Hanno abbattuto un albero (e non è il pisello di GiggiFavella detto GigiPisello)

Hanno abbattuto un albero.

Viveva da tempo immemore nel parco della rimembranza.

Offriva l’ombra della sua ampia chioma a due non-più-ragazzi.

Adoravano entrambi stendersi sull’erba, in pausa pranzo, dopo aver preso qualcosa al chiosco o uno yogurt in strada.

Si definivano entrambi omosessuali, scherzando, perché lui era tacciato da tutti di eccessiva femminilità (succede quando piangi al cinema, raccogli fiori e ne fai mazzetti da appendere alla bici, etc.) e lei, al contrario, di eccessiva virilità (succede quando ami le moto, ne capisci pure, risolvi problemi informatici, fai battute da scaricatore di porto, etc.).

Omosessuali, quindi, perché lei cominciò ad amare lui e la sua parte femminile in particolare, e, inconsapevolmente, fu biunivocamente corrisposta da lui che febbricitò di passione per la parte virile di lei.
Omosessuali e fedifraghi si definirono, per celia, quando lei (chi sennò, visto che era lei l’uomo della situazione e lui non avrebbe mai azzardato) svelò quel che era evidente all’universo intero tranne che a loro due.

Spesso capitava loro di provare la nostalgia per Ottobre ad Agosto.

Quando sei in spiaggia, e arriva uno scroscio violento, torni verso casa (che d’estate non è mai casa) e osservi le gocce larghe, distinte, impregnare di ombre l’asfalto, e sembra che di gocce ne cada una alla volta e provi magari a osservarle tutte, e dopo poco l’asfalto emana effluvi, quell’odore inconfondibile, e i rivoli residui di acqua in strada riflettono il rosso sangue dei fanalini di coda di auto in transito, e tu respiri, e ti incanti su quel file rouge, e ti tiri le maniche del maglione fin sui palmi agganciandoli con i polpastrelli; in quel preciso istante, intendo quando quel brivido di freddo ti farà scuotere piano i muscoli come a scrollarti di dosso qualcuno, pensi ad Ottobre, e ti viene quasi nostalgia, una nostalgia al rovescio, non del passato, ma del futuro che sembra, in quell’agosto afoso, non possa arrivare proprio mai.

Hanno abbattuto un albero, e i suoi frutti sono rimasti inerti al suolo, a marcire d’inedia.

L’hanno abbattuto le convenzioni sociali, il dovere, le scelte premature, le strade a senso unico imboccate senza conoscerne la destinazione, ma più di tutto forse il pregiudizio e l’orgoglio.

Due galassie, microcosmi dove tutto accade, e ogni corpo celeste influenza, per mezzo di sottili fili di gravitoni,  tutto l’universo, due galassie sono state spinte da un’oscura forza anti-gravitazionale lungo nuove orbite, allontanandosi lungo cerchi concentrici sempre più disassati e disallineati, i rispettivi fulcri sempre più lontani, disperdendo la propria luce nello spazio buio e inerte del tempo, che scorre come un grande fiume, trascinando via palazzi, strade, ombrelli, fermate della metro.

La memoria è pazza, non ha il minimo senso delle proporzioni e del valore intrinseco degli eventi.

Conserva fatti irrilevanti, un abbraccio, una frase senza senso, un particolare che nel momento in cui si è manifestato non aveva il minimo valore e nessuno avrebbe potuto immaginare che quel piccolo, insignificante, minimo starnuto della vita stava per essere scolpito in una stalagmite indelebile, mentre tutto il resto stava per esser spazzato via dalla corrente del tempo.

Hanno abbattuto un albero, ma stranamente lì dove giaceva la sua ombra non batte più il sole.


Post ispirato (ispirazione è un termine forse pretenzioso, ma non mi venivano in mente sinonimi inferiori) da una poesia di Zindzi Mandela, secondogenita dell’imperituro Nelson, all’epoca della poesia poco meno che adolescente.

Poesia scritta mentre il padre di Zindzi marciva in galera ingiustamente e nessuno avrebbe scommesso un solo soldo bucato sulla sua liberazione (ad onor del vero neppure sulla sua sopravvivenza all’inverno entrante).

Un piccolo, banale, retorico esempio, direi memento, circa la relatività di ogni problema che possa abbatterci, noi alberi al vento, noi “isole nella corrente” che ci angosciamo per un’onda di due metri, ma da millenni siamo sempre qui, a naufragare navigando senza rete.

Questo il testo.

Hanno abbattuto un albero

di

Zindzi Mandela

dalla raccolta “Black as I am” (Nera come sono).

A tree was chopped down

and the fruit was scattered

I cried

because I had lost a family

the trunk, my father

the branches, his support

so much

the fruit, the wife and children

who meant so much to him

tasty

loving as they should be

all on the ground

the roots, happiness

cut off from him

Hanno abbattuto un albero

e ne hanno sparso i frutti

ho pianto

perchè avevo perso una famiglia

il tronco, mio padre

i rami, il suo sostegno

così grande

i frutti, la moglie e i figli

che tanto hanno significato per lui

gustosi

amabili come devono essere

tutti per terra

le radici, gioie

gliele hanno tagliate via.

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205 thoughts on “Hanno abbattuto un albero (e non è il pisello di GiggiFavella detto GigiPisello)

  1. hahaha hahahaha invece menteminima non sai che nostalgia mi scatena il tuo commento! Nel vecchio blog AD OGNI post c’era qualcuno che lo diceva e io mi sbellicavo sempre 😀 AvvoInNostalgyModeOn

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  2. È che tu scrivi proprio bene… E dai spunti di riflessione davvero notevoli…
    Mi chiedo come poi nei commenti vada tutto in vacca. Bah… 😉

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  3. Aridi e senza una terra
    siamo poveri
    senza piu’ radici
    noi non siamo liberi
    liberi di fare sogni
    e di volare via
    oltre queste case
    dove sono gli alberi
    Alberi ca’ frutta ‘a coppa
    e nuje stammo a’sotto
    e tu ce arripare
    quanno ce sta ‘o sole o chiove
    alberi tagliati
    comme se tagliano
    ‘e mele
    sento ‘nu bisogno ‘e me
    e’nu bisogno ‘e te
    C’erano le foglie
    sparse al vento e poi
    appriesso appriesso
    insieme a loro
    c’eravamo noi
    appriesso appriesso
    stammo aspettanno
    ca’ turnammo ‘a casa
    stiamo aspettando
    chi ci abbraccera’
    e come alberi feriti noi
    stiamo perdendo
    luce lentamente noi
    e stiamo male
    e ci ritroviamo poi
    sempre piu’ soli e lontani
    sento ‘nu bisogno ‘e me
    e appriesso appriesso
    sento ‘nu bisogno ‘e te
    e appriesso appriesso
    sento nu’ bisogno ‘e nuje
    alberi sull’autostrada
    si allontanano
    quando imparero’ ad amare
    io li seguiro’
    alberi tagliati
    comme se tagliano ‘e mele
    sento ‘nu bisogno ‘e me
    e ‘nu bisogno ‘e te
    C’erano le foglie
    sparse al vento e poi
    insieme a loro
    c’eravamo noi
    appriesso appriesso
    stammo aspettanno
    ca’ turnammo ‘a casa
    stiamo aspettando
    chi ci abbraccera’
    e come alberi feriti noi
    stiamo perdendo
    luce lentamente noi
    e stiamo male
    e ci ritroviamo poi
    sempre piu’ soli e lontani
    sento ‘nu bisogno ‘e me
    e appriesso appriesso
    sento ‘nu bisogno ‘e te
    e appriesso appriesso
    sento nu’ bisogno ‘e nuje
    appriesso appriesso
    appriesso appriesso
    appriesso ‘a te

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  4. Ora, seriamente, uno dovrebbe 1) non leggere il titolo 2) non leggere i commenti 3) non leggere il nick del blogger 4) non guardare l’avatar
    E allora sì, sarebbe un testo divino!
    Ma c’è anche tutto il resto, mannaggia 🙂

    Però bel testo, m’ha commosso anche un po’ quest’albero.
    ciao

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  5. La poesia è molto bella ma io sono sconcertato, tu e gigifaggella vi citate nei testi e poi scrivete cose serie, anche cose belle. Se fate ridere e fate cose belle un blog come il mio diventa sempre piú inutile. Dovrò pensarci.

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  6. Non mi va di scherzare su un post così toccante. E non mi va di usare paroloni altisonanti per definirlo. Dirò che è bello, così semplicemente, perché la vera bellezza è semplice, sotto gli occhi di tutti.

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  7. Non ti conosco per niente e pur leggendo qualche articolo a destra e manca non sono ancora riuscita ad inquadrarti, ma le tue riflessioni, in particolare in questo post, mi hanno fatto un’impressione gradevolissima. In particolare mi è piaciuto molto anche il pezzo dove parli dell’acquazzone, delle gocce che impregnano di ombre l’asfalto, della nostalgia improvvisa per un’altra stagione… bello, veramente bello.

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  8. ciao caro, è un bellissimo pezzo. ti ringrazio. sai una volta ho cercato di uccidere un albero. non mi sono mai pentita abbastanza. ma ho cercato di ucciderlo. un noce di cinquant’anni. mi vengono i brividi. ho cercato di uccidere un noce meraviglioso. grazie al cielo o ai santi o alla natura stessa, ha vinto lui. a metà del delirio sono rinsavita. mi sono fermata. mi sono chiesta che cosa stessi facendo. i noci sporcano. sporcava il vialetto della casa nuova, ci crederesti? lo stavo uccidendo perché sporcava il vialetto. ho vissuto tre anni in quella casa, godendo ogni istante della sua ombra e della sua vita. finché l’ho lasciata, ho cambiato vita e tempo e sono venuta a stare qui. a bologna. e lo sai la cosa più terribile? ci sono tornata, poco fa. e l’albero non c’è più. hanno fatto i nuovi inquilini quello che non sono stata capace di fare io. e tu scrivi bene. sei bravo. in pezzi come questi non sembri affatto il cazzone che sei, no, anzi, scusami, volevo dire esattamente il contrario: in pezzi come questi demolisce il cazzone che è in te. salti fuori come uno squalo dall’acqua. o un’orca assassina. l’hai mai vista un’orca saltare fuori dall’acqua con la foca in bocca? ecco il tuo ego è questo. salti da orca figo e da orca cazzone. mi piaci in ogni caso. ti adoro e ti abbraccio.

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  9. E’che da uno con la parruca rosa non te l’aspetti.
    E quindi poi sembra come essere messi sotto tra un treno merci.
    (come vedi, hai la risata profonda come un pozzo. che se mi sporgo e ti chiamo mi rispondi dopo sei giorni).
    Della sensibilità profonda di una risata ad intermittenza, e altri luoghi impossibili.

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  10. Avvocatolo, io non so come tu sia e non riesco mai a leggere tutte le centinaia di commenti ai tuoi post, inizio e poi mi perdo e poi dico ma anche no….ma il punto sono i tuoi post, dolci, toccanti alcuni e tremendamente demenziali e divertenti altri… Mi piaci così tondo e sfuggente 😉

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    • MISSIS BIIIIIIINN ‘scolta me: i commenti di SUPERIDIOT si leggono a balzelloni, una riga sì e sette no.

      fidati, funziona lo stesso (ed è un complimento, ma un po’ sottile, non so se si capisce)

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      • Esatto, ma io parto impegnandomi e poi inizio a leggere a balzelloni e poi mi dico che è troppo per me 😉 però alla fine sto avvocatolo ci piace così con tutto sto contorno. Ciao Ginevra, piacere di conoscerti!

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  11. La poesia di Zindzi è molto toccante e tu hai avuto una buona ispirazione, perché questo è un post che fa riflettere a come questa società sia distorta, nonostante i millenni trascorsi…
    Sono di buona speranza e forse un giorno ci arriveremo a non “tagliare alberi”… si comincia con lo smettere a strappare margherite per fare m’ama non m’ama…
    Si comincia con l’imparare a dare e a volere il rispetto… anche nelle piccole manifestazioni…
    Piccoli semi di bontà e giustizia.
    Grazie
    Ars

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  12. Sorvolando sui vari piselli…cazzo stà poesia è meravigliosa, il suo significato è meraviglioso….la radice, l’Africa che vuoi o non vuoi è madre di tutti noi (ne sai qualcosa per caso? ;-)…mi sa di nostalgia coperta con lìironia che ti contraddistingue, ma non ti nasconde. Mi piace quello che scrivi. Buona notte.
    PS (l’albero però mi piace pensare che non ha nulla a che vedere con quello dell’Expò…)

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  13. Anche se sono stato inopinatamente citato nel titolo di un post così bello e significativo, mi sento di farle i complimenti, esimio. il contenuto è veramente toccante….quasi illuminante (faro a parte). Riesci sempre a spiazzare il popolo….
    Non ti nascondo che appena ho letto il titolo stavo controllando la competenza territoriale per la diffamazione a mezzo web…pare sia argomento dibattuto….lei mi insegna…ahahahahaha

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