Il Prete

Forse ho già accennato al Prete, così soprannominato per la smodata propensione ai brocardi latinensi, infilati ad ogni occasione utile e/o inutile.

Il “forse” è d’obbligo, visto lo stato di degrado della mia memoria. Molti di voi mi prendono in giro per essa.

Ma sbagliate. Dovreste ammirarmi e invidiare mia moglie.

Innanzitutto, può rompermi i maroni a minuti alterni, senza che io abbia mai a recriminare un’eccessiva ricorrenza di smaronamento.

Non vi dico quando cambia pettinatura!

Nei successivi trenta/quaranta giorni, ogni sera che torno, la guardo e dico “Wow! Un nuovo taglio? Bellissimo”.

L’altro giorno mi sono meravigliato per una voglia. Giuro che ero sincero nel chiederle quando le fosse spuntata.

“Da quando sono nata, forse anche prima…”.

Per non parlare del classico botta e risposta che hai / niente, vero mantra di ogni coppia che si dispetti.

Andiamo avanti dei giorni.

Che hai?

Niente.

Poi la guardo e come se fosse la prima volta che le vedo l’incazzatura tatuata agli angoli della bocca e  al centro delle sopracciglia, richiedo:

“Che hai?”.

“Ti ho detto niente” e sbatte  il bicchiere sul tavolo.

“E quando me l’hai detto?”.

Poi, vado d’accordissimo coi vecchi del paese, loro mi raccontano e narrano le storie due volte (criptocitiamo), e io le ascolto sempre con lo stesso ardore della prima volta, non mi annoio mai.

L’unico problema è che, siccome già l’uomo di media memoria dimentica la tavoletta alzata, io sono capace di dimenticarla chiusa. Prima.

Ma volevo parlavi della riunione di qualche giorno fa con il Prete. Volete sapere perché lo chiamiamo così? Boh.

Nulla sapevo dell’operazione per cui si ritrovavano in studio da noi dodici signori in giacca e cravatta, tutti con la loro cartellina trasparente in cui avranno avuto giusto la mail di convocazione (ma la tenevano come si fosse trattato di un dossier del KGB).

Magari qualcuno me ne aveva parlato, dell’operazione, ma sapete che c’è? Non godo di buona memoria. Dimentico quello che dico, spesso.

Dunque l’altro ieri vado in riunione con il Prete, un socio del mio studio che chiamiamo così per qualche motivo legato ai latini, ma non mi ricordo bene quale, a ben pensarci non son sicuro lo chiamiamo Prete, né che sia un mio collega.

Dunque il Prete entra in sala riunioni, si chiude alle spalle la porta laccata di bianco gesso a multipli riquadrini come cassettoni di una boiserie, e circumnaviga il tavolo consegnando bigliettini da visita.

Finita la rivoluzione, si piazza all’equinozio del tavolo: “Nunzio vobis gaudium magnum: habemus Papam”.

Intendeva giocosamente riferirsi alle difficoltà nel riunire intorno ad un tavolo tante teste di mischia (è un’arte anche quella).

Per tutta la riunione, non ha fatto altro che ripetere le frasi altrui.

Ma non con la destrezza tipica dell’avvocato d’affari che riesce a ripetere le frasi altrui spacciandole per proprie originalissime idee.

Ripeteva senza sforzarsi di farle apparire nuove, e anzi sembrava intendesse sottolineare la sua totale assenza di pensiero autonomo.

Ho preso appunti, e questo è il risultato:

TestaDiMinchia (“TdM”) n. 1 – “…perchè è un segnale importante sapere quanto equity ci mette l’azionista”

Il Prete: “…l’azionista dovrebbe dare un segnale, mettere equity”

TdM n. 2 – “La moratoria serve prima di tutto a noi”

Il Prete: “…serve a noi, serve prima di tutto a noi, quasi più a noi che al mutuatario”

TdM n. 3 – “Se c’è spazio per la nuova finanza, perché no?”

Il Prete: “Beh se c’è spazio, io direi di si, perché rifiutarla la nuova finanza?”

TdM n. 4 – “Abbiamo però bisogno di dati, avvocato, capisce?”

Il Prete: “Lei ha centrato il punto, ci servono i dati, signori, abbiamo bisogno di dati, non c’è dubbio, li chiederemo, ecco quel che faremo”

TdM n. 5 – “Dobbiamo arrivare alla firma, c’abbiamo la semestrale e i revisori sul collo”

Il Prete: – “Dovremmo arrivare alla firma, signori, il mio intuito mi suggerisce che i revisori possano fare problemi sulla semestrale”

Dopo aver esaurito tutti (si ma quali?) gli argomenti, c’è stato il solito silenzio imbarazzato, rotto dalle penne che cadono sui blocchi di appunti e il fruscio di stoffa e bigliettini che si infilano nei portafogli.

Quel silenzio in cui tutti attendono che qualcuno con più coraggio dica la fatidica parolina che annuncia la fine della rottura di maroni: “bene”.

Il Prete si lancia: “Bene”

TdM n. 1: “Bene”

TdM n. 2: “Bene, bene”

TdM n. 3: “Bene”

Mi lancio anche io, già che ci sono: “Bene”.

Tutti i TdM hanno stretto la mano al Prete, ma non a me e nemmeno al ficus che – come me – non ha spiaccicato parola, limitandosi a starsene seduto (lui nel vaso, io su una sedia nell’angolo del tavolo che in realtà era un tavolo tondo, e non so proprio come sia riuscito a scovare un angolo in un cerchio ma io sono tranquillissimamente capace di compiere gesta eroicamente inutili, come esultare per aver ritrovato un’auto mai persa davvero).

Marilenza, di cui vi ho parlato a lungo nei precedenti post, anche lei catapultata ex abrupto (come direbbe il Prete) in riunione, prima di andar via si è alzata sulla punta dei piedi, appoggiandosi con una mano sul mio avambraccio destro, e mi ha stampato un bacio sulla guancia dicendo “bravo!”. Ha pericolosamente sfiorato un angolo di bocca, quei luoghi dove di solito accadono incidenti. Soprattutto se oltre agli angoli di bocca si sfiorano il tuo avambraccio e otto etti di tette (ottettiette).

La mascella mi si è talmente aperta che se avessi in quel momento starnutito, avrei pulito la punta delle scarpe col mento.

Lei, accortasi del gesto inusuale, è andata via senza salutare né me né il ficus (che continuava a tacere, come me).


Comunicazione di servizio: l’Avvocatolo’s Tag è chiuso!

I seguenti partecipanti sono finiti nel libro con la loro storia 😀

E voi che ne pensate , LellaBeatrixLe HérissonLucia LorenzonCix79MariapiamondaAllessialiaCecilia GattulloPulcionavagabondaVioletta DyliFulviaLunaPiperitaomentaIris & PeriploNeogrigioKikkakonekkaMartinaInCucinaCristiana, Sara Tricoli.

Grazie ragazzi!

People by Avvo

Adoro fotografare la gente.

Non sai mai che ritratti possano uscirne.

La regola è solo una: mai in posa.

Adoro la fotografia in generale, una delle mie passioni più durature, insieme alle moto, l’astronomia e i libri.

Mi piace la fisica che c’è dietro, lo studio della luce, incidente e riflessa, i nostri occhi che fungono da esposimetro e colorimetro, misurando la luce che emana il soggetto che ci è di fronte.

Ne parlavo non ricordo più con chi (non lo avreste mai detto, confessate, che avrei potuto dimenticare qualcosa o peggio qualcuno, eh?).

Fotografare un volto significa necessariamente portarsi addosso qualcosa dell’altro.

Perché la luce del sole, dopo milioni di kilometri percorsi in circa otto minuti, batte sul soggetto e si riflette verso i nostri occhi portando con se brandelli evanescenti e impalbabili della materia di cui è composto il soggetto fotografico.

E se chi stiamo fotografando ci guarda, lui stesso potrà vedere che da noi viene riflessa una parte di quella luce che lui stesso aveva emanato. E così all’infinito, in un pazzo gioco di specchi contrapposti.

Adoro il suono sicuro, netto, sempre uguale a se stesso, che produce lo specchio che si alza.

Mi fa impazzire l’idea che la fotocamera per poter guardare davvero chi abbiamo di fronte, debba sollevare uno specchio.

Di solito noi stessi, per guardarci, ci piazziamo davanti allo specchio. Ed invece quanta più verità scopriremmo di noi stessi se agissimo come una fotocamera, lasciando stare i disguidi d’apparenza di noi stessi.

Mi intriga l’equazione data dalla somma dei vari parametri, tutti quasi contrapposti quanto ad effetti per cui ogni passo che muovi lungo le regolazioni comporta uno stravolgimento di tutti gli altri: se apri il diaframma avrai bisogno di meno tempo, ma ci sarà meno profondità di campo, se aumenti la sensibilità ISO i tempi diminuiscono oppure, a parità di tempo, puoi chiudere il diaframma e aumentare la nitidezza e la profondità di campo ma introduci, con gli ISO, il rumore, e allora ti tocca tornare sugli altri parametri, magari aggiungi un colpo di flash ma a quel punto hai introdotto una nuova fonte di luce incidente, ti si sballa il bilanciamento del bianco, prendi un foglio bianco, misuri il bianco, che è un’operazione mistica, misurare la somma di tutti i colori, e così via.

Ho deciso dopo tanti anni di anonimato e di esclusione di ogni contatto dal vivo (o quasi), ho deciso che è il momento di vederla in faccia la gente per parlare del mio libro, per provare a spiegare cosa c’è dietro, come ci sono arrivato, che messaggio dovrebbe, nelle mie intenzioni, contenere, e chi tento di emulare. Ci troviamo, per chi avesse voglia, l’11 dicembre dalle 20.30 presso lo studio di Cecilia Gattullo. Per info: maximiliano.dellapenna@gmail.com

Locandina

Per lo stesso motivo, rompo un pizzico di riservatezza che mi ha sempre impedito di postare troppe fotografie scattate da me, perché, anche se non ritraggono me né la mia famiglia, le mie fotografie sono una parte molto intima di me stesso, svelano il mio sguardo, e credo che nel fisico di una persona ci siano pochissimi angoli tanto intimi quanto gli occhi. E quindi queste che seguono sono foto mie, tutte per voi, che ritraggono la gente così come mi si è presentata spontaneamente in un giorno di tanti anni fa, mentre giravo in tram (mi si perdonerà quindi una messa a fuoco non impeccabile, ma sui tram mantenere l’impugnatura salda è ben arduo…).

C’è anche un autoritratto e due foto di “paesaggio”, giusto per dimostrare a qualche sapientone che non ho bisogno di andare fino a San Francisco per fare foto decenti…

 

Ho avuto un incubo

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[Foto personale, baia di S. Francisco, ore 5.20]

Ho avuto un incubo.

Meno male che è quasi finito.

Ho sognato che per decenni lavoravo quattordici ore al giorno, con punte di ventiquattro e mai sotto le dodici.

Ho sognato che per i primi anni per tutte quelle ore lavorate, e avendo procurato guadagni al mio datore di lavoro oscillanti tra cinquanta e duecentomila euro al mese, ricevevo in cambio la metà di quanto riceveva il parcheggiatore abusivo nella piazza del mio paese natio (dove al massimo potevi parcheggiare tre auto, per cui mi son sempre chiesto di cosa campava sto povero Cristo).

Ho sognato che l’ambiente di lavoro era putrefatto, popolato da orchi maligni, elfi dall’apparenza buona ma dalla sostanza marcia, convinti che la comodità e sicurezza della propria autostrada a quattro corsie passasse inevitabilmente per l’annichilimento dell’altrui mulattiera dissestata.

Ho sognato che gli orchi mi frustavano ad ogni battere di ciglia, con la loro lingua tagliente come punta di diamante.

Ho sognato che progressivamente, di giorno in giorno, da puffo buono diventavo anche io un po’ orco (e un po’ stronzo), mi crescevano i peli sul volto, anche nei padiglioni auricolari dell’ipod, le unghie mi si affilavano come rasoi, la fronte veniva solcata da profonde rughe, gli occhi venivano contornati da borse e macchie e striature di venuzze rotte, capillari scoppiati d’ansia e repressione.

Il naso mi si allungava a dismisura, in proporzione diretta con l’affinarsi della mia ars mentendi.

Ho sognato, in questo incubo, che i miei sogni subivano una trasmutazione genetica nel mio pensiero, che li catalogava dapprima in grandi sogni, poi in mere chimere, indi in folli utopie, fino a farli retrocedere al rango di infantili stereotipi da abbandonare per perseguire un più alto e concreto ideale: il danaro, il potere, lo status symbol.

Ho sognato, in questo incubo, che il mio cuore si atrofizzava giorno dopo giorno, closing dopo closing, ed ogni ora passata in più nel recinto con orchi e squali e pirana, un colpo di vanga in più per seppellire la mia anima sotto la mia ambizione.

Ho sognato, in questo incubo, che tendevo ogni mio nervo, ogni singolo mio muscolo, verso il raggiungimento di simulacri tangibili – tappe di un percorso ad ostacoli verso un non meglio identificato traguardo finale – che testimoniassero inequivocabilmente, al mondo intero, le tappe della mia folle corsa: un blackberry, un televisore enorme pieno di polvere, un’auto potente con le ragnatele sul volante, una casa enorme dove rimbomba l’eco dei miei passi, dei gemelli d’oro bianco da mostrare tirando un po’ su la giacca, delle scarpe lucide, delle camicie con le cifre per ricordare agli altri chi sono io o meglio come mi chiamano.

E nella tensione, nella spinta ineluttabile verso l’ottenimento di tali simulacri, tralasciavo, giorno dopo giorno dopo giorno, di coltivare le piante e i fiori e le viti e gli alberi da frutto che rinverdivano il volto di persone scevre da quei simulacri, il volto di mio fratello con la sua Renault 5 quando guarda il suo ometto, il volto di mia nonna con la sua pensione di 325€ quando guarda controluce i suoi barattoli di sottaceti, il volto di mia madre quando guarda la mia giacca firmata o legge una notizia di una pratica che sa che sto seguendo e la sventola al panificio sotto gli occhi increduli delle amiche o anche dei semplici clienti sconosciuti.

Ho sognato che in questo incubo ciò che mi ha fatto tenere duro, ciò che mi ha anestetizzato i nervi, ciò che mi ha fatto ignorare i segnali preoccupanti di una deriva materialista, consisteva nell’impugnare saldamente tra le mie mani i simulacri della mia corsa, della mia folle corsa. La domanda curiosa dell’amico che non immagina quanto guadagno, la richiesta innocente di mia nipote che chiede se le telefonate davvero me le paga qualcun altro e se non ho limiti di spesa, l’espressione un po’ forzata e spesso di semplice gentilezza di “oooohhhh” sul volto di amici operai, cassiere, fornai e commessi quando mostravo la brochure che elencava le meraviglie insite nelle 250 sedi sparse su tutto il globo terracqueo della mia law firm, il rispetto reverenziale mostratomi dall’avvocato di provincia che scruta con attenzione la mia cravatta di Hermes e mi chiede se ho mai visto il Berlusca in giro per Milano o se davvero assisto Intesa Sanpaolo nelle operazioni transnazionali, lo stupore dichiarato nelle smorfie di conoscenti ai quali svelavo i miei orari disumani di lavoro e, ciononostante, la mia capacità di alzarmi ogni mattina alle 6 e di rimanere fresco e lucido anche dopo 36 ore di negoziazione e scrivere un blog e magari pure un libro, la curiosità quasi morbosa di persone “normali” che mi interrogavano sull’effettiva portata e consistenza di un’operazione di quotazione in borsa, tutti questi simulacri mi hanno tenuto a galla. Questo ho sognato nell’incubo.

Poi, in questo incubo strano, ho sognato (sognare un incubo è sempre sognare? For in that sleep of death what dreams may come?) che all’improvviso i simulacri cominciavano a sbiadire, le ore trascorse in studio progressivamente si assottigliavano, mentre le ore effettive trascorse a lavorare continuavano a crollare tendendo a zero come l’andamento dei tassi di interesse e le quotazioni di strumenti finanziari in borsa, il blackberry cominciava a trillare sempre meno, le operazioni in cui venivo coinvolto scemavano sempre più di importanza e valore, mentre la polvere continuava ad accumularsi sul televisore e si infittivano le ragnatele sul volante della mia bella auto, le sedi della mia magic firm traballavano, e dei duemilaottocento avvocati che eravamo, sempre più erano quelli che partivano senza ritornare, le macchie cominciavano a campeggiare sulla mia cravatta, la mia barba sempre impeccabilmente rasata per le continue riunioni con signori dai nomi altisonanti cominciava ad ispidirsi, il numero di mandati di assistenza si ridimensionava di giorno in giorno.

Poi, però, d’improvviso, l’incubo finiva.

E cominciavo a dormire, alle 6.30 di oggi, di questa notte, che pare un’alba.

L’ultimo Abele. Il male è uscito.

 

Avevo male dentro.

È uscito.

Torino, 22 Novembre 2015
Avvo.



Non vedrò mai questo libro.

Verrà dato alle stampe dopo che avrò reso l’anima a Dio.
Ormai ci siamo quasi.
Non sarò io a raccontarvi la mia storia, ma l’unico grande amore della mia vita.
L’ha già scritta e io l’ho già letta.
E’ la tragedia in tre atti di un avvocato emigrato e di un bieco tradimento, che non meritavamo.
E’ la storia di un Caino celato dietro un nome innocente quanto Abele.
E’ una storia di redenzione ed espiazione, di un’autentica ossessione consumata al buio degli anni.
Ma non lasciatevi ingannare.
Non credete a una parola.
Non credete ai vostri occhi.
Perché niente è come sembra.
Niente.
A.

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In entrambi i casi volevo viaggiare

Adoro la pioggia.

Adoro i lampi che squarciano il velo del più intenso buio e i tuoni che seguono e interrompono il ronzìo del silenzio.

A pensarci bene, non c’è molto in questo mondo che riesca a perforare altrettanto bene il buio e il silenzio, i due tratti salienti dell’oblìo, provocando luce e suono, i due tratti salienti della vita. E non si dice, per caso, esser venuti alla luce, quando si aprono gli occhi strillando appena nati al mondo, e per caso non si rimane in silenzio quando si muore e si sprofonda nel buio della terra?

Il ticchettìo di mille gocce che battono sui tetti, sulle antenne, sul cemento e sullo zucchero, sul sale e sulle auto in sosta.

La pioggia è democratica, scende dappertutto, piove sugli arroganti, sui disfattisti, sui finti amici, sui pollici, sugli ombrelli, piove anche sugli ombrelli.

Ieri, mentre mi godevo la pioggia e il suo fragore diffuso, lasciando aperta la finestra per ascoltare meglio la sua voce e farla entrare mille milioni di miglia dentro me insieme alle parole del libro che sfogliavo, mentre la mia principessa tentava di distrarmi salendo cavalcioni sulle mie spalle, mettendomi le mani sugli occhi, sfilandomi il cellulare e chiedendomi “guarda che cosa ho qui”, pensavo, tra un frizzo e un lazzo, che un tempo remoto tutto stava andando bene, e non c’era nulla in me che non fosse a posto, prima che nascessi.

Poi ho cominciato da subito ad avere pessime abitudini, quali, ad esempio, quella di studiare e di avere piani per il futuro.

Ad onor del vero, i miei piani per il futuro nella sostanza non erano molto diversi da quelli di un galeotto ergastolano che pianifica la sua evasione.

L’unica certezza di tutti i miei piani era fuggire via.

Negli anni ho cercato di smettere, di auto-dissuadermi da certi comportamenti degeneri (studiare, progettare, etc.), ma non c’è stato nulla da fare.

Ho ben avuto dei modelli da seguire, mi ci sono provato in tutti i modi ad imitare i seguenti migliori personaggi del mio paesello, ma con scarsi risultati per la mia bassa propensione al rischio:

Giggino Spa(da)ccino, il distributore ufficiale di droghe pesanti, che mostrava con malcelato orgoglio l’auto e la ragazza entrambe con minigonne e paraurti da urlo. Benchè fosse un monopolista, non riusciva a piazzare granchè nel paesello. Devo dire che non mi pareva neppure troppo furbo visto che il suo punto vendita ufficiale era la biblioteca; credo che le sue entrate fossero principalmente dovute all’export.

Francuccio O’ Putecaro (da a’ puteca, alias il negozio, che credo derivi dal greco apoteka, su questo secondo me Intempestivoviandante è capace di tirar fuori un trattato… ), commesso noto per avero commesso molte rapine. La maggiorparte delle quali venivano perpretate nel suo stesso negozio, che poi era del padre e lo riconosceva dai piedi a papera ma fingeva di non accorgersene per risparmiare al suo figliolo qualche ulteriore vacanza a Poggioreale.

Rafelina A’ Cicuriara, nota baldracca di paese che gestiva, a tempo perso, un negozio di fruit&vegetables, che in slang british potremmo tradurre “cicuriaro” lavvode “cicuriario” è una sineddoche, posto che Rafelina non vende certo solo cicoria; la sineddoche, come cosa è? Avete presente la figura retorica che consiste nell’indicare una parte per il tutto, della serie “ci facciamo una sveltina” per indicare l’esplorazione dell’intero kamasutra, o “ci facciamo un bicchierino” per indicare che ci beviamo tutto il locale compresa l’acqua dei vasi. I più maligni solevano dire che a fine giornata erano meno le banane uscite di quelle entrate.

Ma quello che più di tutti ho cercato di imitare è stato Checco O’ Drogato, che elemosinava sempre “cient-ducient lir, frà, tiencientducient-lir, scientduscient lir, frà, e jà, fratè, song’ po’ bigliett’ d’o tren”.

Quanti sogni ho ricamato su Checco O’ Drogato, ovvero su quello che ci faceva con le mie “cient-ducient” lire.

Voglio dire, ‘stu maronn’ e Checco ogni giorno aveva bisogno di soldi per il biglietto del treno, e io seguivo questo semplice ragionamento: o viaggia davvero molto, comprando biglietti in continuazione, oppure deve compiere un solo viaggio ma talmente lungo che sono anni che raccimola i soldi per questo biglietto, che costerà evidentemente milioni e milioni.

In entrambi i casi volevo viaggiare.

[Foto personale]

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Otto Von Rom Pikatz

I tedeschi sembrano i fratelli degli svizzeri.

Diciamo dei gemelli eterozigoti, solo che i mangia-crauti sono meno rigidi e più alti dei mangia-Emmenthal.

E, tanto per spezzare il luogo comune che vuole noi italiani impediti con la pronuncia dell’inglese, vi dico che i teTeski quando parlano inglese hanno la stessa suadenza di voce di un distributore di caffè che abbia ingurgitato bulloni.

Otto Von Rom Pikatz, collega crucco, si è offerto l’altro giorno di portarmi dall’aeroporto di Tigel a Mönchengladbach, dove avevo un’importantissima riunione. Dovevo incontrare dei decoratori natalizi di würstel .

Non faccio in tempo a scendere dall’aero-mobile, che mi arriva una mail di Otto.

Contiene un link da aprire sull’ipad.

Lo apro e mi si auto-installa un programmino.

Si tratta di una sorta di software per la navigazione GPS; lo apro e un’iconcina a forma di freccia blu mi conduce attraverso l’aeroporto, dritto all’uscita e fino al parcheggio dove c’era Otto e la sua auto, ribattezzata da me “Otto Volante” per i motivi che vedremo infra, se non muoio prima di infarto al rammentare l’episodio.

Arrivatogli vicino, lui apre il portabagagli del suo Otto Volante e sistema il mio trolley esattamente al centro, assicurando il bagaglio con delle corde elastiche che formano una doppia croce.

Gli ho chiesto se stessimo per andare a fare un rally ma i crucchi, come i loro eterozigoti svizzeri, hanno ben poco sense of humor, anche se i crucchi, pur mantenendo una precisione svizzera, sono in generale un po’ più flessibili (e decisamente più alti, nel caso di Otto).

Solo più tardi avrei scoperto che quel fissaggio era necessario ad evitare che il trolley sfondasse il cofano in una delle accelerazioni e decellerazioni da almeno otto G cui fummo sottoposti (mi pare appunto fossero otto i semafori rossi incontrati).

Stavo per salire a bordo quando il suo urlo vichingo mi ha bloccato:
“Ahhg, avvokazzo, ke kakkio fai? Fuoi inzudiZiarmi i tappetini, yah? Con quelle fcarpe fporche fporche? Metti kiabattine anti-spork, le trovi nel kruskOtto.

A proposito di Otto… Otto al volante del suo Otto Volante, su strade crucche, le autobahn, dove spesso NON ci sono limiti di velocità, è stata l’esperienza più vicina all’uscita dal mio corpo.

Ci sono stati momenti in cui sono riuscito a vedere l’aura della mia anima staccarsi dal mio corpo e fluttuare nell’abitacolo, indecisa sul se svignarsela o rientrare dentro me, da un’apertura intuibile.

La Gelmini, avendo scoperto che non ci sono limiti massimi di velocità, ha deciso di finanziare un tunnel sulle autostrade tedesche per fare allenare i neutrini alla maratona del Gran Sasso.

Prima di andare dai decoratori natalizi di würstel , comunque, Otto mi ha cortesemente invitato a pranzo a casa sua.

Arriviamo a casa sua credo ringiovaniti di qualche decimo di secondo a causa degli effetti della relatività ristretta di Einstein, avete presente quella teoria per cui nulla può viaggiare più veloce della luce e se qualcosa riuscisse a farlo il viaggiatore andrebbe indietro nel tempo stile McFly. Ci fermiamo davanti una villetta periferica a due piani fatta di listelli larghi di legno laccato, un abbaino sporgente al piano superiore, con davanti un vialetto, delle aiuole, un paio di gradini e una veranda, insomma tutto il pacchetto stile USA (in Germany).

Allineati come soldati in rivista, vedo due bambini, una donna e un cane (un pastore… inutile dire di che nazionalità, no?).

Nel momento in cui scendo dall’auto, si sente un rumore sordo provenire dalla villetta del vicino. Credo fosse il vicino che sotterrava piante di crauti.

I due bambini con mamma e cane si girano in direzione del suono, al che Otto diventa paonazzo per l’indisciplina che il gesto dimostra e sbraita a squarciagola:

“Frantz! Sitz! Platz!…..Catz!”

E a ciascun suono uno di loro si ri-gira di scatto.

Capisco, in un raro momento di lucidità post-trauma, che a ciascun suono deve corrispondere il nome di un figlio, della moglie e del cane di Otto.

Il dramma è che non ho registrato l’ordine di “girata” dei volti, per cui non so chi si chiami come.

Ed è così che sono finito a dire al cane che aveva un bravo papà.

Come diamine potevo immaginare che il cane si chiamasse Frantz, e la moglie Catz? Non oso immaginare il loro gatto.

Se avessi potuto morire temporaneamente, in quel momento sarei stato l’uomo più morto che sia mai vissuto.

Mentre Frantz, Sitz, Platz e persino Catz (chiunque sia) si mostravano affranti, Otto continuava a bestemmiare contro l’affronto, tanto che il suo alito ha cominciato a puzzare di zolfo e ed è persino riuscito a far venire l’emicrania ai lampioni della strada (sia detto per inciso, a me viene sempre l’emiGrania, la malattia comune a chi come me è emigrato al nord, consistente in un calo di zuccheri indotto da prolungato adattamento a spostare l’ora del pranzo dalle 14.30 alle 12.00 e la durata dalle quattro ore canoniche ai dieci minuti scarni del nord).

Superato il primo momento di imbarazzo (circa 6 ore dopo), ci siamo accomodati in salotto.

Ma prima di entrare, Frantz, Sitz, Platz, Catz e persino Otto hanno lanciato un urlo:

“Aahhh, ma che fai, entri in casa con le ftesse babbucce ufate fer la makkina? PAZZO UND KAZZO AVVOKAZZE!”.

“Scusa non sapevo che ci fossero babbucce settoriali…”.

“Affokazzo lo fai kome fi tice in Cruccoland?”.

“No, come si dice?”.

“Fi dice ‘non hai bifogno di assacciare la pafta per akkorgerti che è fcotta”.

“Otto, ecco perché voi crucchi vi mangiate la pasta sempre scotta come una colla”.

“Kome ke?”.

“Come Colla”.

“Ci abbiamo fatto il kallo”.

“No grazie, sto a posto così, niente pollo”.

“Ke hai kapito, abbiamo fatto kallo alla kolla”.

“Senti, dopo la pasta al ketchup e il cappuccino come aperitivo, non assaggio più niente, manco se me lo fai alle mandorle sto gallo, guarda manco se me lo fai all’arancia meccanica”.

“Il kallo, il kallo, quello che fai coi piedi”.

“Voi cucinate tutto coi piedi, anzi col culo”.

“Kol ke?”.

“Col culo”.

Mamma dove sei?

Dove sei, mamma?

Da quando sei andata altrove, il mondo qui è impazzito.

Oh mamma, come vorrei che stasera, dopo che ho messo a letto la mia bambina, venissi tu a rimboccarmi le coperte.

Quanto mi mancano le tue lunghe mani, certe sere, certi giorni di lutto internazionale.

Tu che non abbracciavi la nostra religione ed eri di colore, e non avresti torto mai un capello a una mosca e di sicuro non ti saresti mai identificata con nessun estremismo.

Mi hai lasciato un mondo che cambia ad una velocità tale per cui non ho idea di come lo lascerò a mia figlia.

L’odio e l’efferatezza di una parte di mondo mi fa rinchiudere in me stesso come un riccio, e stasera, dopo aver sentito mille notiziari di morte, vorrei sentire solo la mia schiena racchiusa dal tuo abbraccio, supino come un cucciolo, come un feto in una sacca amniotica, vorrei solo dormire certe sere, come questa sera, e sentire i tuoi passi che si allontanano per la milionesima volta dal mio lettino, chiamarti nel buio, dirti ho paura, mi canti un’altra ninna nanna, vieni qui per favore, torna qui, non ti allontanare lungo quel corridoio, inverti i tuoi passi, fammi sentire che non ti allontani, ti avvicini.

Vorrei che mi insegnassi ancora qualcosa, mamma, come reagire dinanzi alle stragi, come comportarmi da uomo, che esempio dare a mia figlia, come raddrizzare le mie spalle e urlare a questa gente che avranno anche ucciso centinaia di persone, ma la loro è ben misera opera. Dio ci manda tutti al Creatore. I nostri amici francesi sarebbero prima o poi morti comunque. Il crimine di quei pazzi scriteriati ha solo consegnato centoventi anime alla nostra pietà, alle nostre lacrime, ai nostri tormenti e alle nostre preghiere. E di questa loro vita tragicamente interrotta rimarrà imperituro ricordo, mentre delle gesta di questi pretesi martiri i giornali si saranno dimenticati al prossimo soffio di crisi Palestinese, o di crisi del Dollaro, o di scandalo della politica. Sono niente, neppure capaci di lasciare nulla, neppure il terrore, ci dimenticheremo di loro e torneremo sereni nei luoghi della nostra vita, perché loro sono solo una delle mille vie che ci conduce a un destino cui nessuno sfugge, nemmeno loro, e siccome posso morire anche per un calcinaccio che precipita, non andrò in giro con uno scafandro, potrò solo andare in giro dimenticandomi di loro. La differenza la farà quel che resta di noi. E io so di essere immortale, perché amo con ogni fibra del mio organismo, e chi mi sta intorno lo sente, e mi porta nel cuore, lo so, e ne vado fiero, e quello è il mio lembo d’eternità, perché dopo me io sarò ancora vivo nel cuore di chi ho amato. Mentre loro, una volta saltati in alto, non lasceranno che un mucchio di cenere.

Di te, mamma, mi resta una vita intera, i tuoi abbracci, la tua risata fragorosa, la tua ironia, la tua infinita dolcezza e anche il tuo rigore, le tue regole, poche, ma implacabilmente applicate, non si ruba, non si menano le mani, le donne sono fiori, fine delle regole, ma guai a infrangerne anche solo una. Mi resta di te tutto l’amore che ho, che ho cercato di distribuire lungo il mio accidentato cammino, costellato d’ogni sciagura eppure fulgido, dove ogni cosa resta illuminata da un baluginio di verde speranza, di gioia, di vita che erompe dagli abissi dove qualcuno vorrebbe relegarla, ma per quanto in profondità si possa spingere un seme, esso diventerà virgulto, attraversando strati di terra nera, la bruma dell’animo che s’incendia dinanzi al calore e al fuoco del cuore.

Mi manchi, e certe volte mi sforzo di ricordare il tuo volto, e lo dimentico, e mi dispero, e vorrei averti qui e se potessi entrare nel mio cuore in questo preciso istante, che scrivo e piango pensando a Parigi, ai morti, alle sparatorie, a tutti quelli che domani dovranno mettere un vestito buono e accompagnare un caro all’ospedale, come quel giorno io accompagnai te, se tu potessi entrare nel mio cuore palperesti quel pulsare di dolore che mi si apre dentro, quando penso a te.

Vorrei averti qui, mamma, vieni qui, ti prego, vieni a dirmi che andrà tutto bene, mamma,  ho bisogno di te, vieni qui.

Mamma.

Vieni qui ancora a me.ger

Che tu sia maledetto, Seneca

Plerosque nihil certum sequentis vaga et incostans et sibi displicens levitas per nova consilia iactavit; quibusdam nihil, quo cursum derigant, placet, sed marcentis oscitantisque fata deprendunt, adeo ut quod maximum poetarum more oraculi dictum est, verum esse non dubitem: «exigua pars est vitae, qua vivimus». Ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est.

I più, privi di bussola, cambiano sempre idea, in balia di una leggerezza volubile e instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nessuna meta, verso cui fare rotta, ma sono sorpresi dalla morte tra torpore e sbadigli, sicché non dubito sia vero quanto afferma sotto forma di oracolo il poeta sommo: «piccola è la parte di vita che viviamo». Sì: tutto lo spazio che rimane non è vita, ma tempo.

[De Brevitate Vitae, Seneca]

Ho una pessima memoria, devo ammetterlo. Dimentico spesso ciò che dico, persino dopo pochi secondi. Ciò capita perché ho una pessima memoria. E dimentico praticamente all’istante le mie affermazioni. Anche dopo pochissimi secondi, perché ho una pessima memoria e tendo a dimenticare ciò che dico. E sapete perché succede tutto ciò? Boh, l’ho dimenticato.

Ma ricordo che odiavo Seneca.

Che tu sia maledetto, Seneca.

Ti odiavo sin da ragazzino.

Sì, hai ragione, la parte che viviamo della nostra vita è piccola, mentre ciò che rimane, tolta la vita, di essa stessa, non è che fluire banale di tempo.

Mandate di serratura, spolverio di suppellettili, battere di tappeti, imprecare nel traffico congestionato, impelagarsi in sterili discussioni, taggare, inviare, rinviare, scrutare, pelare patate, allacciarsi le stringhe, curarsi le unghie, sorridere al vento, soffiare i pappi d’infiorescenze sferiche.

Mi scruto dentro.

E mi sento affacciato ad un pozzo artesiano, di quelli senza bordatura, dove se non presti attenzione puoi precipitare giù, fino al fondo del tuo pulsante e malandato cuore.

Guardo e sento il mio sguardo cadere rimbalzando tra le circolari pareti di sgretolato tufo, ma non avverto il tonfo, è senza fondo il mio povero cuore.

Se potessi fare una stratigrafia della mia personalità, il primo strato indubbiamente sarebbe ammantato di tempo, quello spazio residuo dopo la vita vissuta, di convenzioni, di codici mandati a memoria, di tutti quegli attori e scene dipinte che si presero intero il mio amore, al posto delle cose di cui essi sono da sempre meri emblemi, per dirla con Yeats.

Il secondo strato l’istinto, l’inconscio, l’atavica fame di mondo che mi consuma, certi giorni, quando vorrei squarciarmi il petto e infilarci dentro l’universo elegante che ci danza sulla testa, a noi che a stento vediamo le cime degli alberi sopra il capo, quando ho voglia di urlare e nel chiuso di un abitacolo, credimi, lo faccio, fino a graffiarmi la gola.

L’ultimo strato, quello inaccessibile, sei tu.

In fondo, nascosta, dove nessuno ti può trovare, neppure io.

Sono bravo a celare.

Non l’avrei mai sospettato che un giorno sarei diventato un abile bugiardo, mentre sottolineavo Seneca, svogliato, la mano stretta alle chiavi della moto, la testa a ripensare a quell’unica volta che avevo fatto l’amore con una ragazza davvero pazza di me, pochi giorni prima, pazza di me, così pazza di me da regalarmi la sua verginità su un divano, la voce che tremava e implorava di non farle del male, i miei polmoni impallati dall’inconfessata inesperienza sessuale, lei che mi vedeva smaliziato, svernato dalla pubertà, io invece ancora acerbo e acre come solo un frutto colto troppo presto, nella stagione sbagliata, sa essere, e se tornassi indietro lo lascerei volentieri a qualcun altro, quel frutto così delizioso della tua illibata magione a me così cara e, inspiegabilmente, abbandonata il giorno dopo, senza un vero perché, di cui oggi di nascosto, a distanza di anni, e senza che tu possa mai leggere, ti chiedo perdono.

Non avrei mai immaginato che un giorno sarei arrivato a mentire al mio cuore, a ingannarlo, a tendergli continui tranelli, a dargli dello stupido, del sognatore, dell’ingrato, dello smemorato, dello scriteriato, del pazzo incosciente, irresponsabile e avventato, pur di sotterrare te ancor più in fondo, in un quarto strato d’anima, corazzato e blindato e ancor più inespugnabile, più invisibile dell’essenziale.

Intanto il tempo fugge.

Lo spazio della mia vita, seppur lentamente, s’accorcia, e quel che mi rimane, certe sere come queste, in cui apro un pacco e dentro vorrei ci fossi soltanto tu, quel che rimane, certe sere che dimentico la mia vita, quel che rimane,  mi pare solo quello che il sommo poeta definiva come spazio che rimane, che non è vita, ma solo tempo.wpid-2015-11-09-21.28.55.jpg.jpeg

Valentino Rossi o Jorge Lorenzo [e tu da che parte stai?]

vale versus jorge

Signori miei, mancano poche ore alla finale di MotoGP che, per quanto mi riguarda, è la più tesa e avvincente di SEMPRE, dopo l’increscioso contatto tra Rossi e Marquez di cui tanto, troppo si è discusso polemicamente in questi giorni.

Bisogna quindi schierarsi, cari miei.

Non accetto paraculate. Potete avercela con Rossi per lo sgambettino, o con Lorenzo perché ha la faccia da culo, a me non interessano i motivi, MA VOGLIO SAPERE DA CHE PARTE STATE! Se poi perdete anche qualche minuto a spiegarmi i motivi, benvenga

O siete con Valentino, o con Jorge.

Non è una questione patriottica, tanto più che entrambi corrono con una casa motociclistica che non ha nulla di italiano, tranne i freni.

Quindi adesso ve lo chiedo una sola volta e dalla vostra risposta dipende se potrete o no entrare nel salotto a casa mia, oggi alle 14:00, per sgranocchiare insieme patatine, scambiarci pacche e bestemmiare a ogni derapata.

VOI STATE CON VALENTINO O CON LORENZO?