Non è un Paese per padri (per tacer delle madri)

Nancy Clutter ha sempre fretta, ma ha sempre tempo: e questa è la definizione di una vera signora (Truman Capote, A sangue freddo)

Il mio è mica studio per madri.
Il welfare rosa tipico della law firm milanese prevede:
1) 2 giorni di astensione retribuita dal lavoro (il giorno del parto, e – ad abundantiam – the day after…latino, inglese ma chi sono?);
2) 1 mese di astensione non retribuita dal lavoro (al netto dei 2 giorni di cui supra), di cui 28 giorni di telelavoro, ma solo per dare le “consegne” alla collega di 10 anni più giovane, e possibilmente sterile, scelta appositamente dal tuo capo su postalmarket;
3) ho già detto del mese di astensione non retribuita? E’ tutto allora.

Per un avvopadre, invece, il welfare è molto più generoso, non perdiamo neppure un euro e non subiamo l’umiliazione di dare le consegne ad un uomo vasectomizzato.
Questo perché ci asteniamo dall’astenerci dal lavoro.
Anche il giorno del parto, per la maggior parte.
Del resto, essendo il 99 percento di noi convivente con una collega da ben 28 giorni in astensione non retribuita, sta santa donna potrebbe pure sbrigarsela da sola a partorire, to’, al massimo ci colleghiamo in conference.
Del resto lo diceva pure Capote, una vera donna, pure che è sempre di fretta, c’ha sempre tempo per tutto.
Le law firm impartiscono ai neo assunti un corso tipo quelli del Buzzi o della Mangiagalli (ma perchè poi IL Buzzi ma LA Mangiagalli? Boh).
Avete presente, no, il corso pre-parto, in cui ti consegnano un tappetino di gomma lurido ma che più lurido non si può, dove nessuna donna non-incinta sognerebbe (nemmanco in incubo) di mettere mai i propri capelli, tantomeno la propria gonna (nemmanco se fosse una semplice H&M o Zara in saldo)?. Sia detto per inciso, al primo giorno di corso si sprecano tacchi a spillo e gonne strette, all’ultimo giorno tute e felpe, felpe e tute, e se qualcuna avvista una gonna “Che è, una nuova tuta senza gambe?”.
Ma i tappetini del Buzzi e della Mangiagalli vengono appositamente insozzati dalle ostetriche per impartire il primo insegnamento: scordati le fisime iperigieniste.
Sui tappeti ci dovrai vivere per 4/5 della tua vita di neo-mamma (e neo-papà), ti ci rotolerai per un secolo, e non sarà un secolo d’oro (cit. Jane Eyre).
Potrai nella prima settimana anche infilare nello sterilizzatore Avent il tappetino verde dell’Ikea insieme ai ciucciotti Mum nell’illusione di tenere tutto a prova di staffilo cocco.
Quel tappetino verde che sceglierai apposta dello spessore di 30cm, con pelo folto di topo molto morto, perchè avrai paura che il pupo ti cada dalle mani sfracellandosi sul parquet.
L’ostetrica dei corsi del Buzzi e della Mangiagalli sa che dopo una settimana di Avent, ben presto finirai per sterilizzare solo i ciucci e il tappetino? basta una battuta alla finestra, e l’Avent (ma anche il Chicco) finirà la carriera come svuotatasche (che di solito son piene di ciucci e salviettine Fissan).

L’ostetrica, che di solito si guarda bene dall’avere figli (rifletti, no?), sa bene che comincerai presto a bollire i ciucci dove ti capita, anche in un pentolino arrugginito, poi direttamente il getto d’acqua calda, poi ti parrà brutto far andare la caldaia per un ciuccio e allora acqua fredda, infine ti parrà che la tua saliva di mamma sia più pulita dell’acqua – calda o fredda – che chissà in quali tubi scorre, e poi è più pratico infilarsi il ciuccio in bocca perché la tua bocca te la porti dietro dovunque, a differenza del tubo d’acqua.
Insomma, ben presto riporrai l’amuchina nello stipo dei medicinali e accetterai che non saranno tappeti lindi, per nulla lindi, i tappeti su cui appoggerai le tue stracche membra di neo-genitore.
Saranno tappeti pieni di peli, polvere, residui di plasmon e Hypo e Miopol, latte materno o polveroso rappreso, gratin di mela e pera, rigurgiti, prima che facciano la loro comparsa pezzi di puzzle, lego, spille, etc.., così, saranno, molto simili a quelli del Buzzi e della Mangiagalli, infarciti della “qualunque”, i tappetini sui quali scoprirai di esser capace di addormentarti per intervalli di 30 secondi, e di trarne anche beneficio prima che la peste ti infili il suo ditino con l’unghietta tutt’altro che innocua nel bulbo oculare e nel padiglione auricolare (entra che è una bellezza, meglio di un cotton fioc, riesce a sfiorarti il cervello, se ne rimane traccia) facendoti svegliare di soprassalto.

Sono quei corsi dove ti insegnano a respirare (bravo, me lo dovevi dì tu come se fa…).
A rischiare, appollaiata su una palla enorme di gomma, il tutto per tutto (intendo tutte le vertebre) pur di non rinunciare ai tuoi addominali giornalieri, quando avrai (o continuerai ad avere, a seconda) un pancione enorme. Ma quando mai li hai fatti poi gli addominali…
Dove ti insegnano a cambiare un cicciobello, omettendo dolosoamente di dirti che i cicciobelli veri piangono e cagano molto di più e non li dividi con 20 compagne di corso, e sopratutto non li puoi riporre nella cesta dei cicciobelli dopo un’ora di corso.
Dove ti dicono che è inutile precipitarti alla prima contrazione in ospedale, devi aspettare che la testa sia fuoriuscita di 15cm, prima di iniziare a farti la valigia con i pigiami e le copertine, ben sapendo, l’ostetrica rassegnata a dare consigli inutili, che ti precipiterai invece alla prima flatulenza repressa.
Avete presente, quindi, questi corsi del Buzzi e della Mangiagalli?
Ecco, non c’entrano un piffero con quelli delle law firm.
Se proprio dobbiamo, se proprio ci viene questa assurda fissa di riprodurci, di sfornare un pupo che potrebbe fotterci il lavoro un domani, se proprio siamo incaponiti su questa assurdità, le law firm si rassegnano ad impartirci una lezione di 10 minuti (in pausa pranzo) su come calcolare il momento esatto in cui fare zumpa zumpa con la tua donna (se proprio proprio devi, eh, e non ne puoi fare a meno, e se proprio la vasectomia ti ripugna) in modo che il pupo nasca di sabato o domenica oppure in ore non-lavorative.
Che per un avvocato milanese d’affari significa più o meno dalle 02 alle 02.50 di mattina.
In pratica gli unici 50 minuti in cui il pupo dorme.
Ma non spaventatevi, non sarà sempre così.
A quell’ora, quando farà 16 anni, uscirà di casa per andare in disco.

Il Pifferaio Magico

C’era una città nella valle fatata dove ogni persona era addomesticata a vivere ogni giorno in modo CHE la propria condotta soddisfasse IL RE….e in questa forzata uniformità non c’era neanche un barlume di libertà – Articolo 31 – Il pifferaio magico

Non doveva succedere, ma è successo.

Proprio con la fidanzata di Pippazzo, la Sellerona, gnocca del 7° grado della scala Mercalli, bionda, polacca, porca, maiala, ma così maiala che dice gli ha fatto causa al noto cartoon costringendolo a rinominarsi “Peppa a’ Pippa”.

L’altro giorno ci siamo incrociati per sbaglio nella biblioteca, luogo deserto in ogni studio che si rispetti (bibliotecario, sempre imboscato).

Mi ha chiesto se le tenevo la scala, ecografia trans-vaginale con gli occhi d’obbligo, al ritorno ha finto di inciampare e me le ha messe in mano, la destra sulla sinistra e la sinistra sulla destra.

Poi si è leccata le labbra, succhiata il pollice, sbucciato una banana, piegata a 90, sbottonata la camicetta, mi ha appoggiato la patata sul gomito mentre ero seduto fingendo di cercare nel computer della biblioteca.

Io muto come statua.

Al che:

Avvocà, che faccio, mi appendo il cartello del maniglione antipanico sulla topa?

Quale cartello?.

“APERTURA A SPINTA”…e mi afferra la mascella con le unghie rosso ferrari.

Non si capisce più niente, Sbimmete sbammete, il mio ormone ha assunto dignità di scienza autonoma, decido di togliere Rai Uno e mettere sul secondo c-anale:

GIRATI”…

E lei, che tanto porca forse non era, me fa:

“PERCHE’ CHI CAZZO C’E’?” e si gira.

Andiamo avanti (e indietro pure, eh) per circa 20 indimenticabili minuti, ma siccome tutto a questa terra deve finire, ad un certo momento entra Pippazzo che attacca un pippone.

MA ma ma, dico ma, ma dico, dico dico, ma ma mama COME! a-a-a-a-a AVVOCATOLO! avvocatolo, avvo-cato-lo, dopo dopo, si, dico dopo, ma si, dopo dopo DOPO, dopo anni, ANNI E ANNI, anni anni anni anni, anni, anni e anni, dico anni, dico, ma che dico anni, secoli e secoli e secoli, secoli, SECOLI, dopo secoli e secoli e secoli…insieme….PROPRIO TU tu tu tu, tu, tutu, tu, dico tu, cioè tu, non tu, ma tu, tutu, proprio tu, MI BOMBI LA FIDANZA? PERDI….PERDI…”

“Che perdo? dove? c’ho una perdita?”

“PERDI—PERDI, DICO PERDI, perdi perdi”

“Ce l’ha con te, deve avercela con te, fidanza”

“PERDINDIRINDINA ALMENO QUANDO PA PA PA PA PA PARLO, CA CA CAZZO, DICO CAZZO, CAZZO CAZZO STRACAZZO DI UN CAZZO, QUANDO VI PARLO, CAZZO, SME SME SME SMETTETLA DI SCOPARE!”

La saga del chiodo (per tacer del martello)

Pre-messa.

***

Silvana, una bella ‘mbriana che potrebbe parè na bottana de la Nomentana, ma che a me pare solo Belaunde il travone der Pincione, m’ha detto che un post che ho scritto tempo addietro era scritto col culo, di consistenza da codice penale, digestiva, in una parola… de merda.

Quindi mi sono ripromesso, e qui vi dico pre-mettendo, che questo sarebbe stato il più bel post che abbia mai scritto.

Come lo so, chiedete?

Sempre a sospettare state, se non leggete prima tutto il post come fate a dubitare?

Ecco.

Ora il vostro sospetto mi ha indispettito per cui potrebbe non rivelarsi alla fine il miglior post, ma sarà, se così sarà, solo colpa vostra e della vostra mancanza di fiducia che ha determinato un calo di avvostima. Ma se non vi decidete a leggere una buona volta resteremo sempre col dubbio.

Fine della pre-messa.

Amen.

Ogni studio che si rispetti ha un tuttofare.

Uno che “sbriga” lavoretti, di ogni tipo (anche losco, si, anche losco).

Come da organigramma, rientra nel ruolo anche ed esplicitamente l’appensione, l’appesata, l’appesura, insomma l’appendere i quadri degli avvocati.

Ho visto avvocati appendere di tutto, alle pareti, pur di parere originali, persino la moglie o un cappotto, dimodochè Riccardo, il tuttofare, ha sempre un gran daffare.

Venerdì scorso volevo piazzare due quadri nella mia stanza, che è spoglia peggio della natura.

C’è gente che chiamerebbe Riccardo per un chiodo, tzè.

Io faccio da me, oppofferbacco.

Salgo sulla sedia, che essendo di quelle con le rotelle non si prestava molto all’opera, prendo la mira, SBENG!, il primo chiodo piega la testa in giù, è entrato solo per metà.

Osservo il chiodo, mi gratto il mento (con la punta del martello), medito…poi SBENG SBENG! per tentare di fargli mettere la testa a posto a quel chiodo, ma lui si gira dall’altra parte (porgerebbe l’altra guancia se ne avesse una), ora pencola all’insù.

Stringo il martello…e poi vibro una doppietta SBENGHETE SBANGHETE ma sortisco solo l’effetto di fargli perdere la testa del tutto.

Non è colpa mia se in studio abbiamo una parete rocciosa al posto di una comune parete di cartongesso da ufficio.

TO BE CONTINUED

New York, New York, New York, NEW YORK

New york è una città in piedi (Céline – viaggio al termine della notte)

Ho visto New York per la prima volta all’età di 33 anni.

Gli anni di Cristo.

Vedi New York e poi muori, m’è venuto da pensare (sgrat sgrat) mentro ero seduto (stravaccato) sul divanetto della Limo (come un qualunque cretino dei reality show, cit. Silvan) che dal JFK ci portava al nostro albergo (il Waldorf, quale altro sennò?).

Pippazzo mi ha offerto da bere:

A-a-a-a-a avvocatolo, siamo a New York, NEW YORK NEW YORK, new york, New cioè York, capisci, Niu niu niu niu NEW York, pre pre pre prendi sto sto sco sco sco stosco sto sto sco sco sco stoscotch”

Naaaaa

A-a-a-a-a...”

Eh A-Aridaje! Su comprate na vocale P-pazzo, non rompermi il…

Avvocatolo, avvocatolo, AVVOCATOLO, lo sai, AVVOCATOLO, avvocatolo, lo sai, è ve-ve-ve-vero che lo sa-sa-sa-sai, è vero che lo sai, che a-a-a-abbiamo pagato tutto, anche il mi il mi il mi, min, il min, il minibar, qui-qui-quindi BEVI“.

Mando giù quel liquido che da fuori è perfettamente identico all’acqua, ma brucia un pochino di più.

Poi all’improvviso, la vedo.

Questa città che è un simbolo potente, per chi come me è nato e pasciuto col mito del made in USA, copiando a distanza di anni tutto quel che la cultura Yankee partoriva, mangiava e digeriva (i fastfood, i giubbotti, le motociclette, etc).

Cèline diceva che New York è una città in piedi.

E’ fottutissimamente vero.

E’ una città verticale.

Di più, è una città che nonostante l’altezza si spinge sulla punta dei piedi per guardare ancora più su.

E se la vedi, per la prima volta, a 33 anni, provenendo dal ponte di Brooklyn, rischi di restarci secco, stecchito.

E’ stato forse l’unico momento, in vita mia, in cui mi sono sentito figo.

A torto, perché ormai a New York ci vanno in gita le classi di 3 media (grazie tanto Rynair per aver abbattuto il penultimo mito, mi restano solo Bud Spencer e Terence Hill), ma mi sono sentito “uana sgheps”.

Avrei voluto rubare una moto ad un vigile, inforcare un paio di occhiali da sole, mettermi una camicia a mezze maniche e giocare a fare il Poncherello dei Chips.

Solo che era mica possibile.

Quel giorno pioveva.

E poi Pippazzo non sa guidare manco lo scooter, figuriamoci una Kawasaki.

E in ogni caso quando viaggia per lavoro, un avvocato, della città in cui atterra vede due posti: la sala degli arrivi, e quella delle partenze dell’aeroporto. Se l’aereo ritarda, anche la sala lounge. Se gli dice culo, persino una stanza d’albergo e una sala riunioni, che però avrebbe potuto essere anche ai Parioli.

E ogni volta a chi ti chiede com’è la città che hai “visitato” per lavoro, rispondi che questa volta non sei riuscito a vedere granchè.

Lasciando ingannevolmente ad intendere che ci sarà un’altra volta diversa da questa.

Pippo (ma cosa fai?)

Pippo è uno spilungone dinoccolato, dal capello fulvo come la Fulvia (Velvia Stelvio Robiola Osella, associazioni libere).

Tra i nordafricani giù all’incrocio, quelli che osservano per ore il segnale “alt/avanti” pedonale, è ormai noto come il Pippa. Vai a capire che c’hanno in testa i nordafricani.

Pippa, tu attraversare sulle striscia, zi? Quanti incroci avere attraversato? Eh…quante strisce fatto, ah-ah-ah.

Tra i colleghi di pari livello è noto come P-pazzo, tra i suoi diretti superiori invece viene palesemente appellato Pu-pazzo.

Tra i praticanti che riportano a lui è più comunemente conosciuto come il Pippone, chissà poi perché.

Non è ansioso, si rattrappisce d’ansia, cui si abbandona con fiducia di autenica fede ad ogni evento che non rientri nel suo percorso giornaliero (immutabile – alle conoscenze attuali – come l’espansione del cosmo), percorso fatto di sveglia/barba/tram/ascensore/accensione pc/caffè/lavoro/pranzo/lavoro/tram/cena.

Anche per un semplice sciopero che lo costringa a sostituire i due tram a/r con cui viene a lavoro e torna a casa ogni maledetto giorno, son subito sudori, incandescenza della cute che si imporpora particolarmente sulle gote e all’attaccatura dei capelli, balbettìo, ripetizione ossessiva di parole e intercalari (ragazzi, ragazzi, ragazzi, ragazzi, andiamo andiamo a-a-andiamo a vedere si a vedere cioè a vedere vedere vedere…cioè), e via andare.

Ha un parchimetro al posto del cuore.

L’altro giorno un medico gli ha preso la pressione e ha constatato che c’aveva la minima a 200€/ora, la massima a 500.

Nelle vene, a lui, ci scorrono le fees al posto del sangue.

Venderebbe sua madre, e si farebbe pure pagare per redigerne l’atto di vendita.

Ogni tanto provo a redimerlo, visto che è in stanza con me.

Pippazzo, lo sai che la vita è febbre…

La vita vita vita, la VITA, eh, la vita, cioè, cioè, cioèèèèè, la vita, la vi-vi-vi-la vita, si, la vita, eh…”

Si, la vita, è febbre, Pippazzo, e l’amore è il suo termometro“.

Mah, cioè, cioè, per me cioè, non so, eh, non so, non lo so, nonono, non lo so per pepe pepe pepe pere per te, ma per me, mememememe, per ME, dico, per me più che termometro, cioè, l’amore eh amore, amore, a-a-a-AMORE, cioè, l’amore, dico cioè, è una tachipirina. Non di quelle in pastiglie, ma proprio una supposta, cioè, cioè, su-su-su-supposta, la supposta, cioè, è è è è, la supposta è, è….è quel di cui ti ricordi solo quando ce l’hai già nel culo, o poco prima che te lo infilino, cioè. E dopo che la supposta si squaglia, la febbre, la febbre, la febbre svanisce, e pure la supposta, svaniscono la febbre febbre febbre e la su-su-supposta, eh, è lasciano tracce solo, solo, solo, dico SOLO, cioè, solo ed esclusivamente esclusivamente, solo solo nelle tue mutande. Comunque, a me, la febbre, la febbre, sai la febbre, febbre, FEBBRE, la maledettissima febbre, a me, la febbre, fa vomitare, la febbre. E pure la vita. E pure l’amore.

Il Merda (detto Testadipazzo)

Alle 20.20 di stasera il Merda mi ha informato, con congruo preavviso, che alle 20.30 sarebbe dovuto scappare via per un vernissage, ragion per cui la nostra riunione delle 20.00 avremmo dovuto rischedularla.

Il concetto di scappare via potrebbe apparire in stridente contrasto con la circostanza che da settimane il Merda andava menando vanto dell’invito ricevuto al vernissage.

Non meno sospetta potrebbe apparire, prima facie, la mia improvvisa disponibilità a partecipare ad un aperitivo fissato da giorni per le 20.20 di stasera.

Ma non sempre la realtà è pessima come appare a prima vista (spesso, ad un più attento esame, ti accorgi che è molto peggio).

Il Merda – per esempio – potrebbe apparire a prima vista una versione ricca e calva di Testadipazzo: un uomo dall’esistenza colorita e colorata di urla e pugni sferrati all’improvviso.

Solo che il testadipazzo letterario, chiamiamolo testadipEzza, vive in un libro, al più nella mente dei malati di mente dei lettori di Lethem.

Testadipazzo, invece, intendo il Merda con cui ogni tanto pure mi tocca ballare un tango lavorativo (cioè balletti icastici, in attesa che uno dei due chieda un rinvio per una deadline chiaramente inaccessibile ad entrambi, un po’ come lo scaltro guidatore che non sterza costringendo l’auto in senso opposto a scansarsi, ben sapendo che entrambe le auto nella carreggiata ‘un ci stanno mica), lui, il Merda, dicevo, vive a Milano, nella realtà tangibile, quella fatta di piccoli punti di ruggine sulle astine metalliche del tuo ombrello pieghevole, o dei buchi nella tela provocati dalle astine divelte.

Il Merda ha lo stramaledetto vizio di darti un colpetto sul petto ogni volta (ma succede solo, più o meno, ogni 5 secondi) che ti chiede se hai capito, indice e medio uniti.

Se fossi stato una statua avrei la tetta consumata come Giulietta, dopo 10 anni di colpetti irritanti come….come colpetti sul petto (di una donna, magari, non consenziente).

Borbotta in continuazione a volume ultrasonico, con improvvisi scrosci di epiteti e improperi che sciorina con picchi di volume, pigiando (direi picchiando) con violenza crescente sulla tastiera.

Lo senti mormorare sciu sciu sciu…..ato….ota….MERDA DI UNA MERDA….sciu sciu sciu….ote….er…..FANCULO FANCULO FANCULO MERDA, sciu sciu, FOTTITI TROIA, sciu sciu sing…ndato…..sciu sciu.

Deforma il viso in un’ampia gamma di espressioni, continuando a masticare apparentemente aria che nemmeno le comari che recitano il Rosario.

Ogni tanto sferra un pugno sulla scrivania facendo sobbalzare chiunque si trovi nelle immediate vicinanze, diciamo fino al limite della tariffa urbana della metro.

È un rimuginatore cronico, vendicativo, sadico, forte coi deboli e debolissimo coi forti, un crogiolo di tic nervosi e nevrosi.

Del resto, non penserete che lo chiamiamo tutti, a sua insaputa, il Merda perché luccica, no?

Loro mi dicevano

Ritò mi ha provocato, e ora si becca questo:

Chi è Ritò? Chi è Ritò?

CHI E’ RITO’???

Ritò è quell’amica mia bella, ma così bella, ma tanto bella che dice gli ha fatto causa alla Disney e l’ha vinta, e ora due noti cartoons han dovuto cambiare titolo rispettivamente in “La niente-di-che addormentata nel bosco” e “La racchietta e la bestia”.

Io sto sempre a sentire il mio prossimo.

E’ questo il motivo principale del 99% dei miei guai.

Ma questo ve lo racconto un’altra volta, per oggi godetevi le mie performance canore 😀

A cena con delitto (tentato)

Qualche sabato fa la boss mi ha invitato a cena a casa sua.
In realtà mi ha sequestrato tutto il giorno per un lavoro che 1) avrebbe potuto benissimo fare da sola ma soprattutto 2) avrebbe potuto benissimo esser completato il lunedì della settimana entrante (senza esagerare…anche del mese entrante…).
Dunque mi sequestra, mi costringe ad un’inutile maratona di drafting, mi fa saltare il pranzo, e quindi a ora di cena, marito e due figli rientrati affamati come vegetariani rinchiusi in una macelleria, si decide a chiedermi se “NON è che mica vuoi fermarti per cena“.
Prima che potessi rispondere ha estratto dal frigo un pentolino con delle melanzane coetanee della via Lattea.
Lo ha piazzato sotto il naso del (povero) marito rincorrendolo mentre tentava di sgattaiolare via lungo il corridoio verso il suo unico rifugio ancora inviolato (il cesso) e ha chiesto “Senti un po’ se sono ANCORA buone?”.
E lui, evidentemente avvezzo a certi controlli anti-muffa : “noo, non puzzano per niente, poi nel frigo ci possono stare pure 3 mesi”.
E lei: “Ahhhh pensavo solo 3 settimane, mi preoccupavo”.
Quando ha estratto dal forno una pasta che sembrava fosse cosparsa di gorgonzola non ho voluto indagare sulla natura di quelle macchie verdi, mi sono improvvisamente ricordato di aver lasciato una “cosa” sul fuoco e ho declinato l’invito.
Lei “Ma come una cosa sul fuoco sei qui da 8 ore?“.
Veloce…pensa…pensa…o confessi e crepi di intossicazione o ti inventi qualcosa…
Boss ma tu che vuoi da me, il ragù mi piace stretto stretto. Buon appetito a tutti eh, come se avessi accettato, eh”.
Uscendo mi sono chiesto se le melenzane marce potessero avere effetti letali.
Nel chiedermelo mi sfregavo inconsapevolmente le mani, ingobbendomi di un altro cm, credo.

L’indecisa

Ho l’immensa e non meritata fortuna di avere un boss nato vissuto e pasciuto al nord.

Il boss, oltre che del nord, è leghista e donna.

Son tre malattie dalle quali difficilmente si guarisce, almeno le prime due.

Di peggio c’è solo l’amore per la Brutale, una bici a pedali molto costosa.

Io ho proprio un bel nulla contro le donne, è mica colpa loro se son nate donne.

Le donne sanno mai che vogliono.

La donna avvocato, poi, quand’anche lo sapesse, per deformazione professionale verrebbe mai a dirlo a te, e se proprio glielo chiedessi tu (cazzo vuoi?), te lo direbbe nel modo più ambiguo possibile.

Crederete mica che l’ambiguità sia un difetto, tutt’altro, trattasi di pianificazione architettonica di vie d’uscita (quella che si chiama “exit strategy“).

Sono anni che cerco di capire ogni quanto e su cosa voglia esser aggiornata il boss.

Sentite la risposta:

“Certo più frequente di una volta l’anno, salvo che per un anno non ci sia nulla da segnalare, ma meno frequente che giornalmente, a patto che non ti capiti qualcosa da segnalare in un giorno qualsiasi e questo giorno non sia quello in cui hai deciso di farmi l’aggiornamento annuale”.