Il pranzo tra blogger

Di seguito il verbale fedele di un pranzo tra blogger anonimi.

Interpreti

chiediloamanu nei panni de Lozzì (unica donna che interpreta ruolo maschile…)

Cippe’s e Colpoditacco nei panni de Anastasia e Genoveffa – le zie vedove, maligne e malelingue

Lucidastellina nei cenci ehm panni di Cenerentola – la sorella buona (e prigioniera) di Anastasia e Genoveffa

gigifaggella nella tonaca o veste de O’ Presidè – lo zio, che poi zio non è, che è stato così ribattezzato per aver svolto le funzioni di giudice di pace onorario (giudice che poi giudice non è), dopodiché ha assunto la sgradevole tendenza a darsi arie da gran togato

niphus nei panni di Megamind – il figlio di Anastasia, grande cervello e zero cuore

DAVEBRICK detto il pinza nei panni di Minimind – il figlio di Genoveffa, zero cervello e zero cuore

brum nei panni lerci di Zio Mario – uomo i cui ormoni vivono in un’eterna primavera adolescenziale

signorina s. nei panni de Zia Maria – moglie di Zio Mario

Equilibrista squilibrato NEI PANNI DE Fratello-LO

INTEMPESTIVOVIANDANTE NEI PANNI DI UNA COMPARSA CHE FA UNA SCOMPARSA

suzieq11 nei panni de Cognata-LA

MISS-STRESSO NELLA MINIGONNA DI Lucrezia l’Orgia – sorella di Cognata-LA, gnocca del quarto grado della scala Mercalli

ySINGRINUS NELLA TUNICA DEL Prete – comparsa che compare ogni anno ALLA VIGILIA NATALE puntuale ad ora di cena per la benedizione, e CON DISCUSSIONI CONCENTRICHE VA SEMPRE AD APPRODARE ALLA colletta per il tetto nuovo, che ormai è diventato vecchissimo prima ancora di esser costruito ex-nuovo


Cenerentola: “Ragazzi è pronto, a tavola su su che così diciamo una preghierina prima”

Lozzì: “Ncè sta na sedia de la cucina? Ste sedie de lu salone n’ li pozz suppurtà”

Io: “Megamind vai in cucina a prendere una sedia di paglia allozzì”

Zio Mario: “Ma Lucrezia non viene?”

Cenerentola: “Zio ti preoccupi sempre di tutti, come sei buono…si, viene, diremo una preghierina pure per lei”

Zia Maria: “E a te che te ne frega se viene o no quella sgallettata?”

Megamind: “Minimind vai tu a prendere la sedia allozzì, io devo andare alla rosticceria delle cazzate”

Minimind: “Avvocà lozzì l’ha chiesto a te, vacci tu”

Genoveffa: “Ueeeeee, ve vulete sedè? La pasta se fa fredd e se fa nu schif”

Megamind: “A zì, tanto la pasta tua, calda o fredda, sempre una chiavica è”

Io: “Megamind hai già trovato un ALTRO avvocato che ti scrive quella lettera di disdetta?”

Megamind: “Lozzì aspè vado io a prenderti lassedia”

Anastasia: “Me stet’ a ffà mmattì, meh, ve vulete sede? Sting a cucinà da iersèra, mo’ se fa tutt nu schif…megamind…ndundì’ ndò stì’…”

Genoveffa: “MEGAMAAAIND, MEGAMAAAIND, ANDO STAAAIIND?”

O’ Presidè: “ORDINE!”

Zio Mario: “Dobbiamo aspettare a Lucrezia l’Orgia, sennò io non mi siedo, per rispetto”

Zia Maria: “Tu mo’ ti siedi su una sedia a rotelle e ci rimani, se non la finisci”

In realtà Zio Mario cerca sempre di sedersi di fronte a Lucrezia che, notoriamente, instilla nel prossimo tre domande: 1) ha un topless al contrario o si è solo dimenticata di indossare il pezzo di sotto del vestito?; 2) sarà improvvisamente finita la lana a chi le ha cucito la gonnellina?; 3) non sente freddo alle ovaie?.

Minimind: “ZiòMà, tu a Lucrezia ce le daresti due botte, dì la verità”

Zio Mario: “Neh ma tu che dici, quella potrebbe essere mia figlia!”

Zia Maria: “Tua nipote…”

Megamind: “Ziomà quella “tua figlia” mi ha detto che con te un pensierino ‘ncelo farebbi”

Zio Mario: “quando te lo ha detto? come sto con ‘stà camicia? Ma vero fai?”

Zia Maria, allungando un ceffone sulla nuca di Zio Mario: “Finiscila!”

Megamind: “Quant’è vera la Madonna”

Minimind: “Ma se tu sei adio, che giuri sulla Madonna”

Fratello-lo: “Si dice ateo, non adio, non simuliamo voli pindarici eh”

Minimind: “Ma Megamind non crede in Dio, mica in Teo”

O’ Presidè: “Ordine! ORDINE! perdio!”

Lozzì: “Meh, quann arriv’ ‘sta seggia?”

Cenerentola: “Ti ringraziamo o Signore…”

Megamind: “…se ti porti a Cenerentola con te, ti ringraziamo si, Signore”

Fratello-LO: “Megamind ti ho sentito”

Megamind: “Fatti i cazzi tuoi”

O’ Presidè: “ORDINE! ORDINE! ORDINE! o faccio sgomberare la sala”

Lozzì: “Presidè te vu sta zitt nu poc?”

Io: “PA’, PAAAA’, PAPAAAA’”

Mio padre: “Che ti urli, sto qua”

Io: “Dài sediamoci”

Lozzì: “I steng ancor’ a ‘spettà la sseggia, che t’ puzza virgugnà”

Megamind: “Tiè lozzì, eccoti lassedia”

Io: “zioma’ st’anno a natale peffavore non regalarmi un’altra lapide, eh, sto gia’ a posto per l’eternita’”

Zio Mario: “Tu sfottimi sempre per quel regalo, un giorno mi ringrazierai”

Io: “Ziomà speriamo che ti ringrazi quanto più tardi è possibile….”

O Presidè: “ORDINE! ORDINE! ORDINE IN SALA! SI MANGIA!”

Entra Lucrezia l’Orgia, e in sala cala un silenzio tale che è possibile sentire i microbi respirare.

Il Presidente crede che il silenzio sia dovuto al suo “ORDINE!” e si impettisce tutto.

Ha un occhio nero (Lucrezia, non il Presidè).

Zio Mario: “Lucrezia! Che hai fatto all’occhio, sembri un panda?”

Megamind: “Per sembrare un panda dovrebbe avere anche l’altro occhio nero. Forse se continua a vestirsi così, per capodanno ce la può fare…”

Fratello-lo: “Mega, insieme all’agnello ci metto le tue gengive sulla brace, se non la smetti”

Genoveffa: “Eh si, Lucrezia, che è stato? Siediti, vieni qui…”

Anastasia: “Queste sono le cattive frequentazioni….”

Zio Mario: “La lasciate parlare?”

Lucrezia: “Ho sbattuto contro uno sportello della credenza, sapete, di notte, cercavo il latte, a tentoni”

Megamind: “Ma il latte non va nel frigo?”

Minimind: “Quello a lunga conservazione no”

Megamind: “Dopo che lo apri pure quello va nel frigo”

Lozzì: “Meh viè qua ca ce mettem sopr’ du fett de patate e vid ca pass tutt cos”

Lucrezia: “Mi aspettavate da tanto?”

Megamind: “Zio Mario erano dodici mesi che ti aspettava…”

Zio Mario: “Avete notato che l’avvocà, quello è diventato milanese, mo’ parla tutto difficile, basta che si mette la sciarpa si sente tutto lui si sente…”

Io: “Ziomà, perché, mo’ se uno si mette la sciarpa è milanese? e poi sto a mezze maniche…”

Genoveffa: “Eh avvoca’ però come te la metti tu, si, un poco milanese ci è”

Zio Mario: “Ha fatto i soldi, si sente il gallo sopra la munnezza”

Io: “Ziomà io mi sento gallo sotto la munnezza…”.

Altro silenzio, in cui si può sentire non solo il respiro ma anche il battito cardiaco dei microbi. A tendere l’orecchio, si sarebbe potuto sentire persino il ruotare degli elettroni.

O Presidè: “ORDINE O VI FACCIO ESPELLERE TUTTI!”.

Minimind: “O Presidè si crede Mosè, mo’ ci ordina di salire tutti sull’arca”

Megamind: “Ma Mose’ faceva il falegname?”

Cenerentola: “Ragazzi ma Mose’ era quello del Mar Rosso, quello dell’arca era Noè”

Megamind: “E’ Mos’è o non è Mos’è, è Noè o no(n)è Noè, alla fine quello dell’arca lavorava allo zoo, sennò come li metteva insieme tutti quegli animali?”

Cognatala: “Avvo con quella barba sembri bello e impossibile”

Megamind: “A me sembra che è impossibile che e’ bello…”

Io: “Ha parlato Raz de Cani”

Cognata-la: “Come sempre fuori dal coro tu, eh”

O’ Presidè: “ORDINE! ORDINE! ORDINE!

Megamind: “Ziomà se cade Renzi a chi voti ‘sto giro?”

Zio Mario: “A Berlusconi”

Minimind: “Ma quello ruba, si fa le leggi per rubare, và a minorenni, compra i senatori, corrompe i giudici, fa le corna, aumenta le tasse…”

Zio Mario: “Questo è FALSO! Non ha aumentato le tasse per tutti, mancopessogno! Le ha aumentate solo per chi le paga, ma in Italia sono in pochissimi a pagarle, per tutti gli altri – e sono la maggioranza – non ha fatto niente, non è cambiato proprio niente”

Megamind: “E appunto! Il suo è stato il governo del fare….schifo!”

Zio Mario: “Proprio per questo lo voto. Una volta che trovo uno peggio di me, ti pare che non gli devo solidarietà e il mio voto? Secondo te perché milioni di persone guardano al Grande Fratello?”

Minimind: “Perché sperano di vedere una trombatina in diretta?”

Zio Mario: “Macchè, perché si consolano sapendo che c’è gente peggiore di loro”

Il Prete: “E’ permesso?”

Tutti in coro: “Entrate, entrate”.

Non so perché, ma le gocce d’acqua santa finite sulla testa di Zio Mario e Megamind sono evaporate in uno sbuffo.

Quanto a me, il prete, dopo essersi aggiornato sul mio stato coniugale e lavorativo, mi ha fatto lo shampoo.

Su Cenerentola le gocce d’acqua si sono illuminate.

Su Lozzì hanno assunto viscosità, si sono tramutate in gocce d’olio e lui le ha subito messe in un barattolo con le salgicce.

Su Anastasia e Genoveffa alle gocce ci sono venuti i capelli bianchi e si sono messe a piangere, ci scendevano certe lacrime a quelle gocce che facevano tenerezza.

Sul Presidè le gocce sono diventate inchiostro, lui ci ha intinto la sua Mont-blanc e ha steso un verbale del pranzo.

Le ultime gocce sono finite sul seno di Lucrezia Orgia. E si sono tramutate in sguardi lascivi di Zio Mario.

E pure il prete, secondo me, proprio proprio contento del suo voto di castità non dev’essere stato in quel momento. A pensarci bene nemmeno io, che seguo l’esempio del prete quanto a castità, senza però aver mai votato a favore.

Non so come, ma ad un certo punto abbiamo finalmente cominciato a mangiare.

E da allora ancora non abbiamo smesso.
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E sono io

Io ho, tra gli altri, un fratellino di 3 mesi.

I suoi radi capelli bruni fluttueranno sempre sul suo piccolo cranio tondo come uno strano mappamondo, simili a fili di alghe sospinti da limpide correnti d’acqua dolce, dolce come un bacio sulla fronte di Dio.

La marea del tempo che avanza non lambirà le sue paffute manine.

Le sabbie degli anni, travasati nella clessidra da cui stillano granello a granello i nostri giorni, non potranno nessuna abrasione sulla sua pelle di madreperla.

Il mio fratellino di 3 mesi ci ha lasciati tanti anni fa, ma per me rimarrà sempre il mio fratellino di 3 mesi.

E’ crisalide, cristalizzata nell’unica foto che campeggia – solitaria – sul comodino di papà da una vita intera.

Un duplicato sulla sua fredda lapide, vicino a M., sopra una poesia in lettere di marmo che se avessi potuto usare per scalpello la punta del mio cuore, sarebbe – senza ombra di dubbio – stata “Chiedo Silenzio” di Neruda.

Per anni mi sono svegliato e addormentato, e il primo volto che ho visto aprendo gli occhi è stato il suo, e l’ultimo prima di chiuderli a sera è sempre stato il suo, prima
e dopo quello di mio padre.

L’unico oggetto degno di affiancare quella cornice è stato uno scatolino (fatto con Vinil e Uniposca), ricolmo di striscioline di carta, fitte lettere sbilenche, i miei pensierini a 7 anni per la mamma, resistiti a 5 traslochi e tanti (altri) moti di rivoluzione e tutt’oggi ancora lì.

Nella foto, il mio fratellino è placido, gli occhietti chiusi (per sempre), adagiato tra batuffoli e trame di lana bianca che occupano l’intero fotogramma, una manina non completamente chiusa a pugno che sbuca dalla copertina quasi a dirci l’estremo e duro ciao (copertina trapuntata da altre mani, sottili come fusi, quelle di mia, nostra madre).

Per anni ho visto il mio fratellino di 3 mesi sognare su quel comodino, etereo, quasi
galleggiante su quel letto che pareva ordito con trama a lana di nuvole.

Quante volte mi son chiesto cosa stesse sognando.

Oh, se solo si potessero davvero fotografare i sogni, foss’anche solo nella nostra memoria, la memoria, questa pellicola burlona, la cui ripetuta emulsione modifica ogni volta un pizzico profondità di campo, composizione, esposizione, e bilanciamento del bianco ai tuoi ricordi, sicché le stampe non sono mai uguali a loro stesse e si allontanano sempre più dalla realtà che vi s’era impressa.

Piccoli gradi kelvin di deviazioni impossibili da individuare, perché la stampa mentale dei ricordi dipende in maggior misura da quel che stai vivendo mentre li riporti alla mente, piuttosto che da quel che hai vissuto e che vorresti rivivere ricordando.

Non è il passato che influenza il presente, semmai il contrario.

Io non ho mai sognato il mio fratellino di 3 mesi, nonostante pensi a lui ogni volta che vedo delle corone di fiori ai lati di un sagrato, o mi appresso ad un cimitero, quando tasto al buio un comodino, quando maneggio una cornice d’argento, o mi specchio nella vetrina di un negozio pre-maman, quando cedo il sedile ad una donna incinta o alla sua culla, o lascio l’ascensore a un passeggino, e non so quanto altro ancora.

Mi reputo una persona del tutto scevra da suggestioni chiromantiche.

Credo fermamente ai sogni ma non ai fantasmi.

Eppure.

Eppure mi venne in sogno, il mio fratellino di 3 mesi, per la prima e penultima volta 4 anni fa.

Quando la morte stava per sospingere di lì a poco ancora il suo funereo soffio nella mia, nella nostra ignara vita, rischiando di segnarmi per sempre.

Ma lui venne a dirmi che era il mio angelo custode.

Me lo disse oniricamente, sapete come capita nei sogni, dove i sensi funzionano come uno strano Home-Theatre, mescolati in un pazzo surround multicanale di udito, gusto, tatto, vista e olfatto, i nostri sensi fusi e confusi insieme, ignari delle leggi della fisica, e una frase non sai mai se l’hai letta, udita o l’hai toccata, o temuta, o tutto insieme, e riesci a vedere te da dentro e fuori te, contemporaneamente.

E quindi vidi/sentii/toccai/assaporai le sue parole pur essendo lui un infante (che non a caso significa in-fans = senza parola).

Nel sogno dimostrava il doppio della sua eterna e tenera età, si reggeva sulle gambe cicce e incerte, i pugni stretti alle sbarre di una culla.

Mi mostrò/disse/fece toccare/emanò in questo pazzo sourround di sensi delle semplici parole: “Sono io il tuo angelo custode”.

Mi pervase una strana pace che però durante il giorno evaporò.

La notte seguente tornò a trovarmi affinché la pace perdurasse (e perdurò).

Ma questa volta le fattezze erano quelle di B., B. il mio fratellone che porta lo stesso nome (fardello plumbeo) del mio fratellino di 3 mesi.

B. mi disse/mostrò/toccò con le sue parole che erano ancora “Sono io il tuo angelo”.

Esternai con tutti i miei sensi da visione onirica, la mia delusione per essermi ingannato la notte precedente su chi fosse il mio angelo.

Lui rispose alla mia delusione con un sorriso sornione, e lentamente, davanti ai miei occhi/mani/naso/bocca si trasformò dal mio fratellone B. al mio fratellino di 3 mesi.

E mi fece vedere, e toccare, e ascoltare e annusare il suo tonante:

“Ma sono IO”.

Come a dire che ti credevi, sono proprio IO, non ti sei ingannato.

E ora lo so chi è il mio angelo custode.

E’ lui.

E sono io.


Chiedo Silenzio – di Pablo Neruda

traduzione italiana

Ahora me dejen tranquilo.
Ahora se acostumbren sin mí.
Yo voy a cerrar los ojos
Y sólo quiero cinco cosas,
cinco raices preferidas.
Una es el amor sin fin.
Lo segundo es ver el otoño.
No puedo ser sin que las hojas
vuelen y vuelvan a la tierra.
Lo tercero es el grave invierno,
la lluvia que amé, la caricia
del fuego en el frío silvestre.
En cuarto lugar el verano
redondo como una sandía.
La quinta cosa son tus ojos,
Matilde mía, bienamada,
no quiero dormir sin tus ojos,
no quiero ser sin que me mires:
yo cambio la primavera
por que tú me sigas mirando.
Amigos, eso es cuanto quiero.
Es casi nada y casi todo.
Ahora si quieren se vayan.
He vivido tanto que un día
tendrán que olvidarme por fuerza,
borrándome de la pizarra:
mi corazón fue interminable.
Pero porque pido silencio
no crean que voy a morirme:
me pasa todo lo contrario:
sucede que voy a vivirme.
Sucede que soy y que sigo.
No será, pues, sino que adentro
de mí crecerán cereales,
primero los granos que rompen
la tierra para ver la luz,
pero la madre tierra es oscura:
y dentro de mí soy oscuro:
soy como un pozo en cuyas aguas
la noche deja sus estrellas
y sigue sola por el campo.
Se trata de que tanto he vivido
que quiero vivir otro tanto.
Nunca me sentí tan sonoro,
nunca he tenido tantos besos.
Ahora, como siempre, es temprano.
Vuela la luz con sus abejas.
Déjenme solo con el día.
Pido permiso para nacer.

La melanconia dell’uomo-pirla [parafrasando la rosticceria delle cazzate (Il Primo Bacio)]

Il post in 50 sec.

***

Soundtrack.

Io sono, per dirla con Niphus, un pirla melanconico.

Per questo ho sognato la nostra casa di M.

In famiglia continuiamo a riferirci alla “nostra” casa, anche se in realtà quella laggiù a M. non è più la “nostra” casa.

Fu venduta all’asta 21 anni fa.

Fu durante quel processo, assistiti da un avvocato cane che sonnecchiò dinanzi ai mille vizi procedurali (che anni dopo inutilmente analizzai con lucida ferocia autolesionista), fu proprio lì, davanti alla dea con la bilancia i cui due bracci sono chissà perché diseguali, che decisi: sarei diventato un avvocato coi contro-coglioni.

Che ci crediate o no, non ho mai perso una causa, in nessun grado di giudizio.

Mai.

Nemmeno quando, anni più tardi, si è trattato di mia madre, questione di vita o galera (ho prodotto carte mangiate dai topi, inter alia).

La casa fu venduta per debiti lasciati da mio padre, cui mia madre non poté far onore se non lasciando che gli portassero via il solo tetto che in tutta la sua vita gli fosse riuscito di mettersi sulla testa.

Lungo 18 giri di sole, ci ho trascorso 18 estati (1 giugno / 1 settembre).

Nessuno accenna mai alla “nostra casa” in presenza di mia madre, per paura di risvegliare dolorosi ricordi di giorni andati.

Andati.

Andati a finire lì dove vanno a finire tutti i giorni, tutti i sogni, tutta l’adolescenza, e tutto il nostro futuro in continua erosione, giorni come onde, anni della nostra vita come maree che erodono granello dopo granello la spiaggia apparentemente senza confini del futuro, ineffabile come orizzonte per noi che lo osserviamo coi piedi nel presente, quella battigia, linea curva e scura e mobile che separa le sabbie del futuro dal mare dell’oblìo.

Quando mi capita di passare a M. il cuore mi si impolvera sempre tutto di nostalgia.

Una nostalgia acuita dal ricordo del mio primo bacio, a 13 anni, una gamba stretta alla sua, un asciugamano pudìco a coprire l’intrecciarsi lento e tenero (tenero come solo le prime volte sanno esserlo) delle nostre giovani mani.

Nostalgia amplificata dal ricordo di quei granelli sommersi dalla marea, granelli di tempi diversi, felici e spensierati, quando l’intero Paese sembrava sull’orlo di un radioso futuro.

Tutti noi sembravamo ad un passo da un radioso futuro, noi che quel passo non lo compimmo mai, e quel futuro radioso lo stiamo ancora aspettando, mentre continuiamo a imprimere le nostre orme su quella battigia in bilico tra ieri e domani, lavate via dalla risacca del tempo.

Erano altri giorni.

Di notte i lettini rimanevano lì dove erano rimasti tutto il giorno, potevi languirvi con la tua ragazzina, sopra, il cielo con le sue solite stelle e davanti, il mare con la sua solita luna, niente catene, niente vigilantes armati di quad e torce.

Solo tu, lei, le stelle, le onde.

E i tuoi battiti al ritmo dei riflessi ondivaghi del faro (una lucina rossa, tu-tum, una verde, tu-tum), i suoi capelli cullati dal vento come l’albero di una barchetta alla fonda.

Nel sogno eravamo io e B., il mio fratellone, il solito B. con cui seguivo per km i binari del treno per andare ad addentare le aspre more.

Traversine di legno ingottito, semi-immerse in pietre a tratti bianchicce come luna bitorzoluta e a tratti nere come eclissi, i binari due righe d’acciaio brunito dal sole poste a tracciare la prospettiva per l’orizzonte dove pietre e legno e ferro, tutto evapora verso il cielo indaco, tutto evapora liquido e tremulo sotto gli effluvi del caldo torrido.

Uno dei tanti miti irraggiungibili da cui è sempre stata ispirata la mia vita, il mio B., un gigante sulle cui spalle ho potuto scrutare orizzonti ad altri preclusi.

Lui, con la sua verve magnetica, il suo estro artistico, la sua inesauribile fantasia nell’architettare sempre nuove disavventure in cui imbarcarsi.

Non mi è mai riuscito, finora, di ricomprare la casa di M., sogno proibito e mai apertamente confessato di tutta la famiglia.

Però qualcosa ho combinato, mio malgrado.

Ogni tanto B. si emoziona per un nuovo investimento.

Che ne dici se ci compriamo una casa a Scanno, vicino al lago, facciamo fifty e fifty e poi ci andiamo ad Agosto..:”

“Si B., si, informati e fammi sapere”.

“Ci sono, ci compriamo quel pub vicino la scuola media, sono 100k, 50k io e 50k tu, magari i 50k miei me li presti tu, ci stai?”

“Si si, B., vai facile, vai, ma la casa a Scanno?”.

“No mia moglie, l’umidità, niente, non ci viene”.

Con lui ho comprato, sulla carta, tre quadrilocali (tutti bisognosi di vendere a prezzo stracciato solo a noi, depositari di una non meglio precisata “soffiata”), un palazzo (considerata la cubatura, regalato), un side-car del primo dopoguerra (che nessuno, nemmanco Motociclismo d’Epoca, aveva la più pallida idea, tranne noi due, di quanto valeva veramente), una barca a vela (senza vele ma tanto noi ci mettiamo il motore del side-car), un camper senza ruote (ma tanto ci facciamo un pub), svariati esercizi in fallimento (ma tanto vuoi mettere come li gestiremmo noi), e innumerevoli altri affari imperdibili che abbiamo sempre perso però.

Un giorno all’ennesima sua iniziativa immobiliare, ho risposto come al solito “vai facile, te li presto io i soldi”.

Quello non si è presentato dopo tre settimane con il preliminare firmato???

M’è toccato sborsare!

Anche se poi in pochi mesi mi ha restituito tutto, con 1€ di “aggio”. Quando gli ho fatto notare l’enorme errore, dice “no no, l’ho fatto apposta, sono gli interessi, vatti a prendere un caffè….oh ma con 1 euro a Milano ce la fai?”.

E’ la mia piccola rivincita sulla vita, diciamo il mio primo bacio alle chiappe delle avversità.

C’è una MILF nella Bibbia (e non è 7Even)

ACTHUNG!!!

Il video sarà a breve disponibile anche sul blog della voce femminile ovvero Emilydickinside (Emily ci diamo una mossa?).

IL VIDEO POTREBBE (ANCHE SE NON VUOLE) OFFENDERE LA SENSIBILITA’ RELIGIOSA DI CATTOLICI ED EBREI (TRATTANDO DEL CANTICO DEI CANTICI, PRESENTE SIA NELLA BIBBIA EBRAICA CHE IN QUELLA CATTOLICA).

Klicken Sie mit INTELLIGENTE WEISE! ACTHUNG!!!

ACTHUNG!!!

ACTHUNG!!!

CAZZO!!! VI HO AVVERTITO MA SENTO LA ROTELLA DEL VOSTRO MOUSE SCORRERE IMPERTERRITA!!!

Chi dorme non….

…se ne importa un fico secco dei proverbi quando è vegetariano, eh, scusate l’interruzione.

Pregiudizi su pregiudizi

Ma che cosa ha certa gente contro i pregiudizi?

Un sacco di pregiudizi, ecco cos’ha.

Adora il truce auto-cannibale che è il pregiudizio sui pregiudizi, certa gente.

Ecco.

Io invece li trovo comodi da indossare sul mio ego, i pregiudizi.

Se sono negativi, après tout, sono soulement pre-giudizi, n’est pas?, mentre se positivi mi esaltano perché  ho fatto colpo “at a first glance”.

Come indossare una tuta 10 euri da Zara comprata in pausa pranzo che nasconde la panza o ti esalta il culo o il pacco, a seconda del caso (e del casso) molto più di un Kiton che indossi dopo due mesi di lista di attesa e 18 prove.

Subire un pregiudizio è come essere bocciato ai quiz della patente, la simulazione a scuola guida, intendo. O come passarli con zero errori.

Te ne puoi fottere allegramente, tutto sommato, in entrambi i casi.

Hai sempre il ricorso in appello, contro i pregiudizi.

Contro il giudizio (cosa passata in giudicato) di mia nonna che mi conosce da 39 anni e mi dice “babbione”, che speranza ho di vincere un processo di revisione?

-273,15 gradi (questa è una battuta da NERD e di MERD, voglio dire: zero assoluto).

In secondo luogo i tuoi pregiudizi puoi ritrattarli senza che nessuno abbia a recriminartene la soffiodiventaggine stile bandierina da cocktail insita nel tuo volteggio da valzer (alias pippa) mentale.

Del tipo: ti autosuggestioni sull’avvenenza di una tipa in chat, dopo 2 settimane lei cede alle tue mille tattiche psicologiche (ce ne sarebbero da elencare a milioni, ma le più gettonate sono il finto ana-esteta falsamente disinteressato all’aspetto esteriore nonchè il farloccamente scettico circa la bellezza implicitamente vantata dalla tipa, che a quel punto per vincere il tuo ana-estetismo o il tuo scetticismo ti manda l’intero book fotografico su flickr o badoo).

Lei cede, dicevo, alle tue tattiche da Sun Tzu (Sun…Tzuca!) e magari ti manda una foto sexy quanto un frigorifero arrugginito al Polo Nord che risponde al sinuoso quanto ingannevole nome di Pamela.

Se hai giurato e spergiurato a quel frigorifero di nome Pamela amore eterno fino ad un attimo prima, mille magneti con ti amo in tutte le lingue del mondo, quando lei se ne esce con la foto del tricheco con la sua faccia, a quel punto puoi senza problemi traslocare dalla Repubblica di Platone verso La Dittatura del Ciaone, puoi fingerti in preda ad una sindrome da Vergine di Mileto, insomma -sì- puoi smammartela e dirle sai cara, scusa, il mio era un pregiudizio, non posso mica amare un frigorifero con la faccia da tricheco solo perché ho chatato con te per due/tre settimane? La vita reale è altro, è Ralph, ciaone.

A tal proposito con le parole di Ovidio (“I pericoli dell’Amore”), vi ammonisco, state in guardia dall’amore che è un albero, va sradicato da virgulto, appena mette radici, a fior di terra, quando basta poco per eradicarlo, se aspetti che cresca e poi vuoi estirparlo stai fresco….e ci starà fresca magari un sacco di altra gente che passa e godrà della sua ombra (Tityre, tu patulae recubans sub tegmine minchiarum…).

Invece, bombatèla per 2 mesi, quella tipa, e poi accomodati…a quel punto, anche se le hai mai fatto promesse a voce, le hai fatto promesse col corpo, hai espresso precisi giudizi ad ogni colpo di anca che le hai menato, ogni colpo un debito, e si sa come finisce quando non paghi i debiti.

Ti risparmi un sacco di fatica – invece – a preferire i pre-giudizi.

Vi ricordate?

“Capello lungo? Drogato
Capello lunghissimo? Drogatissimo
Orecchino? Ricchione!
Donna che fuma? Baldrakka”.

E’ esattamente così che io classifico l’universo-mondo che mi viene incontro senza darmi la precedenza in questa vita sghemba e contromano.

Svizzero? Puntiglioso.
Romano? Presuntuoso.
Spagnolo? Focoso.
Genovese? Pidocchioso.
Olandese? Fumoso.
Milanese? Borioso.
Stilista? Ricchione.
Parrucchiere? Ricchione.
Parrucchiera? Impicciona.
Avatar di un pupazzo ammiccante? Cesso ambulante.
Nuovo collega? Incapace.
Nordafricano fermo ad un incrocio? Spacciatore.
Alla stazione mi chiedi 1 euro? Drogato.

Automobilista che:
guida una cabriolet? Puttaniere [mantenuta, se donna];
guida macchinone da 300cv? Cazzo piccolo [porcona a letto, se donna];
in smart? Tamarrone [porchetta a letto, se donna];
mi taglia la strada? cornuto [moglie del cornuto, quindi bottana].

Il pregiudizio in realtà è l’ambrosia della comunicazione, meglio, è il nostro rigurgito individuale del nettare estratto dai mille fiori della collettiva conoscenza umana, che cola come miele da quel favo (di fava!) che è il nostro cranio.

E’ il distillato della realtà che ti consente di tracannarne tante lunghe e rapide sorsate, durante questa breve vita che poi cosa è, questa vita, se vinci ogni pregiudizio e impieghi 50 anni a conoscere ogni atomo di una singola penna, o di una singola donna, per poi capire in fin di vita che non ne sapevi proprio niente di niente di ciò che vi scorreva dentro, inchiostro e sangue e fuoco (le mele cadono da millenni e nessuno, nemmeno Newton in persona, ancora ci ha spiegato bene il perché, a meno che parlare di gravitoni a voi dica davvero qualcosa).

Non potremmo conoscere nulla senza pregiudizi, neppure un tavolo.

Chi dice che un tavolo è un tavolo?

Come fai a dirlo?

Guardi se ha 4 gambe?

E il tavolo della nonna con un unico, intarsiato, enorme gambone al centro?

E il Norbo Ikea?. Lo riponiamo nel mondo dei ripiani?

E poniamo che ti svegli una mattina e vai in salotto a occhi chiusi, ti fermi a 5cm dal tuo tavolo, apri gli occhi, vedi solo la superficie del piano.

Nulla nell’Universo potrà darti la certezza, che le gambe siano ancora lì sotto intatte, potrebbe essere nottetempo passato il trenino (ubriaco perso) di capodanno delle termiti, nulla nell’Universo quindi potrà dirti che quello è il tuo tavolo (se quello è un tavolo!) se non il tuo pregiudizio basato sull’id quod plerumque accidit, fintanto che resti ad un palmo di naso dal piano (se sei fermo ad un semaforo e ti si affianca una moto, ti giri e vedi solo il manubrio, hai bisogno di affacciarti dal finestrino per sapere che sotto ci troverai due ruote, un telaio, qualche cilindro?).

Il tavolo non ha le gambe, il tavolo È le gambe.

È l’intuizione di fondo della poetica di Whitman (che anticipo’ la neuroscienza di qualche decennio) che ce lo insegna: noi non ABBIAMO un corpo, SIAMO un corpo e non ABBIAMO sentimenti, SIAMO sentimenti che sebbene immateriali, cominciano nella carne.

Per questo mi mordevo quella sera il braccio, per ammazzare sul nascere il pensiero di te prima che arrivasse dalla carne al cervello.

È cosi.

Come le foglie d’erba tu non smetti di sapere cosa sia il vento che ti fa oscillare solo perché ti è capitata una giornata di immota afa.

Non smetti di sapere che un tavolo è un tavolo solo perché non ne vedi più le gambe.

Non smetti di sapere che una lucciola è una lucciola ogni volta che si spegne.

Non smetti di sapere che profumo ha il fiore strappato al ginepro solo perché trattieni il fiato.

Non smetti di sapere che sapore ha un caffè solo perchè sei su un lettino da spiaggia sotto la pioggia che continua ad allungarlo e a te non va di spostarti sotto l’ombrellone.

Non smetti di girare intorno al sole, solo perché ti pare di stare fermo.

Io non smetto di pensarti, solo perché tu i miei pensieri non riesci più a vederli.

Liebster Award 2015 [L’Ebreo si Adatta]

liebster3Dopo aver spaziato dalla ragazzina amante del make-up alla Libanese sposata ad un palestinese, ecco che il Liebster Award non risparmia neppure me.

Era ora che qualcuno si accorgesse di me, del mio brio, del mio frio, del mio trio, di questa compagnia di sbomballati.

Vi dirò che mi pare persino sia arrivato tardi, sono ormai 3 mesi che infesto word press.

Dunque ringrazio umilmente chi mi ha nominato, dico come al solito che non me lo aspettavo anche se me lo aspettavo eccome (ho messo like a tutti quelli che han preso un Liebster nella vana speranza che qualche sfigato avesse pietà di me e aggiungesse un undicesimo nominato, mica per altro), lo accetto con finta umiltà, faccio persino finta di snobbarlo, e vado ad illustrarvi le regole.

Lo so, lo so, non ve lo aspettavate da me, che avrei ceduto alle dolci lusinghe di un premio farlocco.

Ma te pare?

Ma sto a scherzà!

Questo è solo l’ennesimo strale contro quella incommensurabile, insostituibile, inerpicabile baciabile della boss.

Io non voglio parlare male della mia boss.

Non voglio cadere in facili clichè.

Del resto i clichè se diventano clichè un motivo c’è (clichè c’è e clinonchè non c’è…limoncè…limortè!).

In definitiva, non è ascrivibile ad un malinteso senso di sodomia del sottoscritto la circostanza che il cuore della boss sia dolce come un limone andato a male da 2 anni.

2 anni Avanti Cristo, intendo.

Nossignore (Nostro Signore!).

Però qualcuno deve pur svelare come stanno le cose.

E quel qualcuno sono ovviamente io.

Chi sono io?

Un incrocio tra l’anima narcisa (a torto miope) di Rita Pavone, la striduleria emotiva di Vanna Marchi Sandra Milo mentre le telefonano in studio annunciandogli una finta disgrazia al figlio, l’erotismo imbabbocciato di Giggi La Trottola quando sbircia le sottane e il fisico a-sportivo del Grande Lebowski quando si ritrova il tappeto cagato.

La boss ha proprio il gusto dell’orrido, in tema di sentimenti.

E’ razzista verso il sud Italia, verso l’Est Europeo, nonché verso il Sud del Sud Italia, diciamo verso la Region MEA (Middle East and Africa per in non addetti ai lavori, anzi per i non addetti ad “alcun” lavoro, chè ormai anche chi fa il casellante ha imparato le Region EMEA, APAC, NAFTA, etc.), e verso il LATAM, nonché verso gli Ebrei, i Buddisti, gli Induisti e gli Scintoisti.

Non è razzista verso alcuna altra religione o regione geografica.

Forse perché non conosce alcuna altra religione o regione geografica.

Tollera anche quelli del Polo Nord, dice che comunque il lavoro a noi non ce lo fottono mica.

Dice che l’uomo dovrebbe essere come il buon vino.

“Cioè scuro?” le chiedo io.

E lei “Orrore che dici…intendo che dovrebbe esserci un comitato che ne certifichi la provenienza geografica e il terroir, l’uomo dovrebbe potersi distinguere in uomo DOCG e tavernello da barboni”.

L’altro giorno eravamo io, la boss e il cuoco di studio.

Dovevamo decidere il menu per dei clienti Ebrei (tanti soldi da cambiare la Ferrari pur di non dover subire la fatica di svuotare la ceneriera).

Lei mi fa: “Porchetta, porchetta, mettiamoci dentro un bel piatto di porchetta e tracchiulelle”.

Io: “Boss per gli Ebrei quello è il diavolo a 4 zampe”

Lei: “Eh?

Io: “Non mangiano maiale, per loro è un animale immondo”.

Lei: “Ma quelli non erano i Mussssssulmani?”

Io: “Boss quante S ci hai meSS? Comunque anche l’Ebreo non mangia maiale”

Lei: “Ma sti cazzi, l’ebreo si adatta”.

Io: “Ma come! Che vuol dire si adatta?

Lei: “Quando io vado in Ebreilandia non mangio involtini primavera? Uno si adatta“.

Non c’è stato verso di farle cambiare idea.

Nè mi è stato possibile farle intendere che non esiste alcuna Ebreilandia e se esistesse comunque non avrebbe nulla a che spartire con gli involtini primavera, avendo ella addotto a indimostrabile e aprioristica e assiomatica dimostrazione della sua tesi la circostanza che tutti ben sapevano esservi stata una Primavera Araba (anche il cuoco ha dovuto ammettere che su quest’ultimo punto la boss non si ingannava, ma da qui a dire che la Primavera Araba abbia germogliato gli Involtini Primavera ce ne corre).

Quando sono arrivati questi clienti, per fare la simpatica, davanti ad un forno enorme che abbiamo in studio, ha esclamato baldanzosa: “Visto quanto è grande? Ci state TUTTI! Forza forza TUTTI DENTRO TUTTI DENTRO!“.

E per rimediare alla imbarazzante cappa di silenzio che ne è scaturita, scesa sugli astanti quasi ad aspirarne i fumi delle ebree incazzature, se ne è uscita con altra brillantezza.

Prende un vasetto di crema chantilly e lo mette nel forno.

I clienti la guardano perplessi.

Io presagisco la fine di un glorioso mandato.

Lei chiede “Non mi chiedete cosa è?“.

Qualcuno – più per educazione che altro – chiede con estrema riluttanza e con moto muscolofacciale di evidente incrocio tra disapprovazione, disgusto e premonizione: “Cosa è?”.

E lei “Un forno…crematorio!“.

Clichè, eh?

Le donne che mi stanno sul c. (che è hard ma non è un disk)

Ci sarebbero poi da dire tante cose, tra cui questa.
Che ci sono donne che a letto sono una frana e mi stanno sul cazzo, ecco.
E sì, signorine mie.
Sì sì sì.
Sì, care le mie varie Cippe’s (questa è sia per Luna che per Eva) e Emily Pistola-in-fodero.
Avete sentito bene.
State sempre a parlare dell’inadeguatezza sessuale dell’uomo.
E l’uomo Pipino il Breve.
E l’uomo che vuole una fetta di culo a tutti i costi.
E l’uomo che vuole due donne, o un uomo e una donna, nel letto, o cetrioli di plastica a batterie.
E l’uomo che arriva troppo presto, o troppo tardi, o troppo su, o troppo giù, o troppa minzione capezzolarum, o troppa salivazione gengivarum, o troppo esigente in pompinarum.
E l’uomo che sono “tutti maniaci, immaturi e dissociati”.
E l’uomo inibito che si scandalizza “per due dita al culo”.
Come se voi, signorine, foste tutte porcone, disinibite, agili, abili, multiorgasmiche e pluricoitali navi scuola di staminchia.
Sì?
Ah sì?
E’ proprio così?
Vogliamo parlare di alcune di voi mentre fanno sesso?
Di quelle “ma ho spento sotto al fuoco”?
Di quelle “a che ora hai detto che è il cinema? ce la facciamo?”.
Di quelle “mi scappa la pipì” a metà dell’opera?
Di quelle che dopo la pipì si mettono a pancia all’aria e gambe a compasso (a diametro massimo) e iniziano a metterti una mano dietro la nuca e tu capisci subito l’antifona, che ti toccherà pure stavolta dieci gocce di piscio (biologico e freschissimo, per carità, diciamo vino ancora abbarbicato ai graspi del vigneto)?
Di quelle “sculacciami prima”?
Di quelle che hanno sulle tue scapole un effetto simile al filo spinato o al loro scrubb?
Di quelle “lavati le mani prima”?
Di quelle “hai lavato le mani come ti ho chiesto prima che entrassi nel bagno”?
Di quelle “no, non baciarmela, non mi sono lavata”? E a te viene di chiedere ma scusa se manco la patata ti sei sciacquata che hai fatto nelle ultime tre ore nel cesso?
Di quelle che impiegano tre ore a vestirsi con autoreggenti, stivale tacco anti(o pro) stupro, filo interdentale intrachiappa, guepierre, push-up, crayon noir, contouring, le volume, un peux d’ombre d’eau, due etti di eye liner, lip definer, Lumière d’été, rimmel, kajal, powder blush, brush, lip gloss, pudre, phon, phard, scrubb, smalto e colpi di sole, costringendoti a darti cinquanta colpi di minchia toccandotelo fugacemente di tanto in tanto mentre aspetti per mantenere inalterato e inalberato il tuo impennamento, e poi non entrano in stanza ma nascoste da dietro lo stipite della porta “SPEGNI LA LUCE E CHIUDI LE TAPPARELLE PRIMA”? E tu hai bisogno del cane guida per imbucare?
Di quelle “e baciamela e infilami due dita dentro e due dita dietro e nel frammente per favore continua a clitorizzarmi e non smettere di mingermi le minne” e tu ti chiedi dove le andrai a prendere tutte le dita che ti ci vogliono e preghi che Visnu ti dia la forza (e due braccia e dieci dita di riserva) ma soprattutto la capacità di coordinare il tutto, ci vorrebbe una cabina di regia, altrimenti per come è fatto il cervello di un uomo il rischio di andare a leccare il culo e infilarle due dita per ciascuna narice per la confusione è altissimo.
Di quelle “DAI…DAI…LASCIATI ANDARE DAI DAI LASCIATI ANDARE DAI DAI LASCIATI ANDARE DAI LASCIATI ANDARE DAI DAI DAI DAI DAI LASCIATI ANDARE E CAZZO LASCIATI ANDARE DAI!” facendoti elegantemente capire che ne han le balle piene e a te l’ormone si sgonfia come un sofficino findus bucato da un forcone da fieno?
Di quelle che ancora non ti si è asciugata la punta di trapano che già ti chiedono “vai prima tu in bagno o io?”
Di quelle che mordono convinte che tu sia un Black&Decker e la punta del tuo pisello una punta da trapano per lavori in ferro?
Di quelle che ignorano la morfologia anatomica del tuo volto durante il connilingus e te lo schiacciano fino a farti violare il principio di impenetrabilità di un naso su un osso pubico e ti costringono a respirare per 10 minuti con le orecchie come i pesci?
Di quelle che cavalcano con moto a pendolo cicloidale e clitoridale di ampiezza superiore alla tua apertura alare (penale) sicchè ogni due per tre ti si sfila l’uccello e va a sbattere dove avevi sbattuto poco prima il naso?
Di quelle che ti maneggiano e rigirano le balle manco fossero giocolieri ad un semaforo che han fretta che arrivi il verde prima di raccogliere i frutti delle loro acrobazie tutt’altro che delicate?
Di quelle a-sincrone (quando tu spingi loro si ritraggono e viceversa sicchè tu rincorri per non sbattere una terza volta)?
Di quelle “non venire sul copriletto?” proprio un attimo prima…dimodochè l’attimo diventa fuggente e tu non vieni più neppure se viene l’incrocio tra Nikole Kidman e Kate Upton a ciucciartelo?
Posso sopportare tutte quelle.
Tutte, senza problemi.
Chi proprio non digerisco, chi proprio mi provoca bruciore di stomaco e non solo, sono quelle che prima di ciucciartelo si lavano i denti col dentifricio A MENTA PIPERITA.
E si fanno pure gli scacqui con Listerine che per l’igiene orale sarà pure una bomba ma per il sesso orale, una merda, per rimanere in tema al mio ultimo post.
Cazzo!