Ieri Sono Morto [Halloween Late]

Mi sa che ieri notte sono morto.

Andato, spirato, finito, defunto.

Molto, molto ma molto morto, in pratica strapassato.

E capirete che tale evento non mi dispone bene verso il prossimo.

Ero nel mio letto, e mentre morivo, ieri, pensavo di aver avuto fortuna nella sfiga. Per inciso, noi italiani siamo maestri nel trovare sempre la fortuna nella sfiga; mai sentito nessuno dichiarare “beh, nella sfiga, sono stato davvero sfigato“.

Mi dicevo, in fondo sto morendo su un letto, un posto molto Domingo.

Vuoi mettere se morivo sotto un tram, sull’asfalto, magari con una cicca per terra infilata nel naso?

Poi mi sono ricordato le parole del Twain (che non si chiamava così neppure lui, si vede che era parente di Rosa Parks).

Secondo Mark, il letto deve essere un posto maledettamente pericoloso, se ci muore l’80% degli esseri umani.

E quindi l’ultimo pensiero che ho formulato su questo mondo (anzi, ormai per me “quel” mondo) è stato “manco a morire sono stato originale“.

A differenza dell’ultimo pensiero nell’aldiquà (anzi, ormai per me “aldilà”), che è stato tutto sommato sprecato (avrei potuto andarmene con un pensiero nobile, che ne so io, “libertè, fraternitè, egualitè“, “tramonta vita, all’alba vincerò“, “salvate il panda“, “viva la figa“, ecc.), il mio primo pensiero nell’aldilà (anzi, ormai per me aldiquà) è stato di tipo pratico e nobilissimo: “Dove cazzo sono finito?“.

Non era certo facile comprendere dov’ero finito.

Non c’era mica Antonello Venditti con un cartello in mano recante la scritta “Benvenuti in paradiso”.

Nossignore.

Solo nebbia, nebbia, nebbia, tanto che per un attimo ho pensato di esser finito in tangenziale.

Un ascensore dalle pareti d’aria mi trasportava verso il basso con un’accelerazione di 5,431g (come faccio a saperlo? Nell’aldià che per me è aldiquà abbiamo tutti installato un software tipo quello di robocop).

Precipitavo di brutto, e la cosa non mi piaceva affatto.

Insomma, mi sono trovato a sperare vivamente (beh, vivamente, insomma…) che i libri di religione si sbagliassero alla grande nel posizionare giù l’inferno, in mezzo il purgatorio e in alto il paradiso.

Poi l’ascensore si è fermato, le porte non si sono mosse (del resto erano fatte d’aria, non c’era bisogno di aprirle) ed è subentrata alla paura la tristezza.

Si, perchè pensavo che proprio di venerdì sono andato a morire, la sera prima di Halloween, e mi è scappata una bestemmia di quelle onnicomprensive e plurigiornaliere, che abbracciano tanti di quei Santi da riempire l’Arena di Verona o il salotto di mia suocera mentre gioca a burraco e quel disgraziato del marito viene sequestrato per fare i pozzetti.

Appena ho terminato la bestemmia l’ascensore è sceso a precipizio di altri diciotto piani.

Anche questo non mi sembrava un buon segno.

Sono uscito guardingo, come quando faccio i pliè davanti a Shirley, e mi sono incamminato lungo un corridoio le cui pareti erano costruite con pezzi di sentenze e codici civili.

Lungo il corridoio si aprivano porte aperte (beh, per quanto si possa aprire una porta aperta), al cui interno la privacy era garantita da una veneziana di cravatte appese.

Ho sbirciato in una stanza benché un cartello lo proibisse apertamente (beh, apertamente su porte aperte, diciamo espressamente) e subito mi sono ritrovato di nuovo nell’ascensore d’aria, giù di altri 18 piani.

Arrestatosi l’ascensore, ho sbattuto la lingua tra i denti e m’è scappata un’altra bestemmia potenziata da stelline e uccellini che ruotavano intorno alla mia capoccia.

Altri 18 piani giù.

Stavolta ho percorso il corridoio che mi si apriva dinanzi senza bestemmie né sbirciatine proibite (anche un topo avrebbe capito la lezione dell’ascensore), e sono giunto dinanzi ad un burocrate dietro una scrivania.

Indossava una camicia di seta con dei cilindri di cotone scuro che andavano dal polso al gomito per preservare la seta sottostante. Modello Fantozzi.

Era un tipo che, nonostante l’abbigliamento da addetto autenticazione foto per carta d’identità, vestiva Prada.

Da quel particolare ho capito che ero nei guai.

Mi ha chiesto da dove venivo.

Gli ho risposto da Milano.

Lui mi ha detto non conosco.

“Ma come, Milano! La città più importante dell’Unione Europea!”

“Mai stato. Che Pianeta è?”

“Ma è un continente, il pianeta è La terra Diobono!”

Un tuono esiziale ha squarciato il panno di velluto nero che quella stanza aveva per cielo.

“Non t’azzardare a nominare l’innominabile. Milano, Epopea, Terra, ciccio ma chi ti credi di essere? Pensi che esista solo la tua galassietta? Credi che io non debba registrare ogni secondo miliardi di miliardi di bricconi che vengono da ogni pizzo degli Universi? Su fammi vedere su Google HellMaps dove cazzo è questo pianetucolo”.

Ho obiettato che non accettavo critiche da chi vive all’inferno ricordandogli che uno dei classici modi di dire della mia galassia per indicare “vai in un brutto posto” era “vai al diavolo”.

Lui ha sghignazzato dicendomi “Vedi di rigare dritto, che ormai sei passato a miglior vita“.

Ed io “sai che caxxo ci voleva a passare a miglior vita, con la vita di merda che facevo”.

Michelangelo era uno scultore di me…diocre virtù

Io faccio l’avvocato.

Direi che i più arguti tra di voi l’avranno arguito (essendo arguti che manco Manuela) dal mio nickname.

E quando mi chiedono se ci faccio o ci sono, io rispondo sempre la prima.

Non sono un avvocato ma ci faccio, ecco.

E quando fai l’avvocato hai – è purtroppo pressoché inevitabile in Italia, un po’ meno in UK ma non posso stare qui a spiegarvi la differenza tra un barrister e un sollicitor perché se non ve ne foste accorti siamo in una incidentale – a che fare coi clienti.

E i clienti sono propensi agli ossimori.

Benché spesso ignorino che trattasi di figure retoriche consistenti nell’accostare due morfemi di significato opposto o fortemente antitetico.

Del tipo:

– Un contratto non vincolante;

– Una risposta specifica ma non dettagliata;

– Un’amichevole diffida;

– Mettiamoglielo al culo ma morbido;

– Una cazzo di figa (anche se di recente tale espressione non è più tanto ossimorica…).

Poi ti credo io che i nostri lavori sono paraculi.

Sfido chiunque a fornire una risposta chiara e netta e univoca ad un cliente che chiede di redigere una diffida per la sua banca che sia dura ma amichevole, non si sa mai che la banca decida di chiudere i rubinetti, una letteraccia che evidenzi i comportamenti truffaldini subiti dal cliente ma senza dare del truffatore al destinatario, una e-mail che minacci un amichevole contenzioso.

Non a caso la maggior parte degli atti di citazione li si redige avendo come obiettivo la chiusura “bonaria” della vertenza e la conseguente rinuncia del giudizio che si va ad instaurare.

Un po’ come dire che si punta un cannone su una zanzara per rappacificarsi con essa (meglio una ciabatta, ad ogni modo, danneggia un po’ meno il muro nel caso in cui si decida di interrompere le trattative), o che si inizia a scopare per raggiungere la verginità.

Ecco, ora gran parte della cattiva fama che ci portiamo addosso noi avvocati, e gli avvocati d’affari in particolare, è colpa del Manzoni.

Con il suo dottor (aridaglie!) Azzecca-garbugli ci ha diffamato sempiternamente.

Sto disgraziato!

Ecco uno dei passi (Capitolo III) de I Promessi Sposi che più ha contribuito a questa diffamazione oltre lo spazio e il tempo:

Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”.

Ma nessun cliente ha mai letto Manzoni, purtroppo.

E così all’avvocato il cliente racconta sempre un’accozzaglia di bugie, visioni personali, fatti incompleti ed imbrogliati, e poi tocca sempre render chiaro ciò che è oscuro.

Noi non imbrogliamo proprio niente!

E’ chiaro che a domanda sbagliata segue risposta che è corretta rispetto alla domanda sbagliata, ma sbagliata rispetto all’ipotetica domanda corretta (che rimane negli imperscrutabili anditi dell’animo (de li mortaci…) del cliente).

Un cliente giorni fa mi ha chiesto: “se regalo dei soldi a mio figlio per l’acquisto di un immobile, secondo lei si può dire che ho donato indirettamente l’immobile?”.

Ed io “Ovviamente si, c’è giurisprudenza copiosa in tal senso”.

In seguito ho scoperto che i soldi al figlio glieli “regalava” perché costretto da sentenza di condanna…

Non c’è da meravigliarsi se poi dalle nostre penne (meglio, dai nostri notebook) escono fuori diffide amichevoli, suppliche arroganti, contratti non vincolanti, lettere di intenti non intenzionali, pareri senza opinioni, spiegazioni inspiegabili.

Perché il “materiale” grezzo che ci viene fornito dai clienti per le nostre “sculture” giuridiche è scadente.

E’ un po’ come se nei magazzini dell’Opera del Duomo di Firenze ci fosse stato un enorme blocco di merda secca.

Il genio di Michelangelo certo avrebbe escogitato qualcos’altro oltre a spostare il peso del David su una gamba.

Ma Michelangelo sarebbe pur sempre passato alla storia come uno scultore di med…ia bravura.

L’ultimo Abele – storia di un’ossessione

Bozza Copertina b-w5*
Un bellissimo spreco di tempo, un’impresa impossibile
Jovanotti


***
Una forza della natura. Tipo terremoto. O una marea. Di Merda
Il Vernacoliere


Un professore inglese invitato ad Harvard alle Norton Lectures.

Perseguitato da un individuo ossessionato dal manoscritto ereditato da due persone che parrebbero essere i suoi genitori.

Una causa per plagio che ha costretto l’autore a rinunciare all’originario titolo L’ultimo Caino: Storia di un’ossessione, redenzione ed espiazione.

Sei sicuro che nessuno ti stia osservando da dietro la finestra?

Sei davvero sicuro che nessuno ti presenterà il conto per quei soldi che trovi ogni tanto nel locale contatori, in quella busta bianca infilata sotto la porta, o sotto il vaso dei giacinti?

Le apparenze ingannano.

E i nomi sono pura, evanescente apparenza dell’essere uomo.

Io non vedrò mai questo libro.

Verrà dato alle stampe dopo che avrò reso l’anima a Dio.

Ormai ci siamo quasi.

Non sarò io a raccontarvi la mia storia, ma l’unico grande amore della mia vita.

L’ha già scritta e io l’ho già letta.

E’ la tragedia in tre atti di un avvocato emigrato e di un bieco tradimento, che non meritavamo.

E’ la storia di un Caino celato dietro un nome innocente quanto Abele.

E’ una storia di redenzione ed espiazione, di un’autentica ossessione consumata al buio degli anni.

Ma non lasciatevi ingannare.

Non credete a una parola.

Non credete ai vostri occhi.

Perché niente è come sembra.


Arriva il libro di Avvo.

A novembre nei peggiori bar di Caracas.

E nella locanda di Patty. Che quando ci entra Niphus è molto peggio dei peggiori bar di Caracas.

Stay tuned guys.

Stay tuned.

Il Processo

Era fine Marzo.

La primavera premeva dai vetri facendo precipitare – sotto la spinta dei nuovi germogli inclini alla vita – le ultime rinsecchite foglie dalla messe di alberi d’alto fusto.

L’aria frizzantina si soffermava ingentilita dai tenui raggi solari, senza entrare nelle ossa, sull’epidermide increspandola di brividi sensuali, che usavo scrollarmi con uno scatto di tendini.

Nella quiete primaverile che – obliqua – s’incuneava tra le tende a strisce verticali, ricevetti una telefonata che segnò una frattura profonda nella percezione della mia stessa professione.

Mia madre in lacrime.

“Mamma che c’è…”

“20 anni, 20 anni”

“Mamma…”

“Non me lo dovevano fare”

“Mamma…”

“Ogni sabato ci portavo pure i gelati d’estate”

“Mamma…”

“Ah ma i’ m’accid…i nin ci vad’ a la galera, nin ve l’ deng‘ stu dispiacere”

“MAMMA! Che cazzo è stato?”

“Oh, che so’ ste parole!”.

La reminiscenza del suo ruolo di educatrice la placò.

Tre sue ex dipendenti avevano incardinato un ricorso per fallimento.

Una domanda mi bruciava la lingua ma la ricacciai dentro, non ora.

Nei mesi precedenti aveva incendiato nella stufa di ghisa – con maledizioni e improperi borbottati – due notifiche d’atti giudiziari, riconoscibilissime “carte verdi”.

Poi più nulla.

Ma quella mattina si era presentato da lei un tizio che le aveva chiesto una “lauta mancia” per “aggiustare” lui tutto.

Mia madre l’aveva scacciato, ma aveva finalmente preso coscienza del fatto che rimanevano ormai poco meno di due settimane.

Continuava a chiedermi perdono per aver infilato stupidamente la testa sotto la sabbia.

La domanda bruciante uscì dal recinto delle mie labbra:

“Chi è stato?”

Tre nomi, tre macigni: le ex-dipendenti più “fedeli”. Ad una di loro mia madre aveva battezzato due figli.

Il moto di orgoglio per esser stato preferito a mio fratello, avvocato di lungo corso e carriera inavvicinabile, è svanito in un lampo sotto il peso che mi gravava sulle spalle.

Non dovevo vincere, ma stravincere, fermare tutto alla prima udienza per evitare che il giudice, ravvisando la bancarotta, trasmettesse gli atti al PM: l’onta dello scandalo avrebbe ucciso mia madre.

Ero nella merda più totale.

Garantii a mia madre la vittoria, presagendo netta una sconfitta, errore imperdonabile per un avvocato.

La ditta di mamma era chiusa da 7 anni.

Il mio dramma era un cancrenoso debito verso il fisco ancora inchiavardato alle carte: 300 milioni di vecchie e compiante lire, eredità della precedente ditta fallita di mio padre.

Carte che dovetti ravanare nello scantinato: unici custodi i topi che avevano apposto timbri dappertutto.

Se il giudice avesse considerato quel debito (e perché mai non avrebbe dovuto?) ero fritto, non avrei potuto invocare la soglia di “improcedibilità”, sotto la quale i fallimenti non possono esser instaurati (30.000 Euro se ricordo bene).

Sono stato tentato dal falsificare il bilancio da allegare.

Al registro imprese la ditta risultava ancora in attività, quel genio del commercialista!

Alla fine non ho fiatato sul debito pregresso (non menzionato da controparte) lungo l’intera memoria difensiva, ma non si poteva dire che lo avessi occultato: il bilancio era allegato – in fondo a tutti gli altri allegati – ed era autentico.

Sono calato come una mannaia, con pervicace perfidia, su debolezze, incongruenze, persino errori di ortografia del ricorso di controparte.

Sollevai, incidenter tantum, una questione metagiuridica: era corretto notificare presso la  “teorica” sede della società (usando un vecchio indirizzo), quando le attrici conoscevano benissimo l’indirizzo dell’amministratore dove porgevano ogni anno ipocriti auguri di Natale e Pasqua?

Insinuai, attento a evitare la diffamazione, che se in 7 anni non avevano MAI fiatato sul loro credito, era perché forse puntavano non tanto ad un impossibile pagamento da parte di mia madre, pensionata sociale, quanto all’indennità dell’INPS riservata ai dipendenti indigenti che non avessero ottenuto il dovuto dalle società fallite. Gettai a tal proposito discredito sui loro retrodatati ISEE allegati (indicatori di situazione economica equivalente), producendo visure da cui risultavano alcuni loro beni immobili.

Feci notare la sciatteria dell’aver sbagliato indirizzo di notifica, quando quello corretto risultava dai registri pubblici.

Enunciai che, comunque, non intendevo avvalermi di vizio procedurali, reclamando ragione nel merito.

Non era un bluff: avvalersi di vizi di forma avrebbe solo procrastinato l’agonia di mia madre, facendo ripartire tutto il processo daccapo.

Analizzando il caso, le difficoltà mi si moltiplicavano di ora in ora: mia madre non aveva copia di nulla, neppure ricordava esattamente l’ultimo prelievo.

Il commercialista storico si ritraeva come rettile: non era tenuto a farci da archivista, non consegnò alcun bilancio, e si rifiutò di firmare una ricostruzione contabile aggiornata che avevo faticosamente messo in piedi come richiesto dalla legge.

Sbrindellai la memoria avversaria in tutti i modi possibili, ma rimanevano due fatti inoppugnabili: le dipendenti avevano diritto a quei soldi, e il debito totale superava le soglie di improcedibilità.

Giocai l’unica carta possibile: la camera di commercio avrebbe dovuto cancellare ex officio la ditta alla terza mancata presentazione del bilancio annuale. Da quel termine, bisognava cominciare a conteggiare due anni, trascorsi i quali, per legge, una società cancellata dal registro non può più esser soggetta a fallimento perché deve considerarsi estinta definitivamente.

Era una tesi ardita, basata su una cancellazione “virtuale” mai avvenuta benché dovuta, anche se le singole argomentazioni erano tutte sorrette da precedenti autorevoli.

Il mio domiciliatario mi pregava di non andarci pesante, e comunque di non sperare di poter dichiarare estinta la società, sarebbe stato troppo bello evitare così qualsiasi tentativo dei creditori, anche futuro.

Come chiedere al fuoco di non bruciare.

Avrei potuto e forse dovuto spedire lui all’udienza, ma mia madre aveva bisogno di suo figlio, non di un avvocato.

Dopo le frasi di rito, iniziò un sadico gioco: il giudice poneva domande alla controparte, io attendevo che la capra si affannasse sfogliando le carte, poi rispondevo al suo posto con precisione svizzera, senza degnare di un’occhiata le carte.

Il giudice mi redarguiva (ma con l’aria tutt’altro che severa), poi accigliato ingiungeva all’avvocato di sbrigarsi perché toccava a lui rispondere.

Non starò a tediarvi coi dettagli della disfatta, solo un particolare: ottenni la condanna a pagare le spese legali di mia madre.

Vittoria schiacciante ed umiliante: il domiciliatario mi redarguì, rosso in volto, per lui era una enorme scortesia verso il collega insistere sulle spese, nel mio caso era anzi autentica prevaricazione essendo chiaro a tutti, compreso il giudice, che mia madre l’avvocato non lo pagava.

Ero una carogna implacabile e godetti sadicamente dell’imbarazzo dell’avvocato che rispondeva alle domande delle tre serpi. Aveva assicurato loro la vittoria, nel peggiore dei casi un mancato guadagno, di sicuro non si aspettavano di dover esser loro a pagare.

Il fragoroso sospiro che tirò mia madre quando solcai a ritroso le file dei palchetti di legno dove sedevano avvocati, clienti e umanità varia, e lei vide le mie dita aperte a forma di V, dal fondo dove si era rintanata in disparte, quel sospiro ha avuto il sapore e il valore di un premio Nobel.

Uscimmo nella luce di Marzo e sebbene le sue labbra rimanessero mute, mi urlò il suo grazie trafiggendomi con i suoi occhi verde germoglio di primavera, gettandomi uno sguardo mai rivoltomi prima: non ero più il suo bambino.

In quel Marzo, davanti quel tribunale, per mia madre, ero improvvisamente diventato un uomo.

Babbo (avvo)Natale

C’era un negozio di giocattoli, nel mio paesello di A., i cui titolari ogni anno organizzavano un servizio gratuito di consegna doni natalizi a domicilio.

Fattorino d’eccezione: babbo natale.

Prima del mio triennio di babbonatalità, il Santa Claus ufficiale era il figlio adolescente dei titolari, tragicamente scomparso in un incidente d’auto sulla variante.

Ora, non è certo bello criticare genitori afflitti da siffatto tragico lutto.

Però.

Però, io mi sentivo tremendamente a disagio quando uscivo dal bagno sul retro, travestito di tutto punto e i titolari del negozio, immancabilmente, sospiravano che ero proprio uguale uguale al loro “ragazzo”.

Mi imploravano ogni volta, con gli occhioni alla Titti ripieni di lacrime come un mon chéri, “dai, solo un attimo”.

E io sapevo benissimo che volevano mi accostassi al santuario di lumini, candele e santini dove campeggiava, ai bordi dell’eternità, la foto del loro ragazzo.

Dico io, ti credo che gli somigliavo tanto.

Nella foto, il loro ragazzo indossava barba finta, vestito rosso, cuscino ventrale e cappello con pon-pon.

Avrei voluto dire loro che il mondo, a Natale, era pieno di ragazzi uguali uguali al loro “ragazzo”.

Ma ogni volta mi prestavo a questo teatrino, senza esimermi da qualche gesto scaramantico (il vestito dalle dimensioni generose permetteva gesti discreti) per l’unico becero motivo che la paga mi veniva corrisposta a fine periodo natalizio, ovvero il 24/12 alle 20.30 circa, quando mia madre era sempre sull’orlo di chiamare i Carabinieri. Ho ereditato da lei la mia memoria bacata.

A dirla tutta, poi, non ho mai incassato le 250.000 lire che mi spettavano, una cifra per me molto vicina alla ricchezza e sul cui utilizzo fantasticavo già dal periodo della vendemmia.

I signori di cui sopra, che sono sicuro già starete immaginando immensamente buoni, ogni volta mi proponevano un “affare”, ovvero compensare i miei compensi con qualche inutile gadget, il cui prezzo vergato a penna doveva farmi sospettare qualcosa.

L’unico sospetto che si insinuava nei miei pensieri tenui di ragazzino di provincia, invece, era che il servizio consegna regali natalizi fosse in realtà una messinscena ordita all’unico scopo di farmi accostare a quel santuario, per bearsi ogni anno nell’effimera illusione che il loro “ragazzo” fosse tornato su questa terra, giusto il tempo di mangiarsi un ultimo panettone per poi risalire le scale dell’altrove.

Se fossi stato in lui, non sono affatto sicuro che avrei pensato di ritornare su questa terra, eh, neppure per le classiche due settimane a Natale. Non è per esser cattivo, ma se mangiavano lo stesso panettone che ogni anno mi regalavano…

Comunque, ho visitato tutte le case più povere di A. vestito da pirla.

Il servizio consegne doni, essendo gratuito, veniva sistematicamente snobbato dalla A. “bene”, senza contare che più che “negozio” quello era un antesignano dei moderni “discount” di giocattoli.

I bambini di A. che ho visitato erano decisamente irrequieti e smaliziati.

Quando mi andava bene mi tiravano la barba.

Più spesso tentavano – non senza qualche sporadico successo – di incendiarmela.

Talaltra apponevano il calco della loro impronta sui miei zebedei.

Ma la maggior parte delle volte mi rivolgevano domande imbarazzanti.

“Che caxxo fai tutto il resto dell’anno?”

“Se tu sei quello vero, chi è quel pirla che si arrampica sul cornicione di fronte?”

“Con quella panza come fai a fare gnic gac nella buttigliella con Mamma Natale?”

Ma il peggio lo davano i loro genitori, pettegoli di sapere chi fosse quell’imperscrutabile fattorino.

Domandavano “neh ma a chi appartieni?” (traduz: di quale famiglia sei), o sbirciavano da sotto la barba, i ragazzini più innocenti (pochi) traumatizzati da tanto ardore e mancanza di rispetto.

Mi guardavano, i genitori, e ridevano come babbei, scrutandomi fisso negli occhi quasi a ravanarmi l’anima per leggervi il mio cognome; del resto A. non è mica New York, ci si conosceva poi un po’ tutti.

Urlavano rivolti ai pargoli “hai visto, nenè, c’è BABBO NATALE, eh? Perché tu sei BABBO NATALE vero?” e poi sottovoce “Ue, ma tu non sei Pino La Cozza? Gigi Lo Squarcione? Totò Lo Stracciato? Lino L’Amarezza? Bobo Il Boxer? Gegè Tre Coglioni? Il figlio dello Scopatore? Il nipote di Carmela La Fattucchiera? Il cugino di Sasà Saddam Hussein?” e via via in uno sciorinìo interminabile di pseudonimi e patronimici e cuginonimici.

Ed io “Ma come non mi riconosci? Oh Oh oh oh hò, sono BABBO NATALE“.

E loro: “E yà, nun fa u strunz“.

Ma stamattina tra i vari episodi (così variegati e originali che potrei scriverci un blog intero, o girare un’intera serie di Real TV per come erano a volte cruenti) uno mi è sovvenuto alla mente.

La consegna da Nino Alla Spina.

“Alla Spina” era evidentemente uno pesudonimo (dalle mie parti si dice “contronome”), dovuto alla sua predilezione per le bionde con schiuma, di quelle ad alta gradazione che si comprano al bar o al supermercato in genere nell’ultima corsia vicino all’acqua.

Ricordo che persi mezz’ora a cercare sul citofono “Alla Spina” o “La Spina”, e avrei inviato un sms al titolare del negozio per farmi dire ‘sto benedetto cognome, sarei stato molto tentato dal mandargli un what’s up o un poke su face book, e l’avrei fatto, giuro, se solo a quell’epoca l’inventore dei cellulari avesse già inventato la sua invenzione.

Però il post è diventato troppo lungo, e lo so che vi annoiate dopo i primi 60 secondi, per cui se ne parla la prossima volta.

Aurora – Parte II

Segue da qui.

***

Uscimmo di casa e con ritmo sincopato dal timore, seguimmo la direzione dei boati fino al crepato marciapiede della statale, cosparso di minuti ciottoli e macchie d’olio rappreso, antistante la rivendita del padre di Aurora.

Un lampione scrostato ci rovesciava addosso un fiotto lattiginoso di quell’illuminazione tipica delle lampade ai vapori di mercurio.

Lampi striavano il cielo di rosso carminio, illuminando la scena che tutti osservavano attoniti e sbigottiti.

Una esplosione sottrasse per un istante al buio che sorgeva al di là del cono di luce la figura di un uomo che sgattaiolava via furtivo.

Quando le autopompe rientrarono in caserma, tirammo un sospiro nell’apprendere che non vi erano feriti.

Aurora diventò più indigente (l’assicurazione non copriva il dolo), ma al di sotto di determinate soglie le gradazioni di miseria non contano più per cui io e Aurora riprendemmo regolarmente, nei giorni a seguire, le nostre scorribande nei cantieri.

I cantieri del padre di Aurora molto spesso erano costituiti da un mero foglio di cartoncino, plastificato tramite una semplice una busta per alimenti. Affisso con nastro adesivo ad un più ampio e sghembo cartellone con indicazione dei lavori in corso. Quei cantieri d’estate erano il nostro surrogato a buon mercato della spiaggia.

Eravamo incoscienti.

Ci inerpicavamo sulle costruzioni da cui, una volta messo in posa il solaio dell’ultimo piano, gli operai immigrati smontavano l’impalcatura di legno e tubolari metallici che rivestiva il fabbricato grezzo.

Non c’erano corrimani, né ringhiere, semplici scale che salivano al nulla.

Tubi di metallo a treccia arrugginiti, curvati, spuntavano dal cemento, lì dove si sarebbero innestate le pareti, di cui i vari piani erano ancora spogli, solo pilastri di cemento che sorreggevano altri piani di cemento.

Erano scheletri di mattoni, calce e ferro ad otto piani.

Io e Aurora facevamo sempre incetta di chiodi da quei cantieri, ve n’erano in abbondanza sparsi ovunque, luccicanti, dritti.

Benché Aurora non fosse ai limiti della Caritas come la mia numerosa famiglia, non aveva di certo il camper di Barbie né io il castello di He-Man con cui giocare.

Quella maledetta mattina d’Estate avanzata, la scuola chiusa da un pezzo, Aurora era passata a prendermi. Non ne rammento ormai più il motivo, ma mi prese lo sghiribizzo e mi negai, fingendo di non sentire il suo scampanellio.

Insistente come solo la gioventù riesce a risultare con le sue richieste di continue attenzioni.

Sbirciai protetto dalle persiane e attesi che lei si stancasse e decidesse di far ritorno a casa.

La osservai come un ladro.

Il suo viso dipinto di delusione e il suo scalciare stizzita le pietre con i suoi graziosi piedini fu l’ultima istantanea di lei.

La porto scolpita nello stomaco.

Non ci fu nessuna ambulanza per Aurora.

Nessuna chiamata al 118.

Quando un contadino si accorse dell’accaduto, avvertì il titolare della ditta presso cui il padre di Aurora espletava le funzioni di capocantiere. Non si poteva far accedere l’ambulanza ad un cantiere totalmente abusivo.

Aurora compì il suo ultimo viaggio su questa terra adagiata malamente sul sedile posteriore di una Fiat 127.

Attraverso gli sterrati dissestati di campagna.

Mere righe d’erba alta, isole longitudinali racchiuse da due solchi scavati dai mille pneumatici che indurivano la terra col loro rotolamento continuo. Sentieri che tante volte avevamo percorso sulle nostre bici troppo grandi per noi.

Nei primi anni dopo la sua morte il rimorso mi ha consumato.

Se non mi fossi negato, oggi sarebbe viva.

Certo il non rispondere non costituisce, di per sé, un nesso causale che sia adeguato (benché sufficiente) a provocare una morte.

Questo raccontano le nostre civili leggi.

Ma nel tribunale del cuore le leggi sono ben altre, e la distinzione tra causalità adeguata e necessaria non esiste.

L’assoluzione l’ho dovuta cercare altrove, nel senso del destino e della predestinazione.

Rivedere Roberto ha confermato quella nostra intuizione che ci fece silentemente decidere di non vederci mai più.

Quando l’altro giorno ho guardato Roberto, le sue chiare lentiggini sotto spioventi occhi di mandorla e melassa, ho rivisto il sole che sorgeva negli occhi di Aurora. Mi ha chiesto se avessi ancora conservate le foto scattate con la Leica. Purtroppo le ho gettate via tutte. C’è rimasto male, ma si è limitato ad alzare le spalle, come a dire “fatti tuoi”.

Avrei voluto dirgli che non avevo bisogno di quelle foto, che io Aurora la vedo con un dettaglio e una nitidezza che nessuna foto potrà mai restituirmi. Sono condannato a vederla in ogni campagna, adagiata all’ombra di ogni olmo.

Ogni giorno io la vedo.

Ogni giorno, però, io non guardo.

Roberto mi ha costretto a guardare, suo malgrado.

E allora visto che ci siamo, vorrei mandarti un saluto, amica mia, dirti che mi dispiace, che se potessi tornare indietro ti chiederei di accendere insieme il commodore64 e ti scatterei l’ennesima foto.

Ti abbraccerei.

Ti direi quello che non ti ho detto mai.

Che ti voglio un bene dell’anina, come dice mia figlia.

Che sei un’amica speciale.

Ti chiederei cosa vuoi fare da grande.

Se potessi tornare indietro.

Se solo potessi.

Ma non posso.

E tu resterai sempre bambina, con le tue efelidi tenui e gli occhi a mandorla di melassa, come nell’ultima foto che ho buttato chissà dove.

Spero che tu lassù abbia finito di cadere.

Spero che sia pieno di alberi lassù, alberi di pesco, che tanto ti piacevano.

Con tante calle e soffioni su cui alitare nel vento i mille batuffoli bianchi.

Tante lucertole da inseguire.

Tanti pozzi (sicuri) in cui lasciar cadere una pietruzza.

Tante margheritine da sfogliare.

Tante pozzanghere in cui varare le nostre barchette di foglie.

Ti immagino così, china su una pozzanghera di nuvola, a varare barchette di foglie d’angeli.

Io e Roberto ci siamo lasciati alla fine della corsa, con la promessa di rivederci, prima o poi. Non ci siamo però scambiati né numero né indirizzo.

Insonnia d’Ottobre

I solchi nel cui alveo fluivano pigre le nostre vite, mia e di Aurora, si separarono in un giorno d’un lontano Agosto.

Si era in estate avanzata.

Le more rinsecchivano sui loro rovi, laddove non riuscivano ad inerpicarsi le mani golose di viandanti affamati. Le spiagge si spopolavano in una lenta agonia e le file di ombrelloni diminuivano di giorno in giorno.

Aurora aveva l’Est nelle iridi dei suoi spioventi occhi di melassa.

Vi sorgeva il sole, e conferivano al suo nome una scintillante aura di autentica, ancestrale ed esoterica verità.

L’epidermide della gioia che rivestiva la mia condizione di indigente provinciale, si indorava di gaia abbronzatura sotto i raggi del suo sguardo, e scoloriva screpolandosi nei rari e malinconici giorni della nostra lontananza.

Quel giorno di circa 18 anni fa, in un afoso pomeriggio d’Estate inoltrata, ho gettato il primo pugno di terra sul feretro di Aurora, sudando copiosamente nel vestito buono, rigido di amido.

Da quel giorno ho continuato pressoché quotidianamente a vangare altra terra.

Ogni giorno un altro pugno. Fino ad edificare una piccola collina di dolce oblio.

Questa mattina quella collina è franata rovinosamente.

Stavo scendendo le scale della metro di quella che considero ancora la mia città, Milano, quando ho sentito il tipico fischio intermittente che annuncia l’imminente chiusura.

Ho affrettato il passo e mi sono fiondato un secondo prima che le guaine a sigillo delle porte scorrevoli si baciassero.

Nella foga ho urtato un ragazzo della mia età.

Ho domandato scusa, ma nel figgere i miei occhi nei suoi per sottolineare la sincerità del lieve rammarico, ho avvertito uno smottamento interno.

La collina di oblio che franava.

Era Roberto, il fratello di Aurora.

Non lo incrociavo da quel maledetto pomeriggio d’Estate inoltrata, quando dietro il corteo funebre trascinavamo i nostri piedi sorreggendoci a vicenda, quel giorno in cui scorsi un ragazzino scalmanato in bicicletta e pensai con forza e con la vacuità fissa e reiterata dei deliri di dolore che sarebbe stato meraviglioso vestire i suoi panni, i panni di un ignaro passante che bighellona in piedi sui pedali, zompando a tre a tre i gradini di porfido bucherellati dal tempo che separano la sede stradale dall’antistante piazzetta quadrangolare, un ragazzino che non deve seguire un corteo funebre, sarebbe meraviglioso, sarebbe meraviglioso, vorrei essere nei suoi panni, che meraviglia, sarebbe meraviglioso.

Senza alcuna ragione apparente, senza alcun litigio, senza alcuna frase consolatoria, io e Roberto ci separammo quel giorno stesso, dopo che la eco delle condoglianze sussurrate negli orecchi si era spenta come un pallino rosso al centro dei vecchi televisori a tubo catodico, lentamente, con voluttuosa e impalpabile evanescenza.

Credo che entrambi fossimo troppo intenti a vangare cumuli di oblio.

Entrambi troppo timorosi che la vista dell’altro avrebbe sospinto a riaffiorare gli atroci ricordi che ci legavano.

All’epoca vivevamo tutti e tre isolati in una sorta di comunità rurale composta da quattro bassi edifici in fila lungo uno sterrato, ai margini di una statale. Di quelle comunità dove il latte lo trovi sullo zerbino, in bottiglie di vetro dal tappo di stoffa, munto poche ore prime, un rapido travaso attraverso un panno di cotone l’unico filtro per germi e batteri. Nel mio caso, senza doverlo neppure pagare, non potendo d’altronde far fronte al seppur irrisorio prezzo che la vicina, fortunata proprietaria di due vacche, applicava.

C’eravamo conosciuti circa 9 anni addietro, quando Aurora irruppe nel cortile comune dove tentavo – con scarso successo – di trasformare in una freccia di legno un ramo d’olmo. Stringeva nella manina (ghiaccia ora che riposa nella bruma) un cordoncino di pelle cui era appesa, ciondolando, una Leica dalla custodia incorporata, di lisa pelle marrone screpolata dai raggi del tempo.

Oggetto da museo della fotografia. Obiettivo fisso, tempi manuali con intervalli minimi di mezzo stop, diaframma e fuoco a ghiera meccanica, neppure l’ombra di un esposimetro.

Mi chiese “Bambino vuoi giocare al fotografo?”.

Un oggetto preziosissimo che avrebbe immortalato la nostra durevole amicizia in innumerevoli fotogrammi per lo più sfocati e sottoesposti.

Le campagne dietro casa erano il nostro parco giochi.

Il padre di Aurora e Roberto dirigeva come capocantiere degli operai, principalmente immigrati e, a tempo perso, gestiva una rivendita di gas – abusiva quanto gli immigrati clandestini – dove si rifornivano le persone che avevano stufe alimentate con bombole a gas (compreso il sottoscritto), oppure gli automobilisti con impianto a gas, tra cui mia madre, di solito abusivo quanto gli immigrati e la rivendita (l’impianto consisteva in una bombola laccata di vernice verde militare che occupava l’intero bagagliaio, da cui fuoriusciva spesso l’odore dolce e marcio del GPL).

Un uomo che non andava per il sottile, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Una notte fummo svegliati di soprassalto da uno strepitoso e spaventoso boato, il cielo nero screziato di nebbia gialla e rossa e solcato da fiamme alte 10 metri.

La sua rivendita era saltata in aria.

TO BE CONTINUED

Buoni o cattive [della vita, della morte e dei miracoli di un idiota]

MOSCA – SALA DA BILIARDO

Principe Myškin: “Le ho dovuto dire ti amo, okay? Passami il sigaro”

Tockij: “Te l’ha passato poi il sigaro? Ah dicevi a me, tieni tieni…ma te la sei bombata almeno? Eh?”

Generale Epančin: “Passami il bourbon, no! Bestia! Non quello….che domande poni, Tockij, no, non l’ha sfiorata, lui le ha tenuto il capo chino sul petto mentre dal cielo indaco percolava nero di seppia sul crepuscolo amaranto…e’ OVVIO che se l’è bombata, idiota! Perché pensi che Dio abbia dato alle donne tutti quei buchi, per il minigolf?”

SAN PIETROBURGO – SALA DA THE

Nastas’ja Filippovna Barashkova: “Il principe mi ha detto ti amo”

Adelaida: “Oh Nastas’ja! A quando i confetti?”

Generalessa Epančin: “Signorina Filippovna, l’industria confetturiera di Sulmona si sostiene sui tuoi matrimoni”

MOSCA

Myškin: “Andiamo generale, andiamo, beh, sì, un po’ me la sono bombata, okay? passi un cubano anche a me, okay? ma solo di sera, il problema è che ho impollinata Alexa…alla prima botta, okay?”

Tockij: “Hai schiacciato? Eh? Hai trivellato? Eh? Sai come le si gonfieranno le tette ora! Beato te, eh?”

Generale: “Ahah pisello fumante! Vecchio porco! Stasera si va a puttane per festeggiare via! Offre il generale”

SAN PIETROBURGO

Nastas’ja: “Stavolta è diverso”

Adelaida: “Oh Nastas’ja! Sono così lieta per te, sarà una favola!”

Generalessa: “Diverso? Gli è caduto il pisello? O gli è cresciuto il cervello?”

MOSCA

Myškin: “Meno male sono in trasferta, con skype vai di parole d’amore sublimi mentre la “coperta” ordinata al portiere è lì in ginocchio tra i tuoi ginocchi che ti aspira come un Folletto, okay?”

Tockij: “Te l’ha ciucciato? Eh? Te l’ha ciucciato mentre parlavi con Nastas’ja, eh?”

Generale: “Ahah Vecchio porco! Ti sei fatto un bel piatto di cozza a pecorino, eh? Ora non è che vuoi abdicare a dormire in diagonale nel letto per il resto dei tuoi giorni? Perché ti amo?”

SAN PIETROBURGO

Nastas’ja: “Me lo ha detto fissandomi negli occhi, gli credo”

Adelaida: “Oh Nastas’ja! Se te l’ha detto scrutando dallo spioncino dell’anima, è proprio degno del suo attributo, che principe quel principe Myškin!”

Generalessa: “Non è che per caso aveva le mani sulle tue tette mentre ti fissava i buchi…dell’anima?”

MOSCA

“Cosa dovevo dirle, generale, mi fai cagare? Sono a San Pietroburgo questo week end, okay? e non ho un solo rublo. Insomma, un ti amo mi pare un prezzo onesto per una ciulatina, okay? Sperando salti la lezione di salto con l’asta”

“Ma se è una mezza nana? Bah come ci piace l’asta alla femmina, come ci piace, guarda, eh? Eh?”

“Ahahaha ragazzi, che simpatici siete voi due…principe occhio a non infilarla l’asta un’altra volta nell’ovulo! Senza rubli in tasca dovresti vasectomizzarti; Putin mi ha chiesto di andare in Africa a dirigere una spruzzatina di sterilizzante, partiamo con dei bombardieri ultimo grido, sai, riserva speciale Lenin”

“E se pure fosse chi sono per oppormi ai disegni di Dio? Se l’Altissimo ha deciso che Nastas’ja mi ciucci ancora un po’, amen e così sia! Ahahah ma stia tranquillo, generale, Nastas’ja ha oltrepassato la soglia della menopausa da un bel pezzo, okay?”

SAN PIETROBURGO

“E’ a Mosca, ci sentiamo via skype. Anche quando è qui a dire il vero, ecco, non viviamo insieme, viene a salutare sua figlia ogni tanto. Di solito io non ci sono neppure, del resto voi mi capite. Oggigiorno, una donna, ah, che sofferenze! Ah, bisogna esser eroine per aver figli, oggi giorno. Anna Karenina, Anna Frank, Rosa Parks, Catherine Earnshaw, Milady de Winter, puàh, tanto osannate, non mi risulta nessuna di loro abbia mai avuto al lunedì pilates, al martedì allenamento per triathlon, al giovedì pesca subacquea, un profilo facebook da mandare avanti, la consegna delle bollette a qualcuno che le paghi, che donne erano mai, puah, neppure un blog, un tweet, men che meno si son mai ritagliate un’ora per un viaggetto oltreoceano…ma dico, vuoi rinunciare a respirare solo perché hai portato nove mesi due cellule nella pancia?”

“Oh Nastas’ja! Ma allora è proprio indegno del suo attributo, che stronzo quel principe Myškin! E no, come rinunciare al triathlon, forse forse, ma solo per le berbere del Sahara, dico che uno potrebbe, ma forse, non son sicura, se proprio è berbero, rinunciare alla pesca subacquea, ma il resto…no? scherzi? vuoi che tua figlia abbia per mamma una depressa insoddisfatta? Eh? No dico vogliamo arricchire gli psichiatri? eh?”

“Sei degna di lode, Filippov’na. Allevare da sola una bimba senza nutrice né uomo…coltiva sempre le tue passioni, sono il coito dell’anima tua spaurita come fili di grano al sole d’ottobre…ma senti un po’, dunque, vi rimettete insieme tu e il principe? Ti amo è un impegno irrevocabile”

“Penso proprio di sì. Ne sono sicura. Li conosco gli uomini. Meglio di quanto si conoscano loro stessi” 

MOSCA

“Ahahha senti ma Nastas’ja lo sa di Alexa? Eh? Lo sa? Eh? Allora? Eh?”

“Ehm, diciamo che è al corrente della convivenza, okay?. Ma le ho giurato e spergiurato più volte che giriamo in burqua a casa e dormo sul divano e insomma il biscotto lo inzuppo solo con lei, le ho detto che amante vuol dire colui che ama, del resto filippovna è derivato da filomena, le ho citato persino Alda Merini ‘si dimenticano spesso i figli, non gli amanti‘, okay?

“Ma non è vero, deriva da Filippo!”

“Si è bevuta pure questa stronzata del nome? Sei proprio il principe della…risata hahahah”

“Ma lei non lo sa hahahhaha”

“Ahhaha oh zitti zitti è Irina, la zoccolona del bocciodromo! zitti perdio…pronto? Venerdì? Ma certo, stanza 243, ti aspetto…mmm…uhm…non posso parlare…lo sai, sì lo facciamo…sì oh sì….ti amo….”

SAN PIETROBURGO

“Che disdetta. Un meteorite ha colpito la sede centrale del KGB”

“E a te che ti frega?”

“Il principe non potrà venire, e sì che eravamo sull’orlo di un’alba dorata”

“Ma non lavorava alla Nato?”

“Beh in questi casi ci si aiuta, no? Adesso smettiamola coi luoghi comuni che gli americani non possono vedere i russi. Eh. Cresciamo, su”

“Oh hai ragione! La cooperazione tra i popoli” d..

Se ciao, la pace e la fine della fame nel mondo”

Io non sto proprio tutto a posto

Stamattina non trovavo il mio blackberry.

Ho quindi utilizzato un collaudato metodo di ricerca cellularitica: la chiamata a vuoto.

Ho composto il mio numero di blackberry utilizzando il cellulare personale, rizzando le antenne, non quelle del telefono (che non ne ha più dai tempi dello startac e se ti stai chiedendo cosa sia uno startac sei minorenne e qui non ci puoi stare), intendo le mie antenne, insomma rizzando le orecchie telescopiche per scoprire dove fosse mai finito il mio cellulare d’ufficio, pronto a sentirne lo squillo, anzi l’urlo del Rock del Capitano Uncino.

Prima che partisse la chiamata, ho individuato il blackberry adagiato tra le pieghe del lenzuolo.

Ho quindi chiuso la chiamata, e ho ripreso possesso del blackberry.

Dopo pochi secondi mi arriva una chiamata, da un numero che mi dice qualcosa ma che non riesco ad individuare.

Rispondo: “Pronto”

Dall’altro lato sento lontano, eco metallica: “Pronto”

Il cassico call center, già lo so.

Ed io: “Mi senti? Pronto?”

E Eco Metallica: “Mi senti? Pronto”

Ed io: “Io ti sento, e tu?”

E Eco Metallica: “Io ti sento, e tu?”.

E io: “Ma chi cazzo sei?”

E Eco Metallica: “Ma chi cazzo sei?”

E io: “Ma chi cazzo sei tu?”

E Eco Metallica: “Ma chi cazzo sei tu?”

E io: “Ma hai chiamato tu cazzone!”

E Eco Metallica: “Ma hai chiamato tu cazzone!”.

Credo di essere una delle poche persone al mondo che può dire, a buon titolo, di essere stato al telefono con sè stesso e di averci pure parlato per un po’ fino a stizzirsene, prima di rendersene conto.

La chiamata dal cellulare personale non l’avevo interrotta, e quindi il numero che mi pareva di aver visto era il mio (non so voi, ma io i miei numeri non me li ricordo mai), quindi stavo parlando con me o meglio con una strana eco di me.

Dopo la barba (dopobarba) poi, ho ri-perso il cellulare.

Ho un lenzuolo che inghiotte tutto: cellulari, penne, telecomandi, è davvero incredibile la quantità di oggetti che svaniscono temporaneamente tra le sue pieghe. E alla fine l’unico vero metodo collaudato per il rinvenimento di oggetti smarriti nelle sue pieghe è la “sventolata a vuoto”.

Di solito, infatti, prendo due lembi del lenzuolo, e scuoto viulentemente come se volessi dargli una sonora spolverata.

Al ché gli oggetti infilati nelle pieghe cadono a terra, e quindi dal “crack” riesco a capire dove sono caduti e insomma li ritrovo anche se non sempre, poi, li ritrovo vivi.

Siccome volevo evitare l’ennesimo volo al mio blackberry, anziché optare per la “sventolata a vuoto” ho optato per la “chiamata a vuoto”, che del resto prima della barba (prebarba) aveva funzionato bene.

Chiamo, ed è occupato!

Ma com’è possibile?

Che mi abbian ciulato il blackberry?

No, l’ho visto pochi minuti fa, ce n’est pas possible.

Richiamo, e ritrovo occupato.

Mi innervosisco, richiamo per l’ennesima volta, niente, occupato.

Ci ho messo un po’ a capire che stavo cercando di chiamare sul mio blackberry…dal mio blackberry.

Insomma io andrei ricoverato, secondo me.

Perché mai dici così? 😇
Ha ragione, questo qui è svaporato sulle ali del vento d’Africa. 😈
Oh il nostro caro padroncino vola sulle ali del vento? 😇
No, è sciroccato. 😈
Brutto cattivone. 😇
Senti Cenerentola ingroppati 7 nani. 😈
Uh che bello adoro quando giochiamo e mi fanno salire sulla groppa. 😇
Beccati questo cretino di un angelo 👊.
👿

Ilaria dov’è?

La mission: liberare Ilaria.

Scomparsa nel nulla senza lasciare traccia da 24 ore.

Riunione dell’unità di crisi rescue ultra-vox: stendo la mappa dell’obiettivo sul tavolo in cucina.

La fredda luce della lampada a led Ikea lancia barbagli e riflessi striati nelle pieghe della mappa.

La missione richiede freddezza, tempestività d’intervento, discrezione, mimetismo.

Non posso delegare l’operazione a nessun soldato, nel mio battaglione non c’è nessuna testa di cuoio più adatta: tocca a me.

Preparo l’armamentario: ombrello di Peppa Pig, Antipioggia di Elsa, Giacchetta di Brave.

Ore 08.30 puntuale come un raffreddore a settembre arrivo ai cancelli dell’obiettivo.

Come ogni buona spia, osservo tutto e tutti e registro: culo grosso in pantalone stretto, non è la mamma lo tratta troppo spiccio, disoccupato o spia troppo lemme lemme, parcheggia in strisce blu per autobus grande SUV grande cafonazzo.

Saluto Suor Maria con aria bonaria, nessuno deve sospettare le mie vere intenzioni.

Salgo le scale fischiettando un motivetto sacro dedicato ad una omonima della suora, Maria Salvador, di Padre J-Ax.

Mollo la principessa alla maestra, mi informo sul menu del giorno, annuisco, e per rendere più credibile il personaggio, ma solo per amor di recita, fingo di grattarmi il mento sul petto e le sbircio nella scollatura, poi ringrazio, asciugo un paio di lacrimoni e simulo un’uscita di scena in tutto identica a ogni mattina.

L’ingresso di una muta di cani rognosi e chiassosi vestiti da bambini mi offre il destro: anziché scendere, infilo la rampa di scale che sale, in direzione dell’AREA 51: IL DORMITORIO.

Rotolo sotto un cancello che stava calando dall’alto attivato dalle cellule fotoelettriche, infilo la tuta di Diabolik, salto il fossato dei coccodrilli, mi getto a terra quando dalla finestra noto Suor Miopina che, dall’atrio dove si trova, alza lo sguardo al cielo plumbeo, e quindi comincio la perlustrazione.

lettini

Ottantanove lettini, li frugo tutti alla ricerca di Ilaria.

Niente.

Qui trovo un Leo, lì un Barbapapà, pare che tutti qui usino la supponta pro sonno.

Eva qiu Adamo ripeto Eva qui Adamo mi ricevi?

Adamo qui Eva ti ricevo forte e chiaro.

Ilaria non c’è. Qual è il suo letto?

Quello rosa.

Sono tutti rosa, o azzurri.

Quello con gli orsetti.

Hanno tutti gli orsetti, o le principesse.

Quello con su scritto il nome di tua figlia, imbecille.

Ah. Ok. Solo che è buio.

Accendi la luce.

Sì e visto che ci sono perché non accendere un bel fuoco segnaletico e suonare un po’ la tromba?

Non tornare a casa se non l’hai trovata.

A passo felpato striscio sotto i letti, raccolgo più polvere di un reggimento di Folletto, alzo i cuscini, scosto i quadri dal muro, sollevo televisori, cavallucci a dondolo, cucine multipiano, piste di trenini, mari e monti, ma Ilaria non c’è.

Pensa come Ilaria.

Devi diventare Ilaria.

Se tu fossi Ilaria, dove andresti a nasconderti?

Con questo freddo, su un termosifone! BINGO!

ilaria

Pronto?

Pronto.

Missione compiuta.

L’hai trovata?

L’ho trovata.

Sicuro sia lei?

Io no, ma prima di andare via ho portato Ilaria dal cliente e la sua reazione mi pare eloquente.

Passo e chiudo.

ROGER.

ok