La Luna e i Marò (dolce far niente)

Senza titolo-1

Io adoro fare niente, o non fare niente, come si dice, non c’è niente di meglio.

Io alla gente che dicono che non ci saprebbero stare senza faticare, io non la capisco(no).

Dicono che si annoierebbe la gente, dicono, senza fatica.

BAH!

Io mi annoio a faticà!

Dopo 15 milioni di contratti di cessione di rami d’azienda, persino un comodato d’uso gratuito forgiato su modello Bassetti ti appare come una succosa novità.

Più in generale, dopo 15 anni che fatichi una fatica, diventa una fatica immane faticare!

Qualsiasi lavoro tu faccia.

Anche l’astronauta, per dire.

SOPRATTUTTO l’astronauta.

Uno da piccolo sogna, tesse trame di sogni, dice “mammà voglio fà l’astronauta come Юрий Алексеевич Гагарин (Jurij Gagarin)“.

Dite che non ci si può annoiare a fare l’Astronauta?

Ah si?

AVETE MAI PROVATO A PISCIARE PER 15 ANNI IN UNA SACCA tipo quella dove il salumaio vi mette le felle di prosciutto a voi che, cagacazzi di prima categoria, per quei 50 grammi di crudo nazionale, pretendete pure che il povero Cristo ci accapezzi la busta del sottovuoto (“Signò so’ du kili che faccio signò lascio?“), che poi ovvio che vi rifila una sacca per l’urina riciclata da Gagarin, che si ruppe pure lui, si ruppe proprio, schiantandosi al suolo, buonanima. E stiamo parlando di uno che in 88 minuti cambiò per sempre la storia dell’astronautica, mica voi che ve ne starete 15 anni, se vi dice culo, a coltivare spinaci su Marte.

Certo, se fossi diventato io Astronauta ci sarebbe voluta una busta con beccuccio extralarge* (*messaggio pubblicitario con finalità promozionale, non somministrare a donne in stato interessante, tenere al di fuori della portata dei PomPini), per Gigifaggella il beccuccio dovrebbe essere prodotto con tecnica laser a nano-metri, il suo coso è fatto di molecole più piccole delle molecole di H2O (“Gigifaggella, o’ cazz che respira…”).

Persino la Luna si annoia a girare intorno alla Terra, che è sempre quella, piena di Maro’ che attendono il loro processo.

Pavese ne sapeva qualcosa, se scrisse La Luna e i Marò prima di morire suicida, annoiato nientemeno che dalla stessa vita.

Come quel capolavoro d’ironia della sorte di Majakovskij “A Sergej Esenin“, che si chiude “In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile” [Vladimir Vladimirovič Majakovskij, 1926], che voleva essere una parafrasi dei funesti versi (forse i suoi più famosi) dell’amico Esenin morto suicida: “In questa vita, morire non è una novità, ma, di certo, non lo è nemmeno vivere” [Sergej Aleksandrovič Esenin, 1925].

Come a dire, caro Esenin, ti piace vincere facile.

Beh, provate a indovinare come è morto quel sapientone di Majakovskij?

Eh, so tutti bravi a vivere col cadavere degli altri, come si suol dire…

Ma tant’è e tantecchia.

Ho avuto mille passioni, ma anche quelle riescono a venirmi a noia (astronomia, planetari, pesca, canne, anche non da pesca, panetti non della moltiplicazione dei panetti e dei pescetti, eh), tranne la passione per la gente (vabbè, ok, mettiamoci pure la passione per il tubero più famoso).

Che come diceva il vecchio porco del Bukowski, è lo spettacolo più grande del mondo (la gente, non la patata, eh).

E non si paga manco il biglietto.

E lo spettacolo, a noi attori incoscienti di quella tragedia che è la nostra vita (comunque inizi, comunque si dipani, finisce sempre nel modo in cui finisce ogni tragedia), ci pare originale, ma riprendendo le parole di uno dei tre summenzionati suicidi scritte ne La luna e i Marò(nna!), lasciatemi dire che “Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c’è una casa, delle ragazze, una stazione, c’è uno come me che vuole [NON FARE UN CAZZO, NDR] andarsene via e far fortuna – e nell’estate [VANNO A ISCHIA] battono il grano, […] tutto succede come a noi. Dev’essere per forza cosí. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano piú il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, […] le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, piú ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti cosí in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio cosí, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci.”

Io ricomincio da qui.

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Mi avete secciato ma…. (post temporaneo – presto spostato su “avvocatolo su youtube page”)

MI DOVRESTE IN TEORIA 700 SACCHI (GITTI TU GIA’ SAI…AUMM AUMM…50/50)

MA DIO E MOSE’ MOSESTAMENTE E MODESTAMENTE POSSONO QUESTO E ALTRO:

Io ce l’ho impermeabile, GiggifaVella, e tu? 😛

Io misstresso – 2ndo me

Precedente puntata qui.

***

Sono arrivato trafelato dal rettore della facoltà di Straminchiopoli il quale, dopo avermi illustrato il progetto, mi ha spiegato che avrei avuto bisogno di un ex studente che mi aiutasse nella redazione delle clausole più tecniche.

E quindi ha pigiato il bottone dell’interfono, dicendo qualcosa alla sua segretaria.

Si è spalancata la porta alle mie spalle e il rettore:

Avvo, ti presento Miss Stresso“.

Il gelo.

Mi giro e vedo Miss-Tresso che avanza massaggiandosi la testa.

Un perfido sorrisetto le si allarga sul volto.

Finite le presentazioni, mentre scendiamo le scale lei mi volge la schiena ma non mi rivolge la parola.

Io le corro dietro, e le dico:

“Mi stai facendo correre col ginocchio così, PENTITI”.

E scoppia a ridere.

I sussulti ridanciani dopo un po’ cominciano a diventare rantoli di dolore, si massaggia lo sterno.

Io sulla difensiva:

“Non cominciare a fare la commediante, la capata era in alto, non ti ho toccato lo sterno”.

“Mah no, devo andare in bagno, senti mi accompagni un attimo a casa? I bagni dell’università sono indecenti”.

Ah-ah, stesa! Che scusa banale, tanto valeva dirmi che voleva mostrarmi le sue farfalle.

Facendo il finto tonto autOntico, acconsento con finta pacatezza, mentre gli ormoni sugli spalti del mio apparato cardiocircolatorio intonavano cori da stadio e sventolavano le loro sciarpe da ultrà navigati.

Arriviamo a casa sua, lei mi fa accomodare nella sua stanza da letto.

Ah-aaah, vuoi che ti aspetti mentre ti prepari in bagno eh? Autoreggenti!, mi suggeriscono gli ultrà sugli spalti.

Mentre lei apre la porta del bagno, io entro nella sua camera e, non appena sento la serratura scattare, spengo la luce e mi spoglio in un lampo, mutanda ancora nei pantaloni, canotta ancora nella camicia.

Mi precipito sul letto, mi stendo su un fianco, tenendomi la testa alzata con una mano, puntellandomi con un gomito, sembro il Mayo Desnudo.

Nell’attesa dell’inevitabile follia, odo un barrito animalesco.

Seguito da un rumore che non riesco a decifrare.

Avrà le reggenti con il velcro?

Dopo i primi rumori di “velcro”, sento dei “plof”.

Comincia a mettersi male.

Ma allora veramente doveva andare alla toilette (sia detto per inciso, io i francesi non li capisco. Il profumo lo chiamano eau de toilette, che tradotto suona acqua di cesso, bah).

Appena sento “srot srot srot”, capisco che ho i secondi contati per rivestirmi.

Già vedo i titoli a caratteri cubitali (per gli ignoranti come Brum specifico che i caratteri cubitali prendono il nome dal cubismo di Picasso essendo, come le pennellate nei suoi quadri, messi un po’ a casso) dico vedo nella mia mente un titolo a caratteri cubutali nella newsletter di studio: “avvocatolo radiato(lo) dall’album degli avvocani per tentato stupro di un frigorifero con la faccia di tricheco rispondenre al nome sinuoso quanto ingannevole di Miss3sso”

Mi infilo i boxer (scrooosh), il pantalone (scrooosh di rubinetto), mi abbottono la camicia (clank clank, serratura), mi infilo le scarpe che stentano ad entrare, pagherei per avere il mio calzascarpe ora, mi rimetto la giacca.

Entra Miss Tresso e io sono vestito di tutto punto, seduto sul letto con le gambe incrociate, fischietto pure giusto per dare un’impressione di normalità.

Lei accende la luce, mi guarda fa:

“‘azzo ci fai al buio, con i pantaloni al contrario e le mie winx ai piedi?”

Io e Mi-Sstresso

Una delle multinazionali nostre clienti intende sponsorizzare un importante progetto di ricerca bio-ingegneristica dell’Università di Straminchiopoli.

Ho chiesto subito alla segretaria di prenotarmi un volo per Straminchiopoli.

Lei ha di rimando, immanentemente, accampato motivi pretestuosi per non adempiere i suoi doveri.

“Avvocatolo ma non c’è un aeroporto a Straminchiopoli”

“E lei come lo sa?”

“Ma….ma non c’è!”

“Ha controllato?”

“Ma…non ho mai sentito di un aeroporto a Straminchiopoli”

“Lei ha mai sentito parlare dell’interazione nucleare debole?”

“Ma che c’entra?”

“Ne ha mai sentito parlare?”

“No, mai”

“Ecco, eppure esiste, è una delle quattro forze fondamentali dell’Universo. Quindi si dia da fare e mi trovi un aereo per Straminchiopoli, e se l’aeroporto non c’è, lo faccia costruire”.

Come sospettavo, la perdigiorno pusillanime non ha trovato né costruito l’aeroporto che mi serviva, nonostante le mie precise istruzioni.

Atterrato a Bari, prendo un taxi e finalmente giungo in quel di Straminchiopoli mille km e baracche e venditori di angurie dopo, in giro neppure uno straminchiotto.

Nell’atrio dell’università, un ex-covento del 500 diventato ex in seguito alla rivolta delle cape di pezza (in alcuni paesi le chiamano suore) scioperanti contro l’ammissione di MissTresso alla università. Pare che il diavolo in persona, anzi in demonio, una sera incontrò MissTresso e si sentì in dovere di strapparsi a morsi le corna e la coda e consegnò tutto a MissTresso dicendole “sei il mio capo…la capa mia sotto i pied tuoj”.

Dicevo chi ti vado a vedere seduta sui gradini di questo splendido chiostro del 500?

MissTresso!

Che si chiama così perché sa solo 3 cose in tutto e le ostenta sempre (da cui signorina tre so, miss 3 sò, già sai!).

Aaaaaaaaaaaaaahhhhh l’infingarda, che impugna saldamente un panino da scaricatore di porto, e una coca-light la cui leggerezza calorica faceva a pugni con il rivolo di maionese che tracimava lungo il confine di carta stagnola mezzo mangiucchiato.

Però, in foto sembrava avere meno minne e più fianchi…

Quatto quatto mi calco il berretto da baseball sulla capoccia, e provo a passare inosservato ma quando sono ormai a pochi passi, sgrana gli occhi, lascia la bocca aperta per metà (l’altra metà essendo occupata da un pezzo di wrustel con annessi crauti) e mi fissa.

Un crauto inc(r)auto le scivola via dalle labbra, lei con un guizzo della lingua degno di un camaleonte lo afferra al volo e lo ingurgita senza masticare.

In realtà è davvero bella, penso, molto più che in quella foto sul blog.

Ma forse è l’effetto degli psicofarmaci, non lo so.

Improvvisa, scatta in alto come un pupazzo a molla, mi interdice la strada per le scale, mi viene incontro, mi afferra il berretto e me lo cala fin sulla punta del naso, parecchi metri sotto gli occhi.

BINGO! Avvocatolo! Si tuuuuuuu mascalzoneeeeeeee, si tuuuuu, arrò staaaaaaaaaaaaavvi? nèèèèèèèè scurnacchiatttttttto, non dovevamo vederci? PENTITI!”

Non smetteva di strepitare e starnazzare.

Stavamo cominciando a dare nell’occhio (e anche nelle orecchie, se è per questo).

Appanicato, ho fatto ricorso ad un’antica tecnica di immobilizzazione ninja che, dalle mie parti, si chiama “‘na capata ‘mmocca“.

I suoi occhi sono diventati vitrei, il suo sopracciglio sinistro si è alzato di 20cm, un grande punto interrogativo organico, ed è stramazzata al suolo, anzi alle scale.

Ho provato a sfilarle di mano il panino o meglio quel che restava di esso, ma neppure da svenuta ha mollato la presa, il suo subconscio stringeva quel panino come fosse l’ultimo sulla terra.

Ho proseguito placido per la mia strada.

TO BE CONTINUED ON NEXT VENERDI’ – STAY TUNED

Contagio

Elenco particelle fondamentali

Siamo fatti (e sin qui…) della stessa sostanza di cui son fatti i sogni.

Shakespeare la sapeva lunga, non c’è che dire.

Ma pure Nambu, Kobayashi e Maskawa, francamente, non scherzavano, quando ci hanno insegnato che le stesse pochissime particelle, riconducibili a sole 3 macro famiglie (quark, leptoni e bosoni, vedi foto), compongono tutta la materia visibile e invisibile dell’universo.

E, quindi, secondo i più recenti modelli cosmologici, voglio dire, recenti rispetto all’età di Andreotti (ma è vivo? o Gooogle?) Napolitano, che non si conta più in anni o giri di sole, ma la si calcola, l’età di Andreotti Napolitano, deducendola dalle abbondanze relative degli isotopi del carbonio. Quando lo fermano i carabinieri, a Andreotti Napolitano (ma QUANDO lo fermano i carabinieri, a quello?) pare che non gli chiedano “Presidè favorisca patente e libretto“, bensì “Presidè ci faccia tagliare una fettina sottilissima di braccio su questo vetrino, non si preoccupi, Presidè, bastano pochi attimi e pochi atomi per il metodo del Carbonio14 e compilare quindi il campo “data di nascita”. Se non comportasse alcuni rischi per la salute, lo si potrebbe anche segare in due e contare gli anelli, tutto sommato (e tutto segato).

Un altro metodo meno preciso sarebbe un raffronto tra le sue rughe e le modifiche al grado di inclinazione dell’asse terrestre.

Dicevo, secondo le recenti teorie evoluzionistiche, che pure meritano attenzione al pari di Shakespeare, tutto è riconducibile alle stesse 4 particelle di base, e se questo è vero, allora potremmo, senza timore di errare, riformulare il pensiero Shakespeariano come segue:

Siamo fatti della stessa sostanza di cui son fatti gli stronzi” (Avvocatolo, 2015 d.c.)

Se tanto mi dà tanto, possiamo spingerci oltre nella nostra ricerca della verità e affermare che anche i migliori di noi, noi tutti siamo fatti un po’ anche di merda.

E, onestamente, a me pare che nell’evoluzione darwiniana dagli organismi monocellulari, alle scimmie, passando attraverso i Mastella (a propò, ma che fine ha fatto?) e poi i Brunetta e i Salvini per arrivare poi, dopo altri millenni di lentissima evoluzione, all’Homo Sapiens e compagnia bella e a tutta la discendenza, dico, nell’evoluzione dell’umanità dal brodo primordiale di particelle in cui sobbolliva il sistema solare un attimo fa (nell’infinito vettore del tempo, qualche miliardo di anni è un niente, uno sputo, un prurito, un brivido del tempo), dicevo, oggi perdo sempre il filo, scusate, è che dovrei portare il cervello a fare la convergenza, il mio uncinetto mentale perde il filo perché ha le punte stondate dalla fatica di pensare, pensare, pensare, ostinatamente pensare su tutto, anche sulla macchia di inchiostro sull’ultimo bigliettino da visita, che faccio, lo consegno lo stesso?

No dicevo, nell’evoluzione che ha tracciato un preciso percorso – tipo quello dei pellegrini in visita alla Sindone a Torino, che Dio li abbia in gloria tutti, spero prestissimo, che ‘mortacci loro non si parcheggia più a Torino… – eh scusate dicevo che nell’accidentato ma netto percorso dal big bang (gang…) fino a me, a me, se conta il mio parere, a me dico pare che le tracce di stronzi nella sostanza di cui siamo composti oggigiorno superino di gran lunga le tracce di sogni. A me pare, insomma, mi si permetta almeno questo minimo sindacale, a me pare, dico, che le tracce di stronzi in noi siano ben più evidenti.

Non è che voglia sembrare o essere (capirai la differenza, certi giorni) cinico o disincantato, ma al mio culo ci ha preso il millennium bug. Succede, capite, che quando lo prendi in culo 99 volte, alla 100ima perdi il conto perché il tuo DNA è stato programmato, proprio come i Commodore 64 e i Pentium, con solo 2 spazi per contare il numero di volte in cui ti avrebbero inculato, essendo l’architetto della vita ottimista e avendo pensato, mentre sputava nel fango (la nostra origine da una sostanza marrone e tutt’altro che limpida pure mi pare rafforzi la rielaborazione del pensiero Shakespeariano di cui sopra), avendo pensato dico che 99 inculate sarebbero bastate se non agli stronzi per smetterla di incularti, quantomeno a te per indurti a smetterla di girare senza mutande e con le chiappe aperte a mo’ di anguria in esposizione.

E’ stato per tutto quanto uti supra che, quando dopo 3 ore di riunione con controparti agguerrite la mia boss continuava a strisciare le dita (prima lenta da destra a sinistra, poi un guizzo da sinistra a destra come a rilasciare qualcosa) su un pezzo di vetro che se non fossimo nel XXI secolo non sapremmo trattarsi di Ipad, mi sono un poco sfastidiato di fare il Sancho Panza della situazione senza il suo Don Chischiotte, ecco, e quindi dopo 3 ore che proiettavo su un maxischermo che UCICINEMAS ci deve fare una pippa a doppia mano carpiata, dico, dopo 3 ore finalmente mi sono illuminato come un lampione solare e scaldato come un calorifero in ghisa, lento ma inesorabile, e ho pigiato quindi una sequenza precisa di tasti sul proiettore: “source > impostazioni > ricerca nuovo dispositivo bluetooth > connetti > proietta” e all’improvviso 14 persone venute da mezzo mondo si son ritrovate ad osservare sul maxischermo un ENOOOOOORMEEE UCCELLO INCAZZATO (vedi foto).

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Certe volte mi vien da chiedere fino a che punto mi abbiano contagiato.

L’illuminazione (fotovoltaica) sulla via per Cernusco

Sono sempre stato temporalmente inopportuno.

Come quando mi viene da ridere ai funerali, o da scoreggiare in ascensore.

E’ che spesso compio gesti in astratto poco inopportuni (cosa volete che sia una risata, o una scoreggia, al cospetto del cosmo o di un serial killer), ma che, calati in un determinato contesto spazio-temporale (l’atmosfera funesta e poco incline ai frizzi e lazzi di un funerale, il volume olfattivamente angusto di un ascensore) assumono rilevanti significati o effetti negativi (irriverenza, insofferenza nasale).

Dicevo che la mia crisi di identità cade in un periodo in cui “casca male”.

5/6 anni fa avrei avuto solo l’imbarazzo della scelta, mentre oggi le scelte a disposizione sono imbarazzanti.

E, potete scommetterci, avere l’imbarazzo della scelta è cosa ben diversa da avere scelte imbarazzanti.

In pratica davanti a me le opzioni sono:

1) anno sabbatico (un modo figo per dire disoccupazione sine die);

2) dicoccupazione sine die (un modo realistico per dire anno sabbatico);

3) vincere un “turista per sempre “.

A me piace vincere facile, per cui punto sulla n. 1 e sulla n. 3 (la n. 2 no, è troppo esplicita).

E’ che ormai ho ricevuto l’illuminazione.

L’illuminazione mi è giunta sulla via per Cernusco.

Non ero a cavallo come Saulo, ma su un taxi, ma il mezzo di trasporto conta poco ai fini della Gloria e della Illuminazione, entità supreme che non si curano di infrastrutture e trasporti (anche perché, diversamente opinando, dovrebbero aver a che fare con Del Rio, e probabilmente persino loro perderebbero la Pazienza).

Ho all’improvviso sentito un coro di voci angeliche che salmodiavano “…à-ffan-gulo, affangùlo, affan-gulò, a-ffangulò, affanguuu-lò”, mentre sull’altare della mia visione onirica anzi no, non sull’altare, ma nel coro di sinistra ho intravisto tre enormi donne afroamericane, con vestiti a fiorellini piccoli rossi, che ancheggiavano a ritmo di gospel e intonavano “Benvenuto al FratellAvvo, bentornato, fratellavvo, BENTORNATO, diciamo ALLELUJA, fratelli, DICIAMO TUTTI ALLELUJA” e tutti nella navata di sinistra (ma anche di destra) “ALLELUJA”, e le tre donne lievemente-sovrappeso-giusto-di-qualche-tonnellata “DICIAMO GRAZIE, FRATELLI, GRAZIE SIGNORE!” e allora la mia dignità, dai banchi in fondo vicino al catino con l’acqua sacra, si alza, si solleva la veste per non inciampare, percorre la navata centrale, s’arrampica sull’ambone e da lì comincia a tuonare “VEDO LA LUCE! VEDO LA LUCE!”, al che anche la mia laurea, con tutti i suoi cinque anni di sudore e caffè e libri macchiati di caffè e di sudore, si alza sulla sua pergamena e richiede a tutti un “ALLELUJA FRATELLI, datemi un ALLELUJA”, e tutti si mettono a cantare, tutti insieme i miei affanni, le serate in studio, insieme alle numerose notti e a qualche sporadica alba, i closing, i taxi in fila per tre col resto di mancia e ricevuta, i notai, gli AD, e i CFO e i COO, e le TAG, e le DRAG, e le Deadlock clauses, e i CAP e gli EBITDA furenti, tutte le revisioni a colori, i pdf non stampabili né copiabili da ricopiare però , le fotocopiatrici inceppate, le conference call segnate erratamente in agenda, le due diligence frettolose, i report copiaincollati, le cravatte macchiate, i parquet graffiati, i marmi sbrecciati, le scale col tappeto rosso al centro, gli ascensori angusti e puzzolenti (colpa mia, non sempre però), i corsi di annoiamento, le cross reference incrociate, i cartoni di pizza unti mano nella mano con Campobasso e con Cian e pure Trabucchi, col Notariato del Triveneto, con Schlesinger, con la teoria dei vantaggi compensativi e il Giusnaturalismo e il Giuspositivismo esclusivo, e Le Società e Il Foro Italiano, e le banche dati scadute, le procure scomparse o mai arrivate, tutti gli ultimi quindici anni si sono messi insieme a cantare.

Ed io sono rimasto folgorato.

Il carretto passava e…

… quell’uomo gridava “avvocati”, al 28 del mese i miei soldi erano già finiti… (Battisti-Avvocatolo, Sanremo, 1988)

Non ne sono sicuro, ma immagino che sia andata più o meno così.

Uno dei miei ex colleghi di studio, avvocato, Jimmy Etciù (salute cagionevole unita a grande mania per la moda) si è deciso a fare il salto della quaglia, incardinando una causa di lavoro, tentando di scardinare il culo ortopedico dello studio.

Credo sia stato quando si è accorto di non avere i soldi per comprarsi un gelato dal carretto trainato a mano nelle vicinanze di Corso Sempione.

‘rcatroia se so’ aumentati i prezzi, li mortacci di Expo.

Intendiamoci, per il momento è un mio “ex” collega perché LUI è uscito dallo studio, non perché ne sia uscito IO.

Può darsi che a breve diventi “ex” anche per l’altro motivo, ma volevo evitare dubbi.

E, sempre per intendersi, il gelato è una metafora, e anche bella grossa (insomma non era messo a livello di figliol prodigo, ‘st’avvocato quà, non è che non avesse i soldi per comprare un cono da 2 euri, diciamo che si lamentava di non potersi comprare Grom, l’intera catena di gelaterie Grom, per dire, e per vendere).

Pare che Jimmy abbia chiesto al giudice di accertare la sua qualifica di lavoratore DIPENDENTE dello studio.

Dopo millemila errori di formula (saputello stupido di Excel), ho scoperto che Jimmy, se vincesse, porterebbe a casa soldi a sufficienza per fare non so, tipo, il giro del mondo in deltaplano trainato dalla stazione spaziale internazionale orbitante. Avete idea di quanto cazzo costerebbe il filo da traino? per non parlare del dirottamento di migliaia di rotte aeree, problemi logistici sanitari (a ‘sto povero Cristo la cacca, gliela facciamo fare a mo’ di piccione, al volo, insomma a piett’ e’ palumbo?, non possiamo certo farlo salire sulla Stazione Orbitante che orbita ad altezze dove un uomo in deltaplano avrebbe problemi di apnea e guidabilità vista l’assenza d’aria), e costosissime scorte di supposte anti-gravità (ho in mente i tasselli ad espansione meccanica per muro) e creme solari e Benagol che a furia di andare in deltaplano…. Oppure non so, sufficienti soldi per…boh, che ne so, per aprire e mantenere per due/tre EONI una serra di 20.000 ettari coltivata a MANGO nel bel mezzo dell’Antartico (avete idea di quanto sole ha bisogno il MANGO per maturare? E’ di un immaturo il MANGO che MANGO avete idea…).

Da tempo se ne mormorava in studio di Jimmy.

Molti avevano notato la sua assenza, ma prima ancora i suoi comportamenti decisamente sospetti.

Come quando l’ho trovato a fare delle foto in giro per lo studio, per esempio, e si è nascosto dietro una colonna. Beh anche io ogni tanto faccio foto, ma non mi nascondo dietro una colonna quando qualcuno mi vede, anche perché in studio non abbiamo colonne (perlomeno non abbastanza ampie da nascondermi).

L’aspetto tragicomico è che il nostro studio, pur avendo un intero dipartimento di diritto del lavoro (che, a dispetto del nome, non ha molto lavoro), si è rivolto per difendersi da Jimmy…ad un altro studio legale.

L’avvocato è andato dall’avvocato, e lo studio da uno studio.

Potrebbe diventare uno spot pubblicitario “Non andare dal tuo avvocato di sempre, ormai lo conosci che testa di minchia e’. Ti fotterà, e tu lo sai perchè lo conosci. Vieni da noi, e fatti fottere da chi non te lo aspetteresti mai”.

Non so molto di come stia andando la causa; so che non è la prima né sarà l’ultima, ma nulla in questo mondo è avviluppato in tenebre così impenetrabili come le cause di avvocati contro studi professionali di avvocati. La fornace del Diavolo in persona, a mezzogiorno in punto e controsole e con 4 flash wireless, riuscirebbe a malapena a lanciare un sinistro barlume su queste tenebre.

I nostri avvocati del dipartimento di labour (i labouristi, intesi in senso apolitico) non l’hanno presa bene, tenebre o non tenebre.

Sono lì appollaiati come tanti piccoli avvoltoi con gli artigli infilati nelle memorie difensive e offensive, passano al setaccio ogni documento prodotto dallo studio che segue il nostro studio, criticando aspramente tutto. Dopo aver svolazzato, prevedendo sciagure e morte, sul tentativo di conciliazione, si sono abbarbicati sulla cresta della prima udienza sperando che lo studio che segue il nostro studio facesse una cagata pazzesca per poter dire “visto? Non era meglio se la seguivamo noi?”.

Finora credo si siano morti di fame, i nostri avvoltoi, perché lo studio che ci segue ha veramente un pelo sullo stomaco alto quanto una spiga di grano matura.

Credo che un piccolo episodio potrà fornire la cifra di quanto siano cinici nello studio che segue il nostro studio (su wordpress sarebbe un follower, su Twitter un più inquietante SEGUACE, a mo’ di setta).

Una volta ho visto uno di questi colleghi scendere da un carro funebre.

Dopo essermi assicurato che il carro fosse a pieno carico (il corteo di persone vestite di nero e le ghirlande di fiori con tanto di manifesto sul sagrato parlavano chiaro), mi sono avvicinato e gli ho porto le mie sentite condoglianze.

Lui si è tirato un po’ indietro per vedermi bene tutto (sono abbastanza lungo), ha grondato riso da tutti i denti, e poi ha detto “avvocatolo, mi sono solo fatto dare un passaggio, maledetta settimana della moda, non trovi un taxi manco a pagarlo…ah già, in effetti si pagano comunque i taxi….beh ora scappo perché quel maledetto becchino nonostante gli abbia allungato 20€ non ne ha voluto sapere né di accelerare più di tanto né di fare una piccola deviazione“.

Ho riguardato dietro il carro funebre, e mi sono accorto che la gente vestita di nero aveva decisamente il fiatone.

Io un passaggio dal carro funebre non me lo farei dare manco morto (se potessi).

Juanito

“Sangre de toro de hitemuort…”

“Che è stato, Juanito?”

“El mi nome, avvohuito, es Juanito Solèro Alvàrez Furente De la Minkias Esposito1, y tu estai prehato de llamarme con mi nome, l’intiero mi nome, entiendes2?”

“Ok, senti, Juanito Solèro Alvàrez De la Minchias…”

“No no, non Minchias, Minkias, non se puede sentir “Minchiàs”, repete por favor, es mi onor”

“Senti, uagliò, che è stato?”

“El boss, harogna de avenida…”

“….”

“Lo mato, lo mato, ay si lo mato, me voy a lo matàr…”

“‘Ndo vai, ‘rcatroia? che è stato?”

“Fijo de la puta, marscio como un muerto de trinhea”

“Come sono i morti di trincea?”

“El muerto de trinhea remane sepulvèdo soto la tierra por un sacos di tiempo y huindi es muy fètido, muy tànfo…ay!, ay!, si, lo mato, ay si lo mato, ay lo mato si lo mato”

“Ma che devi matare, dàtti una calmata, mi dici che è stato?”

“Avvoloculo, el puerco mi ha faTo lessiòn de vida”

“Avvocatolo avvocatolo, no avvoloculo ‘nculassoreta…nientedimeno ti ha fatto lezione di vida la carogna di strada….tremo al pensiero di cosa possa averti insegnato”

“Me dise que por far hariera aqui, jo soy muy aretrado”

“E perché sei arretrato per la carriera? Il  che ti pone comunque già una spanna davanti a me…”

“Dise que jo soy un asosìal”

“Un che?”

“Asosiàl, que nuca frequento los otros abogados, que soy muy reservado, que dovria farme amigos in todo el studios”

“Ah asociale, sai la novità”

“Dihe, el boss, quel topohihio màs griscio de una jornada de foschia en Barselona quando halienta el sol ma la nebbia s’è insinuada per le halle….”

“Aho e dacci un taglio co’ sta metafora, topogRigio già bastava…”

“Ay, tu c’hai rrahione, intiende que quel topohihio griscio me dise que por uno estrangiero como migo “

“Uno…che?”

“Uno estrangiero, qui viene da otro Paìs, esempio come migo en Italia, o come tigo en la Espana, intiende? “

“Ah, uno straniero…”

“Ay, dise que uno estrangiero nesessìta eser amigo di todos los otros abogados, che nesessìta andarse a colassiòn, en la montana a siàr, al mare ad abrustolirme como pannohhia de mais, che dovria escobarme qualhe segretarias porque escobàr con una segretàr te permete di saber lo mejos segretos de lo studios”

“Quante storie, che male c’è a suggerirti di trombarti le segretarie?”

“Tu es loco como un toro loco…les segretarias son tode hessi”

“Hessi?”

“Hessi hessi, entiende el puesto dove vai a hahare”

“Hahare?”

“Hahare hahare, quando calienta el sòl e tu hai manhiato peperòn imbuTonado, e te se sgarrìa el culo y tu cerchi a tentòn la tassa, in una parola, el cesso dove vai a hahare empestando de fedore per hore e hore qui dopo pasa la cameriera a sprussar un ahente himiho, tipo el mastrolindo spray, por salvar vide humane…”

“Ah cacare…beh puzzerò pure quando mi si “sgarrìa el culo” ma tu francamente non sei Chanel n.5 eh”

“Y tu non sei miha Bandèras nombre 1…ay home è, home non è, jo lo mato, lo voy matar”

“Ma che mati! Per così poco te la prendi? A me ha dato tante lezioni di vita che ho la laura, il master e pure lo stage in stronzologia, lassa stare, dice sempre che bisogna essere amico di tutti, ma se tutti fossero amici di tutti francamente sarebbe la prova provata che nessuno è amico di nessuno, un’altra volta mi dice che devo essere serpente coi superiori, scimmia nelle relazioni sociali, leone con gli agnelli, agnello coi leoni, gatto coi clienti, verme coi concorrenti, squalo coi colleghi…”

“En pratica te consihiò de esser un poquito zoo”

“Si e un poquito zoccola”

“Està bien, ma yo prima he rituerno en Espana, prima che finisga este periodo de hemellahhio lo mato”

“Credo che se tu lo facessi farei una colletta per affittare l’Arena di Verona e lasciartela disponibile per una bella corrida…”.


  1. Se vi siete chiesti come mai un estrangiero espagnolo si chiami, tra le altre cose, anche “Esposito”, ciò è dovuto alle sue origini nobili, i.e. partenopee. Da qui anche l’espressione tipica ispanico-napoletanico “Sangre de toro de citemmuort”. 
  2. Questa nota è solo per far commuovere Ysingrinus, cui sono sicuro scenderà una lacrima nel vedere, dopo mesi di istruzioni, che l’avvocatolo finalmente ce l’ha fatta, uno di noi che ce l’ha fatta a mettere una stracacchio di nota, anzi due! 

Un imbarcadero di nome Mike

Taxy Londra e NY

(Foto personali)

Recentemente sono atterrato a Londra…oddio, atterrare a Londra è un concetto elastico, essendoci aeroporti di Londra che si trovano anche fuori dal Regno Unito (di recente ne hanno aperto uno anche su Urano).

Anche in Italia, in verità, senti dire “vado a Milano“ e poi sul suo biglietto c’è scritto “BGY”, che non è proprio Milano ma Bergamo, anzi neppure Bergamo ma Orio al Serio.

E’ lo stesso concetto che usano i miei parenti quando dicono di venire “dalle mie parti”, ovvero Milano, comuni limitrofi, pianura padana, Piemonte e comunque ogni altro posto d’Italia (o anche di Francia, tipo la Corsica) che sia più a nord di Firenze (si, va bene, la Corsica forse non è sempre più a nord di Firenze, ma Bergamo non è Milano, e allora?).

Comunque.

Dopo un viaggio di circa due ore dall’aeroporto di Stansted a Victoria Station, sono andato direttamente, in taxi, in un delizioso loft di amici, nel quartiere di Camden Town.

Per l’ennesima volta ho constatato quanto siano diversi i tassisti londinesi da quelli newyorkesi, pur essendo sostanzialmente lo stesso popolo (ok, ok, ciascuno vive in un continente differente, ma non stiamo a guardare il pelo nell’uomo).

Per tutto il tragitto, il tassinaro londinaro ha mantenuto un religioso silenzio nonostante i miei tentativi di attaccar bottone (attaccar bottone? sembravo intento a cucire l’intera nuova collezione autunno-inverno di Armani).

Non sembrava seduto ma imperniato all’auto, come se un voluminoso perno sbucasse dal sedile e andasse a imbullonarsi dentro di lui (da un’apertura facilmente intuibile) sorreggendone l’intera colonna vertebrale.

Sono sicuro che quel tassista quando scende dal suo taxi continua a camminare per strada nella stessa posizione in cui guida.

I tassisti newyorkesi, invece, sono soliti raccontarti la loro vita dal loro trasloco nella big apple fino al…tuo albergo, anche se c’hai il jet-lag e dormi con la capoccia appoggiata al finestrino.

Se vedete un bastone appuntito in un taxi a New York, sappiate che viene utilizzato non di certo per i selfie quanto per punzecchiare i clienti dormiglioni e obbligarli a sentire i loro racconti.

Si stravaccano sul sedile così tanto che le loro ginocchia finiscono nel cofano, tra l’albero motore e il radiatore (i loro jeans stracciati alle ginocchia, infatti, non sono un vezzo modaiolo ma una conseguenza dell’attrito con la cinghia di trasmissione).

Sono soliti allungare il braccio destro sul poggiatesta del sedile lato passeggero (operazione impossibile per un collega londinese, visto che a Londra si guida dal lato passeggero), mentre invitano con decisione gli altri automobilisti a tenere una guida prudente (hey, fuck you and your mom!, trad. fancul tu e ess mammete, o let’s go out dead you and your mom, trad. scì iccis tu ess mammete).

Mantengono saldo il volante con le ginocchia, mentre ogni due per tre voltano la testa a guardarti per osservare la tua reazione a qualche parte di racconto particolarmente significante (della serie eh? Hai visto, amico, che mi è successo? Eh? Da non crederci, eh?), mentre tu mentalmente gli urli “guarda la strada razza di imbecille”, solo che non sai come si traduce imbecille né tantomeno “razza di” in inglese e allora lo fulmini con gli occhi sbarrati in Carfagnesco, e cominci a chiederti se la foto sul tuo profilo e il tuo ultimo status di facebook possano andare bene per la lapide, ridi beffardo pensando che sarebbe bello, da morti, poter cambiare ogni tanto lo status e la foto e vedere come reagiscono quelli che vengono a portarti un fiore, chiedendoti insomma quanti metteranno un pollice su e quanti un pollice verso (a xxx piace/non piace questo elemento).

Insomma, per farla breve di recente mi sono ritrovato ad una festicciola londinese in questo loft in Camden Town.

Alla festa c’era una ragazza – che come me, amava i Simpson e i Cesarons – deliziosa con una camicia nera trasparente con balze (maledette balze che rendevano opaca la camicetta proprio lì nei due punti in cui c’era più bisogno di trasparenza), ciocche ribelli di capelli rosso-Milva, sorriso alla Julia Roberts, stesso numero di denti ma diciamo 20-30cm di apertura boccale in meno (restando pur sempre una delle bocche più larghe che abbia mai visto), gote di un bianco-Monte-Bianco, labbra rosso-lattina-di-coca-cola e occhi verde-barretta-di-uranio-radioattivo.

Mi sarei innamorato in soli 10 minuti, se lei non mi avesse stampato un sonoro bacio sulle labbra per presentarsi, facendomi quindi innamorare in molto meno (diciamo 30 secondi).

Strano popolo gli inglesi, strano davvero.

Del resto non c’è da aspettarsi nulla di diverso da un popolo che si ostina a guidare dal lato sbagliato, e i cui più illustri personaggi della storia sono stati un bandito semiselvaggio che girava con delle calze di lana che neppure mia nonna, e che non abitava mica a Marble Arch (bensì nella foresta di Sherwood), e un certo Jack che abitava a Whitechapel e il cui mestiere era ed è ben più noto del suo cognome.

Dopo il bacio, ci siamo lasciati alle spalle il clangore alticcio della festa, abbiamo fatto all’amore sotto il silenzio complice della pioggia nella foresta di Sherwood (certo ho dovuto mantenere una mano costantemente sulla tasca posteriore dei miei jeans per impedire a qualche Robin Hood di sfilarmi il portafogli), e poi dormito esausti, sudati, raffreddati, vestiti ed abbracciati, l’indomani ci ha svegliato un raggio di sole (coadiuvato dai clacson giù nella strada, diciamocelo), pic-nic sulle rive del Tamigi (quadro di Manet!), infine siamo andati a convivere, sposati ed eravamo lì lì per avere un figlio, quando mi sento bussare su una spalla.

Pensavo fosse Amore a bussare ed invece erano due spalle larghe quanto il Tamigi al cui centro galleggiava un imbarcadero che rispondeva al nome di Mike, che mi ha spinto da parte come un mouse ormai inutile sulla scrivania, e ha attraccato su mia moglie e si, insomma, ho dovuto alla fine divorziare dal mio sogno a occhi aperti.

Ho giurato vendetta sulla tomba di Romeo, e mi sono fiondato sulle ultime M&M’s disponibili.

Mi sarei dimenticato per sempre di lei se non mi fosse saltato in mente di scrivere questo post.

Io, io che sono diverso, almeno io, nell’Universo (tranne te)

Dopo avervi rivelato di avere gocce di sangue d’Africa nelle vene, dopo avervi insomma aperto il mio cuore confessandovi d’essere un poco figlio dell’Africa (aggiungendo quindi una preziosa informazione all’intuizione già in vostro possesso circa il mio essere, in fondo, un briciolo anche figlio di bottana), dopo aver ammesso di avere pregiudizi su pregiudizi, è giunto il momento di ammettere modestamente che io sono il migliore avvocato di tutti i tempi.

Ciascun avvocato è convinto, in cuor suo, di essere il migliore avvocato del proprio studio, della propria città, nonché dei pianeti del sistema solare, galassie limitrofe e provincia (incluse le galassie denuclearizzate).

Mi rendo conto che il mio rappresenta un pregiudizio sugli avvocati, essendo la mia convinzione basata su un’estensione all’intera categoria della mia opinione formatasi, negli anni, solo su alcuni avvocati, quelli che ho conosciuto di persona, che sono statisticamente pressoché irrilevanti (e peraltro non li ho conosciuti neppure troppo bene, a ben vedere).

Del resto è esattamente così che deve funzionare un pregiudizio.

Ciascun avvocato, mi preme aggiungere, è convinto A TORTO di essere il migliore avvocato che sia mai esistito dai tempi del big bang (e oltre, secondo le recenti teorie quantistiche, recenti rispetto all’età di Pippo Baudo, voglio dire).

Io sono l’eccezione alla suddetta regola, ovviamente.

Infatti, io non sono convinto a torto di essere il migliore, ma sono convinto di essere il migliore A RAGIONE.

Anche tutti gli altri avvocati sono convinti di esser convinti a ragione di essere i migliori, ma loro hanno torto, io ho ragione, è questa la differenza fondamentale tra me e loro.

Del resto nessuno di loro ha mai scritto o detto che io, a differenza loro, sono convinto a torto di esser il migliore, mentre io ho appena messo nero su bianco l’affermazione opposta.

La circostanza che il mio auto-apprezzamento sia condiviso solo da me e da mia nonna è la riprova migliore di quanto affermo.

Infatti, al mondo non esiste altro animale, all’infuori di noi due, che abbia una conoscenza così approfondita del sottoscritto.

Tornando al resto dell’avvocatura dell’Emisfero Universale (tranne me), ogni volta che un avvocato commenta un contratto redatto da un collega, il giudizio più delicato che possa emettere è “è scritto col culo”.

Anche a me capita di commentare così, ma nel mio caso, ovviamente, il mio commento è giustificato, nel resto dei casi, ovviamente, no.

Gli avvocati hanno anche altre sublimi qualità, bisogna ammetterlo.

Sono, ad esempio, vanitosi ed egocentrici.

Io, invece, non sono né vanitoso né egocentrico, infatti non mi sono mai lamentato del fatto che se tutti gli altri avvocati della Nube di Oort e Ammassi Aperti limitrofi fossero meno vanitosi e più modesti dovrebbero riservare tutta la loro ammirazione e attenzione a me, che sono il più affascinante nonché il migliore avvocato che abbia mai calcato la crosta terrestre dai tempi di Adamo, Eva, Caino e Abele (qualcuno mi spiegherà prima o poi da quella famiglia come si è arrivati, per dire, a Enea, poi uno dice “Porca Eva”…ma ve lo immaginate, già che siamo in questa parentesi, che sarebbe successo se Eva avesse mozzicato un Cocomero di Bari o una Muzzarella di Aversa anzichè la mela che poi -essendo il Paradiso nell’Emisfero Celeste del Nord – era una mela di quelle tipo Esselunga che non sapEno di niente? Di sicuro, non se ne sarebbe pentita, Eva, ma soprattutto chillu baccalà di Adamo si sarebbe salvato perchè Eva col cacchio che ci lasciava metà cocomero o mezza Zizzona di Battipaglia, per dire, e per mangiare. Non ce la vedo proprio Eva che dice “Adà, vuo’ da’ ‘na capata?” alla Muzzarella, no no no, si sarebbe ben guardata dal fare come tutte le femmine fanno a ristorante “tu prendi questo io prendo quello poi facciamo a metà“, condannandoti per sempre a un demì-magnè. E permettetemi di aggiungere che nè è valsa la pena perdere l’Eden se per quel mozzico a quella mela slavata ci siamo guadagnati il diritto di peccare di gola con Muzzarelle, Pane cafone, Puparuoli mbuttunati, Raù, Tracchiulelle, Sfugliatelle, Babbà et affini).

Ancora, sono irascibili in sommo grado.

E non potete sapere quanto mi manda in bestia la loro irascibilità, guardate, proprio mi fa incazzare che ADESSO SPACCO QUESTA CAZZO DI TASTIERA SE SOLO CI PENSO PORCAMIGNOTTA STURMTRUPPENMIGNOTTEN.

Continuando nel catalogo dei pregi degli avvocati, tutti loro, ad eccezione mia, sono inaffidabili.

Riuscire a mantenere un appuntamento preciso, sia solo telefonico, con un avvocato è un’impresa immane.

Hanno sempre una conference che si è prolungata oltre il previsto, un closing dell’ultimo minuto, una riunione posteriore al vostro appuntamento ma di importanza maggiore, un ritardo dell’aereo anche se vengono da Cinisello Balsamo. Insomma, hanno sempre una giustificazione alla loro inaffidabilità che appare icto oculi una banale quanto fasulla scusa.

Io, invece, ho sempre giustificazioni vere, o almeno me ne invento sempre di credibili (es. sono incappato in un varco spazio-temporale, il millennium bug del 2000 mi ha resettato l’orologio della sveglia, sto’ ancora sintonizzato sul fuso orario di Nettuno, il grande Coniglio mi ha detto di fare tardi, etc.).

Poi, sono sempre talmente assorti nei loro pensieri che non ti danno mai ascolto e cambiano pensiero come se niente fosse. Non si accorgerebbero neppure se Cristo scendesse di nuovo sulla terra a andasse a bussare al loro citofono (secondo me se Cristo non riscende non è tanto per la Croce, quanto per i panettoni scadenti, sentite a me o, re melius perpensa, può esse che non ci funziona manco a lui il citofono). Io me ne accorgerei subito, non fosse altro perché non ho un citofono e se quindi questo suonasse…dunque dicevo che un’altra peculiarità che mi distingue dal resto degli avvocati è che loro, a differenza mia, sono sempre attaccati al blackberry; lo so perché mi tocca rispondere continuamente in tempo reale alle loro e-mail, anche di notte, dal mio blackberry.

Ma la loro caratteristica peggiore, è l’intolleranza ai difetti degli altri avvocati.

E’ un loro difetto che, francamente, trovo assolutamente intollerabile.