volantino, ricordava che quella era stata la sua più grande passione.

Era un manifesto funebre firmato dai suoi tre figli che aveva lasciato orfani schiantandosi in una curva.

Mia madre mi ripeté fino all’ossessione che se avesse avuto un casco quella moto avrebbe percorso ancora mille miglia.

Mi presero in giro tutti i miei amici per anni, ma io fui uno dei pochi nel mio paese che ha sempre usato il casco ben prima che diventasse obbligatorio.

Ho sempre preferito essere fuori moda, che fuori dalla vita.

Kavvingrinus!

librikalosf

Qualche tempo fa Avvocatolo ha scritto ciò che ha letto.

Ha provato a ricordare tutti i libri che gli fossero passati tra le mani,
spinto dalla curiosità per un’iniziativa cui ha provato ad aderire, con
scarso successo per incompatibilità caratteriali con il promotore (sappiamo
tutti che carattere balzano abbia)1.

Dopo ampia chiacchierata con Ysingrinus e Kalosf è sbocciata l’idea che
riteniamo giusto proporvi.

Mandateci le vostre storie di lettori non dei nostri blog2, ma lettori
di romanzi, racconti, saggi, fumetti, qualsiasi documento, comprese le
istruzioni Ikea3.

Non c’è bisogno di elencare proprio tutto ciò che si è letto, basta solo
esprimere la propria storia di lettore, citando le tappe fondamentali, o
anche un solo libro se ritenete che vi rispecchi. Importante per noi è
l’importanza per voi, insomma4!

Ogni storia di lettore ricevuta sarà commentata da Kavvingrinus, ovvero il
comitato direttivo composto da Ysingrinus, Kalosf e Avvocatolo.

Non ci saranno voti né classifiche, solo commenti a margine della vostra
storia; ognuno di noi tre commenta secondo il suo stile5.

Tra noi tre, colui che potrà vantare di avere lettori con le migliori
storie di lettori alla fine della rubrica, sarà proclamato vincitore e
chiederà ai due perdenti se intendono pagare penitenza, o CHIUDERE IL
PROPRIO BLOG6.

La penitenza sarà il massimo della pena, per cui non è scontato che i
nostri tre blog sopravvivano a questa prova7.

A decidere l’esito sarà Kavvingrinus.

Dunque preparate le penne e scrivete a uno di noi tre (libera scelta) cosa
avete letto nella vostra vita, quando, come, perché, in una lettera che non
ha limiti di dimensioni ma che suggeriamo conteniate al di sotto delle
1.000 parole8.

Le email sono:
Ysingrinus: ea.guerrieri@gmail.com
Kalosf : kalosf@virgilio.it
Avvocatolo: maximiliano.dellapenna@gmail.com

Seguiranno altre informazioni sulla data di partenza.

Vi aspettiamo!

Ysingrinus

Kalosf

Avvocatolo


  1. Avvocatolo. Ovviamente. 
  2. Per carità! 
  3. O etichette di shampoo. Ovviamente non Avvocatolo. 
  4. Ovviamente. 
  5. Chi poeticamente, chi divertentemente, chi demagogicamente9
  6. Per molti lettori la penitenza sarebbe la non chiusura di un blog. 
  7. Deo Gratias! 
  8. Solo i matti ed i maniaci leggono piú di 1.000 parole. Non
    dipingeteci cosí brutti, per favore! 
  9. Io ovviamente sono quello del «demagogicamente»10
  10. Io sono io, ovviamente. 

Team Booking

Marilena è una praticante (trainee) che ha capito tutto di come gira.

È preoccupata perchè c’è poco lavoro.

Quand’ero praticante io ci si preoccupava perché ce n’era troppo.

Questione di prospettive.

Quello che per una mosca è una montagna d’oro, per le scarpe di un uomo è una cagata di cane.

Ieri è entrata in stanza baldanzosa.

<<Ragazzi si avvicina il week end, non state a far tardi, magari volete una mano, eh, c’è qualcosa che posso fare per voi? Qualche lavoretto?>>.

Al che Pippo flemmatico, senza neppure distogliere lo sguardo dal monitor:

“Sì, una bella pompa”.

Lei mi ha fissato come a chiedere “Ma ho sentito bene”.

Ho allargato le braccia.

Spirito di team booking

Ah… non è sempre stato così, papà


Poi una mattina ti svegli e guardi delle nuvole bianche e piangi come se piovessero loro dentro te.

Piangi le lacrime che avevi lasciato ad asciugare all’alba dell’indifferenza, sorta per anni, giorno dopo giorno dopo giorno.

E vorresti che qualcuno la baciasse quella pioggia e, baciandola, l’asciugasse via.

E quando ho sete e non ci sei, a volte, e mi sento troppo solo, di nascosto, bacio la pioggia per averti ancora qui.

Non è sempre stato tutto così, papà.

Non siamo sempre stati due muti di spalle.

Porto il tuo sangue nelle mie vene. Mi tiene sempre caldo, anche quando fuori è freddo, e tu non ci sei, non ci sei quando vorrei due braccia forti, di uomo, vorrei un uomo che mi dica ci penso io a te.

Non è sempre stato tutto così, papà, tutto così grigio tra noi.

Non avrei mai immaginato di laurearmi senza sentire il battito delle tue mani enormi e callose, le mani di un uomo che ha girato il mondo.

Non avrei mai immaginato di mettere un figlio al mondo e non vedere la tua faccia, e metterne al mondo un secondo ancora senza te. In fondo, loro due sono la memoria che il mondo conserverà di te, più a lungo di me. Anche il piccolino, che ha le mani di un uccellino, un germoglio per bocca e due gocce di mare azzurro per occhi, così fragile, così indifeso, anche lui è un numerino nella sequenza di Fibonacci legato a doppio filo a te, possibile che tu non senta il richiamo del DNA?

Non è sempre stato tutto così.

Te lo ricordi, quel giardino?

L’albero che mi scelsi, il melograno, quello più spelacchiato.

Quelle foglie che volteggiavano, con cui mi insegnasti a costruire barchette da varare in pozzanghere di fango, dopo che aveva piovuto, quelle foglie mi pare di sentirle ancora alitare il loro canto frusciante, mentre i raggi del sole, filtrandovi attraverso, disegnavano arabeschi mossi dal vento sul pavimento della nostra cameretta, affacciata sui rami.

Te le ricordi, le giornate di pioggia, quando volevi partire, ti si leggeva dentro che volevi ripartire, non vedevi l’ora di prendere l’aereo che avrebbe solcato quel cielo che rovesciava su di noi tutta quell’acqua, larga e fragorosa, te lo ricordi, papà, te lo ricordi, come pioveva e come le gocce rimanevano appese sul dorso delle foglie, e dei rami, a punteggiarli di dune liquide che cadevano al primo soffio di vento, picchiettando la ringhiera del balconcino e zampillando giù, e tutte quelle macchie d’ombra sul porfido, te lo ricordi papà?

Te la ricordi, quell’unica volta che mi portasti fuori, su quel fiume, appollaiati su quel ramo inclinato sul greto, ipnotizzati ore a vedere l’acqua scorrere via? Te lo ricordi, papà?

O non sono stato niente nella tua vita?

Quante notti ho aspettato.

Quante notti ho pregato che un aereo partisse dall’altro capo del mondo per portarti a me.

Quante notti ti ho cantato a me.

E quante promesse. Quante promesse non hai mantenuto. Quante volte mi hai promesso quella maledetta macchinina a motore, e ogni volta che tornavi una scusa nuova che però, anziché smorzare, intensificava l’illusione (l’hanno finita, l’hanno venduta, l’ho ordinata ma deve arrivare, si è persa per strada, me l’hanno rubata).

E però a chi volevi tu hai saputo regalare persino una casa, lasciando noi a pregare il nostro “padrone” un altro mese ancora, ci dia un altro mese ancora per saldare l’arretrato.

E ci sono giorni che mi manchi, anche se non so più chi sei, se sei davvero il mio papà, se posso chiamarti ancora così, non lo so se sia giusto o no, ma mi manchi, mi manca il mio papà, mi manco io in realtà, mi guardo allo specchio mentre aggiusto l’ennesimo giocattolo alla mia principessa, che pende dai miei occhi, piena di speranza che il suo papà ancora una volta aggiusti tutto, e mi chiede “Me lo aggiusti, vero papà, che me lo aggiusti?” anche se è un’impresa impossibile, e io faccio anche l’impossibile pur di non deludere quegli occhi carichi di speranza, mi guardo e mi dico che mi manca un papà come me, ti sembrerò arrogante, ma era questo tutto quello che volevo, un papà come me.

Sai quella casetta di legno che c’era in Africa? Te la ricordi?

Al rientro in Italia mi promettesti che me l’avresti fabbricata.

Stanco di aspettare per tanti anni, sai cosa?

L’ho costruita con le mie mani.

Una casetta bellissima, alta quanto me, con le finestre sui lati, la porta con lo spioncino, l’abbiano al piano superiore.

Tutto proprio come me l’avevi promesso tu.

Non le ho detto nulla alla mia bambina, l’ho costruita di notte, quando lei dormiva, e poi una mattina era lì.

E nei suoi occhi ho visto me, e ho visto te, ho visto tutto quello che non sei stato mai.

Ho visto tutto quello che non sei riuscito ad essere mai.

E quando cadevo in quel giardino, e mi sbucciavo le ginocchia, rimanevo piegato a piangere, e tu mi dicevi corri, avvo, corri, vieni qui.

E io correvo e non piangevo più, perché sapevo che avresti aggiustato tutte le cose.

Ma mi sbagliavo.

Mi sono sempre sbagliato.

Ma non è troppo tardi.

E anche se mi hai pugnalato un milione di volte, e anche se di seconde possibilità te ne ho date più di una, e ogni volta sei scomparso, temo che rimarrai sempre il mio papà.

E se tu tornassi, tornassi a me, io non ti scaccerei, perché sei dentro di me, nella notte, in fondo in fondo, dove tengo chiusi a chiave i giorni dolorosi, ma ci sei, e se tu apri la porta, non importa quanto in fondo alla notte stai, se tu apri la porta, la luce filtrerà.

E saremo ancora un figlio e suo papà.

L’ultimo Abele – ma di che tratta?

Lultimo_Abele_Cover_for_Kindle (1)

L’ultimo Abele  sta per compiere due mesi, è un piccolo sogno che ho realizzato grazie soprattutto a voi che leggete, commentate, mi spronate e che avete creato interesse con il vostro interesse.

Più di uno mi ha chiesto di saperne di più prima di comprarlo, perché avete sentito dire che è un libro non semplicissimo.

In realtà L’ultimo Abele, come certe immaginette, cambia aspetto a seconda del vostro punto di vista, ma non c’è alcun bisogno di essere intellettuali per capirlo, per la semplice ragione che chi l’ha scritto non lo è, un intellettuale.

Per provare a convincervi ho pensato di rendere pubblica la “guida alla lettura” che ho inviato non so più a quanti amici.

Mi sento di consigliarlo soprattutto a voi che apprezzate quel che scrivo, perché ritroverete quel che vi piace qui, qualsiasi cosa sia (e se me la dite, mi fate un piacere, perché così la coltivo, questa “rosa” che vi piace!).

TIPO DI ROMANZO

L’ultimo Abele è la triste, amara tragedia, in tre atti più prologo come si conviene ad una tragedia, di un avvocato emigrato per sfuggire alla fame. Chissà se vi ricorda qualcuno…

La tragedia è scritta da un buffone , per cui non mancano i momenti esilaranti.

La struttura del romanzo è la classica tragedia descritta da Aristotele, in tre atti a simboleggiare le fasi della vita: nascita/adolescenza, maturità, vecchiaia/morte.

L’ultimo Abele ha anche un prologo recitato (come le tragedie) da una voce che poi scompare: il prof. Walker Johnny. Tale prologo è un omaggio a Una banda di idioti, dello scrittore suicida John Toole, nella cui prefazione si legge una storia vera simile a quella del mio prologo: la madre di Toole importunò il prof. Walker e lo tampinò finché non lo convinse a fargli pubblicare il libro del figlio morto. Un po’ quel che è successo a me con l’autrice Silvia Fasano Genisio, la quale ha parlato del mio libro alla sua casa editrice e se, quindi, troverò un editore sappiate che devo dire grazie a lei. L’unico aspetto che non ho imitato della buonanima di Toole, è morire suicida (potrebbe non mancare molto però…).

STRUTTURA

L’atto I vede la nascita della storia d’amore più strampalata che io abbia potuto immaginare, e si intitola “L’amore ai tempi della colite”. Qui troverete sparsi 160 colori menzionati in ordine alfabetico. La numerazione dei capitoli segue l’andamento della sequenza di Fibonacci, ed è doppia, una serie di capitoli hanno numerazione a numeri (capitolo 1, 1, 2 ecc.) e una serie a lettere (Uno, Uno, Due, ecc.). Questo a simboleggiare la doppia elica del DNA… ma non datevene alcun pensiero di capirla: quando mai avete letto un libro pensando al numero dei capitoli? In ogni modo vi verrà svelato alla fine.

L’atto II intitolato “Una banda di (perfetti) idioti” (in omaggio al già citato romanzo di Toole)  descrive la maturità sentimentale e professionale del protagonista e il grigiore di una vita vissuta abbandonando i propri ideali. Qui trovate menzionate solo decine di sfumature di grigi, nessun altro colore, tranne l’amore. Come in ogni tragedia classica, l’atto II (alla fine) è dove le tensioni esplodono (quel che a teatro, di solito, viene reso con molte persone che si inseguono intorno a un tavolo). Dovrebbe chiamarsi “climax”, e nel mio romanzo è una riunione soci dove voleranno coltelli avvelenati e qualcuno finirà investito malamente da un’auto.

Per non esser troppo “canonico”, però, ogni tanto vi rivolgerò direttamente la parola, rompendo coi canoni classici del romanzo dove la voce narrante non si rivolge mai al lettore, facendo finta di ignorarlo. Non me lo sono inventato io questo “gioco”; la “rivoluzione” rispetto ai canoni classici l’ha compiuta Laurence Sterne nel suo libro che si dice essere il capostipite del romanzo moderno (Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo).  Anche la narrazione sulla narrazione (metanarrazione), è mutuata da lui, come quando faccio una metafora orribile (bruno come un portafogli) e poi mi scuso con il lettore adducendo come giustificazione di avere solo un portafogli davanti da cui trarre ispirazione (è andata davvero così!).

L’atto III, infine, è la vecchiaia di Pippo (personaggio chiave) e la morte della dolce metà del protagonista. No, non abbiate paura, non vi ho rovinato la sorpresa, sin dalle prime pagine vi svelo che morirà. Ho voluto imitare Stoner, di John Williams, un (vero) capolavoro, che alla prima pagina annuncia la morte del protagonista.

CURIOSITA’

Mentre scrivevo avevo in mente il vecchio espresso Napoli-Milano che fermava in mille stazioni e che ho preso milioni di volte. Lungo la scrittura ho provato a dare una forma alla trama che la facesse somigliare a uno stivale, usando i capitoli come fermate del treno. Se salirete sulla prima pagina, vi assicuro che viaggerete dentro me.

Il protagonista impiegherà oltre centocinquanta pagine a rivelare il proprio nome. Fatevi giudare dall’immaginazione.

La sua memoria è imperfetta come imperfetta è la memoria umana (la mia soprattuttto…).  Gli errori di memoria (vi sfido a scoprirli tutti…) sono voluti: ce lo ha insegnato Proust, quando ha descritto un neo nella Ricerca del Tempo Perduto in almeno cinque punti diversi del volto dello stesso personaggio (sulla punta del mento, vicino le labbra, ecc.).

Le ripetizioni abbondanti simboleggiano la storia di un’ossessione, anzi, di una ossessione. Senza apostrofo a sottolineare una determinatezza indeterminata dell’ossessione.

Il termine “papà” ricorre 75 volte.

Il termine “morto” e sue derivazioni 69 volte.

Il termine “nato” 5 volte, di cui solo 2 riferite al protagonista.

QUINDI?

L’ultimo Abele è, in definitiva, un grido di dolore contro i pregiudizi e una speranza che noi si possa, acquisendone consapevolezza, evitare la discriminazione che promana da essi.

L’intento esplicito è di ingannarvi facendo leva proprio sui vostri pregiudizi.

Quanto, poi, nel mio intento, mi sia riuscito di scrivere un prodotto che meriti la tua attenzione, beh, questo dimmelo tu!

E se condividi questo post sul tuo blog e sui tuoi canali social, Abele te ne sarà eternamente grato!