Il bloggo dello sgrittore

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Non riesco quasi a scrivere più, su WordPress, di questo vi sarete lietamente resi conto.Ho l’emicrania e devo partire tra pochi giorni.
In una parola, dovendo emiCrare con l’emiCrania, ho il bloggo dello sgrittore emicrante.

Mi vengono in mente tante cose.

Ripenso ai bulli che ogni volta che mi vedevano scendere dal bus mi tiravano pietre, o – quando erano in vena di gentilezze – arance con dentro lamette da barba.

Penso anche al prete del catechismo che disegnava Dio incazzato nero, senza poi spiegarci mai perché fosse bianco.

Si incazzava per un nonnulla, Dio.

Non capivo, perché non potevo farmi una pippa?

Che danno gli facevo, a Dio?

Che poi chiedevo al prete quante spie doveva averci, Dio, per vedere tutti i pippaioli del mondo e mandare gli angeli del castigo ad accecarli tutti.

E il prete rispondeva che Dio vedeva dappertutto, e accompagnava la spiegazione con bacchettate sulle mani.

E io mi chiedevo, ma questo non lo dicevo al prete perché non volevo altre bacchettate sulle mani, sai che mal di testa doveva averci Dio, io già se guardo la TV e topolino insieme c’ho bisogno poi di un’aspirina. Mi veniva persino qualche dubbio sul sesso di Dio, perché un uomo, si sa, tante cose insieme…

Guardo il panorama fuori dall’ufficio.

Un palazzo, un autobus, degli alberi affogati nel cemento.

Ricordo l’unica linea di bus che passava ogni 2 ore a “casa mia”, su al sud. Non c’era alcun numero, non serviva, essendo linea unica. Era semplicemente “l’autobus”.

Sento ancora il sole giallo bruciarmi le spalle,

rivedo le corse dietro le lucertole tra i mattoni della fabbrica di cemento che sorgeva accanto alla nostra casa,

i cappi di steli d’erba,

le pannocchie rubate ai margini dei campi,

il profumo di latte caldo appena munto,

ripenso alle corse in campagna,

ai pic-nic in bicicletta con la pasta al tonno nei tuppleware,

mi sento ancora in precario equilibrio sull’enorme bici di mia madre, nera, tutto ferro e manopole di legno,

al telefono fatto con due bicchieri e uno spago, teso tra il pianterreno di casa mia e il secondo piano del mio vicino,

rivedo la processione e le donne del paese a piedi scalzi e il velo nero,

il prete con il microfono,

i chierichetti con gli stendardi,

la statua del Santo Patrono ricoperta d’oro,

le polverose strade,

l’odore maschio di mio padre,

i funerali con i cavalli e la carrozza,

la campagna che si srotolava sotto il balcone della mia cameretta,

le ombre delle foglie che danzavano sul pavimento nelle notti di vento,

le pietre bianche e sporche,

i millepiedi e le lucciole d’estate che volavano nel profumo del gelsomino,

i ciuffi d’erba che rompevano il catrame steso a strisce sottili per risparmio,

il tubo dell’acqua ingottito dal sole,

la vasca con i pesci che pescavo,

le partite a calcetto con le porte fatte con gli zaini o i bidoni,

ripenso agli scioperi,

autogestione e okkupazione,

ai banchi di legno e ferro delle scuole,

alle lavagne ingessate,

ai cancellini di stoffa impolverati,

al registro verde,

alla fila dei camion che portavano il circo,

ai megafoni per la loro pubblicità,

ripenso agli occhi di mia madre,

tanto estesi che mi parevano avere, più che iridi, meridiani e paralleli,

al suo caffè delle sette,

alle sue mani sottili come fusi,

alla sua tempra d’acciaio,

ruvida come le cortecce d’albero,

sento ancora il profumo della segatura sugli stipiti delle botteghe, quando pioveva,

rivedo le macchie sui miei pantaloni dopo la raccolta del muschio per Natale,

l’odore del pane e della pizza mentre attendo il mio turno al panettiere, guardando i poster di Maradona e del Vesuvio,

sento l’irritazione di una pianta di fava strofinata sulla pelle,

ripenso alle domeniche in piazza,

seduti sui gradini di un portone,

ad aspettare gli eventi futuri,

sento la quiete di quando ero al lago a pescare,

senza orologio, senza telefono,

avverto l’ombra fitta di quel salice piangente,

dove sono rimasto seduto ore e ore,

all’ombra della mia infanzia.

Sarà l’autunno

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Negli ultimi tempi sono riuscito a combinare tanti e tali di quelle cagate, peraltro sotto gli occhi di tutti, che m’aspettavo da un momento all’altro un collegamento in diretta da casa con qualcuno che, piangendo, mi dicesse “siamo orgogliosi di te, avvo”.

Un po’ come con i concorrenti dei reality.

Peccato che – qui – colui che rimane vivo, dopo tutto e dopo tutti, non vince alcun premio e non viene invitato in studio dalla Marcuzzi.

Qui l’ultimo che rimane, chiuda la porta.

Ieri pensavo a nulla di tutto sopra, ma quello che sto per scrivere sotto quello che c’è sopra (c.d. sotto-sopra).

Che ora che ci penso, se c’è un sotto, questo sta sempre sotto sopra, mentre il sopra non è detto che stia sopra tutto (fernet branca).

Dicevo, anzi scrivevo, che ieri pensavo… anzi contavo, contavo quanti soci di sesso maschile ci sono in studio, e per contarli non mi sono bastate tutte le punte libere delle dita delle mani e dei piedi.

Poi mi sono dedicato alla conta delle donne socie, per contare le quali mi è bastata un’altra punta di un altro mio organo biologico (peraltro con funzioni molto importanti).

So perfettamente a quale organo state pensando, e lasciatevi dire che siete ben strani se voi usate quell’organo per contare.

Io intendevo la punta del naso, comunque.

Insomma anche negli studi legali si segue il principio seguito da tante monarchie europee in passato, in cui prevaleva la linea maschile nella genealogia, dimenticando che mater semper certa est.

Ma io francamente conosco il calore che emana un pulcino, uno vero.

Conosco il picchiettare del picchio sul tronco, lontano e alto, l’unico al mondo non confondibile con nessun altro suono.

Conosco le macchie che lascia il muschio sulle ginocchia, e l’alone che permane nonostante le lavatrici.

Conosco il sapore della polvere sulle more.

Conosco il ticchettio diffuso della pioggia su una tettoia di lamiera.

Conosco l’ombra fitta e magica che c’è alla base di un salice piangente.

Conosco la consistenza del fango tra le mani, e come secca rapido, e le rughe che disegna sulle mani, e come riacquista viscosità al contatto con l’acqua.

Conosco tutte queste meraviglie ma non le ricordo, o forse ricordo meraviglie mai vissute.

Invecchiare, diceva il compianto Mark Twain (qualcuno in una sua biografia scrisse – intendendo tesserne le lodi – che l’anno in cui morì Twain, il 1910, fu l’anno in cui – guarda caso – nel cielo si spegneva la cometa di Halley), significa ridursi a questo, a ricordare esclusivamente cose non accadute e non ricordare nulla di ciò che è stato.

E a volte è proprio così che mi sento, come se stessi invecchiando, come se stessi dimenticando quello che c’è stato, sostituendolo con fantasie di vita mai vissuta.

Sarà l’autunno.

 

Per il terremoto del Centro Italia

 

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[Foto La Presse]
Per tutto il mese di settembre e ottobre ho pensato di muovermi per dare un aiuto concreto alle persone colpite dal sisma del 24 agosto 2016, devolvendo a favore di Specchio dei Tempi, fondazione de La Stampa, quattro euro per ogni copia cartacea (costo di vendita 9.99 euro), e cinquanta centesimi per ogni copia ebook (costo 2.99 euro) venduta de L’ultimo Abele.
Se avete già acquistato L’ultimo Abele, non scoraggiatevi! Potete partecipare invitando altre persone a farlo, condividendo questo post sui social, o segnalando questa iniziativa nei diversi modi che preferite.
Essendo solo un piccolo gesto concreto che possiamo fare insieme, io e voi, non c’è bisogno di postare foto né inviare prove d’acquisto, sarà mia cura pubblicare i report di vendita e la ricevuta del bonifico che effettuerò simbolicamente il 2 Novembre, in nome di tutte le persone scomparse, nel loro giorno, che quest’anno è anche il nostro.
Perché la campana suona sempre anche per noi.
Link: https://www.amazon.it/dp/1519507267
P.s. sto pensando di estendere l’iniziativa all’altro mio romanzo, ma sono nel dubbio perché non vorrei dare una connotazione promozionale all’iniziativa. Fatemi sapere cosa ne pensate a tal proposito!

I diversi siamo noi

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Bo Paske è un ragazzino con i capelli rossi e gli occhiali. Come ce ne sono milioni. Bo, però, è autistico. Nessuno vuole mai sedersi con lui a pranzo.

Travis Rudolph è un giocatore di football che è finito sui giornali di mezzo mondo perchè ha deciso di sedersi di fronte a Bo a mangiare. Un gesto la cui eccezionalità sta tutta racchiusa nell’enorme arretratezza mentale. Siamo noi, con i nostri pregiudizi che, purtroppo, facciamo risaltare per contrasto un gesto che non meriterebbe alcuna considerazione in un mondo “normale”.

A casa mia ha vissuto per molto tempo un mio cugino affetto da una forma particolare di autismo, e conosco molto bene questo tipo di discriminazione. Lui ha due mani, due occhi, due braccia e un grande cuore come quello di Bo.

Un cuore più grande di quello che batte nel petto di molte persone “normali”.

Evitare di sedersi accanto a un bambino affetto da autismo, o qualsiasi altra condizione di salute: quello è il gesto che vorrei vedere fotografato e messo in prima pagina sui giornali.

Perché in tutta questa storia, in tutto questo finto buonismo e attivismo per aiutare i terremotati, gli immigrati, i rifugiati, gli sfigati di mezzo mondo, ci dev’essere necessariamente una buona parte di persone che opera per pura ipocrisia, se poi un Travis finisce sui giornali per essersi seduto a tavola.

Perché in tutta questa storia, a ben vedere, i diversi siamo noi.

BookTrailer “Sono solo io: storia di uno strano”

Amici cari, tornerò presto a scrivere qui su WordPress, perdonate la lunga assenza ma la preparazione di questo secondo romanzo (che ha ottenuto il patrocinio della Città di Fossano di cui sono pazzamente orgoglioso!) mi ha assorbito il 100 per 100 del mio tempo libero, unitamente ovviamente a tutto il resto!

Vi lascio il link al booktrailer di “Sono solo io: Storia di uno strano”, spero possa piacervi!

Buon ferragosto a tutti!

Mare d’amore

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A noi non devi dire che la vita è dura.

L’abbiamo fatta talmente a pezzi che dalle pietre abbiamo ricavato marmellata.

Non devi dirci che è meglio fregarsene: non ci riesce.

Anche per una persona mai vista, incontrata su un social, riusciamo a commuoverci per i suoi guai e a sentirla vicina.

E non fa niente che è virtuale.

A quelli come noi non importa perché noi sappiamo che nella vita tutto ciò che vale la pena è virtuale: cosa provoca l’arte, se non un moto virtuale e interiore?

Cosa ci restituisce la visione di un film?

E l’abbraccio di un amico, se lo spogli del virtuale, e ci lasci solo la meccanica di stoffa su stoffa, se lo guardi con gli occhi del reale, che senso può avere?

Tutta la vita è una splendida e enorme esperienza virtuale di aspetti nascosti tra le pieghe del reale.

L’ombra del sole sui muri, il profumo del gelsomino spappolato tra le mani, il fruscio di un rivolo d’acqua che cade dalla bottiglia che qualcuno ha inclinato verso il tuo bicchiere, sarebbero niente, se non rimandassero dentro di noi la eco virtuale di tutte le nostre esperienze passate, di tutte le notti di buio che ci fanno inneggiare a quelle ombre di luce sul muro, di tutto il fetore del mondo marcio che c’è toccato inalare, di tutta quella sete di vita che ci ha fatto morire prima di bere quell’insignificante rivolo d’acqua dalle mani di chi ci ama e ci vuole dissetare.

Questa vita, per noi che la viviamo dall’altro lato dei sogni, è un bicchiere d’acqua freschissimo. Solo un sorso c’è dato da bere. Ma in quel sorso, grazie alla nostra immensa vita interiore, ci vediamo una distesa infinita, un mare d’amore.

Occhi negli occhi

Non c’è nulla di più solitario di un uomo che fa sesso con una donna e tiene gli occhi chiusi per tutto il tempo.

Come se volesse trovarsi altrove e scovare all’interno delle sue palpebre più eccitanti visioni.

Io credo che uno dei pochi momenti della vita in cui si debba stare occhi negli occhi per lungo tempo, senza fiatare se non per ansimare, sia proprio mentre si fa all’amore.

Nei preliminari, in particolare, perché gli occhi sono il posto più intimo in cui un uomo e una donna possano penetrarsi, perché quelle feritoie dell’anima luccicanti aprono una via che non si ferma a pochi centimetri ma continua per miglia e miglia di notte spalancate nell’animo altrui.

Guardarsi negli occhi in quei momenti è annullare davvero ogni pensiero, e incontrarsi laddove non ci sono più colori né pensieri ma solo odori e rumori, tatto e sensazioni interiori.

Gli animali non spengono mai la luce, prima di possedere.

Gli animali non pensano niente.

Rispondono a un istinto scritto dentro di noi da miliardi di anni.

E cosa siamo noi, se non animali vestiti per bene?

Ricominciare da meno di zero

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Un’altra casa, un altro quartiere, un’altra scuola, altri supermercati, farmacie, altre strade mi aspettano.

Rimetto tutta la nostra vita nelle scatole per la quindicesima volta da quando sono uscito da casa di mia madre. E mi viene da chiedere che sto facendo. Se proprio sono quel padre bravo che chi mi vuol bene dice che io sia.

Ricominciare ancora, e ancora, e ancora. Ricominciare. Nella vita succede.

Quando non sei più solo, però, inizi a farti due domande. Mia figlia quasi ogni sera mi chiede se anche i pupazzi li portiamo. Se anche i quadri li portiamo. Se anche i tappeti. Le porte. I muri. La casa. Ha paura di lasciare pezzi di sé indietro. Sono saggi i bambini. Hanno una saggezza limpida, non inquinata dall’esperienza. Sopperiscono con intuito e fantasia all’esperienza.

La guardo e cerco di rassicurarla. Ma evidentemente non sono bravo in questo, perché ogni tanto le domande riaffiorano. Le sue cose le mette lei nelle scatole. La fa sentire grande. Come mettersi l’acqua da sola nel bicchiere. O infilarsi le scarpe, quando mi ferma e dice faccio io papà.

Quanta voglia di crescere. Forse smettiamo di essere bambini quando ci passa la voglia di crescere, e cominciamo, al contrario, a desiderare di tornare indietro. Sono saggi i bambini.

Vogliono crescere, perché sanno che è quel che faranno.

Sono gli adulti i veri pazzi, a sognare di tornare indietro.

Indietro non si torna mai.

Si ricomincia da zero. O anche da meno di zero.

Ma è sempre un nuovo inizio.

Un altro quartiere, un’altra scuola, altri supermercati, farmacie, altre strade.

E’ solo un’altra casa, mi dico.