Ci sono giorni

Ci sono giorni in cui la tua vita la rinnegheresti tutta. Senza pensarci. Così.

Fai finta di no, non lo ammetteresti mai e poi mai a nessuno, soprattutto a chi ti ama, ma a volte il pensiero ti prende. La sindrome da sliding doors. Cosa sarebbe successo se ai bivi importanti della mia vita, avessi svoltato diversamente?

E non c’è risposta. La freccia del tempo è fissa, punta sempre nella stessa direzione e nessuno mai potrà davvero vivere due volte, come in quel film. A nessuno è dato di tornare indietro a cambiare il corso degli eventi. Non c’è nessuna macchina del futuro, altrimenti, probabilmente, sarebbe già qui.

E certe musiche ti entrano dritto dentro il cuore, ti si conficcano nel petto e ti fanno sanguinare dagli occhi. Deserti zuppi e umidi, dove non scorre più niente, solo sale che ti sale dal petto e passa dalla gola.

Vorrei non avere quasi quarantanni. In questo momento, mentre scrivo, vorrei averne 18. E lo so che non si può, e lo so che sono banale, che forse tutti avvicinandosi ai quaranta vorrebbero tornare indietro, e tutti si accorgono un bel giorno che così, purtroppo, non si può. E vorrei saperne cosa ne ho fatto, di tutte quelle estati ancora prima dei diciotto, di quei tre mesi all’anno in cui non avevo obblighi. Che fine han fatto quei giorni? Possibile che nessuno si renda conto, quando ha quell’età, che una fortuna così grande poi nella vita tornerà solo quando, vecchi e stanchi, i giorni non ci serviranno più a tanto altro che sfogliare foto e annoiare il prossimo?

Gran parte della vita ci scorre inconsapevolmente tra le mani.

E chissà che tra trent’anni, io mi sieda a un computer, per scrivere di come rimpiango i miei quarant’anni, continuando a vivere questa vita un po’ così, inconsapevolmente.

 

Storia di due vermi

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C’erano due vermi piccini.

Si somigliavano tanto. Avevano vissuto per tanto tempo in posti lontani, e non si conoscevano per nulla. Poi, si incontrarono un giorno in un bel prato.

Era un luogo d’incanto, il sole brillava alto nel cielo sgombro dalle nuvole, le fronde degli alberi erano rigogliose, le gemme spandevano note floreali nell’aria e tutto l’universo sembrava cantare l’incanto della vita.

I due vermi piccini cominciarono a camminare uno accanto all’altro. 

Si raccontarono i fanghi da cui venivano, i terreni aridi, gli attacchi dei predatori, la loro vita che li aveva condotti fin lì, giorno per giorno. Quando uno parlava, l’altro taceva, e viceversa. Chi striscia in basso sa bene come si ascolta.

Poi un giorno uno disse all’altro :

– Sei bellissimo.

L’altro rispose:

– Anche tu, in fondo siamo così uguali io e te! Abbiamo tante di quelle cose in comune.

Il verme di sinistra sorrise felice, ma in cuor suo pensava che il suo compagno di viaggio si sbagliasse.

Tornò qualche giorno dopo in argomento.

– La tua bellezza è tanta. E io… sono felice di camminarti accanto, ma non credo di esserne degno.

– Ma non credo proprio, io sono un vermicello, e ho strisciato anche molto più di te – , rispose il verme di destra, che nei giorni si andava facendo sempre più lento.

Andarono avanti un bel pezzo, e il vermicello di sinistra smise di provare a convincere il suo compagno di viaggio che lui fosse meglio.

Ma nel suo cuore, quando il vermicello di destra diventò una crisalide, e poi volò via come farfalla, non si meravigliò per niente.

Lui l’aveva visto.

L’aveva visto dentro, il cielo che portava.

E sapeva che lì sarebbe ritornato.

 

Il cimitero dei ricordi

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Il cimitero dei ricordi è un luogo senza confini. Negli anni di ciascuno di noi, le sue lapidi aumentano senza sosta. Piccoli oggetti ci ricordano chi era quell’amica con cui uscivamo quando ancora avevamo i capelli lunghi (una rosa essiccata ancora tra le pagine di un vecchio diario, un biglietto di un concerto tenutosi venti anni fa, robe così), in quale casa abitavamo quando ancora dormivamo sotto lo stesso tetto con i nostri genitori, in quale città, quale scuola frequentavamo, i professori che temevamo.

Ci sono persone di cui mi rimangono solo i pensieri. Tra queste quella che ho amato di più, la mia mamma di colore, volata via quando avevo tredici anni. Non ho nessun oggetto suo, nessuno, niente, neppure un bottone o un ago. Eppure è tra le più presenti.

Oggi, però, pensavo a un altro cimitero, quello dei sogni: negli anni i nostri sogni cambiano, o meglio sostituiamo nuovi sogni a quelli antichi, che vanno a finire in una terra desolata che, però, è sempre dentro noi. Sognavo di diventare un campione mondiale di moto, è evidente che quel sogno non è più realizzabile, eppure dentro me è ancora lì, integro.

Insieme a tutte le persone che non sono più nella mia vita. Dove vanno, queste persone?

Quelle persone che smettiamo di sentire, di vedere, di cercare, che fine fanno? Non sono, per noi, in tutto identiche a quelle che sono morte? Nel nostro mondo, loro sono in un unico posto: in un cimitero in cui ogni tanto andiamo a passeggiare, e qualche volta ci fa persino male vedere quelle foto sulla lapide, a pensare che fino a poco tempo prima eravamo lì che correvamo insieme per la strada.

Gira che ti rigira, le persone che ti trovi sempre a fianco, quelle da cui ti separa solo la morte, sono sempre le stesse: la tua famiglia. Eppure, sono quelle persone che ci troviamo spesso a ignorare più di tutte, a trascurare, a trattare male.

Com’è strano continuare ad attraversare gli anni della propria vita, senza aver afferrato minimamente il senso di tutto questo peregrinare.

Alle volte, ecco, alle volte mi pare un cieco andare.

All about myself (ancora?)

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Non vorrei che aveste frainteso o sottovalutato il mio grado di mattonità cui ho accennato nell’ultimo post.

Oggi voglio farvi alcuni esempi. Non chiedetemi, vi prego, se sono veri: parliamo di cento per cento succo concentrato di realtà, senza neppure un goccio di olio di palla.

Lo specchio. Se il mio fottutissimo specchio potesse parlare, beh, probabilmente non sarebbe uno specchio, perché gli specchi non parlano di solito, tranne in Cenerentola (o era Biancaneve?). Comunque, ipotizzando per assurdo che uno specchio possa parlare rimanendo, ciononostante, uno specchio, il mio specchio (dopo avermi sputato in un occhio, dato che, per parlare, avrà pure una bocca e della saliva) vi direbbe le smorfie che gli rivolgo. Sono orripilanti. Digrigno i denti. Mi mando affanculo. Agito il pugno vicino al mio mento (cosa che faccio anche con il piccolo Buddy scatenando le ire di mia moglie) come a volermi minacciare. GIURO! Dovete credermi!

Stringo i pugni come se impugnassi due bacchette e mi agito tipo batterista, quando sono felice. Il tutto chiuso nel cesso, perché chiaramente non voglio influenzare quella povera anima innocente di mia figlia (Buddy è ancora piccolo, credo, per imitarmi), che di suo, comunque, è bene che lo sappiate, già mostra ampi sintomi di pazzitudine. Quando torno la sera strilla, prende e sbatte le cose a terra per la felicità… così, tanto per dire.

In auto! DIO! Se il mio sedile lato guidatore potesse parlare (oltre a essere un ben strano sedile, se parlasse), per prima cosa vorrebbe dire, se potesse parlare, che ha una bocca, il che lo indurrebbe, temo, a morsicarmi le chiappe per le scoregge che gli faccio in faccia senza neppure sollevarmi di lato come, di solito, è buona creanza fare per coadiuvare il deflussum aeribus. Mamma mia, povero sedile mio. Anyway, se potesse parlare, vi racconterebbe gli orribili epiteti che indirizzo ai passanti. Ma non ai soggetti che mi taglino la strada o che mi diano fastidio in alcun modo, nossignore! Parliamo dei passanti che manco mi sfiorano, magari sull’altro senso di marcia. Li minaccio, li mando a quel paese, li apostrofo nei peggiori dei modi (figlio di p. e bruttissima trota sono i miei cavalli di battaglia). Ogni tanto sparo loro! Credo sia una cosa orribile e imbecille da fare, di quella imbecillità di cui parlavo nel precedente post, che non raggiunge il limite necessario a diventare inconsapevole della propria imbecillità.

Anche se attraversano le strisce lontano cinquecento metri da dove mi trovo, faccio finta di volerli travolgere e dico ad alta voce “Ti fottoooo”…

Lancio granate, sparo con bazooka, fucili di precisione, pistole western, di tutto. Se facessi tutto quello che fingo di fare, avrei collezionato duecento ergastoli come minimo, nonchè decimato la popolazione di Torino e provincia.

Ogni tanto sbatto i piatti nel lavello (un giorno ho rotto persino un bicchiere), o un libro sulla scrivania, o qualsiasi altra cosa abbia in mano, gettandola con veemenza su un qualsiasi piano, solo per sentirne il rumore, e contemporaneamente urlo “straccia stu cuntratt”, imitando un pezzo di una canzone di Renzo Arbore (precisamente “Se tu sei con me”, forse è quella… quindi non proprio “precisamente”, cioè, no, aspe, diciamo, “precisamente”, se ho ragione, del tutto “sbagliatamente” se mi sbaglio, non c’è via di mezzo, capito? non importa, usciamo da questa parentesi). Ecco.

Ancora, e senza alcun motivo, grido sovente “ah-aaahhh” in faccia a mia moglie, come a dire “ah-ahhhh ti ho sgamato”, e atteggio il volto a sapientone. E lei i primi dieci, quindici anni ci cascava sempre e, magari per cattiva coscienza! (lu lupu di mala coscienza, comu opira penza…), chiedeva di cosa stessi parlando. Come quando lei mi chiede qualcosa e io la fisso con faccia da ebete senza rispondere, con lo sguardo sempre più fisso e accigliato. E lei capisce il gioco e dice “ho sbagliato”… e scuote la testa, come fa sempre più spesso, a significare “non gliela fo, sei irrecuperabile”.

Ma la cosa più bella la faccio quando

All about myself

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Tutto quello che c’è da sapere di me è che sono matto.

Matto come un fottuto cavallo matto.

Anzi.

Peggio.

Perché i matti non hanno mai consapevolezza della propria mattitudine, mattezza, mattità… sì, insomma, non sanno d’essere matti.

Come i cavalli, del resto, che non hanno la minima consapevolezza d’essere equini. Se poi sono anche matti, ancor meno.

Eppure il cavallo riesce a dimostrare coerenza, non vedrai mai un cavallo con le gambe… accavallate, su uno sgabello di un bar a sorseggiare Martini e succo d’arancia. Non lo fa perchè, a prescindere dai problemi di equilibrio, ché vi assicuro sedersi già da essere umano su uno sgabello da bar è impresa ardua, figuriamoci da cavallo, dico, a prescindere dai problemi ortopedici, il cavallo non passa i venerdì sera al bar perchè, semplicemente, non è nella sua natura (a tacer d’altro, per lui il venerdì non ha alcun senso come giorno della settimana).

Oltre che matto sono imbecille. No, non lo dico per farmi dire il contrario, vi assicuro, rinfoderate il vostro sarcasmo così come la vostra compassione.

Sono davvero imbecille.

E anche per tale mia qualità, il problema principale è che ne sono consapevole. Ora, esser consapevole d’essere matto potrebbe in teoria garbarmi e farmi sentire in fondo figo (i matti sono anticonvenzionali): ma quanto all’essere imbecille, non c’è alcun sugo ad esserlo essendo consapevoli di esserlo (ora ditemi chi altri, oltre me, può mettere due volte la parola “esserlo” e un “essendo” nella stessa frase…) [Ecco,vedete? La parentesi tonda che precede è un esempio di imbecillità notevole, e preferirei non saperlo].

Prendi il mio ultimo post. Per fortuna non siete in tantissimi a seguirmi assiduamente, ma quei due tre che lo fanno da mesi, si sono ben accorti che era un post già postato. Ecco, questo è quel grado mio di imbecillità che mi manda in bestia! Io sono così imbecille che non uso il “salva bozza”, nossignore, devo distinguermi: ogni volta che scrivo una bozza di post, lo programmo a date lontane, un anno, due anni, o anche solo sei mesi. Così, mi dico, poi avrò tempo per riprenderlo, modificarlo, ecc. Ecco perchè vi siete visti ieri un post scritto e pubblicato credo un anno fa… perché poi mi dimentico del post programmato, riprendo i miei appunti e lo pubblico di nuovo! Una notte, mesi fa, ci fu la “notte dei post abbondanti”… cinque post sparati nell’arco di mezz’ora, erano tutti programmati da un anno! Me n’ero semplicemente scordato…

Ma questo non è certo l’unico esempio di imbecillità.

Ieri cercavo parcheggio da un po’ e mi ero fermato davanti al portone di casa, a riflettere su dove poter provare a cercare. Vi giuro, non sto scrivendo stronzate. C’era anche mia moglie e tutta la ciurma.

Bene.

Faccio scendere la famiglia, sistemo il passeggino e tutto quanto, mi rimetto alla guida e sono ancora lì che penso, quando arriva un SUV e mi parcheggia a due centimetri; mi fa anche cenno di spostarmi. AVEVO UN CAZZO DI PARCHEGGIO A DUE CENTIMETRI DAL MIO ORECCHIO DESTRO (ma anche a due centimetri, anzi, facciamo tre dal mento, eh, per dire).

Oppure, quando mia moglie mi dice di dire una cosa (perlopiù, una balla, solitamente per giustificare che non siamo andati da qualcuno che le sta sulle balle) o, peggio, quando mi ingiunge di NON dire una cosa, io per tutto il tragitto da casa al luogo dove si trova la persona alla quale NON devo dire una cosa, mi ripeto come un mantra “non devi dire questa cosa, non devi dire questa cosa, non devi assolutamente stracazzo dire questa cosa”. E, appena arrivo, prima ancora che si spenga l’eco dei saluti, io… dico quella cosa! E poi mi sbatto una mano in fronte ed esclamo DOH!

L’altro giorno, per esempio, siamo stati da una coppia di amici. Hanno adottato una bimba. Ci tengono molto a che non si sappia in giro. Mia moglie mi ha fatto “L’imparo”, come si dice dalle mie parti: “Avvo, dovessi accennare all’adozione? Mi raccomando, NON dire che hanno adottato, non fare domande sull’adozione, non mettere in mezzo il discorso neppure facendo finta di niente, okay? NIENTE DI NIENTE sull’adozione, okay?”.

Ora in macchina io ero lì che mi ripetevo che MAI e poi MAI avrei detto NIENTE di NIENTE sull’adozione.

Appena arrivati a casa dei nostri amici, davanti alla porta ancora mi ripeto NIENTE ADOZIONE e pigio il campanello. Vengono tutti e tre ad aprirci.

Io guardo la bimba, guardo lui, guardo lei, ed esclamo:

“Ma è incredibile! Ha preso tutto dalla mamma… “!

Mentre lo dicevo, mi rendevo conto di quanto falsa e imbecille fosse la mia affermazione. E di come fosse inopportuna anche laddove la mia frase fosse sembrata la sincera esternazione di un amico del tutto ignaro della loro adozione.

A me non importa di fare queste figure: vorrei solo essere abbastanza imbecille da non rendermene conto, ecco tutto!

 

Hocus Porcus

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“Avvocààààààà-tolo. Avvòò. Avvocààà-tolò. Avvò! Dove sei?”

“Eccomi. Che hai la boss? Hai una faccia…”

“Torno ora dalla tangenziale”

“Ah, capisco…”

“Dovrebbero imporre un limite minimo di 150”

“Massimo, vorrai dire”

“No, minimo, mi-ni-mo. Non è possibile avere tra i piedi delle tartarughe…”

“Vabbè non tutti hanno fretta”

“Lo so, ma perché non prendono allora le mulattiere?”

“In che senso?”

“Se prendi l’autostrada EVIDENTEMENTE hai fretta. Altrimenti la mulattiera è l’ideale.

Mi pare logico.

Che caxxo ti prendi l’autostrada, se poi ti piazzi a 130 in corsia centrale o, peggio, in quella di sorpasso?”

“Chi va piano va sano…”

“…e provoca incidenti! E’ logico, tu vai piano, poi arrivo io, che c’ho fretta, che non sono una fancazzista come te, tartaruga, che te ne vai esplorando il mondo e osservi tutto con la beata meraviglia di un cieco che abbia riacquistato la vista, te che rallenti per guardare gli incidenti, te che vai piano perché così puoi fumare col finestrino un po’ abbassato, che ti pieghi nell’abitacolo a cercare i fonzies o la bottiglia d’acqua e non guardi chi arriva da tergo, che controlli se il biglietto d’ingresso in autostrada è ancora sotto il parasole (dove vuoi che sia andato?), che compri il tritapepe da un metro all’autogrill e te lo guardi anziché guardare nel retrovisore, e poi arrivo io, e sbaaaaam, mi ti inculo, è logico, perché se non vedi i miei fari, se non senti il mio clacson, se sei lì a sentire la Pausini (tutte le tartarughe sentono la Pausini) sei un emerito testa di caxxo e un pericolo pubblico”

“Scusa boss ma mica è colpa sua se te non rispetti le distanze?”

“Io ho profondo rispetto delle distanze. Per questo dico che le tartarughe dovrebbero esser quanto più lontane da me e dall’autostrada.

Ti dico che chi va piano andrebbe arrestato.

Se tutti andassero a 180 il traffico, neppure ci sarebbe.

Se proprio hai il piedino da cenerentola, vai in corsia di emergenza.

Là nessuno ti rompe.

Tu invece NO.

Tu vai piano, in tutte le corsie.

Intralci.

Mi costringi a frenate brusche.

Io poi sbando.

Scarto a destra.

E finisce che ballo un tango con un guard-rail.

Poi chi va piano si sa non ha riflessi.

E non si scansa quando uno come me poi se li incula, poveri cristi come me, gente che ha fretta e poi magari deve perdere due ore tra contestazioni e carro attrezzi, o peggio per un riconoscimento all’obitorio.

Non ti dico quanto tempo si perde a riconoscere un cadavere.

Dico io, c’è l’internet, è l’era dell’informazione, non puoi mandarmi una foto su facebook o postare un video su youtube per il riconoscimento?

Sono sempre gli stessi, donne e vecchi, vecchi e donne, che intralciano.

Ma anche il geometra, a dirla tutta, di norma è lento, sta sempre lì a sbirciare un progetto aperto sul sedile del passeggero (viaggia sempre solo, il geometra, chi vuoi che lo accompagni?).

Guarda, dovrebbero togliere la patente a chiunque non sia in grado di andare sempre sopra i 150, anche in manovre di parcheggio.

Quindi a priori vecchi, donne e geometri non dovrebbero manco approdare all’esame di scuola guida.

Capisci?

Intralciano.

Rallentano.

Si prendono beffe di me che lampeggio già dalla collina prima.

Ridono all’idea che io stia dietro, attaccato al loro paraurti come l’uomo ragno, con il piede destro che scalpita, costretto ad usare il sinistro per pelare il freno e non perdere l’accellerazione.

Ti mettono pure la freccia a destra per illuderti che stanno per togliersi da davanti ai maroni.

Si mettono a cavallo delle strisce tratteggiate, tu sei lì che fai la barba allo spartitraffico, ma decidono di rimettersi al centro carreggiata.

E ci mettono due km a rientrare in corsia centrale.

Ci godono, lo so, sono infami, bastardi, luridi, ma vedrai, mi compro una jeep da contrabbandiere, di quelle corazzate, poi ti voglio vedere se non ti accorgi che ti sono dietro, ah-ahhhh, voglio vedere, ti passo sopra, CAZZO, TI MASSACRO, IO TI AMMAZZO, CAPITO? IO TI DISINTEGRO LURIDO BASTARDO”

“Boss a Natale prendi ferie, nevvero? Mi raccomando partenza intelligente, all’altezza tua insomma”.

A questo punto qualcuno si aspetterà che io chiarisca il motivo per cui ho messo come titolo hocus porcus e per immagine una foto di un mago.

Si sbaglia.

Proposta Trans Attiva

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From: Avvocatolo Italianolo
Sent: Tuesday, September 28, 2016 9:53 PM
To: avvFrancesco.frescone@avvocatidItalialItaliasedesta.com
Subject: RE: Proposta Trans Attiva

Egregio collega,

Ti ringrazio per la sollecitudine nell’invio della proposta transattiva, e mi scuso per il ritardo nel mio riscontro (a tal proposito Ti suggerisco di eliminare nell’oggetto delle prossime mail lo spazio che hai messo tra “trans” e “attiva”, onde evitare ulteriori fraintendimenti sessuali da parte del mio filtro antispam).

Di seguito trovi le mie considerazioni, elencate seguendo la numerazione della tua e-mail per comodità di lettura, da cui spero tu arguisca che ritengo la proposta lievemente discutibile:

1) no, non trovo geniale l’idea di gonfiare le mie spese legali a carico del tuo cliente per fargli apparire più esiguo l’ammontare del risarcimento dovuto al mio cliente, salvo poi retrocedere le spese “gonfiate”. A prescindere dai problemi fiscali di tale soluzione (che non credo si risolvano con la tua soluzione di “fare un po’ di sano nero”), qualcosa mi dice che la tua idea geniale rientri in una qualche fattispecie di reato;

2) non ho nulla in contrario a che tu faccia pagare al tuo cliente il 40% della parcella in spese generali (e non il 12,5% come previsto dall’apposito decreto ministeriale); tuttavia, non ritengo opportuno “cogliere la palla al balzo”; mi dispiace non poter essere “allineati tra noi legali”, ma sono sicuro che comprenderai;

3) non sono un laburista, ma nell’articolo 3 della tua bozza riterrei opportuno eliminare la rinuncia “tombale” del mio cliente a: “retribuzioni presenti, passate e future per la tutta la durata del rapporto di lavoro e oltre, inclusi oneri previdenziali, assistenziali, sociali, fiscali, parafiscali, paraculi, sia presenti, che passati, che paduli, siano essi conosciuti e non, maturati e maturandi”; non credo che sia nello spirito della transazione rinunciare allo stipendio e ai contributi per i prossimi 40 anni;

5) apprezzo la Tua onestà nel riconoscere che (i) il Tuo cliente non ha alcuna intenzione di licenziare il mio ma minaccia solo per risparmiare qualche spicciolo, e che (ii) Tu stesso riconosci l’illiceità di un eventuale licenziamento; detto questo, non trovo opportuno “sbloccare psicologicamente” il mio cliente mediante un falso parere a mia firma che sostenga, al contrario, la liceità e l’alta probabilità di un licenziamento in tronco da parte del Tuo cliente, se non accettiamo subito la transazione;

4) sono d’accordo con Te che il mio cliente debba “venire incontro” al tuo, per uscire da quello che tu chiami “sta gran rottura di balle”; ho i miei dubbi, tuttavia, che ciò significhi accettare 1 mese di retribuzione sui 45 dovuti (a tacer d’altro) e mai corrisposti;

5) non mi pare opportuno attendere 2 mesi prima di inviare il testo al mio cliente solo per “giustificare in qualche modo la parcella”, né andare insieme a prenderci un aperitivo alle 17.00 facendo poi risultare nelle rispettive parcelle 4 ore di riunione fuori Milano;

6) infine, no, non immaginavo che avresti dovuto “ungere molte ruote”, come dici Tu. Pur apprezzando la tua trasparenza, devo confessare di non essere interessato ad ulteriori dettagli “orali” sulla tua opera di “estrema unzione”, come la definisci Tu, né ho alcuna curiosità di scoprire quali siano queste “ruote cigolanti” oggetto dell’unzione.

Mi riservo comunque di sentire il cliente per aggiungere eventuali ulteriori osservazioni.

A presto,

avvo

ps Sono sicuro che sia un “vero affare”, ma al momento non mi serve un i-phone sbloccato, né conosco colleghi cui potrebbe interessare.

Help IT

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Il dipartimento di IT di ogni studio e ogni azienda è quel gruppo di Nerd tutto felpe e occhiali tenuti col nastro adesivo nero, che si occupa di quei problemi non risolvibili con un “ctr alt canc” o con un riavvio del pc.

Ora, molte aziende e studi, con la crisi, hanno affidato all’esterno tale servizio, e con “esterno” intendo non solo e non tanto “esterno” allo studio, ma anche esterno all’Italia e spesso all’Europa (e alla fascia dei pianeti interni, se è per questo).

La sigla IT potrebbe trarre molto in inganno: di italiano, in questi team, c’è ben poco.

Se già gli informatici italiani hanno il gusto per gli acronimi inglesi, figuriamoci gli informatici Svizzeri, Bengalesi o abitanti nella nube di Oort.

Prendiamo per esempio la parola “token”.

Da che mondo è mondo e da che universo è universo, gli oggetti di plastica che misurano all’incirca mezzo centimetro di larghezza per tre di lunghezza, e che consentono l’accesso a servizi o prodotti altrimenti preclusi, si chiamano “chiavette” in Italia.

Non perché somiglino a delle chiavi, quanto perché “aprono” mondi altrimenti inaccessibili.

C’è la chiavetta del caffè, la chiavetta internet (che ti apre una finestra su windows, anzi su explorer), la chiavetta USB (che ti apre il mondo copia&scappa), etc.

Gli IT people NO, non potevano chiamarla “chiavetta”.

La chiamano “TOKEN”.

Un nome misterioso, dal vago sapore esoterico, che evoca un totem, un tabù, un idolo sacro (token, che dal dizionario mi risulta significare gettone, il che è poco… significativo).

L’altro giorno ho chiamato questi signori:

“Buongiorno”

“Buongiorno un corno, qui sono le 04 di notte”

“Ehm non sapevo che ci fosse questo fuso orario tra un piano e l’altro dell’edificio”

“Ci hanno trasferito dal terzo piano alle Isole Fiji”

“Ma io ho composto un numero interno!”

“Mai sentito parlare di deviazione di chiamata?”

“Ok, senta ho un problema al pc che non si accende…”

“Da quale studio chiama?”

“Uh, pensavo serviste solo noi… chiamo dallo studio legale associato a delinquere Pippo & Fiuto di Torino”

“Bene, mi dice il suo numero di serie?”

“Mah non saprei, dovrei chiedere a mia madre”

“Humor italico vedo… il numero di serie del suo pc”

E qui si vede la prima differenza con gli italici IT people, che adorano chiamare i pc “Macchine”.

“Ehm, non lo so”

“Ma senza numero non posso fare nulla”

“Eh…”

Sbuffa, come a dire “tutto io ti devo dire”.

“Guardi sotto il pc”

“Vedo la scrivania…”

“Sotto il pc, vicino lo slot per l’sdch”

“Cosa è un sdch?”

“Guardi la porta firewire 1394”

“Ciumbia?”

“Dalle parti della batteria, c’moooon, let’s gooo!”

“Ma la batteria è dentro il pc, non la vedo da fuori…”

“Senta, ci dev’essere un’etichetta gialla, non può non vederla”

“Ah si, ecco, il n. è aufheuiprf2908492038929”

“Ma che fa, no, il numero di serie non è alfanumerico, ma solo numerico”

“E quindi?”

“E quindi non deve leggere “aufheuiprf”, ma dirmi solo i numeri. Le ho chiesto un NUMERO di serie, non un ALFA-NUMERO”

“Mah… dunque il n. è 2908492038929”

“Bene. Host name?”

“Eh? Non ho capito, può ripetere slowly?”

“H-O-S-T N-A-M-E, qua-le ca-zzo di h-o-s-t n-a-m-e ha?

“Avvocanzo Mal E Panz”

“Il nome del suo host server, c’mooon!”

“Cosa è un host server c’mooon?”

“Va bene, attenda in linea, lo cerco io, lasci il pc acceso”

“Ma le ho già detto che il pc non si accende”

“Va bene, attenda in linea, lo recupero io”

Ma porcamignotta, se potevi vederlo tu sto host name, che me lo chiedi a fare?

“Bene, lei è l’utenza UDPStiKazz123. Accenda il pc”

“Cosa è stato poco chiaro nelle mie parole ‘non si accende il pc’? Le faccio lo spelling?”

“Lei ci provi ad accenderlo”

“Ecco”

“Ha acceso?”

“A genio della lampadaaa, non si acceeeen-de!”

“Ci ha provato?”

“No, non ci ho provato, ho sentito l’aura del pc morta con le imposizione delle mie mani e così ho intuito a livello di subconscio che il pc sarebbe rimasto spento… certo che ci ho provato, Bill Gates de noantri!”

“Ok, ok, attenda un attimo in linea”.

Mi sorbisco diciotto minuti lordi della nona di Beehtoven in monotono.

Ritorna:

“Senta provi a staccare il cavo di rete”

“Fatto”

“Rimetta”

“Fatto”

“Succede niente?”

“No”

“Ritolga”

“Fatto”

“Rimetta”

“E basta! Che c’è, spera che a furia di scoparmi il buco del pc con un cavo di rete quello si eccita e si riaccende?”

“Aspetti che mi consulto con i miei colleghi, non spenga il pc… [musichetta d’attesa] eccomi, prenda il fermacarte sulla sua scrivania, quello vicino a dove tiene la sua mano destra”

“Ma lei come diavolo fa… vabbè, fatto”

“Bene, lo prema con forza sul pc, una botta secca mi raccomando”

Sbam

“Si è riacceso…”

“Bene, ora partirà un sondaggio sul gradimento dell’intervento”

“E’ anonimo?”

“Certo”

“Non vedo l’ora”

Permesso con-bagno

TippeteTappete la prossima settimana inizia la convivenza con una donna.

Ieri l’ho visto con un viso tirato, al centro delle sopracciglia una piccola ruga verticale, pensieri pesanti.

L’ho rassicurato sul fatto che la convivenza è un’esperienza meravigliosa.

La tua donna tutta per te, tutte le notti, che ti sveglia dicendoti ti amo e portandoti a letto un vassoio d’argento colmo di leccornie e di rose, con gli unicorni alla finestra e la scogliera al tramonto sullo sfondo (sì, lo so, ho esagerato, lo so bene che la colazione non si serve al tramonto, ma le vostre foto delle colazioni su Facebook così sono…).

Basta sesso in auto, basta farsi prestare da amici le chiavi di negozi, officine, pub, della soffitta o della cantina.

Certo, convivere per un uomo vuol dire anche dire basta alla forchetta infilata nella scatoletta di tonno con l’olio che cola per terra.

Basta alla partita in mutandoni, sprofondati nel divano con birra e pringles, che poi ti pulisci le mani un po’ sulle mutande un po’ sul divano ma non te ne frega un tubo perché la tua squadra del cuore è lì e tu sei nel campo, sei una zolla di terra, un filo d’erba del campo, e cosa vuoi che gliene fotti a una zolla di terra di sporcarsi? A un filo d’erba non fa alcuna differenza sedersi su un divano bianco o oleopardato.

Significa basta bere a canna dalla bottiglia di latte, basta Playstation a tutto volume di notte mentre spari a mostri o tenti di battere il record sul giro con la tua fiammante Mustang.

Ma questo non l’ho detto a TippeteTappete.

Mi sono limitato a ricordargli che il meticciato è il destino dell’uomo.

Il mixticium di culture, di religioni, di sessi (ormai ce ne sono ben più di due e tutti devono convivere) di etnie.

Noi Europei, gli ho detto, in fatto di convivenze e meticciato, siamo maestri. In Jugoslavia, gli ho detto, pensa un po’, siamo stati capaci per anni di far convivere gomito a gomito bosniaci musulmani, croati cattolici, serbi ortodossi, insomma un’autentica macedonia etnico-religiosa (c’era pure la Macedonia, guarda un po’).

Lui ha risposto che il mio era un esempio del piffero, considerando che dalla federazione Jugoslava ne sono usciti non si sa quanti morti (e quanti stati).

Io ho replicato che è stata tutta colpa di Tito.

Lui mi ha chiesto per quale squadra gioca Tito, e qui ho catito che era il caso di cambiare esempio.

Gli ho detto che in fondo a Berlino la gente conviveva pure con un muro grosso così. Che poi non era male, sto muro, ci si potevano fare un sacco di graffiti, e poi siccome per i tedeschi era sempre un problema andare all’estero, i tizi che controllavano le richieste di autorizzazioni all’espatrio erano sempre lì a chiederti “non è che sotto sotto te la vuoi svignare dall’altra parte del muro passando per Sidney, no?”, dico, siccome avevano i loro bei grattacapi, almeno a Ischia i menu erano solo in italiano, o napoletano (“a’ zingara”, “o cuppulicchio”, robe così), ma niente tedesco. Non c’erano nei treni i mangiacrauti bianchi come il culo di un macaco e coi sandali e i calzini giallo ocra a mezzo polpaccio. Che poi quando erano turiste tedesche, chissà perché, giravano sempre leggende sulla loro particolare disinibizione sessuale (detto tra uomini si diceva proprio “zoccolone”). Con me, ‘ste tedesche, sia detto a futura memoria, non si sono mai disinibite, e non apprezzavano quando bussavo alla loro tenda in tanga. Bah.

Si conviveva insomma bene, col muro, anche perché si stava ognuno a casa sua.

Pensa se i terroristi baschi avessero, che so, una bella isoletta tutta loro, va, mettiamo pure Ibiza, ti pare che penserebbero a farsi saltare per aria?

O quelli dell’IRA (che già un’associazione che si fa chiamare IRA lo capisci da subito che è incazzosa), diamogli che ne so, PantelleIRA, sai come si divertono e s’abbronzano che sono sempre bianchi cadaverici (e spesso cadaveri e basta).

Alla fine m’ha guardato storto, TippeteTappete, ha detto che parlo a vanvera e dovrei smetterla con le dirette su Facebook dall’auto.

Io gli ho risposto stizzito che alla fine vai a fare bene alla gente, io stavo cercando di fargli passare quell’aria da cane bastonato.

Mi ha detto che se mi fossi tolto da davanti la porta del cesso e gli avessi permesso, dopo mezz’ora a blaterare come un fesso, di andare a cagare con successo, probabilmente la smorfia se ne andava lo stesso.

Con permesso, mi ha chiesto.

Permesso con-cesso, gli ho risposto lesto.

The closing must go on (#IoMeNeFotto)

freddie-mercury

Le cose stanno proprio cosí.

Di closing non é mai morto nessuno, tranne Ted.

Un giorno arriva una mail da TippeteTappete, così chiamato per via del suo disturbo compulsivo consistente nel battere i tappi delle penne sulla scrivania, producendo due note diverse, in alternanza, tippete, e tappete.

Di lui non sapevo altro. La sua mail annunciava che un nostro caro collega, Ted, di cui ugualmente non avevo mai sentito parlare se non per il motivo del suo nickname (“Ted l’orso stronzo”, non credo vi sia bisogno di spiegarvelo questo), lasciava lo studio per “motivi di salute”.

In seguito un collega di Milano mi ha informato che il tizio che “lasciava lo studio per motivi di salute” si era accasciato – stroncato da un infarto – durante un closing (per chi non lo sapesse, closing è un nome per indicare una riunione in cui si “chiude” un’operazione).

La sua morte creò sgomento tra gli astanti che, infatti, rimasero sbigottiti, perché quel poveraccio s’era accasciato giusto sul contratto che dovevano firmare e non si riusciva a spostarlo, vista la sua stazza. Inoltre, quand’anche avessero chiamato una gru per spostarlo di sedia, Ted era procuratore di una delle parti, e quindi senza la sua firma, non si poteva procedere, a meno di usare il vecchio trucco della “mano morta”, ma nessuno volle prestarsi nonostante le proteste della mia boss che aveva già agguantato la mano ed era riuscita ad infilarvi una penna.

Con la sua morte, Ted aveva (del tutto involontariamente, sospetto) fatto saltare l’operazione. Gli astanti furono indulgenti sul resto, non si adontarono affatto con Ted per la sua morte, ma solo per la sua perdita di capacità di rappresentare il mandante.

Pensandoci bene, il tizio-sconosciuto-collega, TippeteTappete, che ci aveva informato della “uscita per motivi di salute” di Ted, era stato abbastanza preciso.

Se Ted era morto, lasciava lo studio, no?

Usciva dallo studio in ogni senso, no?

Mica poteva pretendere di restarsene nella sala riunioni a marcire e imputridire?

E poi doveva comunque sgombrare, non fosse altro che per permettere a qualche collega di sfilargli da sotto la testa il contratto.

The closing must go on, direbbe un grande artista che, potremmo dire, è uscito dal gruppo the Queen per “motivi di salute”.

La morte è un motivo di salute tra i più validi da addurre, non tanto per i ritardi, quanto per le assenze da lavoro.

E neppure si può dire che il termine “salute” sia fuorviante, perché difficilmente troverete un morto con una qualsiasi malattia.

Comunque, a parte Ted, che ci ha lasciato per motivi di salute (il che non prova affatto che la vita iperansiolitica di un avvocato rampante quarantenne sedentario e sovrappeso quale era Ted, che Dio l’abbia in gloria e gli paghi le parcelle, può essere perigliosa, no no!), nessuno è mai morto per un closing, tantomeno per un closing mancato.

Ero riuscito rocambolescamente a incastrare miliardi di agende per venerdí scorso, in modo da riunirci una buona volta e firmare l’accordo saltato, anche se continuavo a ripetere al legale di controparte che non eravamo pronti.

Alla riunione si sono presentati tutti rilassati, e vogliosi di ponte, ma al momento di verificare i poteri, ovviamente, siamo incappati nell’incidente più frequente, ovvero la loro mancanza.

Quindici anni passati tra gente, come gli avvocati, che trovi divertente fare battute sui brogli delle squadre di calcio delle altrui fedi calcistiche, ha avuto i suoi effetti sul sottoscritto; ho provato un sadico piacere nell’osservare, placidamente, il terrore della collega (invidiosamente più giovane di me) di controparte che si affannava nel tentativo di trovare una qualsiasi soluzione, anche la più fantasiosa, per non rimandare un’altra volta il closing.

Mentre qualcuno sbraitava “è una vergona”, lei sgranava gli occhi e mi fissava, e mimava con le labbra “che cazzo facciamo adesso?”.

In quel momento io, all’azimuth del godimento sadico, mi sentivo come il conte di Montecristo davanti a Morcef, un nemico, che viene creduto amico dal nemico, appostato nell’ombra, che sta per vibrare il suo pugnale di vendetta (le avevo pur detto che noi non si era pronti, ma lei no!), e quindi, novello Dantés, ho mimato a mia volta le immonde parole che per un avvocato alle prime armi suonano come “ergastolo” per l’imputato.

Ho mimato le parole immonde alle quali i 15 anni di cui sopra mi hanno reso fortunatamente immune: “qui salta tutto”.

Lei ha roteato gli occhi e quindi io – preso da un sentimento quasi paternalistico – le ho detto, con sguardo sdegnoso verso il periglio, col cipiglio del capitan findus che insegna ai regazzini a fare i nodi e a cucinare i bastoncini congelati (piccola parentesi, quanto devi essere deficiente per stare su un peschereccio, con tonnellate di pesce fresco appena pescato, e metterti a mangiare bastoncini surgelati?), insomma con voce impostata alla James Dean le ho detto:

nessuno è mai morto per un closing, baby.