Ho avuto un incubo

DSC_0638.JPG

[Foto personale, baia di S. Francisco, ore 5.20]

Ho avuto un incubo.

Meno male che è quasi finito.

Ho sognato che per decenni lavoravo quattordici ore al giorno, con punte di ventiquattro e mai sotto le dodici.

Ho sognato che per i primi anni per tutte quelle ore lavorate, e avendo procurato guadagni al mio datore di lavoro oscillanti tra cinquanta e duecentomila euro al mese, ricevevo in cambio la metà di quanto riceveva il parcheggiatore abusivo nella piazza del mio paese natio (dove al massimo potevi parcheggiare tre auto, per cui mi son sempre chiesto di cosa campava sto povero Cristo).

Ho sognato che l’ambiente di lavoro era putrefatto, popolato da orchi maligni, elfi dall’apparenza buona ma dalla sostanza marcia, convinti che la comodità e sicurezza della propria autostrada a quattro corsie passasse inevitabilmente per l’annichilimento dell’altrui mulattiera dissestata.

Ho sognato che gli orchi mi frustavano ad ogni battere di ciglia, con la loro lingua tagliente come punta di diamante.

Ho sognato che progressivamente, di giorno in giorno, da puffo buono diventavo anche io un po’ orco (e un po’ stronzo), mi crescevano i peli sul volto, anche nei padiglioni auricolari dell’ipod, le unghie mi si affilavano come rasoi, la fronte veniva solcata da profonde rughe, gli occhi venivano contornati da borse e macchie e striature di venuzze rotte, capillari scoppiati d’ansia e repressione.

Il naso mi si allungava a dismisura, in proporzione diretta con l’affinarsi della mia ars mentendi.

Ho sognato, in questo incubo, che i miei sogni subivano una trasmutazione genetica nel mio pensiero, che li catalogava dapprima in grandi sogni, poi in mere chimere, indi in folli utopie, fino a farli retrocedere al rango di infantili stereotipi da abbandonare per perseguire un più alto e concreto ideale: il danaro, il potere, lo status symbol.

Ho sognato, in questo incubo, che il mio cuore si atrofizzava giorno dopo giorno, closing dopo closing, ed ogni ora passata in più nel recinto con orchi e squali e pirana, un colpo di vanga in più per seppellire la mia anima sotto la mia ambizione.

Ho sognato, in questo incubo, che tendevo ogni mio nervo, ogni singolo mio muscolo, verso il raggiungimento di simulacri tangibili – tappe di un percorso ad ostacoli verso un non meglio identificato traguardo finale – che testimoniassero inequivocabilmente, al mondo intero, le tappe della mia folle corsa: un blackberry, un televisore enorme pieno di polvere, un’auto potente con le ragnatele sul volante, una casa enorme dove rimbomba l’eco dei miei passi, dei gemelli d’oro bianco da mostrare tirando un po’ su la giacca, delle scarpe lucide, delle camicie con le cifre per ricordare agli altri chi sono io o meglio come mi chiamano.

E nella tensione, nella spinta ineluttabile verso l’ottenimento di tali simulacri, tralasciavo, giorno dopo giorno dopo giorno, di coltivare le piante e i fiori e le viti e gli alberi da frutto che rinverdivano il volto di persone scevre da quei simulacri, il volto di mio fratello con la sua Renault 5 quando guarda il suo ometto, il volto di mia nonna con la sua pensione di 325€ quando guarda controluce i suoi barattoli di sottaceti, il volto di mia madre quando guarda la mia giacca firmata o legge una notizia di una pratica che sa che sto seguendo e la sventola al panificio sotto gli occhi increduli delle amiche o anche dei semplici clienti sconosciuti.

Ho sognato che in questo incubo ciò che mi ha fatto tenere duro, ciò che mi ha anestetizzato i nervi, ciò che mi ha fatto ignorare i segnali preoccupanti di una deriva materialista, consisteva nell’impugnare saldamente tra le mie mani i simulacri della mia corsa, della mia folle corsa. La domanda curiosa dell’amico che non immagina quanto guadagno, la richiesta innocente di mia nipote che chiede se le telefonate davvero me le paga qualcun altro e se non ho limiti di spesa, l’espressione un po’ forzata e spesso di semplice gentilezza di “oooohhhh” sul volto di amici operai, cassiere, fornai e commessi quando mostravo la brochure che elencava le meraviglie insite nelle 250 sedi sparse su tutto il globo terracqueo della mia law firm, il rispetto reverenziale mostratomi dall’avvocato di provincia che scruta con attenzione la mia cravatta di Hermes e mi chiede se ho mai visto il Berlusca in giro per Milano o se davvero assisto Intesa Sanpaolo nelle operazioni transnazionali, lo stupore dichiarato nelle smorfie di conoscenti ai quali svelavo i miei orari disumani di lavoro e, ciononostante, la mia capacità di alzarmi ogni mattina alle 6 e di rimanere fresco e lucido anche dopo 36 ore di negoziazione e scrivere un blog e magari pure un libro, la curiosità quasi morbosa di persone “normali” che mi interrogavano sull’effettiva portata e consistenza di un’operazione di quotazione in borsa, tutti questi simulacri mi hanno tenuto a galla. Questo ho sognato nell’incubo.

Poi, in questo incubo strano, ho sognato (sognare un incubo è sempre sognare? For in that sleep of death what dreams may come?) che all’improvviso i simulacri cominciavano a sbiadire, le ore trascorse in studio progressivamente si assottigliavano, mentre le ore effettive trascorse a lavorare continuavano a crollare tendendo a zero come l’andamento dei tassi di interesse e le quotazioni di strumenti finanziari in borsa, il blackberry cominciava a trillare sempre meno, le operazioni in cui venivo coinvolto scemavano sempre più di importanza e valore, mentre la polvere continuava ad accumularsi sul televisore e si infittivano le ragnatele sul volante della mia bella auto, le sedi della mia magic firm traballavano, e dei duemilaottocento avvocati che eravamo, sempre più erano quelli che partivano senza ritornare, le macchie cominciavano a campeggiare sulla mia cravatta, la mia barba sempre impeccabilmente rasata per le continue riunioni con signori dai nomi altisonanti cominciava ad ispidirsi, il numero di mandati di assistenza si ridimensionava di giorno in giorno.

Poi, però, d’improvviso, l’incubo finiva.

E cominciavo a dormire, alle 6.30 di oggi, di questa notte, che pare un’alba.

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167 thoughts on “Ho avuto un incubo

  1. Molti elementi di questo incubo a dire il vero appartengono alla realtà, almeno per qualcuno.
    Pensione minime insufficienti, il senso di vuoto della propria esistenza, l’arrivismo, l’orario di lavoro talvolta disumano, il rincorrere gli status symbol.

    Ma ora devo andare: il maggiordomo mi ha detto che l’autista è pronto per portarmi a fare shopping.

    K!

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  2. Più che un incubo mi pare un po’ il riassunto del libro, ho finito di leggerlo ieri sera, che dire? Sei tu….a tratti esilarante, come quando ritorni a casa a Napoli e vieni accolto dal vicinato….o le telefonate durante il tragitto quando con la famiglia andave a far visita ai parenti, (pezzo che avei anche pubblicato nel blog), a tratti dissacrante di tutto e tutti, come quando parli dei tuoi colleghi e del tuo lavoro e dei conseguenti risvolti; a volte dolcissimo e melanconico nei ricordi della tua infanzia e del tuo periodo in Africa, soprattutto del tuo rapporto con la donna che ti ha fatto da madre. Ma la parte più bella (secondo me) è quando parli del rapporto con tua moglie, dagli inizi pieni di figuracce al lento cammino fino ad arrivare al rapporto con tua figlia. Li ti sei messo a nudo nelle vere emozioni e nei sentimenti facendo emergere quella parte di te che solitamente nascondi. Il clou, come lo chiami tu, di tutto il libro è il rapporto irrisolto con tuo padre ed hai saputo di questo creare un “giallo” con finale a sorpresa…..bello davvero, complimenti! 🙂 Buona giornata!

    Date: Tue, 24 Nov 2015 05:38:25 +0000 To: silvia-1959@live.it

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  3. Allora, fermo restando che ti odio per la foto che hai messo (no ovviamente no, anzi) 😀
    E’ un incubo che ho rischiato di conoscere da vicino.
    Mi sono svegliata in tempo, a fatica, a volte ritorna, in forma meno spaventosa ma più subdola.
    Sogni trattati come capricci infantili, miraggi trattati come obiettivi reali.
    Ma ogni giorno diventa più facile svegliarsi, una volta che cominci a guardare dentro il sogno e a capire che è un incubo. Perde il suo potere, e allora i miraggi tornano miraggi e i sogni tornano desideri da realizzare.
    E poi finché si scrive tutto va bene, no? 😀

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    • Non lo so cara sulla tua ultima affermazione, non lo so. Sono stato per anni inconsapevole a me stesso… quando per un periodo non ho scritto una riga. 4 anni interi senza una riga… non so davvero dirti se sia meglio o no. Ci devo riflettere. Ti rispondo con calma…

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      • Non so… non lo so. Avrai visto forse il video della libreria.. quelle moleskine sono piene di pensieri… però non lo so davvero. La felicità come dice qualcuno è una piccola cosa in fondo. E le piccole cose a scriverle scompaiono facilmente. Quel che di sicuro la scrittura mi ha dato negli anni della mia adolescenza è stata una sorta strana di incoscienza… scrivere di eventi dolorosi mi aiutava a anestetizzare j miei sensi perché scrivere è totalizzante, devi pensare un pensiero, poi devi applicarci la grammatica già bella testa, trasmettere impulsi alla mano, che scrive e mentre scrive il tuo occhio legge e il pensiero ti torna indietrp nel cervello dove nel frattempo stai pensando altri pensieri e nuova grammatica e nuovi impulsi. E nel frattempo le ore scorrono via lente… forse hai ragione. Sì. Scrivere mi ha fatto e mi fa bene.

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      • Ti posso solo dire quello che succede a me, nella consapevolezza che non è vero per tutti ovviamente. Io scrivo praticamente da sempre, da che mi ricordo. Anch’io per qualche anno non sono riuscita a scrivere una riga, era perché ero davvero in crisi profondissima. Parlo di molto tempo fa per fortuna. Oggi se mi guardo indietro mi sembra impossibile essere riuscita a stare per tanto tempo senza scrivere (intendo ovviamente scrivere per mio piacere, non per lavoro, ché quello l’ho sempre fatto e a volte era come una prigione).
        Penso sia difficile crederlo anche per chi mi conosce, visto anche il ritmo con cui pubblico 😀
        E non è neanche la metà di quello che in realtà ho da dire, a volte devo frenarmi perché altrimenti temo di esagerare.
        Ma davvero tutto questo ammasso aggrovigliato di cose che ho dentro si districa solo scrivendo ed è un balsamo, un toccasana, anche quando scrivo di cose dolorose, e a volte fanno proprio male sul serio, ma mai male come trascurarle e far finta che non esistano.
        Per me l’inconsapevolezza di me stessa è stata la parte più feroce della mia infelicità. Per quanto profonda sia la ferita, solo se riesco a scrivere può almeno iniziare a guarire.
        Quando scrivo vuol dire che non c’è disperazione e anche viceversa, quando le cose diventano pericolosamente difficili, so che ho una necessità, un’urgenza di scrivere per prendermi cura di me e dei miei sentimenti.
        Forse quel processo di cui parli tu, dare forma e grammatica ai pensieri, è proprio parte della cura. Ti prendi cura di te e al tempo stesso esci un poco dall’intensità schiacciante delle emozioni, sei quasi costretto a vederle più dall’esterno, anche quando scrivi d’istinto un minimo di mediazione c’è sempre. Riordini la mente e il cuore. E’ un accudire sentimenti ed emozioni, dopotutto, dar loro forma, illuminarli, vederne la bellezza e l’importanza, “riconoscerli”.
        Ehm… basta vedere la lunghezza di certi miei commenti per capire la mia difficoltà a frenarmi nello scrivere… 😀

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  4. Che triste realtà …avvolte mi chiedo se non è migliore la vita del parcheggiatore…il mio sogno? Una baracca in riva al mare, repubblica domenicana, come lavoro un chioschetto di frutta e granite vita povera per alcuni? Machissene!!!!!! Vita da nababbo penso io di cos’altro abbiamo bisogno?

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  5. Quanta realtà, verità e vita attuale in questo incubo! Che prigioni riusciamo a costruirci, obiettivi effimeri, il senso di appagamento dato da un telefono che squilla senza sosta, segno dei nostri irrinunciabili impegni e delle richieste che arrivano da ogni dove, una fretta ormai congenita che ci impedisce di fermarci e soffermarci … Ne parlo spesso in casa del tuo incubo…poi raccontato da te è sembrato davvero mostruosoooooo….
    Voglio il tuo libro cartaceo….sono forse troppo richiedente?

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  6. Stasera mentre sto su rai yoyo leggo questo post…
    Ma mo…. Tu sei un fottuto genio.!
    Come razzo palazzo te vengono in mente!
    Pure l’enigma del numero capitoli! Tipo fibonacci davero oh! E visto che sto a quantico ho capito il gioco di logica! 💪
    E i numeri capitoli portano avanti pure due storie parallele… Stasera lo finisco! So na scema e me so commossata quanno dici certe Cose!
    Domani se riesco scrivo che ne penso e tu mi dizi se lo pozzo schiaffâ da qualche parte!

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      • Avvocá… Ma c’amo deciso? Ma pecche a te rete sembro sempre na capra? Pure quando ho comme tato il libro due settimane fa hai detto che ti spiazzo perche non credevi che… Bah! Mo una che ha un night club (e ti vede pure sempre in prima fila…😏) perche non dovrebbe conosce fibonacci? Era amico mio pure! Se mi piace tanto una cosa che sto leggendo, io leggo e osservo bene pure i numeri delle pagine… E pure che scrivi i capitoli 1 e uno. Tië! Non ci credo che non se ne sono accorti!

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      • Domani domani! Speriam che mi venga na cosa non comune! 😁
        Ma tu hai scritto x non far sfuggire niente no! Abeluccio si fa leggere che si fa leggere! A volte fa sorridere e a volte fa commuovere! Almeno a una scemetta come me! 😳
        Aó te tengo il posto x sabato al lavoro da me?

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      • Ancora no che ho avuto un piccolo incidente di percorso di tre anni! Eheh! Domani pero finisco che so troppo curiosa! Anche se mi hai detto la fine 😡 Sendi sendi ma io mi nascondo? E pensa che te potevo di se invece non mi nascondevo!

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  7. questa è una domanda che mi faccio sempre, perché la gente pensa che essere ricchi significa essere stronzi, perché si ha paura di diventare ricchi? Ma soprattutto di ferire gli altri con la ricchezza che si è guadagnata con il sudore della fronte senza imbrogliare gli altri? Ho capito che il tuo racconto è autobiografico, ma mi sfugge qualcosa, perché ti vergogni di far vedere la tua camicia firmata H da tuo fratello che probabilmente non può permettersela. Ma di che cosa ti vergogni?
    Avvocatolo, non vuole essere una polemica ma vorrei solo mettere al suo posto questo tassello che mi sfugge 😉

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    • Ciao, scusa se rispondo solo ora! Nessuna vergogna, ci mancherebbe! Mi sono espresso male. Quel che volevo dire è che vedo mio fratello e mia madre e le persone semplici che conosco gioire di poco e stupirsi di poco e le invidio, perchè piacerebbe anche a me stupirmi perchè qualcuno mi paga il telefono! Solo che quando impugni questi simulacri ti accorgi che sono, appunto, solo simulacri, disguidi estetici dei tuoi sogni! Tutto qui! Non nascondo il mio benessere né mi colpevolizzo, ci manca, son partito da un monolocale con 2 coinquilini…in 18mq con 500 euro lordi al mese, la gavetta l’ho fatta sul serio! Senza un euro dalla mia famiglia che non poteva permetterselo, per cui quel che ho me lo godo senza nessun senso di colpa! Mi spiace essermi espresso poco chiaramente, non sei la sola che ha interpretato così le mie parole. Benvenuta intanto ciliegina!

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  8. Poi…
    La foto éna meraviglia!
    Se tu te ricordassi che t’ho detto stamattina sapresti che io sono una “ragazza della vallata” cje non se mtte le cravatte di hermes, in confronto ad una avvocone cone te!
    Ma tu quando fai sti incubi (me sa che ti eri rivisto il video di abele) ti trasformi nel grinch? Tanto è natale! (colgo la palla x ricordarti baobab e cactus!)
    E ti addorme ti all’alba? Stai in ferie?!
    Poi ma pecche uno se deve vergogná di aver fatto strada, magari da solo come hai fatto tu? E di poter avere i gemelli, il blackberry che se perde nel letto, le iniziali…?

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    • Non ho detto che mi vergogno, o almeno, questo è quel che si è capito ma mi sono espresso male! NOn me ne vergogno, dico solo che provo un pizzico di invidia per chi riesce ad invidiarmi queste sciocchezze, perché un tempo anche io le invidiavo, il che voleva dire accontentarsi di poco, solo che spesso quando hai molto poco, poi ti abitui al poco e vuoi troppo!

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