Cristoforo Colombo

Dunque sono le 18.47 e sono dentro questo letto.

Una gallina[^1] dal cortile vedendomi ingurgitare gelatina e mela cotta mi ha gridato “ma quanto ceni presto!”.

Convivo la degenza (con indecenza) insieme a un tamarrone di Piacenza.

Ve lo ricordate il Grande Lebowski (scusate dal cel niente link)?

Uguale sputato.

Dunque vedo il Drugo che torna dai cessi (che non sono toilette ma proprio cessi, i cessi dei cessi) danzando con passetti laterali e facendo ogni tanto il caschè all’asta della sua flebo a rotelle come fosse Lola la Spagnola TangoDancer.

Si siede sul bordo del mio letto e mi fa:

Avvo non lavarti le mani col sapone”

“Perchè, Drugo, non dovrei, devo, cioè, perchè? Non devo?”

“Fossi in te non me le laverei col sapone, tutto qui”

“No, cioè, fammi…non ho capito, non devo che?”

“Usare il sapone nel bagno, hai presente il dispenser nel bagno?”

“Si, si, ho capito cosa, non capisco il perchè”

“Perchè ci ho pisciato”

“Nel bagno?”

“No, nel dispenser”

“Hai pisciato nel dispenser del sapone?”

“Si”

“Ma sei matto…hai pisciato….no, ho capito bene, hai pisciato nel dispenser?”

“Ho pisciato nel dispenser, è così difficile da fartelo entrare in quella zucca marcia? Che cos’è, vuoi dirmi che non hai mai pisciato in un guanto di qualche rompicoglioni?”

“No! Diomio NO! Quella è roba da John Fante…non da vita reale”.

“Un cojone diceva che la vita è Ralph ma ora è lunga da spiegartelo…comunque vorresti darmi ad intendere che non hai mai pisciato neppure nel lavandino di qualche hotel?”

“Che c’entra, è un’altra cosa quella!”

“Adesso io sarei matto perchè piscio nei dispenser mentre tu sano perchè paghi 200 euro per avere chi ti pulisce la camera e poi ci pisci nel lavandino?”

“Mah….fai schifo, ecco! Ma perchè mai l’hai….”

“Se ci pensi, è geniale”

“Si? E’ geniale…a me pare solo schifoso ma i geni sono sempre incompresi”

“E’ geniale, no, dico, la gente va là convinta di pulirsi le mani dal proprio piscio, e se le lava con il piscio mio, piscia scaccia piscio, pensaci, è geniale!”

“Se lo dici tu…hai fatto gli auguri all’infermiera?”

“Perchè?”

“E’ incinta”

“Beh allora più che auguri le serve un buona fortuna, la licenziano sicuro”

“Perché?”

“Ma ti pare che si tengono una gravida?”

“Il mobbing per donne incinta è quello più odioso…no, che ti mandano via e ti mandano via. nono, quella lì la promuovono a caporeparto… perché dovrebbero mandarla via?”

“Il motivo ufficiale sarà che hanno necessità di riorganizzare, ristrutturare, tagliare costi, la crisi, bla bla”

“E quello ufficioso?”

“Quello ufficioso sarà che essendo incinta potrà lavorare di meno, ogni due per tre romperà iccazzo per le visite, le ecografie, che sessant’anni fa nessuno faceva, ecco perché non si licenziavano le donne…”

“sessant’anni fa non si licenziavano donne perché non se ne assumevano!”

“Ma va….comunque il motivo ufficioso è quello, diranno che la donna incinta rompe immaroni con la maternità, i mesi prima, e i mesi dopo, e l’aspettativa, e ippediatra, eccietera eccieterorum, ma il motivo ufficioso non è poi, affinale, neppure quello reale”

“E quale sarebbe quindi il motivo reale?”

“E’ che non se la potranno scopare”

“Senti, Drugo, Cristoforo Colombo se ne andò verso il Giappone e scoprì l’America…”

“….e quindi?”

“E quindi tu vedi di andartene affanculo, chissà che non scopri un nuovo continente.

[^1]: gallina coccodè

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Il Resto Di Niente

Avresti potuto seguire le orme di tuo padre.

E diventare un pirla.

O quelle di tua madre.

E diventarlo due volte.

Avresti potuto essere distratto e maldestro, e impacciato e timido e imbranato.

Avresti potuto avere il vizio del fumo, del gioco, degli stupefacenti o dell’alcool.

Avresti potuto amare una donna, che ti avrebbe amato con tutti i vizi, ricambiando per quel che saresti stato, e non per quel che avresti avuto o dato.

Avresti potuto annusare la fragranza di un raggio di sole che rimbalza sulla buccia di un’arancia appesa all’albero, dopo una nottata di pioggia, quando l’erba intorno profuma di vita.

Avresti potuto amare fino a sentire il rumore delle sue palpebre schiudersi.

Avresti potuto intirizzirti le dita, abbarbicate al corrimano, a prua, di una rompighiaccio.

Avresti potuto suonare Mare Nero ad un falò, ed invidiare il tuo migliore amico che fa all’amore per la prima volta sulle onde sonore della tua chitarra, dietro una barchetta di legno capovolta sulla battigia.

Avresti potuto dilapidare al tavolo da gioco il patrimonio accumulato dai tuoi genitori in anni di sacrifici, o dilapidare la loro miseria vendendo un milione di copie.

Avresti potuto giocarti tutto a testa o croce, e perdere tutto e ricominciare alla maniera di Kipling, senza mai un lamento per ciò che hai perduto.

Avresti potuto operarti al menisco un giorno, e dopo anni di dolore scoprire che forse non era una lesione, ma qualcosa che ti ferma il cuore, a pensarci.

Avresti potuto prendere la magna cum laude, due master, un TOEFL e rimanere disoccupato a 35 anni, o prendere la terza media serale e vincere il Nobel per la fisica.

Avresti potuto guidare mongolfiere per mestiere, o sgonfiare i palloni gonfiati esercitando un giornalismo impegnato.

Avresti potuto udire le urla del vento adirato, in mansarda a picco su scogliera scozzese, col tetto che perde, e una bacinella a raccogliere gocce di ansia.

Avresti potuto riempire di botte tua moglie, tornando dai tuoi problemi a casa sdrucito e ubriaco bollito.

Avresti potuto prendere i voti in seminario, e indossare un saio.

Avresti potuto dimorare in una topaia a Bombai, o in una suite a Beverly Hills, con l’ascensore dentro casa.

Avresti potuto portare i baffi o il pizzo, i capelli rasati o i rasta.

Avresti potuto farti saltare davanti ad un’ambasciata, o dentro un autobus a Gerusalemme.

Avresti potuto gridare fino a graffiarti le corde vocali, stracciarti la camicia in un impeto di rabbia, scagliare il cellulare lontano, colpendo un gabbiano, piangere fino a seccarti le palpebre e infliggerti pugni nello stomaco, o sfondare una porta a calci, o prendere a morsi il tuo cellulare fino a lasciarci sopra dei segni.

Avresti potuto riempirti la bocca, e le braccia, e gli occhi, e il cuore, e la mente, e lo stomaco, e le dita, con mille e mille momenti di vita.

Ed invece niente.

Un bel niente.

Niente di niente.

Il resto di niente.

E domani, ancora, niente, sempre niente, ancora niente, quasi niente e niente più di niente.

Solo niente, e non c’è niente e non avrai niente, non annuserai niente, non diventerai niente, non amerai niente, non ti intirizzirai niente, non suonerai nè ascolterai nè invidierai un bel niente, non dilapiderai niente, niente accumulerai, niente su niente e per niente, non porterai niente e niente griderai, non scaglierai niente, e ancora zero di niente, un cazzo di niente, non piangerai niente, non riempirai niente, niente, niente e mille volte di nuovo niente, e sicuramente niente, mai niente, sempre niente, niente e niente.

Quanto, quanto, quanto avresti potuto.

Bastava un niente.

Se solo fossi rimasto lì, fermo, immobile, a nuotare per 9, fottutissimi, mesi.

Il gatto e la volpe

MUSICA DI SOTTOFONDO:IL GATTO E LA VOLPE” DI E. BENNATO

INQUADRATURA STRETTA SU TARGHETTA DELLA CONSOB

L’IMMAGINE SFUMA [ALLA FINE DEL RITORNELLO “LUI E’ IL GATTO“] IN: 

LE SCALE DELLA BORSA DI MILANO [“…ED IO LA VOLPE“] CHE POI SFUMANO IN:

LE SCALE DI BANKITALIA – PORTONE PRINCIPALE [“…STIAMO IN SOCIETA’“]

SFUMATURA SU NERO

ORE 19.00 – (SCRITTA BIANCA)

ENORME RECEPTION DI LEGNO INTARSIATO – ZOOM SU 8 PARTNER A BRACCIA CONSERTE DIETRO LA CENTRALINISTA, IN POSA SOTTO IL NOME DI UNA NOTA LAW FIRM, CARATTERI CUBITALI APPESI AL MURO [“…DI NOI TI PUOI FIDAR”]

MOVIMENTO CAMERA SU LUNGO CORRIDOIO – LAMPADE AL SOFFITTO – PAVIMENTO DI MARMO COPERTO DI TAPPETI DI LUSSO

FADE-OUT DELLA MUSICA E CRESCENTE RUMORE DI DECINE DI MANI CHE DRAFTANO, QUALCUNO ANNUNCIA IL SUO NOME PER ENTRARE IN CONFERENCE

LA CAMERA PERCORRE IL CORRIDOIO, SI FERMA A SBIRCIARE NELL’INTERCAPEDINE TRA UNA PORTA E LO STIPITE – VEDIAMO MONITOR, LAMPADA, PORTAPENNE, PINZATRICE, TASTIERA, CODICE CIVILE E CARTONE DI PIZZA CON AVANZI IN DECOMPOSIZIONE [IL PARADIGMA DELLE SCRIVANIE] E UN BUSTO DA META’ CRAVATTA AL MENTO – RAGAZZO DI ETA’ INDEFINIBILE – CORNETTA TRA ORECCHIO E SPALLA – PRENDE APPUNTI

VOCE METALLICA DI DONNA DALL’ALTRO CAPO DEL TELEFONO –

Agganciami sul cel che sono in barca, apre la stagione di pesca, ah-ah, pesca al pollo da spennare, basta farla annusare…

RAGAZZO –

 Ok, segnato, annusare, ehm, agganciare cel

VOCE –

Trovami qualcosa sullo squeeze out

RAGAZZO –

Regolamenti, dottrina, precedenti?

VOCE –

Tutti e tre

RAGAZZO –

Ma noi seguiamo la società quotata? i suoi amministratori, i soci…

VOCE –

Tutti e tre

RAGAZZO –

Abbiamo qualche informazione in più su…

VOCE –

Non mi interrompere, squeeze out, capito? conseguenze per violata procedura, robe così, ah già che ci sei…vedi se possiamo creare flottante con derivati, sintetici ma anche no, almeno un paio di alternative, proattivi, cazzo, proattivi, che quelli di XXX arriveranno col solito preventivo stracciato

VOCE FUORI CAMPO –

Su-su-su-su-su caaaaasse ‘sta zo stazozzo sta zoccola, zoccola, si, zoccola, ZOCCOLA

LA CAMERA ENTRA NELLA STANZA, FISSA UNO SPILUNGONE FULVO, CAPELLI UNTI GLI CADONO SUGLI OCCHI LIQUIDI – MIMA UN RAPPORTO ORALE CON UNO STABILO BOSS GIALLO SCUOLABUS

RAGAZZO – COPRE CON UNA MANO LA CORNETTA –

Pippazzo! Finiscila!

VOCE METALLICA –

Bene è tutto…ora esco a vedere Matisse

RAGAZZO –

Magritte, Magritte, no Matisse

VOCE METALLICA –

Matisse Magritte Magrisse fa il stess’ tutti mezzi froci e mezzi drogati, ‘sti artisti, a me è marketing, sai che me ne fotte delle sculture

RAGAZZO –

Credo siano principalmente quadri, sai, Magritte…

VOCE METALLICA –

Quadri, sculture, è il-stess, non servono, tutti, ad un cazzo, facci un caffè o una pizza o scrivici un contratto con una tela vecchia di 100 anni, l’unica cosa che comprerò per dieci euro è un carpaccio

RAGAZZO –

Ma dai! 10 euro per una tela del Carpaccio!

VOCE METALLICA –

Non so nei tuoi, ma nei ristoranti che frequento io i carpacci sono di tonno o di manzo non di tela

MILANO – FATEBENEFRATELLI – INTERNO – SALA PARTO

DONNA SUDATA, ANZI, MEGLIO, SUDORE DONNATO, CAPELLI INCOLLATI AL CRANIO – LA MADRE LE TIENE IL TELEFONO 

SUDORE DONNATO –

Gghhh gghhh gghhhove ‘gghzzo ‘ei ‘mmmminito ‘ippazzo, ghh ghhhhh mmmh?

SPILUNGONE FULVO –

Amore non ti agitare, fai con calma, finisco un mark-up, mando due tre mail, to’, quattro non di più, bevo una cosa e poi mi precipito

VOCE METALLICA –

Dove crede di andare il tuo compare, avvocatolo, fatti dare una mano per il memo sul deal

RAGAZZO –

Credo che stia per diventare papà e abbia pensato quasi quasi di farsi un’affacciata per vedere a che punto è col parto la moglie…

VOCE METALLICA –

Tu continui a volermi raccontare storie di vita vissuta di cui mi frega una sega, se domani non ho quello che ti ho chiesto vi incollo stomaco e spina dorsale assieme e vi spedisco su una sedia a rotelle

RAGAZZO – NELLA SUA MENTE

Capirai….sono 15 anni che vivo su una sedie con le rotelle…

Click.

LA CAMERA INQUADRA IL RETRO DEL MONITOR DI SPILUNGONE – LA STANZA E’ BUIA SALVO PER UN ALONE DI LUCE CHE PROVIENE DA UNA LAMPADA  SULLA SCRIVANIA

RAGAZZO – 

Pippazzo, ma a che serve sbattersi tanto se poi sei destinato comunque ad andare a guardare le margherite dal lato delle radici?

SPILUNGONE FULVO:

Avvocà, ma a che serve NON sbattersi tanto se poi sei destinato comunque ad andare a guardare le margherite dal lato delle radici?

LA CAMERA RITORNA ALL’IMMAGINE D’APERTURA DEGLI 8 PARTNERS

LA SCRITTA CON IL NOME DELLA LAW FIRM ORA PENCOLA SBILENCA E SENZA 3 LETTERE (CADUTE, A GIUDICARE DALLE SCIE DI RUGGINE (o sangue?) SUL MURO)

ZOOMATA SUI VOLTI – STAVOLTA SI RIESCE A COGLIERE UN PARTICOLARE NUOVO: OCCHI INIETTATI DI SANGUE E INCISIVI STRANAMENTE AFFILATI [“Di noi – ti puoi – ti puoi – oh yeah – fidar”]

Sali sole

Sali sole.
Sali.
Brucia.
Allo Zenith.
Sali e brucia.
Sole.
Brucia questo cuore.
In cenere.
Almeno cessa di bruciarmi.
Sali sole.
Sali.
Sali.
Metti a letto la notte.
Sali sole.
Sali.
Brucia questi occhi.
In cenere.
Almeno smettono di cercare.
Sali sole.
Sali.
Brucia queste orecchie.
In cenere.
Almeno smettono di ascoltare.
Il nulla ripetuto.
Sali sole.
Sali.
Brucia questi ricordi amari.
Quelle strade invase da silenzi e ricordi di risate.
Quegli alberi.
Sali sole.
Sali.
Brucia il bosco delle nostre mattine.
Sali sole.
Sali.
E brucia questo uomo.
Almeno smette di bruciare.

GAsP (Girelle Asparagi Calippi)

Avvertenza
Dopo che il mio cuore ha tracimato d’amaro peggio di un Petrus…. macchè vi avverto a fare tanto non leggete mai le avvertenze non siete i tipi, voi vi ostinate imperterriti a respirare e leggere dall’alto in basso, senza un perchè, quindi fate un po’ come clacson vi pare

Parliamoci chiaro.

Voi non mi conoscete.

Ma io si.
Non che io MI conosca, intendevo VI.

Parliamoci un poco più chiaro: voi non mi conoscete ma io Vi.

So perfettamente cosa pensate: ma perché l’ha mollato?

Non sono brutto.

Non sono vecchio, né deforme, né (troppo) deficiente.

Tuttavia, benché mi secchi alquanto ammetterlo, preferisco che sappiate la verità.

Sono una frana a letto.

Ma non frana tenera alla Hallo Spank o Forrest che al limite può far leva sullo spirito di crocerossina per rimediare una botta a titolo di volontariato.

Nossignore, appartengo a quell’imbranataggine stile Ben Stiller e Mr. Bean fusi insieme, che urta e irrita e spegne ogni fuoco di passione più diligentemente di un pompiere (ma senza pompa, ah-ah).

Se Freud non fosse morto, e si trovasse nel mio salotto oggi, oppure se io fossi morto tanto tempo fa e fossi stato (da vivo) nel salotto di Freud prima che lui e io fossimo morti, diagnosticherebbe un blocco latente risalente all’infanzia.

E io in effetti ho tentato di ricostruire il mio passato sessuale.

A cominciare dalla remota scoperta di essere portatore sano di una girella motta tele-scopica che, a determinate condizioni, si srotolava automaticamente diventando uno di quei calippi speciali che non funzionano come un calippo.

Voglio dire, il calippo, il gelato, man mano che uno lo “usa”, e come si “usa” spero proprio di non dovervelo spiegare io, progressivamente si assottiglia fino a scomparire…

Va bene mi fermo qui con la metafora, la lascio a metà, diciamo che ho fatto una quarto-fora.

Avrete a questo punto già intuito in che senso sono irritante, no?

Ecco, il mio primo approccio alla scoperta della mia girella-calippo risale ai tempi degli asparagi.

Mio padre, con pazienza certosina, mi diceva sempre “finisci gli asparagi, finisci gli asparagi, devi finire gli asparagi“.

Lo so cosa starete pensando.

Voi siete fatti così.

Sicuramente avrete aggiunto all’unica circostanza descritta – mio padre che mi diceva “finisci gli asparagi” – un mucchio di informazioni inventate di sana pianta dal criceto morto che abita il vostro teschio disabitato.

Avrete aggiunto che mio babbo era un tenero e affettuoso babbo, che se ne stava lì mezz’ora a cuocere una verdura complicatissima da cuocere, sopratutto per un uomo che non sa cosa farsene di galli, pannocchie o gufi di plastica che girano su loro stessi facendo tic-tac-tic-tac-tic-tac-DRIIIIIIN.

Gli asparagi cotti da un uomo sono sempre, immancabilmente, o mosci come girelle o duri come calippi (si lo so, oggi sono a corto di metafore).

Insomma avrete sicuramente fantasticato…guarda che babbo tenero, che cucina le verdure sane.

Forse è il momento di dirvi che gli asparagi cui accennava mio padre erano ancora saldamente infilati nel terreno. Con la scusa della raw diet mi costringeva a mangiarli crudi e vivi, gli asparagi, estirpandoli a morsi, così gli tenevo le aiuole pulite.

Tornando a noi, anzi voi, chiunque di voi abbia mangiato più di due asparagi in una volta, soprattutto se crudi, ancor peggio se vivi, sa benissimo che dopo ti puzza la pipì.

Non che di solito odori di Chanel n. 5, ma quando mangio asparagi (anche cotti) mi vengono sempre a bussare i Ris di Parma per chiedere se non c’è per caso un cadavere in decomposizione in casa.

Nemmeno gli asparagi in persona puzzano di asparagi quanto la mia pipì puzza di asparagi dopo che ho mangiati asparagi.

E dunque, per tornare alla mia prima scoperta della tele-scopìa della mia girella, dopo aver estirpato asparagi crudi a morsi, quel giorno andai in bagno, feci la pipì, e sentii un fetore insolito.

Tentai di avvicinarmi alla mia girella-calippo per avere conferma che fosse uscito proprio da lì quel tanfo, ma non essendo un Dannunzio, non riuscii a contorcermi più di tanto, insomma, decisi che se la girella non andava da maometto….e insomma mi toccai la girella e poi mi annusai le dita.

Poi ritoccai la girella, e mi riannusai le dita, perchè ho l’animo dello scienziato e si sa che in scienza un esperimento per dirsi riuscito deve essere ripetibile e il risultato affidabile.

Quindi mi ritoccai ancora la girella, e vidi che stava diventando un calippo.

Quindi mi ritoccai la girella-calippo, e mi accorsi che avevo perso ogni interesse nell’esperimento scientifico.

E questa è stata la prima volta, per quanto ne sappia, che presi consapevolezza dello stretto legame esistente tra la mia mano sinistra e la trasformazione di una girella motta in un Calippo special.

Sono traumi che difficilmente si dimenticano.

Come quando, gli asparagi davanti casa mia ormai scomparsi da un pezzo, fumando una sigaretta disteso su un letto (avrete già, come vostro solito, ricamato sopra e aggiunto altre info, tipo che non ero solo sul letto, e che prima della sigaretta c’era stato del sesso, e stavolta c’avete azzeccato), dicevo, fumando chiesi:

“Ti è piaciuto?”

“Guarda, il mio termometro mi fa godere di più”

“Stai dicendo che infilarti il termometro su per il culo ti eccita più che scopare con me?”

“No, sto dicendo che infilarmi il termometro SOTTO L’ASCELLA mi eccita più che scopare con te”.

Afferrato ora il concetto?

Certe sere certi silenzi

Certe sere certi silenzi ti squarciano il petto.
Ti lacerano le carni dell’anima.
Allora ti mordi un braccio.
Prima piano.
Hai paura di farti male.
Poi vedi che quello fuori è niente.
Certe sere certi silenzi non li sopporti.
Esplodono.
Crampi allo stomaco.
Capricci dei tuoi battiti ad ogni minuto.
Ti vien voglia di ficcarti due dita in gola e buttar fuori l’anima.
La tua anima, caduta acerba per terra, e poi maturata come certa frutta vien fatta maturare da contadini senza scrupoli: a MAZZATE.
Ti dimostrano che hai creduto in niente per tanto.
Tanto.
Tanto tempo.
Niente di fronte all’eternità.
Ma tanto dentro il tuo cuore.
Proust diceva che in amore c’è un certo qual anacronismo che porta il calendario dei fatti a non coincidere con quello del cuore.
Quando pensi che sia durato 100 anni…anche se non è vero…mordi più forte. Fino a che i denti si toccano tra di loro. In mezzo la tua carne lacerata.
E sei stanco di lacrime.
Stanco di essere sempre nessuno.
Un’altra volta nessuno per chi diceva che eri tutto.
Stanco.
Stanco.
Stanco di chi ritiene tu non valga neppure la pena di una telefonata.
Stanco di chi mente.
Stanco di bugie.
Stanco di disincanto.
Stanco.
Certe sere certi silenzi.
Certe sere.
Certi silenzi.
Certi dolori.
Certe disilussioni.
Certe botte di realtà.
E ti giuri che mai più.
Mai più.