Per chi ha voglia di piangere

Trovo questo video straordinario.

Per ovvi motivi di solidarietà e di immedesimazione, il papà di questo video mi ha fatto commuovere in modo oserei dire poco dignitoso.

Lacrime da sbucciamento di cipolle per un reggimento intero (di cinesi).

Quel momento in cui abbandona il suo tutore per fare gli ultimi metri DA SOLO, lui e l’urlo della folla, quel momento di eroismo, mentre il papà lo segue da dietro come un angelo custode, e vede il figlio cadere, non un figlio qualsiasi, ma un figlioletto di 8 anni affetto da paralisi cerebrale, lo vede cadere e non muove un dito per alzarlo, per soccorrerlo, e tu lì per lì pensi guarda che stronzo, a te viene voglia di alzarti anche se sai che è un video, mica puoi davvero aiutarlo tu, ma il piccolo si rialza e continua verso il traguardo, e tu fai il tifo, è inevitabile, non puoi farne a meno, e lui ricade, e stavolta non ce la può fare a rialzarsi, è caduto tuffandosi in avanti, non ha più forze, tu salti sulla sedia e bestemmi e pensi AIUTALO AIUTALO AIUTALO che è stremato, il triathlon per un bimbo di 8 anni con paralisi cerebrale, porcamiseria, che ti è saltato in mente a te, papà, è troppo, AIUTALO, AIUTALO, AIUTALO, ALZALO, ma niente, il padre aspetta, il fotografo non sa neppure se sia il caso di intervenire lui o continuare a scattare, e allora il piccolo si puntella sulle braccine esili, gracili, due grissini snodabili, si rialza e porcaputtana se non taglia da solo quel traguardo.

E quell’abbraccio.

E quelle lacrime del papà che sono di tutti i papà (ma anche le mamme) del mondo.

Se siete dei papà, prima di pigiare play, procuratevi un pacco scorta di kleenex.

Lo stesso vale per le mamme 1, donne che non siano né mamme né papà2, e insomma: per chiunque abbia un cuore nel petto che batte come Unieuro (forte, sempre).

Amministratore Dimissionato (Amministratore di-missionario – vedi nota)

DRIIIIIIINN. Diri DIRIdIRI DRIIIIIIIIIIiINNNDIRI DIRI DR

PRONTO?”

“Dove sei?”

“Alla fine del filoA del telefono…dove vuoi che sia, hai chiamato il mio interno…”

“Si, già, senti vogliamo dismettere un amministratore, mi mandi due righe su tempi, modi e adempimenti?”

“Che intendi per dismettere? Si dismettono le attività, mica gli amministratori”

“Lo vogliamo far dimettere”

“Forse ti sfugge che le dimissioni, by definition, sono un atto spontaneo”

“Eh noi spontaneamente abbiamo deciso di farlo dimettere”

“Non funziona così. Se la decisione la prendono i soci, si chiama revoca, e non sono dimissioni spontanee, anzi non sono proprio dimissioni, ma revoca”

“Chiamala come ti pare, che dobbiamo fare per dimetterlo?”

“Aridaje, non puoi “dimettere” un amministratore, o si dimette lui di sua spontanea volontà, o lo revocate”

“Fa differenza?”

“Beh se si dimette quasi sicuramente non gli dovrai corrispondere somme”

“Mentre invece se lo dimettiamo noi?”

“Cosa è che non hai compreso della frase ‘non è possibile dimettere un amministratore’?”

“Si si hai capito che intendo, non fare il filosofo, se lo facciamo dimettere spontaneamente che cambia rispetto alla revoca?”

“Non puoi farlo dimettere ‘spontaneamente'”

“Ma insomma non possiamo fare niente? Il solito Paese dove è vietato persino pestare i barboni”

“Potete revocarlo”

“E che differenza c’è tra le dimissioni e la strada della revoca – diciamo – spontanea?”

 

“Spontanea o no, quella della revoca è una strada onusta di prebende3

“…”

“Tu Ovviamente non hai la più pallida idea, tu, di cosa voglia dire onusto”

“Se è per questo nemmeno prebenda…”

“Devi cagare 5 un sacco di grano”

“Ok, ok, chiaro, allora preferiamo la strada delle dimissioni spontanee”

“Mi fa piacere che preferiate questa strada ma, scusa la domanda, lui lo sa che vuole dimettersi di sua spontanea volontà?”

“No ma un sacco di gente non sa quello che vuole…insomma mi dici che dobbiamo fare per farlo dimettere spontaneamente?”

“Ora te lo dico un’altra volta, non puoi obbligarlo a dimettersi spontaneamente! E’ un nonsenso!”

“Allora mettiamo che si dimette spontaneamente senza che lo obblighiamo, diciamo che glielo ‘suggeriamo’ e…”

“….suggerite con o senza fucile?”

“…non mi interrompere…mettiamo che glielo suggeriamo e che lui accetta il suggerimento….che dobbiamo fare?”

“Dovete nominare un altro amministratore, mi pare abbastanza logico, no?”

“Che iter dobbiamo seguire? Che tempi ci sono?”

“Beh, quando sei sicuro che si dimetterà spontaneamente e con le gambe intatte, devi convocare un consiglio di amministrazione, aspetti 8 giorni, quindi si riunisce il consiglio, prende atto delle dimissioni, nomina, anzi coopta un nuovo amministratore, e alla successiva assemblea ratifichi la nomina, poi ci sono le comunicazioni al registro imprese, a casa madre, etc.”

“Benissimo, senti le dimissioni deve darle prima del consiglio o possiamo azzardare e prenderne atto in sede di consiglio?”

“No, non c’è bisogno di dimissioni prima del consiglio, queste possono avvenire anche durante la riunione”

“Bene, faremo così, prendiamo atto delle dimissioni durante il consiglio, mi piace questa soluzione, senti, nei destinatari della convocazione non mi ci mettere il dimissionario, eh”

“Perchè?”

“Beh, non vogliamo mica che sappia delle sue dimissioni prima della riunione dove lo dimettiamo?

Stando a quello che c’è scritto sul nostro sito, milioni di clienti nel mondo hanno scelto noi.

Non c’è scritto – tuttavia – perché mai l’abbiano fatto.

E comunque ciò dimostra solo un fattoB.


Che nel mondo ci sono milioni di persone che scelgono un po’ a cazzo2.

SEGUONO DUE NOTE TRADIZIONALI (A E B) – PER QUELLE NON-TRADIZIONALI VEDERE PRIMO1 COMMENTO.

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A4. IN  REALTA’ ERO  POCO   OLTR IL  FILO  PRECISAMENTE  DOPO        CORNETTA

B. IO  POSSO OSARE  AZZARDI GUA  RDATE  NEL  PIMO  COMMENTO  LA  MI PROPOSTA

L’altra parte della faccenda, meno romantica

Note

 


0.   Qualcuno (per sapere chi vedi nota 00) qui sbiancherà per 2½motivi.

 

1.  1° perché quel qualcuno (rivedi nota 00) non ha mai osato anteporre le note al testo, come in questo post che contiene volutamente solo una nota “zero” (cioè la nota 00)) a simboleggiare l’inizio di una nuova Era nell’esplorazione delle note, con un rimando ad altre 22 note di cui 11 nota è questa presente nota n. 11 (per sapere di quale nota parlo vedi nota 11).

2. 2° perché quel qualcuno (già sapete chi dalla nota 0000000000) non riuscirà ad anteporre le sue note al testo – con formattazione giustificata – con il mark-down, mentre io l’ho appena fatto.


Io: “Muoviamoci, che Genova27 arriva in 4 minuti”

Fidanza: “Dai, c’è tempo, 1 minuto e scendiamo”

Io: “Non ti agitare”

Fidanza: “Non sono agitata, tu dàtti una calmata”

Io: “Ok, niente agitazione, non mi agito, ma tu non ti agitare. Scendiamo dà”

Fidanza: “Stai calmo”

Io: “Non ti agitare, ti prego”

Fidanza: “Non MI agitare!”

Io: “No, non ti…stai calma…”

Arriviamo dove dobbiamo arrivare.

15 minuti dopo…

Io: “A che ora era?”

Fidanza: “Alle 15:000

Io: “Ora vado a parlare con la segretaria, non é possibile che uno prende appuntamento e poi deve fare anticamera, aspettare turno, ma allora che ho prenotato a fare, paghiamo fior di fior di…”

Fidanza: “Non cominciare…”

Io: “Ma tu sei incinta, non dovresti fare la fila”

Fidanza: “Se non te ne sei accorto sono TUTTE incinta, siediti e aspetta, dopo ci devo venire io ogni mese qui, non metterti a questionare”

Io: “Ok, peró non é giusto…ora non ti agitare…”

Fidanza: “Non MI agitare! E non cominciare con le domande, lascia in pace alla ginecologa quando entriamo, datti un contegno, capito?”

Io: “Capito…ma nemmeno una domandina una?”

Fidanza: “Niente domande, quello che ci deve dire ce lo dice lei senza che chiediamo, non fare al tuo solito, non fare battute, non socializzare e soprattutto NON fare domande, quello che hai letto su internet la mia ginecologa non é tenuta a confutarlo né confermarlo, insomma.. ni-en-te do-man-de, intesi?”

Io: “Intesi, niente domande, non faccio domande”

Fidanza: “Assolutamente, niente domande”

Io: “Mi avvarrò della facoltà di non porre domande, tranquilla, non faccio domande”

Fidanza: “Non fai domande, nossignore, niente domande”

Io: “Giuro, niente domande, non ne faccio neppure una”

Fidanza: “Zero domande”

Io: “Niente domande, bene”

Fidanza: “Bene”

Io: “Fantastico…ma non ti agitare”

Fidanza: “Non MI agitare…”

Ginecologa: “Allora…innanzitutto complimenti, voi siete gli amici di Grea, vero?”

Io: “Puó mangiare la ‘mpepata di cozze?”

Fidanza: “Avvoo”

Io: “É vero che non puó mangiare patate esposte alla luna? Ma la amuchina é meglio del bicarbonato? Il caffé è vero che é vietato come il piccante, le spezie, la carne cruda, di maiale, i crostacei? É vero che é meglio dormire sul fianco destro? Lei che ne pensa del parto in acqua? E la diagnosi non-invasiva prenatale genetico-chiromantica? Amniocentesi sì o amniocentesi no?”

Ginecologa ignorando tutte le domande in blocco: “Si spogli pure lí”

Io: “Ma conosciamoci prima un po’ meglio tesoro”

Ginecologa (che non ha colto minimamente l’ironia): “Lei no, puo’ rimanere vestito e anche zitto, se riesce”

Io: “Il sesso è vero che è vietato dopo il 3°3 mese?”

Ginecologa: “E’ troppo tardi per i divieti, mi spiace per sua moglie”

Io: “Glielo dica anche lei che deve mangiare per due, sono in due, no? O è gemellare? Ma non è che da lì dentro il bambino mi vede il coso se faccio sesso “spinto”?”

Fidanza: “Avvo…AVVOOO”

Io: “Il sesso alla missionaria è vietato, vero?”

Fidanza: “AVVO ti supplico!”

Praticante ginecologa si infila un guanto e prende uno strumento che somiglia ad un vibratore dimagrito.

Ci spalma sulla punta una sostanza che somiglia a grasso per catene, solo di un colore azzurrognolo.

Infila il vibratore anoressico in un posto intuibile, e su un antiquato e cubico monitor sgangherato appaiono linee grigio topo su sfondo nero (ecco dove sono finiti i vecchi monitor del commodore 64…).

Io: “Quanto é alto?”

Praticante (ignorandomi e rivolgendosi alla ginecologa): “Liquido amniotico abbondante”

Io: “E’ buono o male, abbondante?”

Praticante: “Collo dell’utero chiuso”

Io: “Come esce allora?”

Fidanza: “Avvo per piacere!”

Io: “É maschio o femmina?”

Praticante: “Non so se si riuscirà a vedere, considerando che é alla QUINTA settimana…”


Nota sborona

3 .   Avrei potuto esagerare aggiungendo una nota DENTRO il testo, né prima (come mai prima d’ora fatto da nessuno) né dopo il post, tra le altre cose, ma non mi pareva il caso di infierire Ω.


Io: “Come faccio a esser sicuro sia mio? Dall’ecografia si vede?”

Ginecologa: “No, ma le basta aspettare”

Io: “In che senso, scusi?”

Ginecologa: “Lei aspetti che cresca, se crescendo somiglierà sempre di più ad uno stronzo, è suo (cit.)”

Fidanza: “AVVOOOO-OOOO…ecco…lo sapevo…”

Io: “Si vede? Eh? Si vede?”

Ginecologa: “É la sua prima gravidanza?”

Io: “Si vede, allora? Allora, eh, si vede?”

Ginecologa, facendo sfoggio di un sorriso della serie “mo ti sistemo io”: “Sentiamo il cuoricino”

Praticante pigia un tasto sulla macchina infernale collegata al monitor del commodore 64 e al vibratore deperito.

Tum tum tum tum tim tum tim tum tum tum

Tum tum tum tum tim tum tim tum tum tum tu

La ginecologa la sapeva davvero lunga.

Ho smesso di porre domande.

In quel suono ancestrale, in quel richiamo che sembrava provenire dalle viscere di Stonehenge, in quei dieci secondi ho trovato risposta a tutte le domande, anche quelle che non sapevo di aver mai avuto dentro.

Nel blu dipinto di blu

Penso che un giorno e un sogno così non ritorni mai più.

Quel giorno.

Quel giorno eterno.

La luce di quel giorno.

Dio, la luce di quel giorno.

Quella luce gialla, anomala, l’aria tinteggiata di sabbia sahariana, come prima di una tempesta in una giornata afosa.

Quella maledetta riunione fiume.

11 persone venute da ogni dove, bimba mia.

Il boss che non aveva letto una riga del contratto da 60 pagine, unica copia nel mio pc e in una chiavetta USB.

Tutto da negoziare con la controparte, società in ristrutturazione che, secondo l’anomalia tutta italiana da deontologia allo specchio, pagava le parcelle a noi, consulenti delle banche.

Bimba mia, tu stavi per arrivare ed io sudavo in un’aula due piani sotto terra.

Pratica troppo importante per ottenere un rinvio, nonostante avessi espresso il timore di perdere il primo appuntamento con te, bimba mia.

Niente da fare, gli affari non hanno cuore.

Un paio di rappresentanti di due banche di minoranza erano in ritardo.

Mi rivedo ancora accendere il pc, collegarlo al proiettore, infilare la spina, sbattere frenetico le gambe con gli spasmi trasmessi a tutto il corpo, aprire il file, richiudere lo schermo spingendolo secco con una mano, consegnare platealmente, stendendo il braccio, la chiavetta USB al boss, e nello sbigottimento generale annunciare “Devo andare, ho una figlia che sta per nascere”.

Quanto me l’ha fatta pagare la carogna.

Ma fu un prezzo davvero irrisorio, non voglio neppure parlarne.

Una corsa in taxi.

Ogni semaforo un pugnale conficcato dritto nel petto.

Ogni singolo giro di pneumatico un rullo compressore sulle mie viscere.

Arrivo a casa e la mamma spalanca gli occhi chiedendomi “come diavolo facevi a sapere….?“.

Le contrazioni appena iniziate.

La corsa ovattata in ospedale, guidando sulle uova.

Quell’alba dopo quella notte.

Quella del primo raggio di sole che premeva per entrare dentro quella stanza esposta ad EST, infilandosi tra le persiane metalliche.

E tu che pulsavi tra le mie mani per uscire fuori, pulsavi come un quasar, l’energia sprigionata pari a centinaia di galassie puntiformi, condensate.

La vista che mi si annebbia, e tu, luce.

Non è poesia, bimba mia, ricordo proprio così, come se qualcuno avesse girato il dimer di Dio sfumando e abbassando la luminosità al mondo intero tranne che al tuo piccolo corpicino caldo e tremulo come una foglia che si stacca dall’albero (piantato nell’altrove da cui provenivi dopo 9 mesi di apnea) e si tuffa sulla terra.

Quel cordone che ho reciso come il gambo del più raro fiore senza svenire, contro ogni pronostico familiare.

Bimba mia, piccina mia.

Pensavo sarebbe stato stupendo averti tutta per me e prevedevo un amore sconfinato, egoista, spavaldo e avido di possessione verso le tue manine che sognavo da mesi.

E invece.

Stupore di una scoperta inimmaginabile.

Quel giorno, più tardi, dopo il bagno nelle acque liquide e limpide dei tuoi occhi grigioverdi, sono in strada, ad asciugarmi ancora la gioia dal volto.

I solchi delle mie mani riempiti dai fili di mille palloncini satolli di elio.

Apro lo sportello e un palloncino vola via dalle mie mani, rapito dal vento.

Era il più elaborato, pieno da scoppiare, l’unico col tuo nome a caratteri cubitali.

Lo osservo salire su, non distolgo lo sguardo neppure quando un colpo di vento lo fa passare sul sole (tu, bimba mia, piccina mia, splendida eclisse di una stella che eclissa il sole), lo osservo salire, e salire, sempre più su, lo fisso inebetito volare nel blu dipinto di blu, finché riesco a scorgerlo, fino a quando si confonde coi lineamenti del cielo e sparisce chissà dove.

Mi è parsa quella parabola balistica la simbologia dell’averti messo al mondo.

Non c’entrava nulla l’egoismo, la possessione, l’agognare il tuo amore incondizionato ed esclusivo.

La verità è che ti ho (abbiamo) donato al mondo.

Non sei mia, non lo sei mai stata, non lo sarai mai.

Posso solo starmene coi piedi per terra, col gomito appoggiato al tettuccio dell’auto, a riempirmi gli occhi del tuo volo nel cielo del mondo dove ti hanno messa mamma e papà, o forse Dio, chi lo sa.

E finché questa vita e questa terra accoglierà i miei piedi, rimarrò sempre inebetito a guardarti volare sempre più su, e, lo so, lo so benissimo, sempre più lontano dalle mie braccia che oggi hanno il privilegio di cullarti ogni notte, ogni giorno, di abbracciarti ogni dove, ogni quando, ogni sempre, un sempre che so non esser per sempre, ma è qui ed ora, hic et nunc, ed è eterno finché dura e lo sarà anche dopo che sarai volata al di fuori della campata delle mie braccia.

E sarà magia.

Come quando sorridi e mi chiedi chi c’è dentro il palloncino che lo spinge su, e io ti dico che c’è un mago piccino piccino che soffia.

E tu non hai nessun dubbio che sia così, perché tu sai che c’è magia.

E ridi e sbatti le mani e saltelli di gioia e saluti il mago che vola via.

E sarà magia, bimba mia.

Sarà magia, vederti salire così.

E ti giuro che quel filo, appeso a quel palloncino che vola nel blu, dipinto di blu, rapito dal cielo infinito, io non lo tirerò mai giù.

E quando questa vita e questa terra non sarà più sotto i miei piedi, di questa vita e di questa terra non avrò alcuna nostalgia, e se potrò ancora guardarla, questa vita, dall’altro lato del blu, di questa vita mi mancherai soltanto tu.

Perché per quanto in alto tu possa volare, bimba mia, piccina mia, e per quanto lontano da questa terra possa trovarmi un giorno tra miliardi di miliardi di anni luce, io continuerò sempre a sognare negli occhi tuoi belli come un cielo trapunto di stelle.

E questa è tutta per te.

Odio i milanesi (avvocati e non)

L’avvocato milanese adora gli elenchi numerati ed è un gran paraculo.

Ecco come direbbe alla moglie che torna tardi:

Cara:
1) dovrò lavorare molto sul project Namucu”
2) tarderò ad uscire;
3) ergo, arriverò tardi a casa;
4) ciò premesso, e potendo il ritardo anche non esserci ma non posso escludere né che ci sia né che non ci sia, non mi sarà – forse – possibile cenare con te;
6) nonostante tutto, lasciami la cena.

Per avvocato milanese, intendo, come già detto, ma lo ri-detto perché voi leggete distratta-mente[1], l’avvocato nato, vissuto, laureato ed esercente in Milano.

L’avvocato milanese è masochista.

Non si spiegherebbe altrimenti il perché sia rimasto a Milano dopo esserci nato, vissuto e laureato.

L’avvocato milanese, come voi che leggete sempre dall’alto verso il basso senza sapere perché, è ligio a molte regole inesistenti al di fuori della sua mente, tipo:
1) mai rispondere ad una mail oltre 24hr dalla ricezione;
2) mai uscire prima delle 20.00, anche se hai finito il solitario;
3) mai dare del tu alla segretaria (ma una botta gliela si può pure dare);
4) mai seguire un ordine di inserimento dei destinatari di una mail (sempre da sinistra verso destra) che non sia coincidente con il relativo ordine gerarchico;
5) mai inviare un testo modificato senza evidenza delle modifiche.

In ossequio alla sua natura sadomaso, lavora nelle ore in cui le persone normali lavorano solo se si trovano al di là del fuso orario di Timbuctù.

Dà sempre del lei a tutti, e anche se passa al “tu” continua a darti del “lei” con il corpo.

La stretta di mano è il contatto più intimo che vi concede, a meno che non siate sua moglie, una zanzara, o un rotolo di carta igienica.

Ti chiede se “hai avuto modo di scrivere quel contratto” sapendo bene che se tu avessi avuto “modo”, il contratto, tu che sai quanto LUI sia rompicoglioni, glielo avresti di certo inviato.

Ma te lo chiede perché ama porre le domande retoriche, anche se odia dovervi rispondere; in tal caso sbuffa e parte con un “OVVIAMENTE”…oppure “COME LEI BEN SA” o, peggio di tutti, “COME GIA’ SOTTOLINEATO PIU’ VOLTE”.

Pratica sport non per passione né per salubrità bensì per marketing, e per il-stesso motivo (i) frequenta le spiagge e le piste da sci più costose, (ii) presenzia ai vernissage anche se non saprebbe distinguere un Picasso da un Garlino e probabilmente (come te che leggi) non sa neppure chi sia il famoso Garlino[2].

L’avvocato milanese ha un parchimetro al posto del cuore.

Segna le ore anche se il cliente lo mette a parte di confidenze intime, del resto ne raccoglie raramente, a differenza del napoletano che raccoglie una mole di confidenze personali seconda solo alle parrucchiere di paese, al punto che il Garante per la Protezione dei Dati Personali li considera – gli avvocati napoletani, anche se questo post parla dei milanesi, non confondiamoci – tutti titolari di trattamento dati.

Non si lava i denti a mezzogiorno.

Potrà sembrare irrilevante, ma considerate che non si lava MAI, in tutta la sua vita lavorativa (che rappresenta il 90% della sua vita biologica), i denti.

Lo so perché io con gli avvocati milanesi spesso ci parlo a distanza insufficiente alla dispersione olfattiva.

In parole povere il napoletano (che del resto di ricco non ha nemmeno le parole e quindi parla sempre in parole povere) direbbe che “o milanes’ fet’ o ciat‘”, che, se volessimo tradurlo “a naso”…dovremmo renderlo con un “il milanese puzza il fiato”, con un elegante accusativo alla greca.

Il lunedì, puntualmente, racconta in evidente stato di autocompiacimento e autodecomposizione – davanti la coffee machine – del suo w.e. trascorso in studio.

Sembra un bambino di ritorno dall’infermeria della scuola col gesso al braccio (e quindi sembra un bambino milanese, quelli napoletani mica c’hanno l’infermeria che ingessa, anzi mica c’hanno l’infermeria)[3].

Le esclamazioni di finta solidarietà che l’avvocato milanese raccoglie (“povero, tutto il we in studio? non hai nemmeno mangiato?”) sono – per lui – firme da esibire sul proprio gesso mentale.

Mangiare sempre di fretta, botta di vita se gli capita un toast o un’insalatona (un napoletano non la chiamerebbe MAI “ona”, quella dei bar-mensa milanesi), per poi correre di corsa (e come dovrebbe correre, se non di corsa?) alla scrivania.

La sua pausa pranzo è così breve da poter esser trascorsa in apnea (anche da un asmatico).

Indossa sempre la cravatta, anche in piscina (il dipartimento di R&D di Marinella sta studiando una cravatta impermeabile apposta).

L’avvocato milanese odia l’italiano, la lingua intendo.

Per lui oggi la crisi greca è un thread di trend che scala la top ten, vi porge un flute di brute, cura sempre il brand, ha lo smartphone quadri-band, ti dà appunta-mend allo stend del cliend, ama gli skii-weekend dove va con il SUV in un hotel di charme, ha il loft e il piede-a-terre e il cul-de-sacc e la mazz-in-cul.

Osserva le regole pel sol gusto della obedientia gratia odentientis; tipo, se vede un ciclista sul marciapiedi gli ricorda il codice della strada, anche se lui, l’avvocato, in quel momento sta sul balcone e non dovrebbe fregargliene una cippalippa se un ciclista va sul marciapiede; oppure, se un cane scagazza per strada si ferma e controlla che il padrone pulisca anche se lui, l’avvocato, in quel momento è sul tram (scende all’uopo).

E’ per questo che i biglietti del tram durano 90minuti e puoi prendere tutti i tram che vuoi, mentre la metro la puoi prendere solo una volta, perchè il comune consente così agli avvocati milanesi di salire e scendere dai tram per cazziare i padroni che non puliscono (a tal proposito io non prenderò MAI un animale solo per questo motivo; adoro cani e gatti, ma se avessi voluto pulire la loro merda avrei lavorato in un circo di elefanti).

Festeggia solo al 25 dicembre di sera, tutti gli altri giorni sono feriali (ma senza ferie), e quindi cazzimmosamente invia ai romani e napoletani (in festa dall’Immacolata all’Epifania) richieste di urgenti riscontri il 23, piazza riunioni al 24 mattina, programma tutta una serie di attività da completarsi entro il 1 gennaio, etc.

Dispone a suo sadico piacimento dei week-end e delle vacanze di tutti i coinquilini dei piani inferiori sulla scala gerarchica, ignorando le mail provenienti dal basso ma rispondendo entro pochi secondi a quelle dall’alto.

Per lui le mail sono pietre soggette a forza di gravità, quelle scagliate dal basso perdono velocità nel salire e poi – comunque – ricadono sul lanciatore, mentre quelle scagliate dai piani superiori subiscono un’accelerazione costante ed esponenziale nel discendere di piano in piano e spesso si incendiano per attrito con l’atmosfera quando arrivano al praticante, traforandogli il cranio anche se porta il casco.

Distribuisce bigliettini da visita ai funerali (ma pure ai matrimoni), anche se a guardare le margherite dal lato delle radici ci sta andando sua nonna.

Se dovessi definire l’avvocato milanese in una frase, lo definirei “Nerd”.

E sono sicuro che l’avvocato milanese obbietterebbe che Nerd è una parola e non una frase.

Al che io specificherei “Nerd di merd del libero professionismo“.

1 Probabil-mente non vi sarete accorti che il numero 5 nell’elenco sopra non c’è per niente e ora è tardi per controllare) – Torna su

2 L’avvocato milanese non sa neppure (probabilmente come te che leggi) che il Garlino è un nome che mi sono appena inventato. – Torna su

3 Caro Ysingrinus l’essenziale è invisibile alle note, ha detto qualcuno. Qui tu, arrogante, avresti messo una nota al posto della parentesi. Io NON. E stavolta tornatene da solo su a leggere, visto che ami tanto le note.

Nota Bene, Ysingrinus

Vedi nota?1


  1. L’essenziale è invisibile agli occhi2 
  2. sono mesi che dissemino i miei post di note essenziali 3 
  3. che in quanto essenziali sono invisibili4 
  4. invisibili non per tutti (vedi nota 55) 
  5. solo per coloro i quali sono troppo arroganti per guardare bene le note altrui 67 
  6. cioè le mie 
  7. cioè tu. 

Odio i romani (avvocani)

Gli avvocati ROMANI, tsk.

Gli strafottuti avvocani avvocati ROMANI me grattuggiano li cojoni.

E scusate per l’espressione volgare “avvocati romani”, col che intendo l’avvocato non solo nato, ma anche vissuto e cresciuto e pasciuto a Roma e che ivi continua imperterrito a vivere – senza mai smettere di vivere neppure un secondo per tutta la vita – e lavorare (lavorare?).

Li odio, inutile dirlo, sapete bene che sono capace di odiare amplissime fette di quella torta millefoglie (millefighe, in Scandinavia) che è la popolazione umana, sovraumana e sottoumana (DeaFortuna, Gregoracci, etc.).

Ma gli avvocati romani mi mandano ai matti.

Sanno tutto loro.

E’ inutile discutere.

A che serve cominciare una negoziazione con loro? tanto vale dire “scrivilo tu il contratto, anzi, guarda, scrivimi pure il mandato di assistenza del MIO cliente”.

Sanno davvero tutto.

Non solo nel loro campo oggettivamente, soggettivamente e geograficamente limitato.

NOSSIGNORE.

La loro onniscienza si estende anche e soprattutto a quei rami ontologici e geografici della conoscenza che tu credevi, erroneamente, di dominare e su cui ti illudevi di avere una qualche forma se non di esclusiva, quantomeno di superiorità, di preferenza.

Tipo, l’avvocato romano è capace di dare consigli a te, che a Milano ci vivi da 15 anni, su dove andare a mangiare nella tua città “na pajata che è ‘n burro e se scioglie n’ bocca come ‘n pompino sdentato“.

Anche se lui a Milano c’è stato solo in gita in 3° elementare (ingessato).

E’ capace di intavolare una discussione tesa a dimostrare – a un napoletano – come sia la vera pizza, che è (ma inutile davvero dirlo) quella romana.

Cioè quella fetecchia di pasta poco cresciuta e troppo cotta, con condimento di plastica bruciacchiata.

Si sentono sempre in dovere di enumerare i mille pregi della Città Eterna (e i pregi del loro andare in scooter, ovviamente Tmax 400cc testata ribassata e marmitta tamarroide, di cui a te frega una bega), il centro dell’Universo per loro, senza dubbio.

Non contento di enumerare i pregi della città dagli ingorghi stradali per l’apertura di un mediaworld, l’avvocato romano si profonde in un esame comparativo – subliminale – per contrasto con Milano. Tipo ti pone la classica domandosta (domanda fatta solo per darti lui la risposta), “che tempo fa” solo per poter dire “qui ci sono 180 gradi in più, ieri mi sono fatto er bagno ner Tevere“, anche se è gennaio e a Roma nevica e anche se, a dirla tutta, tanto varrebbe tuffarti a cufaniello in un altoforno per il titanio, se hai intenzione di bagnarti anche solo un’unghia nel Tevere.

E’ sempre lì a magnificarti i mille parchi, il verde, il clima, il costo della vita (peraltro altissimo), le fontane del Bernini (anche se è convinto che sia un collega di Pozzi Ginori), il “magnà” (turistico).

E se parla con un collega di Milano, deve sempre aggiungere in un qualche imprecisato punto della conversazione, una non sollecitata dichiarazione di impossibilità a vivere in quella “città di merda” che è Milano. Noblesse oblige.

Nun glie piace de fà a fila, e cerca ogni sotterfugio per inculare il prossimo in cancelleria: finti invalidi, donna incinta ad hoc salvafila, simulazione di svenimento, improbabili scuse accampate per chiedere il permesso di saltare la fila.

Gode delle sue furberie da quattro soldi, di cui mena vanto: rubare la connessione fastweb allo studio legale vicino, ottenere un rimborso spese fasullo, mettere a rimborso assicurativo i Rayban.

La parcella la spara sempre alle stelle.

La chiama “negoziazione”…barbonaggine, ecco cosa e’!

Ho visto parcelle passare in meno di 24 ore da 50.000Euro a 2.000Euro in nero, con promessa di futuri ingaggi.

Giuro, dovesse morire in questo istante…ah no, non posso giurare, è morto.

Quelle rare volte in cui tu, preso da impulso campanilista anche se vivi a Milano, ti azzardi ad esaltare un qualsiasi aspetto della città in cui vivi, tacciono.

Semplicemente, tacciono, senza fare alcun commento.

ROSICANO.

Come quando uno davanti a loro trova parcheggio.

L’avvocato romano è un rosicone.

Vive comparando la sua vita a quella degli altri, e ostenta autocompiacimento più di quanto in effetti si autocompiaccia (perchè l’avvocato romano si ama da morire e se potesse si staccherebbe le orecchie per metterle più vicine alla sua bocca) per il sol gusto e intento di far brillare per contrasto la sua vita.

Viola sistematicamente la privacy dei clienti raccontandoti tutti i loro aneddoti più comici, con tanto di nomi e cognomi, e se per caso non rammenta un nome, pur di non rischiare il rispetto involontario della privacy del cliente, è capace di tenerti mezz’ora col fiato sospeso (fiato di cipolla da digestio carbonarum) continuando a chiedersi e chiedere a terzi, rispettivamente: “coso, là, come cazzo se chiama, cosò, quello che la moglie spompinava il fratello, nun me viè er nome, mannaggia, coso, ao’ te ricordi coso come se cazzo se chiama? coso là...”, e tu aspetti che finisca il racconto di cui non ti frega una bega.

Il tutto urlato a voce cafonescamente alta, essendo convinto che vi sia una relazione proporzionale inversa tra distanza fisica e capacità di riproduzione sonora del telefono, ragion per cui URLA in un crescendo se parla con Milano, Trezz-ano, San Giuli-ano, o Bolz-ano… e a proposito è un autentico feticista del culo.

Per l’avvocato romano la matrice dei rischi è tutta un “ce se possono inculà”, “glielo mettemo ar culo”, “c’hanno fatto er culo”, “ce vole na botta de culo”, “è simpatico come ‘n dito ‘ar culo”, e via inculando e discorrendo.

Esagera ogni più minuto dettaglio all’inverosimile sia nei racconti stile libero ma anche nelle comparse e diffide, stile Verdone in Un sacco Bello, avete presente tipo “mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana“?.

Non so quante volte ho letto diffide in cui si minacciavano azioni penali e istanze di fallimento, per non aver pagato una bolletta del telefono.

Se si potesse definire l’avvocato romano in una parola, io opterei per la parola “carbonaro” o “cacio”. E se fossi romano subito me la rimangerei questa parola.
O magari potremmo provare a definirlo AvvoGanzo o AvvoGonzo

Odio i napoletani (avvocati)

L’avvocato napoletano, tanto per cominciare, è un esercito (non a caso la professione si “esercita”) in continua crescita nominale, e già solo per spirito di conservazione del privilegio, dovrei odiarlo (come lo odio) oltremodo.

Gli avvocati “nominali”, per chi non lo sapesse, sono coloro che hanno superato l’esame d’avvocato ma non esercitano essendo stati inseriti da un parente emigrato a Roma o Milano in una delle seguenti categorie: le poste, le forze armate, l’agenzia delle entrate.

L’avvocato napoletano è sempre convinto di possedere un’eleganza portata con nonchalance, si stringe nelle spalle come a dire “che ci posso fare se sono un galantuomo“, porta dei cravattoni larghi e si adopera affinché il nodo sia quanto più “sguallariato” possibile.

Diciamo che un nodo medio di un avvocato napoletano misura circa 2 metri di diametro.

Io che ho esercitato a Napoli, ho visto mamme stendere i panni usando come filo – teso tra un edificio e l’altro – non l’intera cravatta, ma il solo nodo della cravatta del figlio avvocato.

E, a proposito di mamme di avvocati napoletani, che ve lo dico a fare quanto e come sbandierano ai quattro venti che il loro figliuolo è nientedimentoche UN AVVOCATO, anche se non specifica mai se nominale o effettivo.

L’avvocato napoletano ha sempre il bordo del calzino a vista (quando si siede), avendo delle pieghe dei pantaloni così in alto che probabilmente sono state cucite in fase pre-adolescenziale (dalle suore, immancabilmente).

Adora il gessato perché è elegante ma “non troppo” (ma io direi “per niente”…) e quanto più largo e più bianco è il calco del gesso tanto più l’avvocato napoletano è contento.

Io che ho esercitato a Napoli (ma anche a Milano, ma qui non rileva) ho visto pedoni attraversare per sbaglio su un gessato dell’avvocato, beccandosi per questo anche una causa dove spuntano testimoni come funghi anche se l’incidente è occorso alle 3 di notte, al 24 dicembre, quando per strada ci sono solo i mariti appena buttati fuori dalle mogli (un tizio ebbe un giorno a scrivere pagine stupende circa l’usanza tutta napoletana di sbattere fuori di casa il marito in prossimità delle feste natalizie. Tale tizio si chiamava Pablo. Neruda).

Lui, l’avvocato napoletano, sa benissimo che, al di fuori della Campania, non esiste un solo essere umano (né un alieno in tutta la via Lattea) che indosserebbe, neppure sotto tortura, una cravatta arancione a pois viola o una camicia rosa shock o un calzino bianco, eppure lui indossa tutto ciò e mena vanto di tale sua elegante originalità, come a dire, “solo io posso”.

L’avvocato napoletano, in riunione, ti guarda e sorride sornione, scuote lievemente il capo in su e in giù, come a dire “lo so, lo so, ma lassa fare a me“, è convinto che prima o poi gli spunterà un turista-per-sempre nelle mutande e per questo sta in quella zona spesso a grattare, i più eleganti agiscono chirurgicamente, pizzicando tra pollice ed indice l’elastico della mutanda (a volte anche un lembo di palla) e tirando verso l’esterno, sollevando anche un po’ il cavallo dei pantaloni, e dando un piccolo colpo di reni ad adiuvandum aggiustatio pallarum.

Da’ del tu a tutti, tranne a coloro che vivono o lavorano a Milano, ai quali dà – indistintamente – del voi, suscitando ilarità e sgomento.

Non ha una segretaria, di solito, ma per non sfigurare col collega milanese si finge la segretaria di sé stesso parlando in falsetto.

L’avvocato napoletano, a differenza del romano che fa una pausa pranzo di ore e del milanese che fa una pausa pranzo da apnea facile, lui, il napoletano, non la fa proprio la pausa pranzo.

Semplicemente, alle 14.00 è già fuori studio e se ne parla domani.

Non potrebbe comunque fare pausa pranzo perché un pranzo napoletano di solito finisce a cena.

E comunque, intorno all’ora di pranzo, il napoletano si è già scofanato come minimo una sfogliatella da Attanasio e una pizza o calzone fritto da O’ Pellone.

Questo, peraltro, è il motivo per cui le carte dell’avvocato napoletano sono spesso unte a macchia di ghepardo, cioè a macchie molto fitte e strette, a differenza delle carte del milanese che sono a macchia di giraffa, rade e distanziate, però di caffè, non di unto.

Definirlo in una parola è impossibile, potremmo provare con “insalata russa”, ma a parte che sarebbero due parole e non una, potrebbe urtare il suo senso di appartenenza partenopeo e il suo “campanilismo” (che non a caso si chiama “campanilismo”, non di certo “lombardinismo” o “laziaismo”).

Più probabilmente non obietterebbe se lo definissimo un “babbà”, anche se è un dolce che non è di certo napoletano ma polacco.

Ma non provate a dirglielo al napoletano, che si incazza.

Odio i Francesi

Paris Paris PARIS!

Immagine Personale

Io odio i francesi.

Tutti, anche quelli nati fuori dalla Francia ma che abbiano vissuto per sufficiente tempo (tipo oltre i primi 10 minuti dall’atterraggio, ai primi bliiin sui telefonini riaccesi) sul suolo dei mangiatori di wurstel[1].

Non è colpa mia se Dio ha fatto i francesi così odiosi.

Ha provato pure a rimediare col Diluvio Universale, ma quelli, i francesi, come i tronisti e Android (stessa cosa), peggiorano a ogni nuova release, anno dopo anno.

Dio, se mi stai ascoltando, riavvolgi tutto fino al 6° giorno, ricomincia dal punto “E Dio sputò nel fango e fece l’uomo a sua somiglianza al che l’uomo asciugandosi la sputazzata di Dio disse / La storia comincia bene”.

Ogni altro tentativo di miglioramento dei francesi e delle francesi più a valle nella Storia sarebbe inutile (avete fatto caso all’indeclinabilità di genere del termine “francesi”, uguale per F e M? lo dico sempre, lo stronzo è privo di gender).

Se Adamo fosse stato francese avrebbe avuto da ridire persino con Dio circa la Sua pronuncia.

Detto questo (niente), recentemònt, vincendo i miei ben saldi (SALDI!) pregiudizi, sono stato a Parì (le Saint Germain!, quant’ l’è caire!) con la mia demì douche [2].

Non appen que nous somme arrivè, le pourtièr de l’hotél c’ha chiést chiaramònt la manche, qui l’est – in mia test – un petit cadeaux a compensasiòn di un trattamònt dignitoso ricevuto da portieri, lacchè, camerieri, etceterà etceteraux.

Siccome che il portieaux in questiòn era stato certamònt gèntil, ma mic tropp, avendo finto spudoratamònt di non parlèz nè italienne nè anglais, io non ci ho allunghèz manc o ghézz, altro che mancia.

Lui ha dìt propriamònt comme cì: “Monsieur mais…et la manche?“.

E moi: “Di-manche…dimanche maten te deng la manche, comprì?”.

Poi nous somme stati al Louvre solo che ho trovato chiuso.

Quando l’ho detto a mia nonna, lei m’ha risponnu “Si vede stella della nonna che hai trovato chiuso, si vede…“.

E io: “No’, guarda che ho detto Louvre, non Lourdes…“.

E lei: “Sint’ n’ po’, va ‘ndo cazz te par’ a tte, bast’ ca t’ l’ fì fà lu miracol’ ca tien’ tant’ bbisogn’ [3]“.

Ma son già arrivato velocemònt alla fine-du-viage, mentre nous somme appena partiti, come diceva quel tizio in quel libro di Johann Richard Bach[4].

Dicevo che li francesi mi stanno sullo stomaco.

Non parlano mai inglese, nè tantomeno italiano, anche se conoscono entrambe le lingue oltre al francese (quest’ultimo lo conoscerebbero, stando a loro, meglio di Dio).

Non cercano mai di comprendere le tue esigenze, figuriamoci soddisfarle.

L’altro jour, puor esemplificatiòn, c’avevo un attacco di cacarella micidiale.

Mi sono recato, velocemònt, verso la resèptiòn, tenendo bien bien stritt stritt il mio panzòn, per evitare fughe gas e fluidodinamiche verso l’alto anteriore o il basso posteriore.

L’hostèss mi guardava come pesc’ less’, evidentemònt fingendo di non capire che stavo per dimagrire istantaneamente di un paio di chili senza dieta. Io ci ho detto “Imòdium, Imodiùm, Imodìum“, ho messo l’accento dappertutto, pure nel cafè au lait, ma lei continuava a fissarmi come una Carfagna strafatta e stupe-fatta.

Ho anche azzardato un paio di dimostrazioni pratiche del teorema sulle onde d’urto gravitazionali ma lei?

Nada

Nisba.

Niet.

Rien.

Mi sarebbe venuta voglia di lasciarle un souvenir che viene in sul calar del braghe, recando in mano un mazzolin non di viole ma di tartufi rari…quelli marreaux.

Con sforzo sovrumano riassorbo le fughe, usando i pori della pelle come tanti micro-gasdotti (Putin ne sarebbe pazzo per tale invenzione di pro-cesso), e ho salutato con un “‘a bientôt” seguito da un sibilato “a fammòc”(con sforzo sovra-alieno, son riuscito a non aggiungere “zucculòn”).

Ho appestato il bar di fronte soffermandomi a gustare il lezzo…è inutile che facciate quella faccia scandalizzata, pure a voi piace, lo so, lo so bene, io vi leggo dentro.

Come una supposta.

I francesi…tsk…quel loro fingere spudoratamònt di essere monogami a livello linguistico è solo uno degli aspetti del loro peculiare e inconfondibile carattere di pou-pou.

Sono falsi come un servizio di Emilio Fede sul Che.

Ti chiedono sempre pardòn / escuseme a muà, anche se sei stato tu a tagliar loro la strada, il che ti tocca i nervi e ruggisci il tuo sbraitone all’italiota “cujòn, che cazz ti scusi se è colpa la mia?” e lui si scusa d’essersi scusato senza…una scusa per scusarsi, allora alzi il cofano e al centro della ruota di scorta trovi LEI, “la ragione” (intesa come causa risolutiva di una controversia favorevole al possessore di “ragione”), O CRICK in poche parole, cominci a bastonare il mangiaranefritte sul fronte occipitale e lui continua a “mais escusèz moi ma pourquoi…” e tu scleri.

Capita che si scusino con finto savoir-faire anche quando te stanno a en-cul-à senza congruo preavviso scritto. Un balzo fulmineo laterale sui baffetti, violà, op-là-là, e te lo appoggiano (dove? eheh, che domandòn…) e nel mentre ti dicono “oh! pardòn pour l’inculòn, escusèz moi mais je n’e l’è fait pas a-post a metter-te-l in quel pòst”.

E l’incul-infibul-assiòn da un francoise l’è proprio une brutte chose, purquoi les parisiennes, comme tous le francoises, noun se fait jamais lu bidet.

Note al testo redatte dal mio alter ego

[1]: In realtà trattasi di mangiatori di baguettes. I mangiatori di wurstel sono i tedeschi, comunque odiati dal mio alter ego (le note sono dell’alter ego di avvocatolo, per cui il mio alter ego è l’alter ego dell’alter ego, quindi avvocatolo, chiaro?).
Torna a leggere su, pirla

[2]: In realtà douche non vuol affatto dire “metà”, bensì “doccia”, per cui la frase significa “sono andato a Parigi con la mia doccia metà”. Il che non ha alcun senso.
Torna a leggere su, pirla

[3]: La nonna non parla affatto così.
Torna a leggere su, pirla

[4]: Nel testo si fa riferimento a Richard Bachman (e non Richard Bach), noto alter-ego di Stephen King. Tuttavia, nè l’ego autore di questo post nè l’alter-ego autore delle note ricorda il titolo del libro. Potrebbe anche essere una hit da spiaggia di Gioacchino Sebastiano Bach, se è per questo (ma anche per quello).
Non tornare più giù ma torna a leggere su, genio

Aria chiara aria azzurra

L’aria condizionata, a me, le palle non riesce a farmele girare, al massimo me le rinfresca…

E quindi nel guidare attraverso questa rete di blo(g)cks, come li chiamano a Manhattan, sudo come un poro di mela al forno dalla fronte ma nel frattempo l’aria fredda mi accarezza di brividi.

Che essendo aria fredda, tende a cadere in basso, molto in basso, mentre l’aria calda, che è piena di entropia, vola alto, piena di livelli energetici, stringhe di materia che vibrano impazzite.

L’aria condizionata dell’auto mi fa rinsavire, come sempre.

Qui le allucinazioni si interrompono perché sono svenuto dal caldo.

[Noè: “Hard dick!”

Ufficiale delle notifiche da DIO: “hard disk?”

Noè: “No parlavo del C…”

Ufficiale delle notifiche da DIO: “La Razza?”

Noè: “Non era un uccello?”

Ufficiale delle notifiche da DIO: “La Razza è un pesce, cazzo”

Noè: “Eh NO e, no-è, nonono, devo capire bene ‘sta storia della razza, l’ultima volta non ci siamo intesi col tuo Boss sul divieto di grigliate a bordo-arca e si sono estinti i due leocorni che poi mi sono dovuto inventare la canzuncella per sfuggire l’Ira Funesta del tuo Boss”

Ufficiale delle notifiche da DIO: “Vuolsì così colà (cocà) dove si puote ciò che si vuole, e più non mi ammorbare”

Noè: “Scusate capo, capo!, non ho capito, ogni razza compresa….non ho capito che razza di istruzione è quella sulla razza?”

[Ufficiale delle notifiche da DIO: “Noèèèèèè, prendi due pesci per ogni razza, compresa la Razza.

Tutti i mari si ritireranno, il deserto avanzerà, e tutti i pesci moriranno (lessi), e Noè costruirà un enorme acquario su 4 ruote, pescherà due pesci per ogni razza (compresa la Razza), e li salverà portandoli a zonzo nel deserto per 40 giorni e 40 notti.

Dopo millenni di apparente ingiustizia, in questi giorni Dio ha quindi deciso di mandare l’Essiccamento Universale per rimediare al favoritismo del Diluvio Universale verso i pesci.

Alla notizia del Diluvio Universale, avrebbero brindato di sicuro, i pesci, se non fossero stati pesci, perché vivendo nell’acqua difficilmente brindano. O troppo facilmente, forse, a loro basta aprire la bocca o le branchie, ecco, forse dovrei dire, più precisativamente, che per i pesci è difficile riempire o soprattutto svuotare i bicchieri per brindisi, ma per il resto (del Carlino ma anche no), potrebbero brindare ad nutum (e ad nuotum).

Ci avete mai riflettuto su quanto abbiano gioito i pesci, per il Diluvio Universale, e a quanto siano stati favoriti rispetto a tutti gli altri animali (tranne forse gli uccelli e le zanzare)?

[Le allucinazioni continuano: il serbatoio dell’auto in trasparenza appare ricolmo di martini e gin (e fitz!) e sanpietrini di ghiaccio tintinnante, il porta lattine mette le ali come Red Bull.]

Questo caldo a Torino (capitale della magia nera e bianca, non a caso capitale della Juve) è sicuramente un indizio del fatto che Dio ha finalmente deciso di porre fine all’ingiustizia che da secoli e seculorum grida vendetta.

Arrivo all’auto e per saggiarne la temperatura infilo nell’abitacolo, restandone fuori col corpo, un San Daniele che dopo 2 secondi netti esce dall’auto Parma(stra)cotto.

Esco fuori nel sole (sembra di essere proprio NEL sole, dalle parti della cromosfera), sono ormai avvezzo al caldo, ci ho fatto il callo al caldo, se dovessi schiattare (come probabilmente schiatterò) e dovessi finire (come probabilmente finirò) all’inferno, chiamerei subito Miss-Tresso e le chiederei “Quando vieni?” e lei, in lacrime “Avvo che posso fare per te?” e io “Mandami due coperte di lana pesante, fa un freddo nel pentolone di Belzebù, nonostante lo zolfo e la fornace del diavolo le temperature di Torino non ci riusciamo ad avvicinare“.

Ore 13.15

[Le prime allucinazioni non tardano: eschimesi incisi nei tronchi del viale alberato starnutiscono dal freddo, sanpietrini di ghiaccio tintinnano come fossero ad un cocktail shakerato, la manetta degli idranti rossi scoppia e l’acqua zampilla, Elsa di Frozen batte un piede a terra e congela tutto compreso i Turet e comincia a nevicare, su di noi cala l’INVERNO PERENNE, e io tramortisco quel pirla del Principe Hans delle Isole Vergini che vuole fermare Elsa].

Se avessi gli ingredienti, potrei strofinare metà aglio sotto quelle felle di pane che sono i miei piedi, metterci un pizzico di sale, due kilokazz di basilico e otto maree di olio extra-puttana di Oliva, e farne due bruschette abbrustolite che sono nu’ bijoux (cheese flavoured).

Ho mocassini troppo sottili.

Torino, esterna.

0re 07.10

Rinvenire una SanTa Lucia (non la Santa della vista che pure aiuterebbe nella ricerca, ma la ricotta) nel mio frigo è stata impresa più ardua della Spedizione di Kulik, che sia detto senza parentesi, ‘sto tipo, nonostante il nome, non ebbe molta fortuna.

In più, rispetto alla pianura siberiana di Tunguska, nel mio frigo ci sta solo un termostato e una lampadina, che poi sia detto (tra parentesi), ma perché la roba nel frigo deve essere illuminata, e nel congelatore dobbiamo ravanare alla cieca? perché nessuno ha mai pensato di mettere una cazzo di lampadina nel congelatore, o al cinema vicino ai numeri delle poltrone, oppure sotto al divano, al centro, onde facilitare le operazioni di soccorso e recupero telecomandi smarriti? Domande…

Aria chiara, aria azzurra, aria fresca esce dal frigo che lascio aperto per un attimo lungo un brivido, il re del brivido (Horror), il mio frigo che, senza mia moglie, pare una foto in 3d dell’Evento di Tunguska (c’è tanto di frisk view su nguuugl), solo freddo e foglie secche e marce, rosmarino mummificato accanto e prezzemolo imbalsamato.

E quando hai finalmente capito come si apre l’acqua fredda capisci che fredda veramente non uscirà tanto presto, non prima che finiscano la Salerno-Reggio-Calabria perlomeno.

Invece tocca armeggiare mezz’ora col miscelatore perché non capisco mai dove sia la calda nonostante i disegnini rossi e azzurri sul rubinetto dovrebbero aiutarmi (non è colpa mia se il colore termico a volte è sulla parte verso CUI girare, altre volte DA cui girare), maledetta globalizzazione incompiuta, su questi standard qui la Unione Europea dovrebbe rompere i coglioni, non sulla lunghezza delle banane.

Io e la piantina di basilico ci guardiamo in cagnesco, agogniamo entrambi un rubinetto che sia collegato direttamente ad una fonte sorgiva in alta quota (possibilmente in Antartico, ma anche l’Artico andrebbe bene alla bisogna, e alla sogna, ammesso vi siano montagne lì).

Casa Avvocatolo.

Ore 06.00.

AVVERTENZA IMPORTANTE

QUESTO POST VA LETTO DAL BASSO VERSO L’ALTO, PARAGRAFO DOPO PARAGRAFO
SE NON LO AVETE FATTO DOVETE SOLO PRENDERVELA CON VOI STESSI CHE SIETE COCCIUTI E NON LEGGETE MAI LE MIE AVVERTENZE E MANCO VI ACCORGETE DELL’ORARIO CHE VA AL CONTRARIO LUNGO IL POST