BookTrailer “Sono solo io: storia di uno strano”

Amici cari, tornerò presto a scrivere qui su WordPress, perdonate la lunga assenza ma la preparazione di questo secondo romanzo (che ha ottenuto il patrocinio della Città di Fossano di cui sono pazzamente orgoglioso!) mi ha assorbito il 100 per 100 del mio tempo libero, unitamente ovviamente a tutto il resto!

Vi lascio il link al booktrailer di “Sono solo io: Storia di uno strano”, spero possa piacervi!

Buon ferragosto a tutti!

Mare d’amore

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A noi non devi dire che la vita è dura.

L’abbiamo fatta talmente a pezzi che dalle pietre abbiamo ricavato marmellata.

Non devi dirci che è meglio fregarsene: non ci riesce.

Anche per una persona mai vista, incontrata su un social, riusciamo a commuoverci per i suoi guai e a sentirla vicina.

E non fa niente che è virtuale.

A quelli come noi non importa perché noi sappiamo che nella vita tutto ciò che vale la pena è virtuale: cosa provoca l’arte, se non un moto virtuale e interiore?

Cosa ci restituisce la visione di un film?

E l’abbraccio di un amico, se lo spogli del virtuale, e ci lasci solo la meccanica di stoffa su stoffa, se lo guardi con gli occhi del reale, che senso può avere?

Tutta la vita è una splendida e enorme esperienza virtuale di aspetti nascosti tra le pieghe del reale.

L’ombra del sole sui muri, il profumo del gelsomino spappolato tra le mani, il fruscio di un rivolo d’acqua che cade dalla bottiglia che qualcuno ha inclinato verso il tuo bicchiere, sarebbero niente, se non rimandassero dentro di noi la eco virtuale di tutte le nostre esperienze passate, di tutte le notti di buio che ci fanno inneggiare a quelle ombre di luce sul muro, di tutto il fetore del mondo marcio che c’è toccato inalare, di tutta quella sete di vita che ci ha fatto morire prima di bere quell’insignificante rivolo d’acqua dalle mani di chi ci ama e ci vuole dissetare.

Questa vita, per noi che la viviamo dall’altro lato dei sogni, è un bicchiere d’acqua freschissimo. Solo un sorso c’è dato da bere. Ma in quel sorso, grazie alla nostra immensa vita interiore, ci vediamo una distesa infinita, un mare d’amore.

Occhi negli occhi

Non c’è nulla di più solitario di un uomo che fa sesso con una donna e tiene gli occhi chiusi per tutto il tempo.

Come se volesse trovarsi altrove e scovare all’interno delle sue palpebre più eccitanti visioni.

Io credo che uno dei pochi momenti della vita in cui si debba stare occhi negli occhi per lungo tempo, senza fiatare se non per ansimare, sia proprio mentre si fa all’amore.

Nei preliminari, in particolare, perché gli occhi sono il posto più intimo in cui un uomo e una donna possano penetrarsi, perché quelle feritoie dell’anima luccicanti aprono una via che non si ferma a pochi centimetri ma continua per miglia e miglia di notte spalancate nell’animo altrui.

Guardarsi negli occhi in quei momenti è annullare davvero ogni pensiero, e incontrarsi laddove non ci sono più colori né pensieri ma solo odori e rumori, tatto e sensazioni interiori.

Gli animali non spengono mai la luce, prima di possedere.

Gli animali non pensano niente.

Rispondono a un istinto scritto dentro di noi da miliardi di anni.

E cosa siamo noi, se non animali vestiti per bene?

Ricominciare da meno di zero

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Un’altra casa, un altro quartiere, un’altra scuola, altri supermercati, farmacie, altre strade mi aspettano.

Rimetto tutta la nostra vita nelle scatole per la quindicesima volta da quando sono uscito da casa di mia madre. E mi viene da chiedere che sto facendo. Se proprio sono quel padre bravo che chi mi vuol bene dice che io sia.

Ricominciare ancora, e ancora, e ancora. Ricominciare. Nella vita succede.

Quando non sei più solo, però, inizi a farti due domande. Mia figlia quasi ogni sera mi chiede se anche i pupazzi li portiamo. Se anche i quadri li portiamo. Se anche i tappeti. Le porte. I muri. La casa. Ha paura di lasciare pezzi di sé indietro. Sono saggi i bambini. Hanno una saggezza limpida, non inquinata dall’esperienza. Sopperiscono con intuito e fantasia all’esperienza.

La guardo e cerco di rassicurarla. Ma evidentemente non sono bravo in questo, perché ogni tanto le domande riaffiorano. Le sue cose le mette lei nelle scatole. La fa sentire grande. Come mettersi l’acqua da sola nel bicchiere. O infilarsi le scarpe, quando mi ferma e dice faccio io papà.

Quanta voglia di crescere. Forse smettiamo di essere bambini quando ci passa la voglia di crescere, e cominciamo, al contrario, a desiderare di tornare indietro. Sono saggi i bambini.

Vogliono crescere, perché sanno che è quel che faranno.

Sono gli adulti i veri pazzi, a sognare di tornare indietro.

Indietro non si torna mai.

Si ricomincia da zero. O anche da meno di zero.

Ma è sempre un nuovo inizio.

Un altro quartiere, un’altra scuola, altri supermercati, farmacie, altre strade.

E’ solo un’altra casa, mi dico.

Yes, we started well

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“Hi Avvokaz, give me a Ken, please”

Porcapupattola. Non ricordo quale sia l’interno di Ken, il nostro collega irlandese con la lieve tendenza all’alcoolismo (alle 09.30 caffè e gin, alle 10.30 gin e caffè, alle 12.00 gin gin e tanti auguri al secchio).

Ma io sono scaltro, ho un cervello che pesa, sgocciolato, 5 kg.

M’invento che Ken è fuori studio al momento; non posso mica ammettere di non ricordare l’interno.

“Avvokanz, si ei en, a CAN, not Ken”.

“Ahhhhhh, caaaaan”

Ehhh, potevi dirlo prima!

Un momento: che diamine significa “dammi un can”?

Ma i miei neuroni oggi ballano con le sinapsi, e sono più acuto di un angolo di 1°.

“Can” significa, tra gli 8 miliardi di altri significati, anche “potere”.

Vuole un potere.

Il mio genio mi porta subito il lampo d’intuito: vuola una procura che gli attribuisca dei poteri.

Si dirà così in dialetto, give me a can.

Me lo segno, può tornare utile.

Quindi con fare molto professional chiedo:

“Are you looking for a special “can”, or a general one? (La procura la preferisci speciale o generale?).

Lui mi risponde – ridendo – che non ha mai visto “can” speciali qui in stanza da me.

Che ignorante! Manco la differenza tra procura speciale e generale sa!

Gli spiego che in Italia c’è un’enorme differenza, anche a livello formale, e che comunque lui mi deve specificare per filo e per segno cosa ci vuol fare con questo “can”, perchè in Italia è così che va.

“Oh very strange nation Italy, isn’t it? I have never seen another place where a man has to specify its purposes with regards to a can!” (Siete tutti pazzi in Italia, mai visto un Paese dove uno per chiedere un “can” deve dichiarare che vuole farci!).

A quel punto gli dico che, tra l’altro, mi deve dire chi gli deve dare il “can”, debbo saperlo per registrarlo.

“Are you crazy? YOU shall give me a can!”

Mi ha guardato con sospetto, come a temere che lo stessi prendendo per i fondelli.

Poi ha sbuffato, ha allungato il braccio con scatto nervoso e ha aperto il mini-frigo alle mie spalle, si è preso una lattina di cocacola (qui c’è solo cocacola, null’altro, neppure l’acqua) e ha aggiunto:

“Fuck you”.

Quest’ultima espressione l’ho capita al volo.

Sto spolverando alla grande il mio inglese.

Sì, cominciamo propriovito bene con il nuovo arrivato dal Missouri…

p.s. per chi, come me, non lo sapesse, “can”, tra gli 8 miliardi di significati, indica anche “lattina”…

Homer Ninja

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Ci sono giorni in cui ti senti molto Homer e un pizzico ninja.

Come quando fuori piove, e tu hai addormentato principessa e tua moglie principino, e ti aggiri furtivo per le stanze alla ricerca del tesoro. Mia moglie, come tutte le donne, ha una capacità geneticamente avanzata di nascondere le migliori cibarie in casa. Io mi guardo attorno furtivo, con uno specchietto posto in cima ad un bastone per selfie controllo il corridoio nascosto dietro la porta, via libera, il furiere non è di ronda.

Sento un rumore nel bagno e faccio scattare il cronometro sul mio orologio: ho esattamente centoventi minuti per compiere l’operazione “Fotti i Fonzies”. Questo è il lasso di tempo minimo occorrente a una donna per uscire dal bagno dopo che ha emesso l’ultimo rumore.

Metto un passo sopra l’alto, e poi metto un passo sul quadratino della Lego. Gli angoli dei quadratini delle costruzioni hanno un’acutezza non esistente in rerum natura. Ti si conficca giusto al centro della pianta, lì dove sei più sensibile.

L’urlo di Munch credo sia stato dipinto avendo per modello un papà che calpesta un pezzo di lego. Ne sono più che certo.

Apro la credenza. Apro la confezione di Galletti del Mulino facendo attenzione a non fare rumore, il che è impresa da ninja del quarto livello di Yin (non so cosa sia il quarto livello di Yin, né so cosa sia né se esista uno Yin, ma confessate che suonava bene). Mollo la molletta sul ripiano (del resto, se si chiama molletta, un motivo ci sarà [che a ben pensarci (scusandomi per le troppe parentesi) porta un poco sfiga chiamare “molletta” un oggetto che tutto dovrebbe fare tranne che mollare la presa, come se chiamassimo “Bucatino” un profilattico, non so se rendo]). Mentre sgranocchio tenendo un panno intorno alla mascella per non far rumore, rivolto il mobile ma dei Fonzies nemmeno la gialla ombra.

Provo nelle pentole. Ogni tanto lo fa, il furiere, nasconde le cibarie nelle pentole con i copechi sopra. Mi sparo tutta la batteria ma niente.

Un rumore di passi mi fa sobbalzare. Rimetto a posto in fretta il prosciutto da 25 Kg che avevo sfilato dal gancio, con un calcio faccio rientrare il cassetto basso delle pentole e ingoio le tre uova sode con tutto il guscio che avevo preso dal tuppleware. Nascondo la buccia di banana nella tasca posteriore del pigiama e riavvito il tappo del cartone di latte dal quale ho bevuto a gargarozzo illuminato solo dalla lucina del frigo (continuo a chiedermi perché il freezer non abbia mai lucine).

In realtà è solo mia figlia che ha sete. Le porgo un bicchiere d’acqua e le dico di tornare a dormire. Lei mi guarda imbronciata e non molla la manina. Mi tocca il secondo turno.

Appena ronfa, torno in missione. Da un mobiletto in alto frugo con le dita e quasi mi trancio un polpastrello: il pirulicchio del tritatutto con le lame affusolate mi sbuccia come una mela. Una copiosa e immane goccia di sangue cade per terra ma prima che essa sbatta sul pavimento ci arriva la mia capoccia: sono svenuto per l’eccessiva perdita di sangue (1 decimo di milionesimo di millilitro). Rinvengo barcollando e adesso più che mai ci vogliono i miei Fonzies. Questione di vita o di morte. Apro la vetrinetta anche se è trasparente, alzo il divano, ormai sono una furia, sposto la TV, mi arrampico sopra il camino, scendo in cantina, guardo nella cassetta del water dove si raccolgono le acque dello sciacquone, infilo il dito nel buco al centro del rotolo della carta igienica, apro la cassaforte, ma niente, maledetti Fonzies non si trovano.

Torno a letto mesto.

Mi infilo nel fodero e sento uno strano sgranocchìo.

Mia moglie si gira e fa:

“Cercavi mica questo?”.

Dura la vita di un Homer ninja.

Durissima.

 

L’ultimo Abele a Torino in libreria!

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Hai presente quando ti svegli in anticipo di due ore, ti giri nel letto e ti risvegli dopo un secondo che sei già in ritardo, e poi non trovi le chiavi, e poi giri come un pazzo per le strade guardando a destra e manca perché non ti ricordi dove hai lasciato l’auto e quando la trovi sei felice come un Cavaliere dell’Ordine di Malta davanti al Sacro Graal, salvo scoprire che c’è una bella multa in bella vista, e poi camminando pesti una merda sul marciapiede proprio sotto le scarpe nuove e in ufficio ne incontri un’altra di merda appena entrato e ti tocca pure salutarla e offrirle un caffè? Quelle giornate in cui tutto va storto, anche i calzini che hai infilato col tallone davanti?
Ecco, non c’entra niente.
Oggi è semplicemente un giorno perfetto come una sfera.
Crudele e splendido.
Abele finalmente è arrivato nella sua prima libreria in carne ed ossa. Non serve ordinarlo. Basta passare e prenderlo dallo scaffale.

A Torino. Libreria Pantaleon.

È una piccola cosa, lo so bene. Non mi ha aperto la porta la Mondadori.
È una piccola, piccolissima cosa.
Ma insieme a tante altre piccole cose, ha reso questa giornata semplicemente perfetta come una bolla di sapone.
Una piccola cosa.
Una cosa da niente.
Una felicità piccola piccola ma dalla forma perfetta.
Felice io. Felice sera a voi.

La principessa Hulk

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La sveglia suona alle 06.30. Si tratta di un modello avanzato.

Precisa come un appuntamento con il medico della mutua. Si aggiorna automaticamente all’ora legale. Intendo quella che vige a Timbuctù. Suona negli orari più disparati e più disperati.

La mia sveglia non suona, in realtà, ma si arrampica sul letto e mi salta sulla pancia.

Metto la sveglia sotto le coperte, la abbraccio e le dico “Dormiamo un poco papà”.

Ma la sveglia è sveglia, e per un immanentismo cazzimmico vuole che tutto il mondo sia sveglio insieme a lei. Compreso te.

Mi alzo e andiamo in cucina. Con gli occhi svegli quanto quelli di un pugile che sia stato suonato (non da una sveglia ma da un suo collega), getto uno sguardo alla lavagnetta. Le incombenze del giorno:

1)  Riparare la caldaia prima che esploda (di nuovo);

2)  Spesa pre-armageddon;

3) Diventare ricco;

4) Diventare famoso;

5) Verificare se è ancora nel bagno il ragno che hai messo sotto quel bicchiere di plastica a capodanno.

Sono tutti obiettivi poco probabili, ma il primo è il più improbabile di tutti.

Prendo un caffè.

Macchio la cravatta.

Cambio la cravatta.

Prendo un altro caffè, già che ci sono, stando un pochino più attento.

Riesco nell’intento: infatti la cravatta è rimasta immacolata, ma ho timbrato la camicia.

Prendo un caffè. E’ per calmarmi.

La principessa Hulk ha iniziato a farsi verde per la rabbia: ha ricordato un pupazzetto con cui non giocava da prima del trasloco da Milano.

Le donne non dimenticano, non archiviano neppure, salvano tutto in una parte della memoria a portata di mano. Hanno un enorme desktop mentale, e salvano sempre lì tutte le icone.

Una volta mia moglie mi tenne il muso e mi sbatté il bicchiere d’acqua che le avevo chiesto sulla tavola facendo tintinnare le posate.

Feci l’errore di chiederle cosa fosse.

Mi rispose “Niente”.

Perseverai nell’errore chiedendole conferma: “Sei sicura? Non mi pare niente”.

Sbuffò e non rispose. Poi disse: “Non ti ricordi che mi avevi promesso un calendario con le nostre foto?”.

“Sì, cazzo, ma eravamo al liceo!”.

“Appunto! Tutto sto tempo?”.

Con un colpo gobbo trovo il pupazzetto che credevo morto.

Lo consegno alla principessa Hulk che si placa.

Le infilo la giacca.

Prima, però, prendo un caffè.

Non è operazione semplice. Provate voi a infilare la giacca ad un orango tango che balla impugnando un pupazzo con le braccia aperte ben poco flessibili. Ovviamente uno parte dal braccio libero e poi chiede alla principessa Hulk di mollare il pupazzo, ma non funziona così, eh no, la principessa Hulk prima ti molla un calcio nello stinco (che non è di santo, e la tua bestemmia lo conferma), poi frigna, sbatte il piedino (sopra il tuo mocassino, e parte un altro santino), poi alla fine tu, che sei scaltro come una faiena, le suggerisci di cambiare semplicemente mano. Lei ti guarda guardingo come un mandingo e con gli occhietti furbetti passa il pupazzo da una mano all’altra.

A questo punto tua moglie ti dice con rimprovero nella voce che devi OVVIAMENTE metterle l’impermeabile e tu preghi in SanScrito che sia di quelli senza maniche, preghi Santo Stefano, scegli lui perché è un santo antico di cui nessuno si cura, scegliere San Gennaro per esempio, non ti va, dovresti attendere i secoli che smaltisca l’arretrato, ma Santo Stefano evidentemente ti legge nella mente di demente che ti ritrovi e ti lascia a piedi e l’impermeabile ha altre due maniche e la principessa Hulk ti guarda in cagnesco come a dire non è che mi richiedi di mollare il pupazzetto.

Arrivo a scuola che sono già sudato e bestemmiato e parcheggio con le quattro frecce e le otto occhiaie sotto gli occhi. Le porte dell’asilo sono più puntuali di quelle di una banca, e se non si spacca il minuto 30 non si aprono manco a calci.

Decido che prendo un caffè mentre attendo.

La campanella annuncia la fine dell’inizio di giornata.

Prima che la principessa Hulk salga, le solite placide e serene raccomandazioni di buona educazione:

  1. Saluta la maestra quando arrivi e quando vai;
  2. Non buttare l’acqua a terra;
  3. Non sbirciare da sotto le porte dei bagni;
  4. Non mangiarti i gessetti che poi caghi filadelfia;
  5. Non arrampicarti sull’antenna;
  6. Non mordere quel povero cane;
  7. Smettila di lanciarti come una rockstar dall’armadio sui compagni;
  8. Non attivare l’allarme antincendio;
  9. Non mettere i ragni nel piatto del vicino.
  10. Smettila ti prego di dar fuoco alla barba dell’insegnante. Non sta bene, è una suora tanto garbata;
  11. Tira fuori il gatto dalla lavatrice.

Poi lei sale, e finisce il mio mondo.

Solo a sera, quando torna, il sole sorgerà.