Analisi del 2015

Prima di lasciarvi al report dei folletti di WordPress vorrei solo commentare il podio dei commentatori che vede al primo posto LEI, un vettore aereo che distribuisce caramelle in bicchieri da un litro a tutti i viaggiatori, un diavolo che non veste Prada ma i panni di Babbo Natale, una importatrice illegale di Baobab, vergognatrice cronica che si nasconde dietro un vello d’oro che manco Giasone e gli Argostronzonauti potranno mai strapparle… signori e signore e Signorini…

THE WINNER IS

un poco di suspense…

Rullo di tamburi…

ALESSALITALIA

Con oltre mille commenti!

Grazie di esistere ☺

Grazie a tutti voi!

Segue report generato da Word(e)press.


I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 51.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 19 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Almeno questo Natale

“Pront? Chi è?”

“Lozzì come chi è, hai chiamato tu”

“Gna cazz’ teng da fà pe parlà ng’ te?”

“Beh mi pare ci stai parlando adesso con me, no?”

“Sint’ ‘n po’ nu arrivem’ doman’ maten”

“Noi chi?”

“Ppè la majella, ‘ndundì sem’ nu ddu, io e la zia”

“Evviva! Dai festeggiamo insieme, senti hai già sentito mia moglie?”

***

No, ovviamente nessuno ha pensato di sentire mia moglie.

L’escerto riportato sopra è solo un breve tratto di una sola delle ventotto telefonate simili ricevute.

Ho preso due litri di valium, li ho infilati di sottecchi nel biberon, poi ho chiesto a mia moglie di assaggiare il lattuccio per la principessa, cosicché son riuscito a metterla nella condizione psicologica adatta a fornirle la seguente informazione: se avvochetto non va alla montagna di parenti, la montagna di parenti va ad avvochetto per Natale. In parole povere, casa nostra è stata invasa da un’orda di Re Magi recanti doni, incenso e mozzarella alla casa del “bambinello”.

Il 25 dicembre ci siamo accorti con autentico ORRORE che mancava l’olio, qualsiasi tipo di olio, sia esso extravergine o puttana d’oliva.

Ma SuperAvvo non si ferma dinanzi a nulla e pensa che la farmacia dove ogni tanto compra intrugli vari deve avere nel retrobottega dell’olio, essendo quest’ultimo l’eccipiente ingrediente di molte pozioni e lozioni.

Con rammarico e una punta di spleen fanculico, dopo due ore di fila all’unica farmacia aperta in una Torino sonnecchiosa, SuperAvvo si avvede che l’olio utilizzato nei preparati farmaceutici è di oliva, senza altri attributi. Saluta cortesemente (au revoir et au fammòc a soreta) e si infila in un ristorante dove la comanda lui, sembra il proprietario, tanta è la confidenza con pizzaiolo, cuoco e camerieri. Dice “Guagliù mi serve una butteglia d’olio, come dobbiamo fà?”. A Natale son tutti più buoni e così recupera l’olio senza pagare neppure.

Ascende trionfante nell’ascensore (che poi mi chiedo perché si chiama accussì, mica serve solo a-scendere? Dovevano chiamarlo il saliscendore) ma poi si ricorda della raccomandazione della dieta Ducan(e) e allora si ferma al primo piano e prosegue per le scale.

Apre la porta e trova sua moglie con i 150 euro della messa in piega dritti come bucatini di 0,89 cent al Lidl, che gli lancia il pupo stile palla da rugby, lui lo afferra al volo mentre con un piede chiude la porta, con una mano lancia il giaccone sull’attaccapanni (che pure qui, io mi chiedo chi li ha scelti questi nomi strani, non ho mai visto un panno attaccato all’attaccapanni, l’unico nome azzeccato è la lavapiatti quando non ci metti le pentole, naturalmente) e con un’altra mano risponde su Facebook e con un’altra mano prega Visnu che gli mantenga tutte quelle mani in più.

Ha il fiatone per i due piani di scale, deve tornare al più presto in palestra, si stringe il pupetto al petto.

Lui respira veloce come me.

Il mio petto si espande sotto la pressione dei polmoni che si riempiono di aria e di ossigeno e di sangue e di vita, e il piccolo torace esile come un castello di carte del pupetto si ritrae, poi lui si espande e io mi ritraggo, ci sincronizziamo ed è stupendo sapere che esisto, che esiste, e che esistiamo in uno stesso lasso di tempo insieme. Il corpo ha un vantaggio sullo spirito: per acquisire consapevolezza della sua esistenza basta anche un fuggevole sguardo, gli occhi sono tutto ciò di cui hai bisogno per sapere che un corpo c’è ed è vivo, perché nel suo caso la forma è sostanza. La mente, lo spirito, il cuore di un uomo, invece, rimane inconoscibile a chi guarda solo le forme e le raffigurazioni.

Io e il mio pupo vibriamo di vita insieme, i nostri cuori battono vicini.

Lui apre le dita sottili come fili di lana e dolci come fusi di miele, protende il braccino, lo ritrae e distende ancora, mi sfiora un orecchio, allunga le gambe e le tiene per un secondo alla massima estensione, come per reprimere un moto di stizza, poi le riaccosta al suo petto, trovando appigli impensabili nel mio torace, sulle mie anche, sembriamo due insignificanti pezzi di un immenso puzzle che si siano trovati incastrati nella scatola vorticosa dell’umanità, perfettamente uniti e non importa se il quadro complessivo verrà mai ricomposto, noi due siamo a posto.

Fuori l’aria dicembrina è frizzante benché più tiepida della media, quindi la mia pelle è ancora intrisa del freddo pungente come un pino e quando è entrata in contatto col caldo tepore del suo corpicino il contrasto è stato netto, mi ha pervaso, probabilmente amplificato dall’amore sconfinato che mi gonfiava i vasi sanguigni.

Quando nacque la mia prima figlia mi convinsi immediatamente, mentre la baciavo per la prima volta, che non avrei mai potuto in vita mia provare nulla di simile, e che l’intero mio cuore stava traboccando a tal punto d’afflato paterno che nessun figlio più, né altro amore, affetto o amicizia avrebbe avuto un solo centimetro di posto dentro me.

Mi sbagliavo.

Il cuore ha una geometria non euclidea che la ragione con le sue sopraffine equazioni volumetriche non potrà mai calcolare.

Apre la boccuccia, quel becco d’uccellino affamato, e mi par di sentire di nuovo il canto degli usignoli che trillavano dai rami che si protendevano verso la cameretta dove vivevo da ragazzo con i miei fratelli.

Lo porto di nuovo alla mamma affinché lo riempia ancora del suo latte; l’allattamento è un’attività che invidio moltissimo alle donne, ogni giorno chiedo a mia moglie cosa si prova a sapere di essere continua fonte di vita e nutrimento, e noto la difficoltà nell’esprimerlo a parole, i brividi d’eterno che increspano l’anima di una mamma non si possono giustamente raccontare.

E mi chiedo, ogni tanto, come possa un padre dimenticarsi tutto questo.

E mi giuro, ogni tanto, che io non sarò mai un padre che si dimentica tutto questo.

Tanti mi hanno detto, questo Natale, e anche prima quando è nato mio figlio: “Fagliela una chiamata a tuo padre, almeno questo Natale”.

Non posso fare a meno di chiedermi quanti abbiano detto a lui “Fagliela una telefonata a tuo figlio, almeno questo Natale, gli è nato un figlio”.

Ai penultimi

Facebook e WordPress abbondano di auguri agli ultimi, per cui ho pensato di rivolgere i miei primi auguri ai penultimi per prima.
Quelli di cui nessuno parla mai.
Dio ha detto secoli fa che gli ultimi sarebbero stati i primi, ma non ha detto nulla dei penultimi, che in tal modo si vedranno superare e diventeranno ultimi pure loro ma non saranno mai primi.
Auguri a Giuseppe e Maria, senza sostanze, costretti a un viaggio impietoso a dorso di mula con lei incinta al freddo e al gelo, senza alcun matrimonio “regolare”, quei due non se la passavano bene e non vivevano certo in una civiltà aperta al diverso, eppure il loro bambino ha cambiato per sempre la storia del mondo.
Quel bambino potrebbe ancora essere uno dei penultimi di oggi, il disoccupato che si gioca l’indennità alla slot machine, il pensionato che centellina l’acqua e il pane, un anziano dimenticato in una casa di cura che festeggerà con un cappello di carta in testa intrecciato da mani sconosciute e prenderà l’unica fetta di dolce dell’anno salvo poi coricarsi col sole alto, auguri a chi è stato lasciato e piange lacrime calde, a chi ha perduto la mamma o il papà e sente un vuoto terribile nella tavola imbandita, a chi lo passa al secondo piano al Sant’Anna o in qualsiasi altro ospedale, auguri ai nostri fratelli africani e brasiliani e cileni e del mondo tutto, auguri a tutti i poveri che vorrei mettere tutti nel mio piccolo cuore perché io sono stato uno di loro e non me lo scordo da dove sono venuto,  auguri soprattutto a chi non è ricco ma nemmeno povero e nessuno quindi lo aiuta, auguri a mia madre che quest’anno per la prima volta in vita mia non pranza con me a Natale,  auguri a quel bambino che ero e che anziché prendere l’autobus tornava a casa da scuola a piedi su una statale assassina e coi soldini del bus comprava un panino a salame e lo divideva col cane dello sfasciacarrozze,  affamato e crudelmente legato a una catena arrugginita, quello stesso bambino che oggi troppo spesso gira la testa al primo questuante, spero possa ritrovare la via di casa, auguri a chi perde, a chi si arrende, a chi si tira un colpo, a chi viene cacciato, auguri a chi ha sbagliato, a chi non è mai stato perdonato, a chi beve, a chi è schiavo, a chi si è liberato ed è stato riacciuffato dal vizio, auguri a chi non ha futuro e a chi non ha passato, a chi non si è laureato ma ha lasciato a metà o pure a tre quarti, a chi non ha mai cominciato, a chi è restato nonostante le botte e nessuno scriverà mai la sua storia, a chi si è perduto, a chi aspetta davanti al camino che qualcuno cada dal cielo, a chi è lontano dall’Italia ma non ha dimenticato questo lato del cielo stellato nonostante siano anni che è emigrato, auguri agli stabili del precariato. E auguri anche a Silvano D’Onofrio, l’ultimo blogger che ho conosciuto e quindi qui messo per prima, a Cilla e al suo estro artistico, a Miss Tresso e al suo genio totale, a Alessalitalia e al suo piccione e al suo brio, a Dora e alla sua generosità e profonda umanità, a Margherita la roccia in incognito, a Ysingrinus e il suo profondo genio leggero, a Kalosf l’artista visionario, a ZuccaZoe che stimo tanto anche se lei non lo sa, a Time 2 Life Style che ha messo il mio romanzo in una whish list, a Sarah Maria 76 che seguo da mesi e da mesi pensavo avesse 76 anni salvo poi ricredermi oggi che mi ha adottato su Facebook ciao mamma ☺, a Lucidastellina che in una notte insonne mi dedicò mesi e mesi fa a mia insaputa un post e la mia memoria farà schifo per tutto ma non per le cose importanti, a Dany Trip, a Le Hérisson una tipa che definire originale è poco, a Alidivelluto che non si capisce bene chi sia e chissà se lo sa lui, a Mariapiamonda dall’altro lato dell’oceano, alla Lupelli e alla sua bontà infinita, a Elisabetta Crescenzi che prima ammiravo perché è figlia di un grande e poi son finito ad ammirare il papà perchè è padre di una grande, a Pierre Le Sanbittèr e alle sue poesie, soprattutto quelle che ancora non ha scritto, a Viola Dyli e le sue foto straordinarie, a Vanina Rodrigo l’Argentina più caliente d’Italia, a Chezliza e a suo marito che aspetta fuori, alla Pulcina Vagabonda, a Tatina piedi ballerini, a Uerasovain e al nostro piccolo esperimento di telepatia, al Cuore di Beatrix che è grande e ha bucato lo schermo per venire a portare un dono fino a casa, a FancyHollow che seguo sempre e pure mi stavo dimenticando, alla Dama col Cappello, a Giusy la più religiosa e meno bigotta persona che conosca, a Maria DallaBona il cui cognome è quanto mai onomatopeico, Mtremango che mi inquieta e non so perchè, a Demonio e al suo spaventevole avatar, a Kikkakonekka e alle sue kappa, alla vecchina che non mi perdonerà mai di averla chiamata vecchina, a Car Lotta e ai suoi buongiorno, a Stefania Marigliano e la sua gentilezza, e poi a Stravagaria, a Laura, a Ciliegina Succosa, a Chiara che si è commossa, a TheBasic8 che non so mai se è uomo o donna e allora nel rispondere uso sempre termini neutri, a Non Isabella A., a Barbara e i suoi commenti corposi, a Ivanof e ai suoi scritti che ci mancano, a Marta in ritardo, Caterina, all’Orsetto fedele che passa sempre, a Alidifarfalla, a Marta Vitali, a Erospea, alle mie emozioni, a Lucetta e al suo garbo infinito, a PoesieStralciate che è tra gli ultimi “acquisti” del blog e non bisogna dimenticarsi degli ultimi, a Enrico Garru uno dei pochi ometti che ci visita qui (Ivanof e Ysingrinus non contano, non essendo umani), a Rachel che non si spaventa dei miei post kilometrici e dice che addirittura non ne ha mai abbastanza,  al Gatto Silvestre e al suo simpatico avatar, alla Mela Sbacata e ai nostri epici litigi che non potete immaginare avvengono dietro le quinte, ma sempre con rispetto, a Giomag59 che quel 59 non si capisce se sia l’età, l’anno di nascita, o cosa, a Vinvivendo che è tornato, a Romolo e Remolo, a DavideMan, a Silvia e al suo soffio leggero quando entra qui sempre in punta di piedi, a Vittorio Tatti e al suo caos ordinato, al silente Francesco Marchetti che quando rompe il silenzio lascia commenti stupendi, a Paola Baronio e alla sua amica che non è tornata, a Viki, a Tachimio che forse è la Isabella che scambio per SanFermo, a Giulia che ha trentanni e qualcosa, a Sguardi e Percorsi che ha fotografato l’Ultimo Abele!, a Please Another Makeup, a Alessia che ama i capelli ricci e che mi stavo quasi per dimenticare (bauauau), a Food Nuggets, a Io Me e me stessa, a Poiana, a Erodaria, a Cucù Settetè, a Neve e al Sogno, a FulviaLuna che non ha link nell’avatar, a Primula, a Lady Nadia, a Silviatico, a Signorina S., a Niphus il misterioso, a Papillon1961, a Vivienne, a Layramirez una ragazza tranquillaa Volevolaprinz fratè quann’ è magnat eh?, a Ricettedacoinquiline, a Cristina che me la sono scordata e ho apparato una delle ultime figure di m. del 2015 (si spera!), e invece mi sbagliavo perchè subito un’altra figura con Miss Mi Piace un Tot (😙),e a tutti quelli che ho mancato, siete davvero tanti e i miei pupi di là mi reclamano! Le statistiche dicono che ci sono 21.000 commenti, potremmo scrivere insieme una enciclopedia! Grazie del vostro tempo, sempre, grazie.

E auguri a tutti i mediocri come me, quelli che non sono poveri, né ricchi, né in salute né malati, né carne né pesce (che poi parliamone… la mozzarella?), di un’età che non è troppo giovane né anziana, insomma, a chi è a un passo dalla normalità, a chi ci siamo dimenticati di essere, a chi ha grandi sogni ma vive ai margini da sempre dei sogni, a chi non è disoccupato ma nemmeno ha il lavoro su cui fantasticava, a chi raggiunge qualche risultato ma in demultipli di ciò che sperava, a chi non può avere figli, a tutti noi che non abbiamo paura di guardarla in faccia la realtà ogni giorni, e solo per questo, onestamente, meritiamo tutti gli auguri del mondo!

Vi voglio bene!

Auguri di cuore a tutti!

Avvo

Milioni di altre volte ancora

Riunione last minute.

Le budella si contorcono senza motivo apparente.

Disseziono le centoventi pagine del contratto a dieci zeri che ho messo in piedi in dieci mesi, ma le mie parole sono pura meccanica, onde vibrazionali d’aria senza coscienza, illustro i punti salienti in modo spartano.

Il pensiero è fisso a casa, a mia moglie, a mia figlia, al piccolo che sento sta per arrivare.

Non resisto all’impulso, l’incredibile esperienza dell’altra volta mi induce a riporre cieca fiducia nel mio istinto atavico.

Sussurro al mega-ultra-socio miliardario al mio fianco: “Se non ci sono altri argomenti di sostanza, io andrei… “.

Lui non distoglie lo sguardo dall’interlocutore che dall’altro capo del tavolo sciorina numeri, e mi sussurra di rimando cercando di muovere quanto meno possibile le labbra: “ch’ ‘czzo sctai dcndo, t’mmzzo ssse m’ lsci nlla mrda”.

Già una volta ho rischiato di non aver più pane per la mia famiglia, ma ci sono momenti nella vita di un uomo in cui non c’è spazio per il calcolo, solo per l’azione, come dinanzi ad un pericolo di vita.

Infilo il computer nella borsa senza spegnerlo, ben sapendo che rischio di fonderlo, mentre il silenzio dilaga espandendosi nella sala, mi dirigo con passo marziale al guardaroba di quercia intarsiata, recupero il giaccone, torno e annuncio: “Devo andare, ho un figlio che sta per nascere”.

Brusii, qualcuno mi augura auguri, qualcuno in bocca al lupo, qualcuno si congratula, il mio udito è ancora e solo pura meccanica biologica.

Saluto il boss nel suo ufficio, mi guarda con sguardo interrogativo, la riunione sarebbe dovuta durare almeno otto ore, non due, mi precipito per le scale e corro a casa.

La storia si ripete davvero, anche stavolta mia moglie conosceva l’importanza della riunione e non mi avrebbe interrotto, era sul punto di chiamare un taxi avendo rotto le acque.

“Se non hai contrazioni ravvicinate non c’è urgenza, comunque andiamo, non ti agitare”

“Non MI agitare!”

“Non la agiti, signò”

“Non mi agito, ma non ti agitare”

“Non ci agitiamo!”

“Non vi agitate”

“Precipitiamoci, ma non ti agitare”

“Papà vengo anch’io?”

“No, tu no”

“Uppa però!”

“Niente uffa, piccolina, tu rimani con Filippa, poi papà passa a darti un bacino dopo e un regalino”

“Ma papà… “

“Eh”

“Ma io lo voglio subito… “

“Ah amore del papà, vieni qui che te ne stampo dieci di bacini”

“Papà”

“Eh”

“Ma io intendevo il regalino, ma uppa però… “

“Ciao a papà, eh, ciao”

DIECI MILIONI DI PUNTI SULLA PATENTE DOPO

“HEY STIAMO PER PARTORIRE APRITE”

“Stiamo chi?”

“Ehm, mia moglie”

“Allora si accomodi in sala e la smetta di strillare”

OTTOCENTO ORE DOPO

“Avvo, la Filippa dorme con principessa, l’hai accompagnata a casa a prendersi le sue cose?”

“DOH”!

ALTRI DUECENTO PUNTI IN MENO DOPO

(vedi video qui:)

“Rieccomi”

“Era ora”

“Che ora era?”

“Quando?”

“In sala, a che ora ti avevano detto che saremmo andati in sala?”

“Ora”

“Era ora?”

“Sì”

“Senti vuoi che ti prenda qualcosa al bar?”

“Non cominciare! Non farti riconoscere, pensi abbia dimenticato il pic-nic dell’altra volta? Quella sala parto pareva il set di Natale in casa Cupiello”

“Uff quanto la fai lunga! Per due patatine… “

“Stavolta NIENTE patatine, intesi?”

“Ma che siamo barbari, dai, su, certo che no, niente patatine”

“Zero patatine”

“Niet patatine, ma scherzi? Senti ma tecnicamente parlando…”

“Eh”

“Voglio dire, i Fonzies… “

“Che c’entrano… “

“… non sono patatine, giusto?”

“Avvo quant’è vero Iddio ti disconosco la paternità se ti porti anche solo un briciolo di patatina in sala parto!”

“Ho capito, ho capito! Mica sono tordo, niente patatine. Senti, mentre aspetti io scendo un attimo”

“Dove diavolo vai?”

“A prendere due patatine”

Non ho fatto in tempo a prendere le patatine (con ciò salvando il mio matrimonio) che da dietro un bancone si è issata in piedi, per quanto la differenza altimetrica tra il suo stadio “seduta” e “alzata” fosse quantomai impercettibile, il SERGENTE HARTMAN, quello di Full Metal Jacket (and cravattet):

“Buonasera dottoressa, scusi l’orario, eh, ma dovremmo… “

“Dovremmo chi, partorite insieme?”

“Ehm”

“Su forza, andiamo alla cinque che è la più grande, COSA FA COSA FA QUELLA NON E’ LA CINQUE, SANTIDDIO, CHE TOCCA E APRE, STAVO DORMENDO COSI’ BENE CHI ME LO HA FATTO FARE DI SVEGLIARMI”

“Mi scusi ma qui c’è scritto Sala Cinque, io pensavo… “

“LEI NON DOVREBBE NEPPURE STARCI QUI, LA SMETTA DI PENSARE, QUELLA E’ LA CINQUE D, E SONO IN PIENO CESAREO, SU SEGUITEMI”

Entriamo – visibilmente terrorizzati dal sergente – in una sala stupenda, ampia, colori tenui, bagno interno, l’opposto di ciò che nel mio immaginario personale corrisponde ad una sala d’ospedale.

Il sergente indossa un vistoso anello con pietra, un pensiero mi assale: ma infilerà le mani dentro con tutto quell’anello? Con quello gli tappa la fontanella. Forse è un divaricatore professional? Si è lavata le mani questo elfo malefico e strillante, che ha l’aspetto di una botte di vino col coperchio composto da dieci carciofi rosso fegato spampinati da una bomba a mano esplosa?

“ALLORA PALLA DI LARDO SI METTA LI’, GAMBE APERTE, PALLA DI LARDO, ALZI LE GAMBE, PALLA DI LARDO, LE ALZI PERDIO, SU, SPINGA, TIRI L’ARIA E SPINGA, TIRI CON LE BRACCIA E SPINGA COL BACINO MA NON SCENDA TIRI SU NON GIU’, TIRI L’ARIA, SPINGA E TIRI LE BRACCIA E SPINGA IL BACINO MA NON LO SCENDA E TIRI L’ARIA E SPINGA E TIRI, SU, CHE CI VUOLE, NON SI RICORDA COME SI FA, E’ IL SECONDO NO? VUOI CHE TI MANDO LA MAMMINA?”

“Senta se la smette di rimproverare mia moglie forse…”

“IL MARITO STIA ZITTO”

“Ma se lei… “

“ZITTO O LA SBATTO FUORI. LEI NON SI FERMI, FORZA CHE CI SIAMO, TIRI SPINGA E TIRI, TIRI E SPINGA MA NON SCENDA E SPINGA MA NON TIRI E TIRANDO SPINGA PERDIO, NO CHE FA, SPINGE CON LE BRACCIA E TIRA COL BACINO, IL CONTRARIO, ECCO, MA ADESSO COSA MI FA COSA MI FA, MI SPINGE L’ARIA, ALZI LA TESTA, TIRI LE BRACCIA E SPINGA E TIRI MA NON SCENDA PERÒ”.

Capisco che c’è bisogno di superAvvo: inizio a mimare ogni istruzione del sergente. Allargo le narici e alzo il mento per far capire visivamente a mia moglie il concetto di “tirare l’aria”, poi mi sollevo le braccia sotto le ascelle stile scimpanzè afferrando due maniglie immaginarie per farle intendere “tiri le braccia”, e infine simulo uno dei movimenti della Macarena (al punto “eeeeeee macarena”) per farle capire cosa significa “spingere col bacino”. Il tutto perfettamente in sincrono con gli strepiti del sergente.

Ad ogni istruzione, mia moglie si gira verso di me e mi rivolge uno sguardo che conserverò nel cuore per tutta la vita, l’espressione di chi non sappia nuotare e guardi l’istruttore per capire come salvarsi. Uno sguardo profondo mille anni, che mi ha fatto scoprire di essere forse più di quel che pensavo.

Il sergente, affatto romantico come me, ha invece reagito con stizzo:

“GUARDI ME NON GUARDI IL MARITO, ADESSO MI TOLGO IL CAMICE E LO DO A LUI…”

Poi è successo.

Non so come, ma è successo.

I miei sensi si sono attutiti, non sentivo più il mio corpo, il mio respiro, il tatto, il gusto, l’olfatto, il sesto senso era diventato unico e predominante e con esso potevo sentire persino il lento ruotare della galassia sul suo asse celeste, sono scivolato dal lato destro e mi sono piazzato proprio di fronte.

Quella testolina era troppo schiacciata, ferma all’imbocco, orribilmente schiacciata, qualcosa stava andando storto, è uscito di un colore ciano, non piangeva.

I mille splendidi soli si sono spenti nel mio cuore, il terrore mi ha percosso le ossa al centro, nel midollo, non riuscivo a parlare né a respirare, la sua piccola schiena era ricoperta di una strana sostanza bianca che non avevo visto con la prima figlia, nell’uscire pareva un pupazzo di gomma che un bambino cattivo avesse attorcinato più volte, stavo per impazzire, quel colore innaturale, quel silenzio spettrale.

Il sergente, con un’esperienza almeno ventennale che traspariva da ogni movimento, lo ha voltato e ho visto in faccia la mia vita viva.

Il primo vagito ha squarciato l’aria.

Il piccino allargava le braccine, le manine si aprivano e chiudevano e con esse la notte si è dileguata con un ciao-ciao.

Mille splendidi soli hanno ripreso la loro combustione nucleare nel mio petto, credo che per un attimo chi mi avesse visto avrebbe potuto vedere il sangue scorrermi nelle vene come nella macchina anatomica del Principe di San Severo, finalmente era ripresa la danza delle galassie a spirale, mi sentivo tirare i sensi da dentro a fuori come se la pressione interna stesse superando quella esterna e io mi stessi espandendo in uno con l’espandersi del cosmo, la mia anima stava mandando bagliori rossi come se fosse oggetto di in matto red shift, sentivo la lacerazione lenta del velo delle nebulose perdute ai confini dello Spazio, son diventato anche io puntino in un cielo notte, e la luce del sole che in quegli attimi è rimbalzata sulla mia pelle è stata difratta e riflessa come attraverso un prisma, sentivo scomporsi i miei pensieri come le fasi del cubismo più spinte in cui la forma della materia è puro colore, e tutte le forme e i colori della mia storia, di chi ero e da dove venivo, il mio passato, mia madre, i miei fratelli in cielo e in terra si sono fuse in una sola grande vibrazione di stringhe, poi tutto si è sciolto in pianto e finalmente ho ripreso a respirare rimaterializzandomi nuovamente in un involucro solido e opaco che avvolge e nasconde la mia anima, e ho potuto rispondere finalmente a mia moglie: “sì, sta bene, è nato”.

Benvenuto al mondo piccolino.

Ovunque tu splenda su questa terra, troverai sempre un giaciglio sul mio petto pronto ad accogliere il tuo sonno, milioni di altre volte ancora.
Milioni di altre volte ancora.
E questa è per te, l’ho scritta con la mente mentre ti stringevo tra le braccia in attesa che dalla sala visita tua madre uscisse con il foglio di dimissioni:

E se anche il sole esplode
Cosa vuoi che splenda
Altrettanto brillamente
Degli occhi tuoi sorgivi
Cosa vuoi che conti il sole
Se dalla tua nivea nuova pelle
Che scintilla come polla
Bevo avidamente
Luce a filamenti
E se anche l’aria muore
Cosa vuoi che importi
Se da oggi i miei respiri
Soffiano anche dentro te?

L’ascensore del Sant’Anna

Lo so, lo so benissimo.

Quelli di voi che mi vogliono sinceramente bene (sento che ci sono tra di voi autentici affetti di cui sono assolutamente fiero, e so anche che non è per tutti così), stanno in silenzio e aspettano. Lo so benissimo, che aspettate che vi racconti!

Non diventerà il file rouge di questo blog, ma un post arriverà, se riesco prima di Natale, dipende dai ritmi di veglia-sonno…

Nel frattempo, mentre i pupi sono di là che gareggiano in gorgheggi e pianti, voglio lasciare un pensiero e un augurio di Natale alle persone che ho incontrato nell’ascensore n. 10 del Sant’Anna (Torino ).

Quell’ascensore l’ho preso in salita e discesa credo un milione di volte, e tante volte le persone che salivano e scendevano con me si sono fermate al secondo piano.

Non ho potuto fare a meno di notare il totem con le indicazioni che si ergeva, come una divinità cattiva, appena al di là delle porte dell’ascensore, e non lasciava molte speranze a chi si soffermava al piano: a destra per la rianimazione, a sinistra per il reparto oncologico.

Il mio pensiero va a tutte quelle persone che ho sfiorato, e che questo Natale se lo passano con una persona cara in una di quelle due terribili alternative.

Vi auguro con tutto il cuore che Babbo Natale vi riporti a casa i vostri cari.

Perché ci sono momenti in cui ci si sente in colpa della propria felicità, o quantomeno un senso del pudore che ti induce a non farne inutile sfoggio anche se chiudere le mani a coppa davanti una stella può impedire a qualche occhio lontano di vedere, ma non interrompe la combustione nucleare che la fa brillare.

Bambini

Sono tre anni e mezzo che mia figlia mi stupisce.

Ma, in questi due giorni di vacanza che ho inteso prendermi per motivi di cui vi parlerò più avanti, la mia principessa mi ha stupito aprendomi squarci di auto percezione in due occasioni, aprendomi una finestrella sull’infinito.

Squarci amplificati da un’amabile chiacchierata con una mamma coraggiosa, colta e dalla simpatia travolgente. I suoi amici (tra cui non posso vantarmi di essere annoverato, ma conto di entrarci presto e non solo per qualche commento sul web) ne parlano con entusiasmo e alcuni di loro ho avuto la fortuna di incrociarli e ammirarli (il che amplifica il valore del loro giudizio su Margherita, il cui nome è davvero azzeccato). Ha un’energia inesauribile, una roccia travestita da vetro soffiato, con cui ieri si parlava – col ritmo sincopato dal mondo digitale frenetico in cui siamo immersi, un messaggio ora, una risposta dopo cinque minuti, poi dieci botta e risposta in un secondo – di come siano senza filtri i bambini, a volte terribilmente “cattivi” nel loro astrattismo spinto. Di come ci si abitui a tutto, ai giudizi superficiali dei passanti, agli sguardi di ingiusto rimprovero per essere chi siamo, all’altezzosità di chi ritiene che essere conformi ad una maggioranza significhi superiorità ontologica, di chi rifiuta di confrontarsi con chi ha il colore della pelle diverso dal suo, e giudica il prossimo con scarsa indulgenza e ampia frettolosità, probabilmente perché è più semplice e gratificante che giudicare se stessi.

Tornando ai due momenti accennati sopra: l’altro ieri avevo scadenzato l’intero arco della giornata, e stavo rischiando seriamente di far saltare l’intera “agenda” accompagnando, tardissimo, mia figlia all’asilo.

La trascino, le chiedo di darsi una mossa, lei oppone la resistenza capricciosa tipica della sua età e della fase di affermazione del proprio io mediante contrasto con gli altri.

La isso in braccio e via di corsa.

Lei mi batte con una manina sulla spalla e mi chiede di fermarmi.

Sbuffo inferocito come un toro, mi fermo e le chiedo con autentico astio, che non so da dove possa venire verso la carne della mia carne: “Cosa diavolo c’è, su che è tardi”.

E lei: “Papà, papà, papà, guarda, da quel comignolo esce pumo”.

PUFF!

Orologi cancellati.

Guardo il comignolo (che in realtà è lo scarico di un ristorante) da cui sbuffi di pumo salgono in danze elicoidali verso il cielo limpido di una giornata insolitamente tiepida per dicembre. La principessa scende dalle mie braccia e saltella, io saltello con lei, a piedi uniti, sul marciapiede, danzando come quel fumo, due perfetti idioti che saltellano sul bordo frastagliato di una palla enorme che gira intorno al sole, felici e spensierati. Non mi importa più un fico secco di arrivare tardi. La passeggiata è proseguita placida, come se non avessi più nulla da fare, mi sono attardato a osservare con lei frantumi di sole danzare tenui e brillanti come polvere di vetro tra le mille gocce degli zampilli di una triplice fontana (Giardini Balbo), ho scattato qualche foto, ho osservato il mondo lentamente, il primo sole che baciava le facciate dei palazzi e scintillava rimbalzando sul vetro di una finestra, un cane che si scuoteva il pelo arruffato scrollandosi l’acqua di dosso e sprizzando scintille nella luce che lo avvolgeva docilmente come un asciugamano fresco di bucato, il conducente dello Star 2 (linea urbana GTT) che mi ha indirizzato un cenno col mento per chiedermi se intendevo salire, le mamme e le tate e i papà ritardatari che, come me, accompagnano le loro gemme di vita nelle palestre del mondo che sono le scuole d’ogni grado. Mi sono infine fermato a sentire il suo cuoricino che batte, ed è un suono che ha spento tutto il clangore cittadino, persino la radiazione cosmica di fondo si è per un attimo sospesa e ammutolita.

Ieri il secondo episodio: ripassiamo dal solito comignolo, stavolta mi fermo io quasi con nostalgia a constatare che non esce più fumo. La principessa alza il suo ovale tenero come una foglia d’ulivo e tondo come il guscio di un pulcino e mi dice con aria di sufficienza: “Andiamo papà, saranno morti”.

Tipica semplificazione della realtà: se c’è fumo, la casa è abitata e val la pena di essere immaginata dietro le volute azzurrognole che si confondono nell’azzurreo cielo, se non c’è pumo, sono tutti morti, e allora tanto vale andare via.

Semplice, come quando, con la lingua che spunta tra i denti, disegna il mondo intero con quattro figure geometriche di una eleganza e chiarezza disarmanti: un quadrato per le mura, un triangolo per tetto, due linee verticali, due orizzontali e un cerchio ciascuno per papà, mamma e principessa, un cerchio a patata per il sole, che splende dappertutto, e altre due linee e un cerchio vaporoso per un albero che simboleggia e racchiude la natura intera.

Di cos’altro si può mai avere bisogno, nella vita, a questo mondo?


In concorso su http://bloggerandblogcommunity.blogspot.it/EVENTO 5  DICEMBRE 2015 BLOGGHIDEE BLOGGER AND BLOG COMMUNITY


Il procuratore di procure

Ultimamente mi sono procurato la fama del procuratore di procure.

Procuro procure.

A tutte l’ore.

A chi?

Ai procuratori dei clienti procuratimi dallo studio.

Mestiere infame, potete scommetterci.

Quello del procuratore di procure.

Ieri per esempio il boss mi fa:

“Procura-mi-la-procura-a-mi-lano in procura.”

“Come cosa come?”

“So che sei diventato un procuratore di procure”

“Beh se sei procuratore è ovvio che sei di procure, se fossi un mandante, per esempio, saresti di mandati”

“Mandato, procura, sempre pezzi di cacca e di carta sono. Procuratela”

“Ma dove?”

“Alla procura”

“In pretura?”

“Procura, procura a Milano”

“Ho capito te la procuro, ma per chi e per dove e perdona, ma, a che caxxo deve servire?”

“In procura, vai in procura a milano a procurarmi la procura e, quando la ottieni, abbi (pro) cura di essa”

“Roger”

“Chi è roger?”

“Un coniglio con una moglie bona… ”

“Ah, Rabbit?”

“Intendevo Roger, o-kappa, houston non abbiamo nessun problema, okay”

“Io fatico a seguirti”

“Anche io”

“Comunque, caro il mio procuratore, mala temporale currunt, e si sa, simul stabbbunt simul cadunt

Cadent, cadent

“Ca…che?”

“Si dice cadent, non cadunt, simul stabunt simul cadEnt

“Ma se stabunt, poi cadunt, sennò si diceva stabent

“Sta-bbene, ma perché corrono mali tempi?”

“L’Italia è ancora in crisi”

“Me se Renzi dice che entro Natale non ci saranno più disoccupati”

“Certo, saranno ben prima tutti morti di fame. Lo studio è in crisi”

“Questa mi suona nuova”

“E quindi siamo tutti in crisi. Si avvicina dicembre… ”

” …tempo di promozioni e bonus… ”

“Ma tu scherzi, avvo? Con quel che sta succedendo?”

“Che sta succedendo?”

“Cosa vuoi che ne sappia, mica faccio il giornalista, comunque qui vige la legge del menga… e visto l’attuale trend, a Natale niente panettone, ma carbone”

“Cosa?”

“Niente canditi, ma frutta secca… ”

“Non ti seguo”

“Segui il labiale: niente PEPERONI, ma CETRIOLI”

“Boss puoi tradurre o mettere i sotto titoli?”

“Niente aumenti, ma tagli”

“Tagli?”

“Tagli”

“Hai detto tagli?”

“Tagli, tagli, si, tagli”

“Tagli… tagli?”

“Tagli tagli, si, proprio quelli, tagli, tagli, capisci? tagli”

“Mi stai dicendo che mi tagli lo stipendio?”

“No…”

“Ah, meno male, fiuuu… ”

“…ti sto dicendo che li tagliamo a tutti, 50% giù, l’altro 50% poi da fisso diventa tutto variabile, se lo studio incassa, ti paga, se non incassa, adios stipendios”

“E io le bollette come le pago?”

“Non ti preoccupare, l’Enel è già tanto se arriverà a mangiare il panettone. TUTTI noi, è già tanto se ci mangiamo il panettone.”

Quando poi sento le lotte contro il precariato, ah-ah, mi viene proprio da ridere.

Presentazione del libro – ma com’è andata?

Ore 08.30 

Ammazzo il tempo provando con l’automeditazione, canto un po’, nella testa. Oggi devo presentare L’ultimo Abele, l’ultimo mio romanzo (che è anche il primo, per chi non lo sapesse…).

Ore 09.40

“Boss, oggi uscirei prima, boss”

“Tipo alle 22.00?”

“No, tipo alle 18.00”

“Che hai da fare?”

“Una visita”

“A chi?”

“A me”

“A te?”

“A me”

“In che senso?”

“Mi faccio una visita, dal medico, vado dal medico”

“Che tu non stessi bene lo sospettavo da tempo sai?”

Ore 14:30

W@t’s up: [Avvo ho finito di farti i rustici torna presto]

[Tonno preso scusa maledetto T9 tonno perso volevo dire]

[Avanti spiegami come hai fatto a perdere un tonno, nuotavate insieme?]

Ore 16:20

[Avvo a che ora porti vino e roba varia? Prendiamoci un’oretta per sistemare]

[Garantito a limone, alle 18.00 esco, vado a casa a prendere rustici e beveraggio, e alle 19.00 sono da te, cascasse il mondo]

Ore 17:20

[Tonna perso amore]

[Pure tu vittima del T9 eh, “avanti spiegami se nuotavi col pesce”]

[Hai capito benissimo, non fare il credidiota]

[Amore, alle 18.00 in punto, cascasse il mondo, sentirai citofonare]

Ore 17:45

“Avvo io esco, buon week end, falla tu la conference con gli australopitechi per quel contratto di prestito forzoso di scaglie di grana”

“No! Boss, ti avevo detto che uscivo”

“Dopo la conference mettiti a scriverlo subito, il contratto, e finiscilo, ma non stare a far tardi”

Ore 18:00

[Non sento nessun citofono citofonare]

Ore 19:10

[Avvo, ma tu stasera ci sarai alla presentazione del TUO libro nel mio atelier? Cilla]

Ore 19:15

Un’auto sfreccia a velocità prossime a quelle della luce.

Il pilota arriverà ringiovanito di un millesimo di secondo ai sensi della legge di relatività ristretta di Einstein. I punti della patente scalavano a ogni semaforo stile contatore di punteggio su un Flipper anni ’70.

Ore 19:50

“Ciao Avvo! Smuack, smuack, senti hai preso l’acqua?”

“Cazzo!”

“Avvo hai preso le sedie?”

“Cazzo!”

“Ci ho pensato io… lo sapevo…”

“Str… eh tesoro, se non avessi te!”

Ore 20:40

Videocitofonano.

Nel piccolo schermo bianco/nero, si materializza a transizione sfumata (tipico dei videocitofoni) la versione torinese dell’infermiera di Misery Non Deve Morire, che alla domanda “Chi è” risponde “Noi”; alle sue spalle si intravede un’amica e la propria figlia, un’anima innocente, quest’ultima, che non aveva mai fatto del male a nessuno, nemmeno ad un bruco, per meritare questa serata.

Mentre il trio medusa capitanato da Katy Bates sale, rifletto velocemente: se mi tuffo adesso dal quarto piano forse potrei evitare di dover parlare di Abele.

L’opzione ha il suo fascino perverso: se andasse male e io schiattassi, come è probabile, le uniche trenta copie stampate acquisirebbero un valore inestimabile.

Se non sono saltato, è solo perché tutte le trenta copie erano nelle mani di una losca figura, rispondente al nome di Pierre Le San Bittér, la versione giapponese e femminile di Jack Nicholson in Shining [foto reale di Pierre…] quando apre la porta (con un’ascia). Il Jack del Sol Levante spacciava copie di Abele, mentre io, Cilla e Margherita pensavamo a tramortire tutti con l’alcool, ma non il trio medusa, che ha chiesto di poter bere solo acqua pura lana vergine dell’Himalaya in bicchieri di suono e si è seduto in un trittico accusatore allineato su tre sedie, di fronte al condann ehm di fronte a me medesimo.

Io molto, molto, molto furbamente, essendomi ripromesso di non rivelare nulla di me, ho stretto le mani a tutti ripetendo piacere e… pronunciando il mio nome.

Quello vero.

Katy dopo avermi a stento salutato, apre i cordoni di una borsa.

Mi aspettavo una siringa, invece è spuntata una confezione formato vigilia dell’Armageddon di cioccolatini per la padrona di casa. Poi con un volume simile all’ultimo sospiro esalato da un malato d’asma con la polmonite, Dora dice a Cilla “Questi poi li dai al festeggiato”.

Cominciamo bene. Manco mi riconoscono, e sì che essendo l’unico uomo…

Per fare lo splendido mi rivolgo allora alla figlia di Dora:

“Cristina! Ti è arrivata la mia mail, cara Cristina? Eh? Non mi hai risposto più, hey, Cristina, hey, ma mi senti, Cristina, Cristina, ao’, mi stai a sentire Cristina? Dora, scusa, ma tua figlia che ha?”

“Perché?”

“Boh, è mezz’ora che la chiamo non si gira”

“Prova a chiamarla col suo nome vero, chi cacchio è Cristina?”

In quel momento ho preso coscienza che forse la mail l’ho mandata a qualcuno che si chiama Cristina, che purtroppo non è il nome della figlia di Dora.

Per sviare l’attenzione dalle mie solite figure, mentre la finta Cristina si chiedeva ad alta voce “Ma ci fa o ci è?”, ho annunciato a tutti che il prof. Walker in persona sarebbe venuto a farci compagnia.

Dopo pochi minuti, infatti, dal corridoio che aggetta sullo studio di Pierre Le San Bittèr, è uscito un tizio con una parrucca e felpa San Francisco che, con perfetto accento British, ha letto l’introduzione.

Abbiamo quindi iniziato a parlare delle fonti da cui ho pressoché copiato il poco di buono che c’è del libro, la prefazione mia, fittizia, che imita quella vera anteposta da Walker Pearcy al capolavoro de Una Banda di Idioti, ho dato atto a Laurence Sterne di avermi preceduto di qualche anno con l’idea di instaurare dei veri dialoghi immaginari con il lettore, ho dimostrato che Fidanzata Psicopatica è conosciuta molto più di Sterne, abbiamo eseguito una lettura comparata (interrotta a tratti da affermazioni forti, della serie “Se ti sentisse mio marito che maltratti così il suo idolo letterario…”, salvo scoprire che il marito in questione è praticamente quasi il mio capo…), dicevo abbiamo eseguito una lettura comparata tra un dialogo di Dostoevskij e uno di Twain dimostrando che il primo riesce a far parlar compitamente gli ubriaconi russi, gli ubriaconi degli ubriaconi, mettendogli in bocca una grammatica da Accademia della Vodka (la versione russa di quella della Crusca), ho spiegato come pronunciare correttamente Anna Karenina (basta cambiare cognome in Katarina), abbiamo esecrato la tendenza di Dostoevskij ma anche di Tolstoj a usare prima nomi completi lunghi quanto un pompino da ubriachi, tipo Aleksander Aleksandrovno Pure Li Monaci Fottono, salvo poi, a distanza di duecento pagine quando tu ti sei scordato tutto, non solo la trama ma financo il titolo, ecco che dopo duecento pagine spunta un Anja, e tu quindi lo scambi per un nuovo personaggio ma è solo un diminutivo affettuoso, peccato che nessuno te lo dica, e se è facile intuire che un tizio che si chiama Antonio Antonioni a pagina tre, possa esser lo stesso tizio che compare sotto forma di Totò a pagina ventitre, ecco, con i russi il giochino riesce poco, e infine mi sono inventato, su due piedi, che la poesia del sole è stata ispirata da “Fiesta” di Hemingway, ma questo, dovete concedermelo, l’ho fatto solo perché l’amica di Katy era un osso duro che si è aggirata a lungo per lo studio con le mani intrecciate dietro la schiena con l’aria di Jessica Fletcher quando vuole a tutti i costi smascherare un impostore.

Tutti mi hanno caldamente invitato a seguire l’esempio dei miei maestri, due dei quali sono morti suicidandosi.

Io ho osservato (ma mentivo) che, se non mi sparavo, era solo per non lasciar loro da pulire un macello, e qualcuno ha osservato, un po’ più seriamente di quanto mi sarebbe piaciuto sentire, che in effetti quello era un pensiero ricorrente.

Mi sono emozionato fino alla lacrimuccia parlando dei dolori in cui ho intinto la penna, il massimo della pena che ho provato per arrivare su Amazon.

Ma sopra tutto e tutti, ho conosciuto delle persone dalla eterogeneità umana paradigmatica (benché mi abbiate tirato un sacco di PACCHI! che parevo Flavio Insigna… tutti i torinesi che non son venuti sono OBBLIGATI a comprare le rimanenti copie, sappiatelo :-D) persone splendide alle quali va tutto il mio ringraziamento per avermi dedicato il loro tempo (abbiamo chiuso bottega alle 2 circa…) in un venerdì pre-natalizio, un regalo di Natale che porterò sempre nel cuore.

Un grazie speciale anche a mia moglie che è stata a cucinare due giorni!

GRAZIE A TUTTE!


Il primo appuntamento

[Foto Personale]

NON E UN PAESE PER VECCHI

Tratto da un romanzo  realmente accaduto (il mio romanzo, casomai qualcuno ancora non lo sapesse avendo magari vissuto sull’Arca di Noè negli ultimi venti anni):


Non sono bravo con queste cose e non mi è mai andato di esser giudicato male.

Per questo ci tenevo sempre a precisare, a ognuna delle moltissime donne con cui finivo a letto:

«Non vorrei davvero tu pensassi che io vada in giro a scopare a vista».

E giù due colpi.

Al che la lei di turno, sempre durante il primo appuntamento e sempre durante l’amplesso: «Oh no, lo so che è diverso, è come se ci conoscessimo da sempre e non mi vergogno, non facciamo nulla di male in fondo».

E giù una pompa di quelle da podio.

Mi viene in mente un episodio.

C’era una ragazza che seguiva il mio blog.

Dopo due settimane di chat su Facebook ci scambiammo i numeri, giurandoci vicendevolmente che mai a nessuno avevamo inviato il nostro numero di telefono.

Sospetto che anche il suo, come il mio, sia ancora segnato sulle porte di molti bagni dell’Autogrill.

Dopo pochi giorni ci incontrammo, di sera, in un parcheggio.

Lei salì nella mia auto.

Aveva un vestitino che sussurrava scopami.

E io sono un tizio che sa ascoltare (l’uomo che sussurrava ai vestitini).

Impiegammo cinque minuti a rompere il ghiaccio e iniziare a limonare.

Lei si sporse verso me, anche se il volante le impediva di mettersi cavalcioni come avremmo voluto entrambi.

Iniziò allora ad armeggiare con la patta mentre scendeva con i baci dalla bocca al collo, al petto, giù a sud, quindi lo tirò fuori, lo impugnò delicatamente, si avvicinò, sentii il suo caldo fiato sul glande, allacciai le mani dietro la nuca, afferrando il poggiatesta, inarcai la schiena, facendola aderire al sedile, per andarle incontro, quindi lei si bloccò.

Mi parve di udire lo stridore di una puntina di giradischi saltata.

Strinse un filo più forte, si issò a fatica, e guardandomi dritto negli occhi con aria da cerbiatto ferito disse: «Giurami che non penserai male di me se adesso ti faccio un pompino alla prima uscita».

Scoppiai a ridere.

Non la prese bene.

Scese mentre il batacchio mi sbatteva sul volante per gli spasmi della risata. Tenete presente che io tengo il volante regolato sempre alla massima altezza (*).

La inseguii reggendomi i pantaloni slacciati.

Lei si rintanò nell’abitacolo della sua auto, serrò le portiere e ingranò la prima, mentre io allargavo le braccia in segno di resa e le braghe mi calavano sull’asfalto macchiato, pieno di gomme ciancicate.

L’ultima immagine di me che lei conserva credo sia quella del mio uccello che sfiora il suo specchietto.

*messaggio promozionale con finalità pubblicitaria, non somministrare a donne in stato interessante, tenere al di fuori della portata dei pompini, leggere attentamente le indicazioni stradali prima di prendere un palo.