Marzo

Marzo: nu poco chiove
e n’atu ppoco stracqua…
Torna a chiovere, schiove…
ride ‘o sole cu ll’acqua.

Mo’ nu cielo celeste,
mo’ n’aria cupa e nera…
Mo’, do vierno, ‘e ttempeste,
mo, n’aria ‘e primmavera…

N’auciello freddigliuso,
aspetta ch’esce ‘o sole…
‘Ncopp o turreno ‘nfuso,
suspirano ‘e vviole…

Catarí’, che vuó’ cchiù?
‘Ntiénneme core mio:
Marzo, tu ‘o ssaje, si’ tu…
e st’auciello, songh’io… (Costa / Di Giacomo)

E anche Marzo è andato, giorno più, giorno meno, smadonnamento in più, smadonnamento in meno.

L’aria lieve ha la temperatura del vino bianco, non di certo tiepida ma neppure gelata, e sembra sussurrare al mio orecchio interno, dritto al midollo della mia ferinità.

Nel parco son tornate le margherite, il servizio meteo più affidabile e affabile su cui l’umanità intera abbia mai potuto far affidamento, amalgama perfetta di semplicità, signorilità e audacia cromatica (un essere umano difficilmente indosserebbe quei petali bianchi di titanio su una chioma giallo scuolabus, con sotto un gambo così verde lega, credo).

Il lieve tremito delle piantine sul balcone, l’odore di terra impregnata e umida, le gocce di sole che stillano dagli scuri, come polla di scogliera, tutto l’ordito e la trama del cosmo sembra cospirare e contribuire al mio ribollore, allo sciogliersi delle mie nevi interne, le cui coltri fino a pochi giorni addietro ammantavano i prati verde (bidone del vetro) dei miei intorpiditi, sonnecchiosi sentimenti.

E mi sento come l’uccellino di Catarì (cos’altro resta dell’anno 1892 se non Catarì?), che freddiglioso, aspetta che esca il sole, senza nulla sapere del pazzo girovagare della terra intorno al sole, e del sole intorno al centro della galassia, e della galassia intorno al nulla, eppure conoscendo della geografia astronomica tutti gli effetti, sin nel più minuto sospiro delle viole su quel terreno ‘nfuso, per averli vissuti sulle sue penne.

A Milano mancano i cessi. Venite, venite, gente, e sentitevi finalmente utili…

Dunque è ufficiale.

Nella mia città mancano i cessi.

Renzi ha subito dichiarato che la penuria di posti di lavoro per milioni di suocere (e suoceri) è destinata a scomparire.

Venite, dunque, suocere e suoceri, venite, venite, gente, e rendetevi utili.

A me pare la riaffermazione dell’equanimità della città della moda, che consente a chiunque di sfilare, persino i cessi.

Dopo il tram-ristorante, dunque, Milano, questa città zucchero e catrame, navigli e puttaname, si pone all’azimut dell’avanguardia pensando al tram-cesso ambulante.

Io, però, mi chiedo proprio dove sia la novità…

La Maledizione di Tutankhamon IX – Le origini del male

Lei voleva chiedere “tesoro quando torni”, ma inserì uno spazio fatale dopo “te” e sbagliò la grafia in “stroro”.

Lui voleva rispondere tra poco, ma scrisse “tira pocco”.

Ecco svelati, in esclusiva su avvocatolo, gli effetti devastanti del T9 sulle relazioni della gente.

watsupzzz

Monastero Zen (in Tibet)

Rifiuto di essere anch’io una di quelle tante facce stanche che hanno chiuso il cuore nella loro 24 ore, sorrido vedendo ciò che si stanno perdendo, anche dove non mi é concesso il mio spazio mi prendo in questa scatola di cemento che si sta stringendo, vivendo (Ti Sto Parlando – Articolo 31)


Ragazzi, l’anno che ci aspetta alle spalle…”.

“Eh boss, ci siamo lasciati alle spalle, semmai”.

“Stà zitto, Avvocatolo, non interrompermi, sono come un coito, io, e comunque so io quel che voglio dire io, io ho detto ci aspetta alle spalle, e io questo volevo dire, io, è in agguato, l’anno che verrà”.

“Ma parli del 2016, quindi?”.

“No il duemilaquind… ma la smettete di interrompere, Pippazzo, quando mai hai contato un…?”.

“Va bene, va bene, stiamo zitti”.

“Anche questa è un’interruzione…dicevo, il 2015 è in agguato, ci aspetta alle spalle, io mi rilasso, e lui, l’anno ZAC!, ve s’encula”.

“Com’è che a rilassarti sei te, la Boss, ma l’anno ce s’encula a noi, che pure abbiamo chiappe serrate tutt’altro che rilassate?”.

“Vi avverto…poi vi sbatto fuori…non interrompete il coito, voglio dire, il capo. Noi dobbiamo essere come un monastero zen. In Tibet.”.

“Quanto quanto quanto…”.

“Seee dimmi quanTo tu verrai…”.

“Quanto a mo, quanto ammo, quanto a mona, mona, a mona, quanto a monaci, ci siamo, bo, bo, bo!, boss, boss, dico boss, dammi un boss, dimmi boss, un boss, è vero, dico cioè, cioè dico, più reclusi di un ti, di un ti, diunti, diuntibetano, di un monastero tibetano, monastero, e sco, e sco, e scopiamo forse, forse, forse, forse, si, forse no, anche meno”.

“Ultimo avvertimento… La crisi è andata, è in crisi pure la crisi, ora bisogna approfittarne, sgraffignaere clienti agli altri, lo diceva pure Steve Jobs (il cui cognome, credete a me, è tutto un programma in fatto di trovare lavoro) stay allupate,stay frisc, andate in giro, iscrivetevi nelle palestre più “in”, frequentate i tennis club, scovateli i clienti, stanateli, fategli TANA!, pr, ragazzi, pr, PI ERRE, dico io, Pu-bli-c-re-la-tion-ship è LA PAROLA.”

“Veramente sono due di parole…”

“…faccio finta di non aver sentito…andate a sciare nei posti à-la-page, frequentate i porti turistici, compratevi una barca, se non ce la fate affittatela, fatevela prestare, rubatela, FINGETE che sia vostra quella parcheggiata, ma datevi daffare, il tempo passa…ho fiducia in voi, io, tanta fiducia che quest’anno vi raddoppio il variabile oo enti ra ia ro”.

“EH?”

“Ho detto VI RADDOPPIO IL VARIABILE olo ienti opra mila uro”

“Ma che stai a blaterà, enti opra mila uro??”

“Vi…raddoppio…il…variabile……suiclientisoprai trecentomilaeuro”

“Ah…mo’ si spiega… quindi dovremmo dunque…palestra, tennis, barca…, in pratica ci stai dicendo che i tuoi clienti li segue un altro team di 5 avvocati e noi ce la spassiamo come fai tu oggi?”

“Spiritoso…s’intende che tutto quanto uti supra voi lo facciate nei ritagli di tempo. L’avvocato è sempre immerso nello spazio-tempo-lavoro, è un neorealista”

“Neorealista? Io pensavo stronzo”

“Ti strozzo avvo…”

“E e e, boss, boss, boss, dico boss, senti boss, hey boss, tu bo, tubbo, tu boss, senti un po’, po’ po’ po’, il fi, il fi, il fisso, fisso, fisso, sai, dico cioè, ci aumenti il FISSO?”

“Monastero Zen, ho detto, cazzo! Non mi ascoltate…vi pare che un monaco zen e tibetano pensa a sti’ dettagli?”.

“Non pensa manco a rubare una barca per accaparrarsi clienti altrui fingendo di essere ciò che non è, senza contare, a tacer d’altro, che…dove diavolo troverebbe un porto turistico, in Tibet?

Il Riscatto dei Perdenti

Sol, qui terrarum flammis opera omnia lustras, / Tuque harum interpres curarum et conscia Iuno / Nocturnisque Hecate triviis ululata per urbes, / Et Dirae ultrices et di morientis Elissae, / Accipite haec meritumque malis advertite numen / Et nostras audite preces. Si tangere portus / Infandum caput ac terris adnare necesse est / […] At bello audacis pupuli vexatus et armis, / Finibus extorris, complesxu avoluss Iuli / Auxilium imploret videatque indigna suorum / Funera; nec, cum se sub leges pacis iniquae / Tradiderit, regno aut optata luce fruatur;
SED CADAT ANTE DIEM MEDIAQUE INHUMATUS HARENA. (Eneide – Virgilio)

Trad. di Avvocatolo: “ENEAAAA PUOZZ IETTA’ O VELEN, T’ANNA ACCIRR E NUN T’ANNA PAVA’ – FIRMATO: DIDONE

Stasera ho pianto per la n-esima volta davanti alla scena in cui Novecento, quest’orfano privo di una dimora fissa (per quanto possa esser fissa la dimora di chi vive su una enorme palla che gira su sè stessa e intorno ad una stella girella anch’essa), nonchè di qualsivoglia mezzo di sostentamento che non sia la tollerante carità del comandante della nave su cui è nato e sempre vissuto, questo signor nessuno viene sfidato da Jelly Roll Morton, l’inventore del Jazz. Un impettito signorino che non rammenta più di esser figlio della Louisiana, la terra di Tiana, e che si presenta alla sfida vestito più niveo di un gelataro e, come si conviene in un film (un po’ meno nella vita reale) le prende sonoramente sulle orecchie (e in culo anche il Jazz, cit.)

Ho pianto e me ne sono domandata la ragione.

Perchè delle sue sofferenze l’uomo vuol vedere la radice, e chi gliele ha date, e se e quanto sia stato giusto il dargliele; mentre, quando gode, si piglia il godimento e non ragiona, come se il godere fosse suo diritto (Il Fu Mattia Pascal). 

E ho capito che la mia commozione è stata determinata, come spesso accade, dal riscatto dei perdenti. Il riscatto di Tiana, la povera ragazza di colore figlia di una sarta che, come se non bastasse l’aver perso l’adorato padre, l’esser nera, povera e amica – a maggior esaltazione per contrasto della sua nefanda condizione – di una principessa, diventa pure rana dopo aver baciato un ranocchio.

E’ il riscatto dello sfigato Peter Parker, in cui temo molti di noi si riconoscano molto più che in Harry Osborne.

E’ il riscatto di Billy Elliot, di Didone che prima di morire auspica il suo riscatto tramite le Furie vendicatrici e colpisce nel segno (anche se tocca sorbirsi quasi la fine dell’Eneide prima del riscatto, cioè quando schiatta Enea), ma molto più banalmente di mia madre che vive di pensione sociale dopo una vita a 14hr di lavoro per 6 giorni a settimana, di chi perde il lavoro e frantuma la propria dignità telefonando all’amico influente che si nega, di chi sa come è dura portare a casa la pagnotta.

E’ il riequilibrio nell’universale senso del giusto, è solo un pizzico di supplenza all’equazione tutta disequilibrata dell’umano fluire di calci nel culo dei perdenti, ecco tutto.

Per questo piango.

Perchè mi ricordo di quanto male fanno i calci in culo ai perdenti come me. E mi commuovo – nel dimenticarmi che è un film – vedendo che qualche volta la gloria tocca pure ai perdenti, che si riscattano, anche se solo per una sera.

E questa è per noi.

E in culo ai vincitori.

La saga del chiodo (parlerei del tassello se potessi) – Parte VI

Un bellissimo spreco di tempo, un’impresa impossibile (Baciami ancora – Jovanotti)


∗∗∗∗∗
“Una forza della natura. Tipo marea. Di Merda.”
Il Vernacoliere


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“Se Django ha aperto la porta e 12 Anni Schiavo l’ha spalancata, La Saga del Chiodo l’ha richiusa”
Los Angeles Times


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“Più avvincente di una puntata dello Zecchino d’Oro”
Il Corriere dei Piccoli



Un film da non vedere: povero di contenuti (ps. Si informa Avvocatolo che l’assegno del suo agente pubblicitario era cabriolet)
The (in)dependent



Uno studio spoglio.

Una parete di Roccia e/o Burro

Un martello dispettoso

La sua vita ha ispirato milioni di coglioni a fare da sè il faidate (chi fa da sé non lo fa per tre né per te).

La Straordinaria Storia Vera di Avvocatolo

3 Nomination Agli Oscar tra cui:

Miglior Attore Non Protagonista (nè coprotagonista, nè tantomeno secondario, ma nemmanco comparsa)

Miglior Attore Involontario

Migliore Sceneggiatura Non Originale e Non Sceneggiata

“LA SAGA DEL CHIODO”

Un film di Avvocatolo

Ad Aprile nei peggiori Cinnemi di Caracas


NELLE PRECEDENTI PUNTATE

Tanto và il chiodo al burro che ci perde la testina – Una depinzatrice affettuosa, attaccata al cuore – lo sgabello non si trova – poi si trova perdendo i chiodi – il mistero del martello scomparso – e poi riapparso – non sempre si fa carriera salendo una scala – il chiodo già c’era, quello del bastone della tenda.


Dopo aver appeso il quadro al chiodo del bastone della tenda, in posa da Peter Pan osservo il mio stupefacente lavoro, con malcelato orgoglio. E tu, Pippazzo, eh, che volevi chiamare il tuttofare di studio, eh, ora che è?, non ridi più, eh?

Ma il mio occhio per nulla autoindulgente e, al contrario, fortemente autocritico, mi induce alla massima severità con me stesso: il quadro potrebbe essere pericolante nella sua sbilenchità, benchè penda di un’inezia, 40 cm al massimo (sul lato corto).

E’ stato proprio allora che il mio senso autocritico, superando gli ostacoli dell’auto-indulgenza, mi ha illuminato, un’illuminazione che solo un autentico fai-da-te-man (con spiccattissimo senso autocritico) poteva avere: UN TASSELLO!

Qui ci vuole un tassello.

Più sicuro, veloce, garantito.

L’opera è solo rimandata, devo portare il trapano da casa.

Il giorno seguente preparo tutto: due cacciaviti, una livella, una matita, non lascio nulla al caso vedete?, persino il trapano.

Benché non ce ne sarà mai e poi mai il bisogno, per la mia naturale tendenza alla prudenza eccessiva aggiungo un vasetto di stucco, della cartavetrata e una latta di vernice bianca, un pennello, acqua ragia.

Ho voglia di cominciare prestissimo, prima che tutti gli altri si sveglino, quindi arrivo in ufficio che non sono ancora le 11 del mattino.

Mi dirigo a passo marziale – sembro Alberto Sordi nella marcia di Esculapio, con tanto di codazzo – verso il mio ufficio già con la mente, anzi con un piede della mente, sul primo piolo della scala.

Entro nell’ufficio, spalanco la porta e la tengo spalancata con la mano sulla maniglia, non la lascio andare anche se ho infossato l’altra maniglia, sull’altra faccia della porta, di 3 cm nel Muro di Roccia e/o Burro (in quel punto, Burro fuso), e una domanda subitanea si sporge – sbilenca come il quadro – dalle mie labbra spandendosi flebilmente nei 7 piani del palazzo (e dei 4 isolati adiacenti):

Chi cazzo ha preso quella fottutissima scala?

Ex

La mia ragazza mena
Una mia ex mi chiamava le ha incendiato la casa
Ci ho fatto la lotta ho una costola rotta
Thai-box karate judo
Colpi al fusto manate a viso nudo
Ma a lei le faccio sesso quando non mi rado e sudo
E sono cotto cotto perché a lei piaccio crudo
(La mia ragazza mena – Articolo 31)

La mia ex mèna”

“Ma non si chiamava Nausicaa?”

“Che io sappia si continua a chiamare Nausicaa, si chiama ancora così”.

“E allora perché la chiami Mena?”.

“Mèna, mèna, testuggine, la mia ex ragazza mèna, picchia duro”.

“Tu ce l’hai con le tue ex, si chiamino Mena o Catilina”.

“Catilina era uomo”.

“Ma che dici!”.

“Uomo”

“Ma va-vattinni”.

“Uomo, guarda, lo dice pure wikipedia”.

“Ciò non toglie nulla al tuo odio per le tue ex. E anche per le mie. Tu odi le ex a prescindere da chi siano e di chi siano e di che sesso siano”.

“Ma quando mai”.

“Ma se settimana scorsa hai cercato di accoppare Nausicaa facendole violare il terzo principio della termodinamica”.

“Adesso mi ricordo il primo e il secondo, ma il terzo principio…in che senso scusa?”.

“Volevi farle raggiungere lo zero assoluto con un numero finito di operazioni termodinamiche”.

“Continuo a non seguire questa tua sottile e – non metto in dubbio – filosofica metafora del cazzo”.

“La volevi incendiare!!”.

“Calunnia!! E’ stata legittima difesa. Al più eccesso di legittima difesa. Vatti a confidare con te, vatti…vattinni!”.

“Legittima difesa!!! Come fa uno a dire che era difesa appiccare il fuoco dopo averle fatto lo shampoo con una bottiglia, o meglio con i cocci di una bottiglia di vodka…”.

“Legittima difesa ti dico! lei aveva tentato di accopparmi con la sua fottutissima auto, anzi manco era sua, fottutissimo car sharing Eny, è salita sul marciapiedi e mi è venuta dolcemente incontro a 70km/h, con quella scritta ENJOY del cazzo che avanzava e mi si avventava addosso con la solita ironia delle cose, sembrava incitarmi a ENJOY la morte, ENJOY. Aveva azionato le spazzole tergicristalli la troia. Io mi sono limitato a dissuaderla dal suo intento. Mi sono scansato perché non mi andava di finire su quel parabrezza tutto sporco, spazzole o no. Nel farlo la bottiglia di vodka si è rotta e io gentilmente le ho dato i cocci che sono sempre di chi rompe. Se avessi avuto un mazzo di rose avrei tentato di dissuaderla con quello, ma non è colpa mia se mi trovavo con una bottiglia rotta e uno zippo nelle mani. Ho fatto quel che ho potuto”.

“Certo. E credi, avvocatolo, che abbia avuto un qualche peso la circostanza che fosse il tuo anniversario con Nausicaa e tu stessi limonando con la segretaria sul marciapiede?”.

“E tu credi che possa essere di un qualche valore attenuante la circostanza che, sebbene io non neghi la limonata spremuta proprio nel giorno dell’anniversario, ci fossimo lasciati io e Nausicaa due anniversari prima? .

Le mie storie finiscono sempre in tribunale.
Ma, credete pure, non è perchè sono un avvocato.
Bensì perché sono uno stronzo, il che è diverso, benché le due qualità molto spesso si sovrappongano e suggeriscano il ricorso abbondante alla figura retorica dell’antonomasia. Antonomasia che non è, come Catilina, un nome di donna, checchè ne dicano certi omminicchi che girano su un polipo a gasolio convinti che basti avere un sedile e due ruote per potersi chiamare moto (secondo questa teoria anche il biplano del barone rosso era una moto…).

La saga del chiodo (non dirò nulla sulla scala se non sotto tortura) – Parte V


NELLE PRECEDENTI PUNTATE

Chiodo Uno viene giustiziato e perde la testa – molti modi di usare una depinzatrice – Chiodo Due affonda nella parete – abbambinamento di uno sgabello di provincia – un martello in fuga – la scatola dei chiodi non si trova – ma poi si.


Dunque la scatola dei chiodi, si, dove l’ho messa? Ecco, l’ho lasciata ai piedi dello sgabello.
Provo a prenderla con un piede ma scivolo e ci finisco sopra.
Impiego mezz’ora a raccattare i chiodi, molti infilatisi tra le fughe del parquet.
Ne infilo 9 in bocca, uno in mano, chiamiamoli Chiodo Quattro, Chiodo 5, Chiodo 6, Chiodo 7, Chiodo 8, Chiodo Paraculo, Chiodo Non Si Sa Mai, Chiodo Avete Perso il Conto, Chiodo E Infatti Non Erano Nove, Chiodo Ma Dieci.

Armato di martello e buona volontà, che dico buona volontà, pazienza di un Santo Martire, risalgo, che dico risalgo, ascendo, immolandomi, sullo sgabello [ho sentito 6?].
Il Chiodo Quattro va che è una meraviglia, i primi 2 cm andati, SBUMMETE SBAMMETE, entra di altri 2 cm, SBIMMETE, SBEMMETE, ormai per non deludere il mio pubblico esagero i movimenti disegnando col braccio movimenti da pendolo oscillante il cui fulcro è Chiodo Quattro, le martellate sembrano dei dritti e rovesci di tennis, SBIM, dritto, SBAM, rovescio, ci siamo CI SIAMO

SBLOCKETE

porcaputtana!

Dietro l’intonaco c’è una pietruzza che, muovendosi, ha reso la sede del chiodo vacante, come quella del Papa, e il chiodo fermo non ci sta più, c’è un tunnel che potrei appenderci un quadro di Rita Hayworth e girare Il Miglio Verde (del resto qui somiglia parecchio ad un braccio della morte, per molti aspetti).
Porto istintivamente la mano alla bocca per prendere uno degli altri chiodi ma m’è scappata una bestemmia al momento del SBLOCKETE e i chiodi ora sono di nuovo nelle loro amatissime, fottutissime fessure del parquet.
Riscendo, raccatto i chiodi dalle loro inseparabili fughe di parquet, risalgo [siamo a 7?] sullo sgabello ma…ormai neppure lo sgabello è alto a sufficienza.
Riscendo, raccatto una scala da carpentiere (stanno rifacendo una parte degli uffici), risalgo ([facciamo 8 o ricominciamo a contare da 1 per distinguere la scala dallo sgabello?] ormai furente, martello come un pazzo, SBIMMMETE, e mi prendo il pollice in pieno.
Mi scappa una Madonna e un martello.
Riscendo urlando ma ancora imperterrito e più agguerrito che mai mi reimpossesso dello strumento di morte, non salgo, i pioli li SCALO, guadagno la cima [Ho sentito bene, siamo a 9 salite per 1 chiodo?], mi avvento furioso come un martello pneumatico, SBBADABUMMETE, un tiro così forte che riesco a vedere l’ufficio accanto, infilo la mano nel buco, faccio un saluto veloce al Merda che ha la capoccia piena di detriti (Chiodo 6 gli si è appiccicato dietro un orecchio), salgo di un altro gradino, SBBRUUUMMETE, intonaco a terra, Chiodo 7 disperso, un altro gradino, SBBBRAAANGHETE, Chiodo 8 spezzato, gradino, SBADABAMMETE, Chiodo Paraculo scappato, gradino, SBENG, pollice sfiorato e testa di Chiodo Non Si Sa Mai spezzata, gradino, urlo di Conan, SBADABRAMM, Chiodo Avete Perso il Conto (Un’Altra Volta) si piega ma non si spezza…
Ormai c’è un tifo da stadio, tutti urlano:
A-vvo-ca-to-lo
a-vvo-ca-to-lo.

Una voce si distingue dalle altre:

“A-a-a-avvocatolo”.

“CHE CAZZO VUOI NON LO VEDI CHE SO TUTTO SUDATO E C’HO DAFFARE”.

“Il chiodo, chiodo, chiodo, chi chi chi chi chi-odo, il chiodo, dico, cioè, il chiodo, dico cioè, cioè voglio dire che il chi chi chi chiodo”.

“….il chiodooo?”

“Già c’è, un chiodo, se solo sali di un altro gradino, è proprio lì dove c’era il bastone delle tende, usa quello, no?

Non è una cattiva idea in fondo, lascio andare Chiodo E Infatti Non Erano Nove e Chiodo Ma Dieci, scendo, recupero il quadro, risalgo [chi l’avrebbe mai detto…siamo a 10], riassurgo direi a ruolo di re della scala, lo appendo.
Riscendo, mi piazzo i palmi delle mani sui fianchi a mo’ di Peter Pan, e guardo quel quadro sbilenco e pericolante con un senso mistico di orgoglio.
Dice che per guardare il mio quadro la gente deve alzare troppo lo sguardo, e gli viene il torcicollo, perchè, dice, mica che si appendono i quadri all’altezza dei bastoni delle tende, ma so’ dettagli, piccolezze, invidie, tutta invidia, intanto il chiodo me lo so messo da me.

C’è gente che ama il faidate, c’è chi ha il pollice verde, io il pollice viola ho avuto per due settimane.

TO BE CONTINUED, OR NOT TO BE CONTINUED, THIS IS THE MATTER

C’è sempre un poco di grano in mezzo al loglio

Anche Gesù Cristo era innocente (Il buon soldato Sc’veik – Jaroslav Hašek)

Mia nonna che è una testadiminch ingenua mi dice sempre che a guardare bene si trova sempre del grano in mezzo al loglio.

Con ciò intendendo che a scrutare a fondo dell’animo umano qualche barlume di humanitas si può trovare – pensa! – persino in un avvocato.
In realtà credo che se la Marcuzzi anziché la sorella di Belen e il Rocco nazionale ci mettesse un lupo affamato, una pecora e due avvocati sull’isola, la pecora sopravviverebbe ai due avvocati che si scannerebbero ben presto.
Se poi fossero dello stesso studio, il lupo morirebbe di fame. Se fossero anche dello stesso dipartimento, il lupo morirebbe ammazzato.
Se la pecora la deste in pascolo alle granate senza sicura, ancora vivrebbe più a lungo di due avvocati costretti a salire 3 piani insieme in un ascensore.
Non è solo la totale assenza di anima.
Agli avvocati, ciò che veramente li frega, è una montagna, che dico, una catena montuosa di inutile orgoglio che ingombra l’anima e le parole.
L’avvocato non chiede scusa per quegli errori che non perdona a nessun altro al di fuori di sé stesso, verso cui non è indulgente, dico, è ben più che questo, semplicemente, come la giustizia, ha una bilancia in mano con due bracci.
Solo che usa due pesi e due misure.
Ti toglie il saluto, l’avvocato, per un nonnulla.
Quelli più in alto grado, quelli boriosi, con ampio corteo di romeo (dicasi leccaculi), anche se sono il tuo capo diretto e quindi in teoria dovrebbe tenerci a te più di chiunque altri, quelli là ti tolgono il saluto a cagione del fatto che non ti salutano e tu, quindi, dopo un poco ti senti in diritto di non salutare a tua volta, perché per salutarsi ci vogliono due bocche e quattro orecchie come minimo, almeno nei paesi civili in cui ogni essere umano ha eguale dignità e orgoglio.
E così, senza che tu abbia fatto assolutamente altro che esser cortese e disponibile, di punto in bianco ti trovi con un sottile filo di bianco e sfilacciato cotone in mano.
Quel sottile filo, fragile come stelo d’erba, che era tutto il vostro rapporto, mentre tu pensavi si trattasse di solida corda di canapa che nemmeno Alessandro Magno avrebbe potuto tagliare come col famoso nodo.
Mia nonna dice che a guardare bene si trova grano nel loglio.
Io a guardare bene nel loglio, ogni tanto ci trovo pure l’ortica.
Si vede che non ci vedo bene.