Dai diari di Adamo, Eva & Co. (il serpente alla riscossa)

Dal diario del serpente

*** 6 mesi dopo l’eliminazione dall’Isola dei Famosi ***

Eva ha sssempre provato un terrore cieco per noi animali.

Di ogni razza.

Mi chiedo sempre come abbia potuto convivere con Adamo.

Da quando abbiamo lasssciato tutti l’isssola è un inferno.

Dopo rossspi, lucertole e ragni, in cima alla sssua black-lissst ci ssshiamo noi ssserpenti e i topi.

Non ssso quante volte l’ho sssentita gridare ad Adamo, credendo che i pupi ssstesssero dormendo non-riesci-a-tenerti-il-pitone-nelle-mutande-adesso-l’ammazzo-quella-zoccola.

Non ssso di cosssa parli, io nelle mutande di Adamo non ci ssssono mai andato a ssstrisssciare.

Persssino i canarini e i piccioni la terrorizzano.

Non ssse ne può avere idea.

Adamo andava sssempre raccattando merli e pettirosssi con le ali ssspesssate, le zampe anchilosssate, insssomma sssciancati, dall’intero vicinato.

Lo dicevano gli amici del bar di Adamo, quelli che ogni tanto rimanevano a bivaccare, mezzi ciucchi, ssstravaccati sssulle sssedie (rossse e marcate Algida, come il tavolino) di plassstica all’ombra delle due querce sssul retro, sssempre ad azzuffarsssi per i turni sssull’amaca (sssotto c’era un lembo di terra consssumato e puntellato dai rimasssugli di qualche vomito). Lo dicevano: a Adamo piace la passsera, e giù a ridere sssguaiati.

Vai a capire che passsa per la tesssta degli amici di Adamo.

Eva, quando ssscorgeva Adamo avanzare timorossso, sssu per il vialetto di cipresssi, con un passserotto in una mano, maldessstramente nassscosssta dietro la giacchetta, sssaltava sssubito sssu a urlare non venir qui con quel passserotto, vedi dove devi andare.

Tieni lontano da qui quel merlo.

Non t’azzardar a fare un passo di più con quel gufo.

E quando c’era qualche razza sssconosciuta, cui ancora non avevamo dato alcun nome, giù a urlare non voglio veder quell’uccello, tieni fuori quell’uccello, non fare entrare quell’uccello dentro che mi arrabbio, l’uccello poi caga dappertutto, mi caga il cazzo l’uccello.

E lo rincorreva, a lui e il sssuo uccello, con una scopa.

Voleva ssscoparlo con l’uccello.

La loro figlioletta tonta di sssolito ssseguiva a ruota, e implorava la madre.

Lascia-stare-l’uccello-di-papà-per-favore.

Non-toccare-l’uccello-di-papà-mamma-oh-ti-prego.

Fallo-entrare!

Lo-voglio-dentro!

Ci-voglio-fare-le-carezze-e-darci-i-bacini.

Caino ssseguiva sssua sssorella con me in braccio (proibitissssssimo, Eva mi odiava più degli uccelli) e urlava vieni-qui-che-ti-faccio-giocare-col-pitone, lascia-stare-mamma, è-lei-che-scopa-in-fondo-a-casa, ha-tutto-il-diritto-di scegliere-quale-uccello-far-entrare-e-quale-no, guarda-il-mio-povero-pitone, ha-un-occhio-solo, ha-sofferto-molte-pene-per-2-mele.

Set, furente perché non riusssciva a ssstudiare, usssciva in ciabatte e foglia di fico, ssstaccava la catena di ferro che ssstrozzava quasi il loro passstore tedesssco, e minacciava tutti ora-sciolgo-la-bestia-e-vi-inculo-tutti-a-pecora.

Shaun guaiva e si rintanava nell’ovile.

I vicini guardavano di sssottecchi e mormoravano.

La zitella affittuaria dell’abbaino, mezzadra storica (Adamo si era riciclato latifondista, avendo vinto una mega causssa per usssucapione sssulla terra, dal Machu Pichu al Kilimangiaro, dagli Appennini alle Ande, sssolo le Alpi francesssi non era riussscito, problema di traduzione giurata, e sssì che han usssato lo SSSpirito SSSanto come traduttore, ma i francesssi sssi sssa…) sssi sssegnava in petto e sssgranava il rosario.

Tante mosssssse, quella lì, tutta gelosssia, eh, tutta gelosssia, l’ho sssentita che sssospirava e sssussssssurrava che avrebbe tanto voluto un uccello come quello di Adamo tutto per sssè. Perchè non ssse lo compri o non ne catturi uno sssugli alberi è un missstero.

Vai a capire cosa c’è nella tesssta degli inquilini, vai.

Poi Eva faceva dissscorsssi incoerenti.

Diceva alla figlia che i ragazzi avrebbero cercato di tirar fuori il loro uccello, e che ssse fosssssse sssuccesssssso glielo avrebbe dovuto riferire immediatamente.

La piccola, fessssssa sì ma fino a una certa, le rissspondeva che anche lei, Eva, voleva tenere gli uccelli fuori, quindi che problema c’era?

Almeno, diceva, i ragazzi non correvano e non urlavano per ssscopare.

Lei ribatteva che i ragazzi volevano tirarlo fuori per metterlo dentro.

Mah.

Io non ci ho mai capito granchè dei dissscorsi di Eva, geometria e fisssica, del resssto, non sssono mai ssstate materie in cui andavo forte.

Dal Diario mio

Mia madre aveva lo stesso terrore atavico di Eva.

Mio padre tornava spesso a casa con l’uccello in mano dopo esser stato rincorso per l’intero isolato da mia madre, ancora con il fiatone, e mi diceva che l’aveva beccato a scopare, mi strizzava l’occhio e diceva stavolta-mi-ha-beccato-proprio-con-l’uccello-in-mano, tua madre vuole darmi la scopa in testa, a momenti mi scopava in strada.

Bah.

Poi però lo sentivo lamentarsi coi suoi amici del bar che la mamma non scopava mai.

Mio padre è sempre stato un tipo indeciso.

A me, in ogni modo, la casa pareva pulita, tutto sommato, e secondo me scopavano entrambi abbastanza, a turno, si intende, che di mazza ce n’era una sola.

Mia madre dal canto suo, prima si lamentava che le toccava scopare tutto il giorno perché mio padre era uno sporco maschilista, poi si lamentava che lui andava scopando! E aggiungeva che lui non sapeva tenere l’uccello in gabbia, ma se era lei a cacciarlo fuori, mica lui!.

Bah.

E mia madre la ricordo così, in cima alle scale, le mani piantate nei fianchi, con la scopa immancabilmente ritta vicino a lei, monticchi di polvere in riga come soldatini di piombo, il sudore che le imperla la fronte, i sogni chiusi nelle tasche del grembiule.

Mio padre invece mi ha sempre spronato, nei suoi occhi vedo me come un passerotto dall’ala spezzata, lo vedo chinarsi su di me per prendermi a nido nelle sue mani enormi, e lanciarmi dal ramo, insieme ai fiori di pesco, per insegnarmi a cadere.

E mi diceva sempre, ricordati a Galileo e l’esperimento delle due palle lasciate cadere dalla torre.

Io pensavo volesse dirmi che anche se hai le palle di ferro caschi come chi le ha di legno.

Lui invece voleva dire, l’ho capito troppo tardi, che non conta che tu sia chiummo o fiore di pesco.

Cadrai sempre alla stessa velocità.

Ciò che fa la differenza è l’aria che incontri precipitando.

Che ti spinge verso l’alto, l’alto, l’alto.

1984

Remembrance is a form of meeting.

Forgetfulness is a form of freedom. [Khalil Gibran – Sabbia e Spuma]

Nell’estate del 1984 alcuni eventi erano destinati a segnarmi per lungo tempo.

A giugno moriva Enrico Berlinguer, e da quel giorno in casa mia i telegiornali cominciavano a tacere per lungo tempo.

La radio continuava a mandare in onda “E ti ricordo ancora”, brano che riusciva a commuovermi anche se non ne avevo davvero alcun motivo.

Le ragazze erano lungi dal fare il loro prepotente ingresso nella mia vita e nei miei ormoni.

A luglio la critica d’arte moriva, o quantomeno agonizzava, sul ritrovamento delle (finte) teste di Modigliani.

Sempre in luglio, nella cittadina di A., veniva inaugurato il primo (e anche ultimo) acqua park.

L’acqua park era un nome altisonante che stava, in realtà, ad indicare una piscina profonda un metro e mezzo e lunga al massimo sei.

Il sistema di purificazione doveva essere di dubbia efficienza, a giudicare dalle macchie di muschio.

Ma a noi ragazzi di A. sembrava che avessero inaugurato il paradiso.

Con tanto di San Pietro col cappellino a cono in testa, e gli angeli intenti a gonfiar palloncini con l’elio.

Ricordo che alla radio (Kiss Kiss, se ricordo bene) c’era un concorso per vincere due biglietti d’ingresso.

Partecipai, e, ovviamente, persi.

Mio padre, comunque, si offrì di comprare il biglietto e accompagnarmici una domenica di quella estate.

C’era un’afa che mi rendeva solo più eccitato all’idea.

Arrivò la domenica, ed io alle 07.00 ero già in camera dei miei a saltellare “mamma mamma mamma, papà papà papà, andiamo?”.

Mio padre rispose che, ovviamente, le piscine la domenica aprono alle 09.30.

Ed uscì per andare a comprare il pane.

Tornò alle 21.00.

Ero ancora col costume addosso, non avevo cenato né pranzato perché non volevo avere lo stomaco pieno quando sarei finalmente andato a tuffarmi.

Quando chiesi se potevamo andare, lui andò su tutte le furie, mi apostrofò in modi poco edificanti, e con voce sprezzante mi chiese quanto potevo essere tonto se pensavo che le piscine restassero aperte fino alle 21.00.

E così andò in fumo il mio primo tentativo di entrare in Paradiso.

Ritentai la domenica successiva, ma mio padre era a corto di contanti, e i bancomat (disse) di domenica erano chiusi.

I giorni si susseguivano stanchi e sudati, l’estate si consumava lenta come una candela di sego, e ogni volta che passavamo davanti quel cancello verde in ferro battuto che apriva le porte del paradiso acquatico a tutti, tranne che a me, io mi sentivo pervadere da una sorda sensazione di malessere.

Dal finestrino osservavo, tra le sbarre, quei ragazzi tuffarsi dal bordo di mattonelle già sbrecciate in poche settimane di apertura; sbrecciate, suppongo, dalla disperazione e dalla noia di ragazzi sperduti in un paese, come quello di A., dove l’evento più eclatante di una settimana era il rintocco delle campane della Chiesa maggiore.

Ripensando, anni dopo, all’acqua park di A., mi venne in mente che quei ragazzi sembravano volersi tuffare tanto lontano da atterrare in un altro paese, qualunque esso fosse, purché non A., il paese dei morti ammazzati (solo tra i miei amici, contavo due padri finiti a colpi di pistola in pieno giorno, pieno centro).

Ad ogni modo quell’estate non mi riuscì di entrare. Dopo pochi giorni dall’apertura del paradiso olimpionico, andammo nel mitico paese di C., in montagna da mia zia, a consumare ciò che restava di quella candela d’estate.

Ritornati a casa, la stagione della piscina era ormai chiusa.

Aspettai per tutto l’autunno, l’inverno e la primavera, mentre le foglie ingiallivano, cadevano, germogliavano di nuovo, fantasticando sui tuffi che avrei fatto, così originali che tutti avrebbero applaudito, persino il bagnino.

Immaginavo che sul bordo piscina ci sarebbe stato un grande allenatore (erano da poco state celebrate le olimpiadi) che, notato il mio stile unico, mi avrebbe proposto la California e la carriera olimpica.

Ogni giorno leggevo il cartello con su scritto “Prossima Apertura 20 giugno“, e rifacevo daccapo il conto alla rovescia.

Poi, a Pasqua andammo per una settimana da una zia a F.

Al ritorno, in un sonnolento martedì pomeriggio di aprile, vidi una betoniera che colava cemento chiudendo per sempre il primo e ultimo tentativo di aprire un acqua-park ad A.

In pochi giorni, dove prima c’era il paradiso, venne eretto un edificio ad un solo piano, e venne inaugurata la seconda officina meccanica della cittadina di A.

Mia madre notò il mio sguardo torvo quando continuavamo a passare davanti al cancello verde, e si accorse del mio odio verso quello sconosciuto meccanico che aveva ucciso i miei sogni di gloria e tuffi.

Non potrò mai dimenticare quello che un giorno mi disse:

– “Avvo, ho visto quando colavano il cemento, ti assicuro che c’era ancora acqua nella vasca. Nessuno la vede più la piscina, ma io e te sappiamo che c’è, è lì, sotto il cemento, i travetti, i mattoni. Tu puoi andarci a nuotare ogni giorno, anche quando sei a scuola, o a casa. Anzi, stasera dopo cena ci andiamo insieme, però non lo diciamo a papà.”

Quel ragazzino del 1984 è ancora da qualche parte, dentro di me, sotto la coltre di travetti, mattoni e le colate di cemento stratificatesi in tutti questi anni, che compie tuffi stupendi nel primo e ultimo acquapark della cittadina di A.

Me lo immagino galleggiare, le mani intrecciate dietro la nuca, gli occhi tra le nuvole, i pensieri lievi come foglie d’autunno, nostalgiche naufraghe dell’estate trascorsa.

Meriterebbe quantomeno un oro alle prossime olimpiadi.

(s)composizione poetica di pausa pranzo

?. E se il Se si vuoi che vuoi Cosa come duole muore vuole muove Dove sorge sole il sole girasole sempre sempre anche anche te par che Col gambo verso dai conti tramonti conti Se da te a Inchinarsi che Solo lingua Metronomo Battendo il dente indifferente de’ Cosa il solchi alto Più delle altre Se lui stelle

E se il sempre duole Cosa vuoi che muore
Se da il girasole anche vuole Col gambo
par che anche verso te dai tramonti
Inchinarsi Solo lingua a te come Metronomo
Dove Battendo il dente sorge de’ Cosa vuoi
che conti solchi. Se il sole sole conti
Più alto delle altre indifferente
Se lui muove stelle si sempre?

Se il girasole duole
Cosa vuoi che muove
Se da sempre il sole
Col gambo par che vuole
Inchinarsi a te dai tramonti
Battendo il Metronomo
Come lingua
Dove conti dente E anche stelle.
de’ Cosa vuoi che sorge
Se Solo il sole conti
Più alto delle altre indifferente
Se lui sempre solchi
anche verso te si muore?

E se anche il sole muore
Cosa vuoi che conti
Se  da  sempre  il  girasole
Metronomo de’ tramonti
Col gambo par che vuole
Inchinarsi a te dai solchi
Battendo come lingua
Dove il dente duole.
Cosa vuoi che conti
Se  anche  il  sole   sorge
Più alto delle altre stelle
Se lui sempre indifferente
Solo verso te si muove?

Il primo giorno del resto della mia vita

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Il tratto di Via Cavour che va da Piazza Solferino alla riva destra del Po ha la poesia di un sonetto.

Nelle giornate terse, puoi orientarti da un lato con le colline e – girando a 180 gradi – dall’altro con la cerchia alpina.

La toponomastica che si incrocia lungo le terzine di questo sonetto è un fiorire di risorgimento: Via dei Mille, Via dei Fratelli Calandra, Via Mazzini, Corso Cairoli.

Il cielo sta stretto tra i suoi cornicioni e le grondaie che disegnano – prospettiva reale – le linee della via di fuga al tuo sguardo.

A metà strada, passeggiando verso il fiume, un viandante potrebbe voltarsi a sinistra e gettare un rapido sguardo, oltre il parcheggio GTT, ad una delle piazza più concave del mondo.

Appena più concava di Piazza del Campo, molto più di Piazza Plebiscito, incomparabilmente più della Piazza Rossa o di Place de La Concorde.

Forse solo San Francisco ha una concavità maggiore di Piazzale Valdo Fusi.

La mia principessa ha la voce squillante, i passettini affrettati, non smette di parlare.

Ogni tanto mi chiede “Papà sta piovendo un pochino è vero? E’ vero che sta piovendo“?

Come se la verità di una goccia di pioggia potesse esser smentita dal suo papà che per lei, piccina, tutto sa.

La sua gioia mi disorienta.

La mamma tace pensierosa, gli occhi liquidi di chi non è pronto, il braccio libero dalla manina rigido a 90, ridotto ad un inutile gancio appendiborsa di carne e ossa.

Ti ho chiesto se tu volessi salire in braccio per affrontare gli ultimi 500 metri di risorgimento, sperando con tutto me stesso che dicessi sì, fregandomene se tutto questo fosse o meno diseducativo e rischiasse di viziarti.

Il tuo sì squillante e sorpreso (in genere te lo nego più spesso di quanto vorrei) è stato un balsamo.

Varcata la soglia dell’ombroso portone ho scorto con visione periferica un’aula vuota.

Quei banchetti inconfondibili, quelle sedioline, quei festoni di cartapesta, quelle vetrofanie artigianali alle finestre: un rewind sfocato dalla velocità del nastro e poi sbatto violentemente il naso contro un deja-vu che sonnecchiava da oltre 30 anni dentro me.

E’ ora.

Scendi dalle mie braccia e diligentemente, ubbidiente, dai la manina alla maestra.

Mi guardi con gli occhioni di Titti quando vuole ottenere qualcosa, ma le palpebre rimangono eroicamente asciutte.

Senza lasciare la manina della maestra metti l’altra a coppa vicino a quel bocciolo di garofano che è la tua boccuccia, io mi piego verso di te perché capisco che quello è il solito segno di quando vuoi sussurrarmi un segreto.

“Papà, quando fa buio mi vieni a prendere tu?”

Pessima idea leggerti la favola di pollicino alla vigilia di oggi, pessima.

Del resto so bene che tu sempre ti immedesimi nei personaggi, tua mamma non ti perdonerà mai di averle chiesto “prendi una meeeela biancanene” con autentico sghignazzo da strega.

Ma non era facile trovare una bambina con entrambi i genitori vivi. Cenerentola, Biancaneve, Belle, Jasmine, Nemo, Ariel, Pinocchio, una autentica ecatombe di madri.

Certo avrei potuto farti vedere, che ne so, La Principessa e Il Ranocchio ma là muore il papà e mi girano ancora di più le balle, se permetti.

Ti avevo comunque promesso che non avrei mai zavorrato il tuo volo nel mondo.

Certi giorni è così difficile mantenere le promesse.

Quando mi hai posto quella domanda che lasciava trasparire tutta la tragedia che ti avrà sfiorato la mente (facendomi pensare alla Bambina che amava Tom Gordon), ho provato un tuffo al cuore e una voglia matta di tradire quella promessa.

Avrei voluto dire “maestra ci vediamo l’anno prossimo“, poi sciogliere l’intreccio di dita che ti legavano a lei, issarti per la milionesima volta sulle mie braccia, mettere la tua testolina al suo solito posto, nell’incavo tra collo e spalla, sorreggendo a sinistra la tua testolina con la mia destra, il braccio che passa dietro in diagonale intorno alle tue spallucce a proteggerti dagli urti del mondo, e tornarmene sotto le coperte per un milione di giorni ancora.

Quando mi dici, amore mio, che mi vuoi un bene dell’anina avverto netta una forza mareale che non sospettavo neppure di avere dentro, una intensità che brucia gli occhi, un trasporto che oblia tutti i miei organi, li spenge, e non rimane alcun anelito che aliti in me, nessun rumore se non i battiti del cuore.

Ti voglio anche io un bene dell’anina.

E ricordati che ogni giorno della mia vita, al crepuscolo, quando viene buio, io verrò a riprenderti dovunque tu sarai.

Buon primo giorno di asilo, amore mio.

Un regalo conto terzi

unacandelaperte

Zia G. ha avuto una vita che al confronto i miei peggiori problemi sembrano un giro a Disneyland. Zia G. non è mia zia, ma è uguale.

Se Dio avesse scolpito la sua infinita bontà su un pezzo di legno, quel pezzo di legno avrebbe presentato una straordinaria somiglianza col viso di Zia G.

Una donna che, non appena mio padre salpò per altri lidi, insistette per venire ad aiutare mia madre per le faccende domestiche (quasi a gratis), senza arrendersi dinanzi a mia madre che, i primi tempi, le diceva, da dietro la porta, talvolta stizzendo, di lasciar perdere e tornarsene a casa perché non avevamo di che pagarla.

Quante ore ho trascorso con lei.

Tutti i professori, tutti i libri, le lezioni, i master, i corsi della mia vita, non mi hanno insegnato la metà di ciò che mi ha insegnato Zia G.

Nonostante la sua terza elementare e la sua assoluta incapacità di infilare insieme due parole di italiano in una frase.

E io, arrogante e saputello, non smettevo mai di correggerla, come se non fossi stato io il vero ignorante, quello incapace di tradurre il suo linguaggio, la lingua del cuore.

Suo marito – senza tracce di scrupoli né cuore nel petto – l’ha sempre tradita.

Aveva una degenere tendenza all’ira e ad alzare il gomito non solo per bere, ma anche per tatuare lividi su Zia G.

Quante notti ha smaltito la sbronza a casa mia, quand’era un ragazzino, prima ancora di convolare a ingiuste nozze.

Zia G. si sfogava con mia madre, piangeva e – Dio solo sa il perché – incolpava sé stessa di tutto (compresi i maltrattamenti).

Aveva un’autentica dedizione da fervore religioso per il marito.

Si ostinava a giustificarne l’ozio, vanno avanti solo i raccomandati, diceva, il suo Lele era migliore di tutti quanti gli altri.

Non andavano mai in vacanza d’estate, se non per rapidi blitz domenicali (Baia Domizia o Scauri), più tempo in auto che in spiaggia.

Si arrabattava lei in umili lavoretti.

Avrebbe potuto certo guadagnare di più se non fosse venuta per 20 anni a casa nostra 5 giorni a settimana.

Ricordo ancora com’era emozionata quando, anni addietro, il marito le disse di fare le “valige grosse” perché – quell’anno – le avrebbe fatto fare una vacanza da “signora”, un intero mese.

Per due settimane non parlava d’altro, Zia G., quando veniva a casa, sembrava una bambina che per anni avesse visto in TV la pubblicità del Paese dei Balocchi e alla quale, finalmente, i genitori avessero promesso di portarvela.

Giunto il grande giorno, lui l’accompagnò in uno squallido alberghetto in un altrettanto squallido posto di mare.

Non parcheggiò.

Si sporse dal finestrino, e le urlò che lui non sarebbe rimasto con lei e i due figli, senza spiegarle il perché, dopodiché ingranò la marcia e scomparve.

Quando la vacanza finì, lei dovette tornarsene da sola a casa.

Il marito era ben occupato.

Al rientro, G. si ritrovò di colpo senza un marito, con la sua casa occupata – durante la sua assenza – da un’altra donna, e con due figli – uno per mano – da sfamare.

Dopo i primi due giorni trascorsi a casa mia tra fiumi di lacrime, prese in affitto due stanze in un seminterrato lì vicino, per non togliere a lui la possibilità di vedere quando volesse i suoi figli (cioè in pratica mai).

Quando la sua nuova donna, come spesso accadeva, lo lasciava, lei andava a “fare i servizi” nella casa in cui un tempo era stata “padrona”, il milord non poteva certo stare a digiuno, né stirarsi “i panni” da solo, poveretto.

I suoi due figli purtroppo hanno ereditato solo i geni paterni.

Un bel giorno Zia G. venne a casa mia con un gonfiore abnorme dietro l’occhio destro.

La vita, per non farle mancare nulla, le aveva regalato un bel tumore maligno.

Ricordo con quanta ansia e speranza mi chiese se mi sembrava “una cosa da niente” o qualcosa di cui preoccuparsi.

I suoi figli, carogne, diagnosticata la malattia, andarono a vivere dal padre tornando da lei solo quando costui aveva finito i soldi o la pazienza per elargire soldi.

In casa sua non poteva lasciare contante, sarebbe sparito come tante volte era accaduto, per cui depositò sempre i suoi risparmi presso mia madre, sotto forma di BTP.

Mia madre la implorò di riprenderseli e utilizzarli per le cure, ma non ci fu verso.

Non voleva sciupare i risparmi che in 20 anni era riuscita a racimolare per i suoi figli conducendo una vita di stenti.

Prima che si ammalasse, i figli e il marito più volte chiesero a mia madre di ritirare i soldi, spesso avanzando basse insinuazioni.

Mia madre fu irremovibile.

Zia G. le aveva affidato quei BTP da una vita, e solo Zia G. avrebbe potuto ritirarli.

Col progredire della sua vorace malattia, mi vergognavo sempre più dell’orrore che provavo per i segni della malattia, distoglievo lo sguardo e morivo di vergogna, mentre lei non ha mai smesso di guardarmi con amore e ammirazione (chissà mai perché) e moriva di tumore sotto i miei occhi girati dall’altro lato.

Per lei io diventai avvocato sin dal giorno in cui posi la firma sul modulo di iscrizione al primo anno di università, da subito cominciò a chiedermi mille consigli “legali”.

A parte ciò, ero l’unico (oltre mia madre, sempre assente però) tanto colto (si fa per dire ovviamente) da poterle leggere la corrispondenza (povera anima).

Ricordo quando andavo in quel seminterrato il cui ingresso era una porta affacciata direttamente sul manto stradale, sotto la volta di un rumoroso cavalcavia, a due metri dall’unica linea ferroviaria del paese.

Quando transitava il treno l’intera casa veniva percorsa da un micro-sisma.

Di solito passavo per ripararle il suo computer, un vecchio catorcio che le regalai dietro sua richiesta quando vide che ero sul punto di sbarazzarmene.

Sperava, diceva, che col computer i suoi figli aumentassero la frequenza delle visite.

Povera anima.

Se ne andò in 6 mesi dopo atroci dolori, il viso impietosamente deturpato.

Nonostante tutto, continuò a venire a casa nostra fino quasi alla fine.

Il buio l’atterriva, ne provava un terrore atavico.

Mi si spezzò il cuore in mille frantumi quando mi disse un giorno “tengo appaura di morire“.

Anziché dirle che sarebbe andato tutto per il meglio, le chiesi il perché avesse paura di morire (domanda da oscar dell’idiozia).

Mi rispose “tengo appaura del buyo, io a’ buyo non ci voglio stà, quellillà mi mettono sottaterra, io non ci voglio stà lì pecchè è buyo, voglio stà in alto, ma non c’abbiamo il posto e…quellillà mi mettono sottaterra e io a’ buyo non ci pozzo stà”.

Aveva paura del buio, quell’anima di chiare d’uova e farina di nuvole.

Aveva paura del buio.

E i suoi “cari”, in un accesso d’ira, durante le ultime settimane della sua agonia, le avevano detto sprezzanti che sottoterra sarebbe finita, cosa credeva?.

Così, giusto per aiutarla ad affrontare meglio le sue paure.

Ogni giorno fissava i suoi occhi, sempre più chiusi in feritoie di dolore, nei miei e mi chiedeva “E’ overo? Sicondo te è overo?”, riferendosi alle spregevoli minacce di seppellirla al buio.

Le dissi sempre di no, ma mentivo, e le sue paure, infatti, si rivelarono alla fine fondate.

Sarebbe costato troppo comprare un loculo in alto, e i BOT impregnati del suo sudore finirono in un computer, due telefonini, un’auto e poco altro.

Il giorno della veglia funebre, uno dei due figli si avvicinò a me e mia madre.

Dovessi campare mille anni, non potrò mai dimenticare che indossava squallidi zoccoli bianchi ai lerci piedi,  che mi apparvero di un’oscenità grottesca.

L’unica preghiera che seppe recitare fu “quando andiamo a prendere i BOT“.

Quest’anno a Babbo Natale vorrei chiedere un regalo conto terzi.

Solo una cosa per Zia G., perché io ho davvero già tutto.

Una lampadina.

E se nei vostri cuori, stasera, al crepuscolo, trovate 30 secondi liberi, accendetegliela pure voi una lampadina a Zia G.

Carne

Corpi.

Corpi.

Tanti corpi di carne.

Variamente e randomicamente paralleli ad una lunga serie di panche di legno stazzonato.

Chi seduto.

Chi in piedi dinanzi ad un armadietto.

Chi in equilibrio su una gamba, nel tentativo di infilare i pantaloni senza farne strusciare l’orlo sull’umido linoleum.

Corpi che frugano.

Si asciugano.

Si vestono.

Si svestono.

Muscoli che guizzano.

Vene gonfie di fatica.

Chi arriva chi va via.

Sono in questo spogliatoio.

Sudato.

Ancora i guanti addosso.

Guardo questi corpi e mi viene in mente il Corpo di Cristo.

Quel momento della messa in cui il Prete dice questo è il mio corpo.

Vorrei avere i bicipiti di quello lì che ha la faccia da barbaro barista di Bari (se fosse donna potrebbe aprire a buon diritto un bar dal nome onomatopeico, il Bar BarBara di Bari).

Vorrei prendere a prestito fosse anche solo per una sera gli addominali di quell’altro, lì, quella sottospecie di incrocio tra un toro, un cavallo e un rinoceronte.

Ma le spalle mie non le cambio con nessuno, sia chiaro, mi piacciono le mie spalle.

Tanta gente ci si è appoggiata, su queste spalle, e le ha bagnate.

Sono tipo i materassi di nuova generazione, le mie spalle, sono memory foam.

Prendono la forma di chi vi si appoggia e la mantengono a lungo, anche se non certo per sempre.

Sarà perchè soffro di una tremenda sindrome da crocerossina.

Vorrei salvare il mondo intero.

Ricevere lo sfogo di amici, genitori, parenti, amanti, mogli, colleghi, è lo sport in cui modestamente meriterei quantomeno una menzione d’onore alle olimpiadi.

Ascolterei gli altri per giorni.

Non è altruismo, al contrario, ascolto perché mi procura un sottile piacere.

No, non sono sadico, provo empatia per i dolori altrui e molto spesso mi addolorano quanto i miei, che per la fortuna che mi perseguita da quando sono nato son sempre stati sopportabili e mai di dimensioni tali da impedirmi di godere di una tiepida felicità di fondo.

Le vite degli altri sono appassionanti quanto i romanzi di cui mi piace punteggiare – anche solo con una o due pagine – tutte le mie serate prima di coricarmi.

Ascoltare gli altri, dal vivo, spalla a guancia, è una ricchezza immensa, amplia i tuoi orizzonti, la tua intelligenza emotiva, la chimica delle emozioni in 3D, tutti i sensi allertati, non solo la vista, ma l’olfatto, l’udito, il tatto.

Ascoltare con tutti i nostri sensi smuove corde interne, vibrazioni di solidarietà, l’opposto di quanto accade con il continuo bombardamento di notizie di cui stiamo diventando bulimici da un punto di vista sentimentale.

Ingozziamo la nostra vista di stupri, gente trovata morta in casa di cui i vicini han notato la puzza ma non l’assenza, sfregi con l’acido su commissione, rischi tsunami, sfollati, morti ammazzati, affogati, emigrati, tanti tanti tanti morti di cui ci ingozziamo, come fosse un Corpo di Cristo a buon mercato, senza alcuna necessità di previa confessione né di passeggiata domenicale fino alla più vicina Chiesa della parrocchia, ci ingozziamo di morti 2.0 e poi li vomitiamo indifferenti, salvo provare qualche rigurgito d’anima quando una foto particolarmente truce scuote le fondamenta del nostro mutismo empatico.

Toccare un corpo è insostituibile.

Almeno per me.

Spesso il calore di una mano fermata anche prima di sfiorarmi una spalla, a pochi millimetri, mi rinfranca, mi rincuora, mi gonfia i polmoni di un tepore amicale.

Un abbraccio forte, con le mani che stringono le scapole energicamente, il petto che preme sul mio, senza pudori, senza remore, mi entra nel sangue.

Corpi.

Corpi e carne, che peccato solo che siano involucri totalmente opachi alla luce.

Ci impediscono di guardare l’anima, se non spiando da quei due buchi della serratura che dicono siano gli occhi.

Io non posso amare, amore

Quanta strada han calpestato queste scarpe.

Quanti lacci mi han avvinghiato le caviglie lungo il cammino.

In questo mondo che non ci vuole, non ci ammette, tu ci sei.

L’immensità di un sentimento nato tra il pianto, la rabbia, l’indifferenza e la rassegnazione agli aneliti del fato che dispiega le sue ali e ci catapulta su parabole rigide, quella immensità si spalanca sotto i nostri piedi che disegnano arcobaleni alle due estremità del loro ciondolare – penzoloni – sui sogni.

Illusioni ottiche crudeli ci chiamano a camminare nel vuoto, scorgendo boschi vergini e ruscelli sul fondo dei nostri piedi, dove si dice il sangue faccia continue inversioni a U, mentre il cuore continua a pompare senza requie.

Un giorno ci incontreremo – in un mondo di sogno aldilà dei mondi e aldilà dei sogni –  in un roseto fiorito e potato delle spine dei rimorsi e dei rimpianti.

Quel giorno ci incontreremo liberi, abbandonati, nudi e autoimmuni ai nostri stessi sentimenti di cui ci imbeveremo sempre più i tessuti al progredire degli sforzi che compiremo per disinnamorarci, sentimenti di cui ci ammaleremo volentieri senza altra cura all’infuori del morir d’amore.

Come può uno scoglio arginare il mare, come può un ombrello oscurare il sole, come può una nuvola annerire il firmamento, come può una vita anelare a una vita che non gli è data d’esser vissuta.

Non lo so.

Io non posso amare, amore, non in questo mondo, non in questo sogno.

Ma sapere che ci sei rende un senso e un verso al girare di tutte le stelle, quel moto apparentemente senza traguardo alcuno diventa un vettore, e un vettore è una freccia che addita qualcosa, anche se è aldilà dei nostri occhi.

Aldilà dei nostri piedi dondolanti sul fiume del’eternità.

Aldilà dei nostri immuni cuori esausti di vaccini.

Aldilà delle nostre mani.

Dei nostri sguardi.

Dei nostri giorni.


Dei nostri sogni.

E questo che cos’è?

E questo che cos’èeeee?

“A papino tuo, questo è il pigiama di papà, ma lasciami dormire dai rimettiti nel lettone su.”

“E questo che cos’è-eeee?”

“Tesoro del tuo papà, questo è un libro, rimettilo sul comodino e lasciami dormire un pochino…rimettiti nel lettone, vieni sotto le coperte…GENTE GRANDEE GENTE GRANDEE nascondiamoci sotto le lenzuoa forzaaa.”

“E questo che cos’è-eeeee?”

“TESORO DI PAPÀ quelle sono le scarpe che si mettono quando uno deve uscire, perlomeno dal letto, ma NOI VOGLIAMO STARE NEL LETTONE, è vero a papà?”

“E questo che cos’è-eeee?”

“PAPINO BELLO DI PAPA’ TUO CHE TE POZZINO AMMAZZATTE quello è il seghetto alternativo….dove l’hai trovato? Eh….vieni qui dallo a papino…su per favore, non sta bene segare le gambe delle sedie, non alle 7 di domenica ammatina, su su, nel letto, no, non puoi portare il seghetto, e nemmeno i trucioli della sedia”

“E questo che cos’è-eeee?”

“GHHHHHH AMRE NFNITO D PPA’ T’ SPCCO IL MUS…HEM’ questo è il rubinetto del bidet che non dovresti aprire così….su torniamo a…..

“E questo che cos’è-eeee?”

“CUCCIOLOTTO DI PAPA’ TUO BENEDETTO… e quello è il cestino del riciclo della carta, a papino, e non ci dovrebbero stare le mie cravatte dentro, ma perchè siamo venuti in cucina, di là c’è un lettone bello morbido morbido…”

“E questo che cos’è-eeee?”

“Falena….”

“E questo che cos’è-eeee?”

“Lombrico”

“E questo che cos’è-eeee?”

“Tasto allarme Ascensore”

“E questo che cos’è-eeee?”

“NOOOOO papino, che te tocchi il pacco di papà…su su”

“Ahah hai fatto la cacca davanti ah ah”

Non sono mai stato di quelli che mettono in evidenza il pacco con cotone, o scegliendo pantaloni particolarmente attillati. Insomma non ho mai avuto granchè il complesso delle dimensioni, ma sentirmi dire alle 8 di domenica mattina che il mio pacco assomiglia ad un pannolino pieno di merda…

Dai Diari di Abele, Caino, Adamo ed Eva [e di Set] – Parte Penultima

E fu così che Adamo un giorno, all’incirca il 1.000.000.000 a.C., si incamminò lungo la battigia dell’isola dell’Eden con un fascio di foglie di fico in mano.

Lei, signor lettore, sì lei che viene da quel mondo oscuro chiamato blogspot, cosa sta borbottando?”.

“Non era unisola l’Eden! Pure Milton lo sa!”.

Lei ignora che l’Eden era un’isola, non un giardino, dunque?”.

“Avvocatolo, lei sta scrivendo un’eresia, sarebbe bene che si documenti”

Si documenti lei, lettore ingrato, badi bene, in aramaico antico la parola “giardino” ha il suono fonosintattico identico a quello di “isola”, da qui l’inganno tralatizio che  ha portato per secoli le persone (e gli animali, per quanto nessuno di loro se ne sia ancora lamentato né avveduto, tranne me) a pensare al “giardino” e  non all‘Isola dell’Eden. Se non si fosse trattato di Isola, bensì di giardino, Lei crede, o sprovveduto troll, che le mele sarebbero andate così tanto a ruba e che il Signore l’avrebbe fatta tanto lunga per un torso?”.

Tornando all’Isola dei nostri quattro (famosi, loro sì), è un po’ come la storia della similitudine tra (A) la difficoltà per i ricchi di accesso al club del Signore e (B) la (retorica) facilità di infilaggio di un cammello nella cruna di un ago.

Che razza di proverbio sarebbe se non si sapesse – come si sà – che una gomena in una cruna è un passaggio improbabile e difficile quanto l’ingresso di un ricco nel Regno di Osannah, ma sicuramente meno improbabile che vedere cammellate avviarsi verso dune di crune. L’errore si è protratto tralatiziamente per secoli in parte a causa della oralità delle prime fonti, in parte a cagione della scarsa reperibilità in commercio di Amplifòn e cottonfioc nei tempi che han preceduto l’avvento della stampa. Anche in tal caso si trattò di una confusione tra fonemi, quelli di “Cammello” e “Gomena”, sempre in aramaiGo antiGo.

Tornando a Caino, costui, insospettito dal numero di foglie di fico che l’atavico progenitore del genere umano recava in una mano, si mise all’inseguimento a distanza di 500 metri calcolati lungo un’ascissa curvilinea (diremo d’ora in poi a.c., con la c. minuscola per ovvie esigenze distintive da altri ben più noti acronimi).

Abele, bontà sua, decise di porsi all’inseguimento a 500 metri a.c. da Caino, 1000 metri a.c. da Adamo.

Eva, che ne sapeva una più del diavolo e tramandò tale sapienza alle donne (sempre per via orale, ragion per cui ci sono donne che ne sanno un po’ meno di una in più), si pose a 1000 metri a.c. di distanza da Abele, ben sapendo che non c’era alcun rischio di perdere di vista Abele.

Dal Diario di Abele

Babbuccio è con qualcuno! Vedo due paia di impronte…

Dal Diario di Eva

Adamo è con qualcuno!

Lo sapevo, sempre a far baldoria senza di me.

Vedo chiaramente altre due paia di impronte accanto alle sue.

Non sembrano di donna…meno male, ci manca solo che debba ingelosirmi di qualche sgallettata…

Dal Diario di Caino

Il vecchi porco è con qualcuno!

Ma da dove spunta fuori tutta questa gente???

Vedo distintamente 7 paia di impronte oltre quelle di Papà!

E DUE SONO DI DONNA!!!

Il vecchio porco è dedito alle orge!!!

L’ho sempre saputo…

Ah, maiale (porco!) che non sei altro, vedrai, vedrai, cosa ti combino, non solo mi farai uscire la sera ma le tue concubine concu-pisceranno con me ogni sera!

Acceleriamo, facciamoci ora il mazzo ma poi se ne rallegrerà il mio [TESTO INCENERITO].

Dal Diario di Abele

Babbo babbino evidentemente raccoglie proseliti, forse intende fondare una Chiesa?

Vedo tante tantine tantillime impronte…se il computo non mi è fallace, sono ben 12, e 3 di donna!

Fu così che ad un certo punto Adamo scorse Eva, da tergo, perché essendo 2500 metri l’ascissa curvilinea maggiore che si potesse tracciare lungo l’Eden (la circonferenza era appena minore, ma non starò a tediarvi con noie geometriche), lui si trovava a 500 metri a.c. da E. e E. era a 1000 metri a.c. da A. e A. era a 500 metri a.c. da C. il quale era (A) a 500 metri a.c. da A. e (B) a 1000 metri a.c. da E. e (C) a 2000 metri a.c. da (A.) e (D) a 2500 metri a.c….da sé stesso.

Eran trascorsi circa 7.500 metri a.c. prima che si accorgessero tutti che la moltiplicazione delle orme era dovuta non tanto ad un’antesignana parabola dei pani e dei pesci, quanto al loro circolare e reciproco inseguirsi in tondo lungo l’Isola.

Adamo fu, stranamente, il primo ad avvedersene, e immanente gridò “EVA”!

Eva non si girò.

Adamo urlò più forte “EVA” facendo arrivare la voce in alto, fino all’Altissimo!

Eva non si voltò.

Adamo si spazientì (complice un granchio agganciato all’alluce) e proruppe in un boato: “PUTTANA EVA!!!”.

Al che Eva si fermò, si voltò, e rispose “Sì che c’è?”.

Adamo la raggiunse, e dopo poco Caino raggiunse Adamo, e Abele raggiunse Caino, e furono tutti insieme, tutti a 2500 metri a.c. dalle loro stesse terga.

Al che Adamo, rivolto a tutti e nessuno, coma a dire a Uno e a Trino, disse: “Uagliù, ma me fate cagà  per una volta – in santa pace???”.

Dal diario di Caino

10/12/1.000.000.000 a.C. circa 

Pensavo usasse le foglie di fico per masturbarsi, invece era tenera tenderly.

Questo, almeno, è quanto sostiene.

Ma non me la conta giusta.

Nossignore.

No, Signore, non ce l’avevo con Lei.

Non se la prenda, ma non è che tutto il Mondo ruota intorno a Lei.

Dal diario di Abele

12/12/1.000.000.000 a.C. circa

Se potessi farmi prugna prugnetta aiuterei il caro babbo babbino in qualche misura maggiore di quanto non possa essendo semplicemente io, Abele Abelino Abelardo.

E’ rimasto dietro quella palma palmina due secoli seculorum se-cul-ini, e ha usato dopo solo mezza foglia di fico fichetto fichino.

E’ evidente che babbino mangia poca frutta!

Dal diario di Eva

31/12/1.000.000.000 a.C. circa [si andava in bagno solo a capodanno, all’epoca, n.d.avv.]

E ti pareva che non mi lasciava la tavoletta abbassata senza averla alzata!

Dal diario di Set

Si dimenticano tutti del terzo figlio di Adamo!

Me tapino.

Dal diario di Dio

01/01/999.999.999 a.C. [nessun dubbio, qui, sul “circa”, trattandosi del Diario di Dio, n.d.avv.]

Quei 4 sono stati lo sbaglio più grande che potessi commettere.

Anno nuovo, vita nuova.

Giuro su…niente, lasciamo stare, mettiamoci all’Opera:

Componi / Nuova Email da Dio / Rubrica / Noè / imposta priorità ALTA / 

Oggetto: COMPRA DUE BRACCIOLI

[TESTO DELLA EMAIL CRIPTATO]

Lei, lettore, pensavo d’averla eliminata, cosa c’è ancora?”

“Mi chiedevo quando uscirà l’ultima puntata”

“E’ appena uscita”

“Ma il titolo…non era parte penultima?”

“Ci ho ripensato

Dal diario di un uomo qualunque

Il paradiso esiste solo nel rimpianto.

Finché ci abiti, non lo vedi.

Una polla di sorgente che ti inumidisce accidentalmente un piede ti pare una catastrofe.

Poi all’improvviso qualcuno serra i cancelli sospingendoti, passo a passo, fuori, qualcuno dalle braccia inesorabili che afferra il potenziometro dell’Universo e lo ruota all’improvviso in senso antiorario, variando con cadenza logaritmica la luce di tutte le stelle, compreso il sole, tutto il giardino annerisce scomparendo in una inestricabile riga nera, rimane solo una luce direzionale da palcoscenico a stagliare dalle tenebre quell’albero da cui per tempo immemore traevi primizie prelibate d’ogni specie e delle quali, in alcuni giorni che sembravano non finire più, sei giunto un giorno di un qualsiasi eri, persino a provarne noia.

Puoi imprecare contro i dimer, o le braccia inesorabili, contro l’Universo e contro le stelle che si son fatte rabbuiare, puoi imprecare contro una riga nera, contro il telegiornale, contro i profughi, contro i governi, le religioni, puoi imprecare fino a svuotarti le viscere e la testa e il cuore e fino a gonfiarti il fegato e sfiatarti i polmoni, ma un cancello serrato è il solito paradiso perduto di cui ti accorgi sempre e solo il lunedì all’alba. Quando un’altra settimana preme per entrare contromano e ubriaca nel tuo vissuto e tu, anche se vorresti fermarti a quel cancello, e trascorrere i giorni che ti restano seduto sulla ghiaia, con le mani strette a pugni sulle intersezioni tra piantini verticali e il tubolare orizzontale, le ginocchia incrociate, la fronte sulle mani e gli occhi fissi su quell’albero perduto per sempre, anche se vorresti fonderti tra zinco e ferro battuto, sai che è ormai mattina e ti tocca voltarti e tuo malgrado andare a sudarti il pane come ogni mattina per te e i tuoi figli, ti tocca dimenticare quello che hai perduto e “mantenere la testa quando tutti intorno a te la stan perdendo addebitandoti la perditaavere fiducia in te stesso quando tutti dubiteranno di te, tenendo però in considerazione anche i loro dubbi, sognare, senza fare del sogno il tuo padrone, confrontarti con Trionfo e Rovina, e trattare questi impostori esattamente allo stesso modo, guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte, e piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi, fare un solo mucchio di tutte le tue fortune, rischiarlo in un unico lancio a testa e croce, e perdere, e ricominciare di nuovo dal principio senza mai un sospiro per quel che hai perduto, serrare il tuo cuore, tendini e nervi nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti, e tenere duro quando in te non c’è più nulla se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”. E tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa, e — quel che più conta — sarai un Uomo.

Figlio mio.”

Se.