Nanosky

Nanosky ha il vizio di scrivere la mia storia, oralmente, diffamandomi sistematicamente presso i colleghi.

Ora tocca a me scrivere la sua.

Non è bello da parte mia, non mi rende onore.

Mi sento come quell’uomo che piscia contro gli alberi o i cerchioni delle auto alzando la gamba, solo perché ha avuto un piccolo incidente con un barboncino.

Ma adesso Barney ha davvero toccato il fondo.

Del resto che toccasse il fondo era prevedibile, parliamo pur sempre di Barney, Barney Nanosky, il cui cognome è onomaortopedico.

Sono mesi che sussurra nei corridoi (il nano che sussurra nei corridoi, una storia di intrigo e notai, di drafting e bonzai, a dicembre nei cinema) di una presunta mia relazione con la segretazza.

Ieri l’ho sentito che sussurrava alla nuova segretaria “Non ti fidare di avvo, se ti chiede di chinarti a prendere una fotocopia….zac!, è un gran pezzo di merda”.

Ora, io non ho mai fatto avances alla segretazza.

Va bene, lo ammetto, qualche volta glielo ho appoggiato, ma un appoggio semplice, senza fronzoli, così, en-passant, e solo quando era chinata a 90 gradi esatti, non mi sono mai azzardato a farlo a 89 o 91, tanto per dire. Giro appositamente con un goniometro laser (ma perché goniometro e non angulometro?)

Ho i miei imperativi kantiani, io.

Devo dire che se la nuova segretaria ha un minimo di sale in zucca (halloween si avvicina e forse potrebbe mettersi una candela nel cervello e riciclarsi come zucca decorativa), comunque, dovrebbe pur capire che non ci si può fidare di chi va in giro a parlar male della gente (soprattutto se la gente sono io, ma questo è un po’ autoreferenziale, lo ammetto).

Cioè, dire alle spalle di una persona che è un pezzo di merda è come tirare un pugno ad un vetro per dire a tuo figlio che deve evitare di fare il pazzo.

Qualche tempo fa ho trovato nel suo cestino un originale che avrebbe dovuto essere sulla mia scrivania (l’ho riconosciuto da un lembo colorato di rosso, per fortuna, perché per il resto era immerso tra mille altri fogli).

Mi son piantato le nocche nel fianco sinistro, con la destra ho pescato il documento pinzandolo tra pollice e indice, l’ho sventolato come una bandiera davanti il suo desktop e ho detto “e questo che ci fa nel tuo cestino?”.

E Nanosky, più imperturbabile di una statua addormentata, mi fa “Questo succede a chi non tiene la scrivania in ordine”.

Nanosky è il classico “filogovernativo”.

Quello sempre in prima fila a convegni, riunioni interne e esterne, cene di natale e capodanno.

Quello che gira con la penna di studio nel taschino e ha un porta-bigliettini in tasca, uno nella borsa porta-pc, uno nel portafogli, e uno d’emergenza sotto pelle (estraibile con un piccolo bisturi infilato nella sola cavità cilindrica da cui non può uscire quando si indossano i pantaloni).

Quello che sotto l’ombrellone si legge i regolamenti interni.

Ha tentato di scrivere la mia storia.

Ma ora che io sono venuto in possesso di documenti importanti che lo riguardano, la storia la scrivo io.

Sarà una storia di vendetta.

E presto la leggerà anche Barney.

Barney Nanosky.

A dicembre, nei peggiori cinema di Caracas.

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Senza Euripide Geppetto non si sarebbe fatto le seghe

– “Avvocatolo puoi venire?”

Il senso del punto interrogativo fa a cazzotti con il fatto che abbassa la cornetta prima che io possa rispondere.

-“Entra, siediti.”

-“Dimmi tutto”

-“Anzi no, non sederti, che sono di fretta”

-“Ok, resto in piedi, dimmi tutto”

-“Devi far partire immediatamente un conflict check urgente. Segnatelo”

Dentro me, penso, che razza di urgenza ci può mai essere in un conflict check? Probabilmente non avete idea di cosa sia un conflict check, nemmeno io, quindi proseguite pure:

-“Lo faccio volentieri, boss, figurati, ma non è che potrebbe occuparsene la segretazza?”

“Avvocatolo, tu sei brillante, intelligente, disponibile, committed e reattivo. Cosa è che sei?”

-“Brillante, boss”

-“E?”

-“Intelligente, boss”

-“E?”

-“Ehm, commit…no, disponibile, boss”

-“E? Su, continua”

-“E chi si ricorda, boss, dai, non avevi fretta?”

-“Già, a proposito, scusami un attimo. Pronto? Segretazza? Mi prenota un biglietto subito per Trepalle, mi pare sia vicino Livigno. Come? No, per stasera, subito, il primo che parte. Non me ne catafotte se non c’è un aeroporto a Trepalle, lo costruisca, non mi scarichi addosso i problemi della sua vita, le sto solo chiedendo un fottutissimo biglietto. Click. Avvocatolo, tornando a noi, devi fare un conflict check stasera stessa, mi raccomando, descrivi bene la pratica ma non troppo, insomma, non far capire su cosa stiamo lavorando né chi è il vero cliente, inventati un nome, trova una sub-sub-subsidiary, però attento all’antiriciclaggio che dovremmo comunque individuarlo bene il cliente, insomma non dare troppe informazioni ma nemmeno troppo poche, inventa, soprattutto, ad ogni modo vedi un po’ come fare, ma dobbiamo tenere lontani quelli del real estate, voglio firmare solo io il mandato. Segnatelo. Oibò, stai segnando?”

-“Segnato. [dipingo uno smile con gli angoli rivolti verso il basso]. Scusa se mi permetto, ma la pratica si interseca giusto a metà tra corporate e real estate, DEVI coinvolgere il dipartimento del 2° piano, sennò poi quelli mettono le ore a come gli viene”

-“Tu non conosci Euripide”

-“Non ti seguo”

-“Euripide, la geometria, le rette parallele. Avvocatolo, Euripide è importante. Senza Euripide, Pinocchio non sarebbe nato, perché Geppetto non sarebbe stato un falegname. Segnatelo.”

-“Mmm forse vuoi dire Euclide, ma perché mai, poi?”

-“Perché senza Euripide (si si, Euripide, Euclide, fa lo steso, i geometri tutti uguali sono) niente geometria, e le seghe sono geometria, e senza seghe niente falegnameria. Cos’è che non ci sarebbe stato, eh, senza Euclide?”

-“Pinocchio?”

-“Naaa”

-“Geppetto?”

-“Ma che dici”

-“La cecità?”

-“Ma tu sei tordo, le seghe, avvocatolo, le seghe non ci sarebbero state”

Appunto, penso dentro di me.

-“Senza Tucidide, manco io ci sarei”

Tucidide, li mortacci tua!

-“Era Euripide, non Tucidide”

-“Sì, fa lo stesso, comunque il corporate e il real estate devono essere due rette parallele, che si incontrano solo dopo la firma del mandato”

-“Ehm, mi pare che se sono parallele le rette non dovrebbero incontrarsi mai, forse all’infinito, se Kline ci ha visto giusto, ma di certo non dopo pochi giorni…”

-“Che fai, il filosofo matematico? Tu manda il conflict check e non stare lì a gettarmi addosso le tue paranoie, come quella segretazza lì, che se non mi fa avere il biglietto per Trepalle entro stasera…Hai segnato tutto?”

-“Segnato”

-“Che hai segnato, fai sentire?”

“Conflict check urgente – descrizione vaga ma pertinente – inoltro dal mio pc – attenzione a non insospettire real estate – domani tu sei a sciare a Livigno, per cui devo ricordare a Segretazza di inserirti l’out-of-office, controllare che a Trepalle ci sia un aeroporto e, in mancanza, costruirlo ASAP”

“Bene. Segna le ore, stasera. Segnatelo.”

Quando premerò sul tasto “Invia”, e poi su “Ignora controllo grammaticale” (ce l’ho sempre attivo ma, francamente, mi fido molto più della mia grammatica che di quella dei progettisti informatici di Bill Gates), avrò praticamente sventolato una bistecca di carne sotto il naso di 2.519,5 cani affamati.

Senza Euclide, il mondo sarebbe un posto migliore.

Diordine smentale

“Come lo chiamiamo?”

“Fai tu”

“Non collabori mai”

“Pino”

“Pino?”

“Lo vedi come fai? Prima chiedi di collaborare e poi non accetti la collaborazione”

“Ma che razza di nome è, Pino?”

“E’ un gran classico, un sempreverde”

“Ma Pino è un nome filiforme”

“Che cavolo è un nome filiforme?”

“Fa pensare a qualcosa d’alto fusto”

“Allora fai tu”

“Non mi dai mai una mano”

“Non ricominciare”

“Eh no, ricomincio. Devo fare sempre tutto da sola”

“Ci risiamo. Io vado alla cascata”

“Eh no, non fuggi, adesso mi senti”

“Okay, sentiamo”

“Non parlo più, basta”

“Okay, non sentiamo”

“Ecco, vedi?”

“Cosa?”

“Così sei fatto tu. Non ti interessa quello che ho da dire”

“Ma se hai detto che non vuoi parlare?”

“Ma che significa! Si dice per dire, se una donna ti dice che non vuole parlare è perchè vuole parlare ma non vuole tu pensi che lei voglia parlare, piuttosto vuole che tu la costringa a parlare in modo tale da fare quello che le piace e pare ma dando l’impessione di stare a fare un favore a te, nel farlo”

“Okay, allora, sentiamo, mi parli per favore?”

“No”

“Adesso era un no che voleva dire no, o un no che voleva dire sì ma pare di no e io debbo insistere affinchè tu finga che no diventi sì solo per il mio insistere?”

“Non cercare di fregarmi”

“No, no”

“Uhmpf”

“Su, sentiamo, che hai da dire?”

“No, non parlo”

“Dai ti prego, parlami, ti supplico”

“No, è inutile che insisti”

“Okay”

“Ecco, vedi?”

“Ma tu fai i trabocchetti sui trabocchetti! Ma sei impossibile”

“Eppure dovresti conoscermi, stiamo insieme dalla notte dei tempi”

“Eva, te la posso dire una cosa?”

“No, con te non ci parlo”

“Ma vai cachi”

“Sì!”

“Cosa?”

“Chiameremo quel frutto cachi, ottima idea ho avuto.”

E fu così che da un banale litigio tra i progenitori della Umanità, venne stabilito che il cachi si sarebbe chiamato cachi, solo che all’epoca non lo si sapeva ancora.

Succede così con tutte le cose. Prima di trovargli un nome, non sappiamo come chiamarle.

Siamo qui

Siamo ancora qui.

Sotto quella luce che tanto ti piaceva. La luce del mattino, lo sguardo limpido del giorno che ancora non ha accumulato lo smog della vita.

Potessi trattenere gli occhi e impedire loro di alzarsi per confondersi con l’aria che attraversano per schiantarsi lontano, nello spazio vuoto tra due stelle.

Forse potresti fidarti, forse potrei fidarmi, o avere fede, sì, dovremmo avere fede, credere nell’invisibile, credere nell’incredibile, forse dovremmo imitare Peter Pan e chiedergli com’è che si fa, a ricordare dopo che hai dimenticato tutto, soprattutto quello che non c’è.

Com’è che si ritrova la via dopo che l’hai smarrita, come si torna a volare dopo che ti sei strappato a morsi le ali, quando hai finito la polvere di fata, come si ritorna a guardare il mondo con lo sguardo fiducioso di un bambino che aspetta ogni anno che qualcuno scenda dal camino a portargli tutto ciò che il suo cuore desidera ardentemente?

Siamo ancora qui. E questa notte non è ancora finita, anche se è tardi e domani dovrò accompagnarti via, via dal mio mondo. Ma oggi non è domani, oggi è ancora qui, oggi è ancora oggi, oggi siamo ancora noi. Ha avuto inizio tutto qui, su quest’ombra di nulla, dove danza tutto ciò che è abbastanza, dove le voci nostre sono ancora intrecciate come i fili di un tappeto, dove gli argini dei fiumi straripano di sole e radici, dove il tempo entra nella testa e si deforma come se cadesse dentro un buco nero. Cosa c’è di tanto sbagliato nel lato nascosto della luna? Perchè mostra il suo volto all’universo intero tranne che a noi?

Siamo ancora qui, e il vento ancora non ha soffiato troppo forte sull’ultimo fiocco dell’albero di mezzana. Siamo ancora qui, anche se non abbiamo nome, anche se c’è la tempesta sull’altra riva, anche se i sogni stanno diventando incubi, anche se l’America è un’isola lontana, forse non so più chi sono, non sai più chi sei, forse abbiamo solo dimenticato chi siamo e ci siamo persi nel cercare quelli che non eravamo e non saremo mai.

Noi.

 

Apologia del reato di transito di carretto trainato a mano (stikazzi)

L’encefalo umano è una macchina in genere sofisticatissima (se si escludono i geometri).

Ovviamente c’è macchina e macchina.

Ci sono le Ferrari, premi nobel, o le Fiat Panda 4×4, di quelle che all’apparenza non ci daresti un soldo bucato (neppure se ci fosse un cartello “Dà resto”) ma che, in situazioni di estremo fango (eufemismo per merda), innestano la trazione integrale.

Ci sono i TIR, i vecchi professori geniali mezzo rincojoniti, o le Smart, parcheggiate spesso da Porta a Porta o in Parlamento o i rottami che vedi al Grande Fratello.

E poi ci sono anche i velocipedi (che tutto sono tranne che veloci), o i carretti trainati a mano. Io ora non so dalle vostre parti, ma dubito che dalle mie vi siano molti carretti veri trainati a mano, intendo proprio il mezzo di trasporto, non l’encefalo di cui il carretto costituisce una metafora; me lo chiedo ogni volta che mi trovo a passare su Corso Vittorio Emanuele II e trovo il cartello che vieta ai carretti trainati a mano di transitare. ORA MI SPIEGATE CHE CAZZO DI DIVIETO E’ QUELLO RIVOLTO AI CARRETTI A MANO? A QUESTO PUNTO PERCHE’ NON LE BIGHE? ORA QUALCUNO MI SPIEGA CHE CACCHIO DI DIFFERENZA DISVALORICA ESISTE TRA UN CARRETTO TRAINATO A MANO E UNA BIGA? (VIVA LA BIGA, SEMPRE VIVA LA BIGA…).

Scusate ma devo uscire un attimo dalla parentesi tonda e spendere un paio di parole sul divieto di transito ai carretti trainati a mano.

Questo qui per intenderci: 600px-Italian_traffic_signs_-_divieto_di_transito_ai_carretti_a_mano_(early).svg

Innanzitutto, il carretto trainato a mano è ecologico e meriterebbe l’esenzione dalla ZTL, avrebbe più diritto di passaggio del taxi o degli autobus a due piani panoramici. Si, si, avete capito bene, anche a Torino ci sono gli autobus city sightseeing (per intenderci quelli rossi a due piani col piano superiore scoperto e pieno di cojones). Che pure i geometri lo sanno che a Torino piove sempre; fare un eccitante giro al piano di sopra per vedere Torino!, che ideona eh? Prima si accapigliano per il piano di sopra e poi si ritrovano ammassati al piano di sotto tentando di sbrinare i finestrini che continuano loro stessi ad appannare stando incollati con la faccia al vetro (e pure i geometri lo sanno che l’alito appanna).

Immancabilmente c’è il tirchio di turno che, non potendo sopportare di aver buttato via quanto? 8 o 15€, imperterrito rimane seduto al piano scoperto e si becca pioggia, vento, smog e cacate di piccioni, lui solo in tutto l’autobus con al suo fianco la moglie che lo prega di scendere giù che tanto anche da su non si vede un tubo, c’è la pioggerellina e la nebbiolina e poi, a dirla tutta, se anche si diradasse la nebbiolina e la pioggerellina (cosa che succederà a maggio o giù di lì) probabilmente non ci sarebbe proprio un bel niente da guardare.

Ma volevo parlare del carretto, non dell’autobus, solo che mi sono infangato nella parentesi. Dovete scusarmi, ma la mia trazione integrale fa le bizze, è che la mia Panda 4×4 è troppo usata.

Dunque, ammesso e per nulla con-cesso che esista un qualche disvalore implicito in un cazzo di carretto trainato a mano (differente e maggiore del disvalore di una biga o di un cammello catalitico), mi spiegate per cortesia perché mai un carretto trainato a mano dovrebbe passare per Torino? E se proprio questo autista di carretto (venuto poi da dove? da Lugano? La Svizzera è l’unico posto nel giro di 4000km di raggio dove mi aspetterei di poter vedere un carretto), dico, se proprio questo Raikkonen dei contadini avesse scelto di venire a Torino a battere il record di velocità di carretto trainato a mano, secondo voi proprio a Corso Vittorio Emanuele II andrebbe? Che poi il divieto vige solo nel vialone centrale, non nei controviali. E quindi io mi chiedo, sto’ Valentino Rossi dei braccianti agricoli, si mette sotto la pioggia, con il freddo per venire da Lugano a Torino, e non si fermerebbe ad una placida passeggiata sul parco Valentino o, to’ al massimo, in un controviale, ma proprio al centro del vialone si dovrebbe piazzare?

Certo se mettessero un divieto di transito per le teste di clacson probabilmente Torino diventerebbe isola pedonale. Un’isola deserta, si intende, e mi toccherebbe traslocare, ovviamente. Ma questo è un pensiero così, non dovete badarci.

Io voto a favore del transito di carretti a mano, bighe, caracche, feluche, piroghe e galeoni per il Po e le vie di Torino.

E tu?

La dura vita di uno scrittore esordiente

La vita di un aspirante scrittore è irta di pericoli [Piena di cazzi appuntiti, verrebbe da dire].

Modestamente, penso di vantare il più longevo esordio di sempre: sto esordendo, esordiendo, esordando, insomma sono un esordiente dal lontano 2015, penso che manco Mosé abbia fatto un esordio tanto lungo. Anche se forse il suo era un esodo, o un Esopo, ma che ne so(po). O era Noè? No, eh? Quei due me li sconfondo sempre.

Ho un tilt nei neuroni. Scusate.

Ci sono vare piaghe, come quelle d’Egitto da cui fuggiva Moser, che se era tanto bravo a correre era perché sono arrivate le cavallette e si sono fiondate come… cavallette. E’ difficile fare una metafora con le cavallette, porcaloca.

Dicevo, già, non dicevo niente, perché sto scrivendo.

Prendo un sorso di vino.

Continuo.

La vita dell’esordiente è un esordio che manco li egiziani potevano predire, con tutto Iside, Osiride e compagnia bella erano sempre lì a scrutare nel futuro. Ma per quanto tu scruti nel futuro, te la vai a pija sempre intercooler. Legge di Ramses III.

La prima piaga, sono i parenti che si fiondano come…cavallette sui tuoi preziosi manoscritti, ma ad una imprescindibile condizione: che siano aggratisse. C’è chi te lo dice dritto e chiaro e, anzi, se tentenni, se jastemmi implicitamente e con gli occhi fai trapelare anche solo una punta di tutte le madonne che gli stai tirando (perché, diciamocelo, quando ti chiedono di regalare il tuo libro tiri giù Madonne manco fossi un restauratore della Cappella Sistina), se appena appena scorgono il lembo di tutti i muorti di chi le stramuorti che gli stai menando, mettono il muso in modalità mocio vileda e ti dicono MA COME, NON ME LO REGALI?

Che ti viene da dire, e tu, cara zia, che sei UNA GRANDISSIMA ZOCCOLA, una botta a gratis non me la dai? Mi viene da pensare allo zio della protagonista di quel film di Tinto Brass, il più famoso che non ricordo ora come si chiami, in cui lui scopre che la nipote esercita il mestiere più antico del mondo e si presenta puntuale ogni settimana a pretendere una prestazione. Sia aperta una parentesi, in quel film c’è la scena più comica di tutto il cinema erotico: lei è lì che, insomma, piange e si appresta ad una fellatio, e lui le dice “E no, dai non, piangere, su su, non piangere”, e lo spettatore (mentre se lo mena, indubbiamente) gli viene un attimo di sgonfiamento erotico perché prova tenerezza (e la tenerezza non va daccordo con la durezza, lo dice la parola stessa) per quello zio tanto premuroso, ma poi arriva puntuale (come nell’essere esordiente) la inculatio: lo zio prosegue “Semetti, altrimenti mi bagni le palle”.

Perndo un alrto srso di vino. Stabbè.

Poi su Facebook ci sono uno stormo, che dico stormo, sciame di gente che probabilmente pensa che tu guadagni ottocentomilioni di euro per copia, perché ti “promette” di leggerlo “prima o poi”. Ora, intendiamoci, uno scrive affinché i libri vengano letti e pagati, senza giri di parole. Ma da qui a pensare che la vendita di una copia sia la “svolta” e che tu debba essere messo sul piedistallo degli eroi perché hai una mezza idea, forse, quando ti avanza tempo e denaro, di prendere un libro, insomma, è quantomeno una visione ottimistica. Non voglio dire che non mi frega un cazzo, ma sostanzialmente prima di te sono passate ottocentomiliardi di persone a dire che lo avrebbero letto, prima o poi, e sono tutti quanti ancora al “poi”.

Un sorso di vino mi prende.

E i finti editor, vogliamo parlarne? Gente laureata in restauro dei beni culturali, o quando va bene in giurisprudenza, che di letteratura e mercato editoriale (due cose molto diverse ma riterrei entrambe imprescindibili per fare l’editor) capiscono quanto io di assorbenti interni, che ha pubblicato mezzo libro n. 340.000 in classifica Amazon self-published, ma millanta precedenti contratti con Mondadori, Rizzoli, la Reale Stamperia di San Gennaro et similia, menziona una sfilza di premi a concorsi di rilevanza rionale, legge il tuo manoscritto in 24 ore e ti dice che è un eccellente lavoro, non la solita merda che tutti gli altri merdosi merdano in giro, e visto che tu sei così bravo e non una merda come le merde ti faranno anche lo sconto del 99% e poi ti presenteranno al presidente della Galassia, per la modica cifra si intende di due euro a carattere (spazi esclusi, si pagano a parte, ecco perché nei libri non trovate tante pagine vuote).

I gruppi, oddio i gruppi su Facebook! Sono associazioni a delinquere, costituite al 101% da scrittori, con ritmi e regole che la Gestapo levete proprio, hashtag impronunciabili che dal cellulare mi vengono i pollici snodabili, ban, gelosie, fazioni avverse e controverse e gaie e sticazzi. Non esagero, uno dei vari admin conosciuti ebbe a ridire sul mio “stile di vita” e voleva impormi uno stile più morigerato. Mi faceva pensare a mia figlia che mi ha messo Trilly, il passero trovato sul balcone, nella biancheria intima, e poi ridendo mi ha detto “Mamma dice che devi imparare a tenere l’uccello nelle mutande, e quello che dice mamma si fa, lo dici tu”.

E ce ne sarebbero da dire ancora ma porcamiseriloca avevo iniziato questo post solo per dirvi che avvo, dopo una vita di esordienza, esordisce per davvero con un editore in carne e ossa (e capelli, ma mica tanti, che tra simili ci si intende). Ieri ha mandato, tra lacrime e jastemme, sangue e smadonnamenti, il manoscritto finale. E ha ricevuto l’OKAY semidefinitivo e semitrasparente come lo smalto, e insomma ragazzi ci siamo.

Stay tuned 😀

Ritratto estemporaneo

Esistono diversi concetti che la maggiorparte di noi ritiene scontati, automatici, per nulla bisognevoli di riflessione. Il tempo. Lo spazio. La realtà.

Molte persone vivono serenamente accettando un po’ coscientemente, un po’ no, concetti così profondi e complessi come se potessero rispondere a una dicotomia che pare esservi in tutti i nostri valori, o quasi. Bello o brutto. Buono o cattivo. Colto o ignorante. Bene o male. Giusto o ingiusto.

C’è tempo o non ce n’è. C’è spazio o troppo o troppo poco. C’è una realtà. O non c’è. Ed è davvero curioso come le persone diano per scontato che l’unica realtà sia quella tangibile. Come se i fenomeni potessero accadere solo nel mondo della materia e non dello spirito. Come se dentro di noi ci fossero solo viscere e organi, sangue e ossa e nulla più.

Ma la cosa davvero curiosa, è come si dia per scontato che nella dicotomia di valori di cui il nostro occidente è impregnato da millenni, vi sia sempre un corno dell’alternativa che ha valore, e l’altro solo disvalore. Il relativismo ci ha insegnato che ci sono diversi concetti di buono, o di cattivo, di bene o di male. Ma a parte Nitsche, il relativismo, perlomeno quello di cui ho notizia io, non s’è mai spinto fino a mettere in dubbio che, quale sia il “relativo” concetto sottostante, si debba sempre preferire il bello al brutto, il buono al cattivo. La realtà all’irrealtà. La gioia al dolore. In realtà, osservando certi paesaggi umani, viene da pensare che accada piuttosto il contrario, e che spesso le persone, in una duplicità angosciante, mentre predichino la dicotomia di cui sopra e siano pronte a giurare di dare più peso al vero che al falso, al buono che al cattivo, nonostante ciò, a me pare che le persone spesso scelgano in contrasto netto con tale visione aprioristica e per nulla dimostrata di cosa sia da preferire in questa vita.

Molti scelgono il dolore, per sé e per gli altri, lo elevano a modello di vita, forse imitando certi cliché cinematografici di uomini e donne belli/e e dannati/e. Come se la dannazione avesse una sua fascinazione.

Come se dentro, non ci fosse rimasto più niente.

Neppure un briciolo di valore. Né di dolore, che valga la pena di essere soffocato, cercando le parole scolpendole a colpi di piccozza nel proprio cuore, stringendo la carne in modo che il veleno iniettato dal morso d’un qualche serpente, sprizzi via prima che tutto cada.

Prima che anche il tramonto tramonti su quel paesaggio interiore che, certi giorni, sembra il ritratto crudele d’un malcelato dolore.

Come un fiore di ciliegio

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Sei fiorita nella mia vita come un fiore di ciliegio, cadendo da rami troppo alti per le mie mani di bambino. Mando indietro il nastro, e sento il tuo sorriso, la tua voce, la tua cadenza straniera, quel tuo modo sbilenco di pronunciare la G dolce, il tuo raddoppiare certe consonanti omettendone altre.

Guardo la strada, la strada che ho davanti e sento il tuo sguardo. Lo sento tra le fronde degli alberi, passa insieme ai roridi raggi di sole del primo autunno. Tutto passa, anche questa stagione. Ma perché i fiori più belli devono avere vita così breve? Il ritorno, il ritorno ossessivo di tutto, i cicli, che tentano di dirci? Le onde, i sogni, i giorni, impariamo ad andare in bici, poi lo scordiamo finché lo insegniamo a chi viene dopo.

E sorridere certi giorni è come indossare un trucco pesante, una crema antirughe. Copre i solchi fuori, ma non risponde alle domande che bruciano dentro. Perché?

Sei ancora qui?

Puoi ancora vedermi?

Perché il confine che ci separa è così invisibile?

Sento la tua voce, quel modo morbido di pronunciare il mio nome che avevi solo tu. E ogni tanto mi giro e mi pare di vederti ma non ci sei. In tutti i momenti importanti, tu ci sei stata, dalla laurea in poi, così come nei momenti down.

Guardo il fiume che scorre e mi chiedo se davvero non sia possibile bagnarsi due volte nelle stesse acque.

Forse quando sarò dall’altra sponda di quel fiume che per un breve tratto attraversammo insieme, forse sull’altra sponda, oltre l’erba, c’è la risposta a tutti i miei perché.

Ti amo ancora come venti anni fa. Non è cambiato niente, mamma. Niente. Solo fogli di calendario caduti a terra. Ma non è cambiato niente, nel calendario che ho dentro di me. In quel calendario tu sei ancora qui. Sei solo nella stanza accanto e anche se non ti vedo, dormi serena. E prima o poi arriverà il momento di aprire quella porta.

Non è cambiato niente. Come un fiore di ciliegio, hai solo cambiato colori.

Ma il cielo è sempre più a sud

sud1

Se vuoi capire noi italiani, siedi in un treno a lunga percorrenza.
Di quelli da Sud a Nord.

Domenica sono partito con la ciurma al gran completo da Roma, destinazione casa.
Lo spettacolo inizia alla stazione. Ora, hanno avuto la brillante idea di istituire dei varchi di accesso ai binari.
Occorre mostrare il biglietto. Tranne mia madre, non lo stampa più nessuno.
In fila, cominci a vedere l’Ansioso: quello che fruga e suda, e prega di trovare il biglietto.
Quello che mi chiede se mostrare lo smartphone lo fanno entrare uguale.
Quello che dice io me ne fotto.
Quello che non è possibile la burocrazia.
Quello che risponde ma è per l’Isis.
Quello che ti chiede se il varco al binario 12 può essere usato per andare al binario 16.
Quello che chiede a quello di cui sopra perchè diavolo va al varco del binario 12 se il suo treno parte dal binario 16.
Il vecchietto che interviene e chiede che lavori stanno facendo.
Quello che ti chiede se può passare che deve prendere il treno.
Come se tu fossi lì chissà per cosa mai, magari per prenderlo in culo.
Arrivi al binario.
C’è quello che chiede se il treno per Torino va a Torino, e lo chiede sotto il cartello gigante che indica “TORINO”, giusto dinanzi alla targhetta luminosa del treno dove c’è scritto “TORINO”. Magari ha paura che è solo il nome della squadra del cuore del capostazione granata.
E quando gli risponde qualcuno “Sì”, chiede “Ma ferma a Torino?”.
Arrivi all’altezza del binario ove si fermerà la tua carrozza. Trenitalia ha impiegato 150 anni per scoprire che forse è utile indicare dove si trova la carrozza 1 e dove la 121, dato il vezzo di invertire capo e coda di treno, di tal chè non valevano pensieri furbi del tipo la carrozza 23 sarà in fondo alla banchina.
Anche chiamarle carrozze, mi pare sintomo di un certo grado di lassismo nomastico. Di carrozza, le carrozze, non hanno un cazzo.
Discorso diverso che già ebbi a fare, per le cuccette: sono cucce e forse manco li cani.
Solo di recente è scomparso un pezzo di storia nomastica: la ritirata, per indicare il cesso.
La salita con bagaglio è impresa immane e già occasione di primo scazzo.
Ci stanno i cartoni di polistirolo stipati di mozzarelle, i TV a tubo catodico con il manico di scotch, la pagnotta di pane sotto il braccio, il sacco con la merce del vucumbrà, i barattoli di salgicce, valige che manco Mosè e  la sua ciurma nel giorno del grande esodo.
C’è il tipo che lascia le valige al pianerottolo e intasa tuttolo.
Trenitalia fa poltrone sempre più larghe ma cappelliere sempre più striminzite.
“Lei ha occupato tutta la cappelliera”.
“Chi prima arriva prima alloggia”.
“Mi fa passare per favore”.
“Dove cazzo corre, il suo posto mica se ne parte”.
“Stia attento con quel trolley, mi passa sui mocassini”.
“Non spinga”.
“Quello è il mio posto”.
“Ma no, guardi, è mio”.
“Mi faccia vedere”.
“Vede, ha sbagliato carrozza”.
Dato che era troppo semplice, adesso ci stanno anche i doppioni, la 1a e la 1b. Grazie Trenitalia.
“Le spiace se ci scambiamo di posto? Soffro di mal di mare”.
“Ma questo è un treno!”
“Non posso sedermi contromano”.
“Le spiace se mi metto io al finestrino?”
“Io e mia figlia siamo in carrozze diverse, ci cede il posto?”
“E dove mi metto?”
“Si metta là, è vuoto”.
“Se sale qualcuno?”
“Le cederò allora il mio posto”.
“Non è suo! E’ mio”.
“Le cederò il suo, se ci tiene tanto, quando sale qualcuno e vuole il mio”.
“Può abbassare la voce?”
“Può abbassare le tendine?”
“Può abbassare le braghe che…”
C’è quella che legge e non ti saluta nemmanco.
Quello che parla a raffica e ride sguaiato al telefono.
Chi si alza ogni secondo per pisciare.
Il fumatore che scende a ogni stazione.
Il professionista importante che lavora tutto il tempo e occupa tre prese elettriche.
Poi passa il carrellino delle bevande in business.
Il tipo coi guanti ti porge un bicchiere di acqua sporca come fosse una goccia del Sangue di Cristo (Amen) e ti chiedi se abbia problemi di udito, perchè tu hai chiesto un caffè non un estratto diluito dell’albero della gomma.
La gente finge di pensarci su quando lo chef col carrellino gli chiede “dolce o salato”, che cazzo ti pensi? Ci sta o il salatino o il biscottino, andiamo, siamo seri. Le donne chiedono se non c’è per caso il menu.
Tutto ciò che è gratis, anche se lo hai pagato nel prezzo, l’italiano non riesce a dirgli di no. C’è un tubo da fare.
Poi senti una persona che piange.
Una che ha perso la dignità con il suo uomo.
Chi bestemmia, chi ama la zia, chi va a porta Pia, chi vuole l’aumento, chi è sempre scontento, chi parte, chi arriva, chi sale, chi mangia, chi scende, chi tutto, chi niente.
Ma il cielo è sempre più blu.

Un giorno perfetto in un mondo imperfetto

VERSIONE VERA

Sabato la
premiazione. Mi sveglio tardi, assonnato. Prendo due caffè. Dormo ancora.
Parto con tre ore di anticipo. Ma per non far vedere, mi fermo in una curva
di montagna, sotto gli alberi, dormo sul sedile come un barbone. Poi arrivo
al teatro, mi siedo in fondo. So che avrò voglia di andarmene quando saranno
finite le premiazioni e io non ci sarò.

Ringraziano il sindaco, il vicesindaco, il sindaco del paese
di fronte, l’ex sindaco che ha organizzato il tutto, l’assessore a non-soche, il presidente dell’associazione tale, uno scrittore che non si
è presentato, gli sponsor, uno ad uno, ringraziano la Madonna e tutti i Santi
(uno a uno) e poi iniziano la premiazione.

Il primo nome che
salta fuori?

Il mio.

BANG.

Non mi alzo. L’ex
sindaco mi chiama, con la voce che dice “brutto pirla il premio se non vieni
come cazzo te lo diamo”.

Ero solo.

Avrei voluto avere i
miei figli, mia moglie, mia madre, mia nonna (anche se essendo morta da un
pezzo temo che avrebbe fatto una certa impressione), ma non fa niente. L’emozione
è stata fortissima, non ho mai partecipato a un concorso letterario.

Piango come un
fesso.

Torno a casa e dormo
con la targa nel letto.

La notte pone fine a
un piccolo giorno perfetto.

VERSIONE BUKOWSKI

Finale. Ovvio, no?
La premiazione, devo andare. Mi rompo, ma se vuoi campare ti tocca.

Strafatto di vino e
di sesso, mi sveglio con una nel letto, come si chiama? Le avevo
detto che passavo IO all’aeroporto di L.A. a prenderla, venerdì sera, questo lo ricordo, ma me la trovo sui gradini che fuma, giusto sotto il cartello del vietato fumare. Una ciocca le nasconde un
occhio. Adesso gliela incendio. Poi apro la porta e lei entra senza bussare. La ciocca ha sentito il pericolo e si è spostata da sola, lascio andare l’accendino che stringo in tasca.

Mi infila un grissino e del prosciutto in bocca. Mi tocca i denti con le dita, cerca un dente d’oro forse, chi la conosce ‘sta qui? Magari è una rumena che svaligia gli appartamenti. Le dico cazzo, stappiamo prima.

Dopo è confuso, beviamo e mangiamo la carbonara, dolciastra, ho scambiato lo sciroppo d’acero per salsa di soia.

Bum bum, due colpi, mi tocco il portafogli per vedere se è ancora in tasca (ho le braghe calate solo il necessario),
poi non mi si alza, dico merda, ma è l’alcol. Sempre colpa del vino. Lei mi
aiuta, nulla ti rialza come un’amica, in particolare una bocca amica, ma nessun aiuto mi aiuta. Dormo. Mi
sveglio e sento la pioggia nelle mutande. Non si arrende. Mi incazzo e inizio
a prenderla forte, stringendo i fianchi. Un morso, due, tre, uno schiaffo sulle chiappe a stile puledra. Avrà lividi
domani. Chi se ne fotte. Alle mie verruche sulle mani. Alle verruche, chi ci pensa?

Vengo, viene, veniamo, a posto. Mentre lo facciamo
mi scappa “Ti amo Veronica”.

Lei mi guarda e scoppia
a ridere. Pensa che abbia sbagliato di proposito il suo nome. Io rido perché lei ride.  E lei ride pensando che io rida per lo stesso motivo suo. Donne.

Alle 4 ci
addormentiamo (io sempre con la mano sul portafogli, come quando viaggiavo sul treno espresso per Brooklin). Alle 6 riprendiamo. Andiamo avanti fino alle 12. Il vino dà, il vino toglie. Anche nel sesso. Ogni tanto bevo per darmi un tono. Poi dico,
andiamo. Devo aver fatto un bidet con il Listerine al Peperoncino a giudicare dal bruciore. Ho dormito
davvero ubriaco. Mi brucia anche il culo e non voglio sapere perché.

Guido e cerco di ricordare come si chiama la tipa che mi siede accanto. Pazienza, qualcuno la chiamerà prima
o poi.

Poi lei è di quelle
che amano ripetere il proprio nome quando ti raccontano di gente che si
rivolge a loro. Le si gonfiano le tette. Donne. Pavoni.

Metto l’indirizzo sul cellulare. Non so manco se esista davvero un paese che si chiama Roburent. 800 abitanti. Al concorso 400 partecipanti.  Il mondo è complicato.
Mi cade il cellulare sul ginocchio, quello operato. Mi gratto la barba e lo metto tra le gambe di Veronica e dico “Tienilo stretto”.
Lei ride e fuma. Rido anche io, le rubo la sigaretta e fumo. Sudo.

Arriviamo con tre ore di anticipo, dormiamo in macchina come barboni, sotto fronde odorose di castagni. Poi passiamo un’ora al telefono con gente. Lei con il suo ex, strafatto, sua figlia incasinata, suo fratello in ansia, la sua amica incazzata nera con uno stronzo che non sa gestire la figlia, gente. La gente e i suoi guai.
Arriviamo quasi in ritardo, ovvio, non c’è parcheggio ora, prima, tre ore fa, sì.
Mi siedo in prima fila, di lato, è più facile alzarmi per il premio. Mi brucia ancora il culo e non voglio (sapere perchè) camminare troppo, magari pensano che mi sono cagato addosso. Ci sta.
Mia moglie squadra
la mia amica, guarda come cammino, si incazza, mi tiene il muso e spinge i bambini verso di
me con una pedata.
Vinci tu papà, dice
il piccolo. Per forza. Sono il migliore. Papà anche gli altri vincono?
No, gli altri babbei finalisti lo
pensano, chiaro, ma non vincono. Quei pochi che non lo pensano non sono venuti. Gli unici
sinceri.
Il primo nome, il
mio. Ovvio, mi dico. Sarà perché Bukowski comincia per B e gli altri sono sfigati alfabeticamente.
Mi alzo, salgo i
gradini senza alzare troppo le gambe (e  senza far strisciare troppo tra loro le chiappe). La tipa mi fa una foto. Poi si scorda di mandarmela. Bisogna
capirla, ha 57 portati benissimo, o 47 portati male. Ma tutti le dicono che sembra una ragazzina e chi sono io per dirle la verità? Mi righerebbe di nuovo l’auto o finirebbe di cuocere il mio pesciolino rosso nel microonde come l’ultima volta, e non mi va. Ha lasciato in macchina una camicia bianca. Come è tornata a casa, in topless?
Prendo il premio
speciale dell’associazione. Dico merda, niente denaro. Ho partecipato per
quello, la bumba come me la compro ora?
Poi le luci calano, lo sciabordio delle voci si aggruma e si dilegua, la sala si svuota insieme a delusioni amare, gioie e
invidie. Guardo i piedi della folla, tutte scarpe diverse. Ce le
toglieremo tutti prima di notte.
La tipa parla con un
attore. Penso, adesso la lascio qui.
Ma Veronica che non
si chiama Veronica mi viene vicino, mi mette una mano sul cavallo e dice
andiamo. Allora saluto i bimbi, mia moglie che fuma nervosa, le dico che li vado a prendere il giorno dopo.

E andiamo.

Altra notte, sesso,
poco, come quando a Natale fai il pranzo terrone con dodici portate (senza contare il dessert), a cena solo un’insalata, ma poi ti siedi e ti finisci di avanzi, anche se non ti sfondi perché non ce la fai più. Ma ci provi. Sempre.

Mi sveglio e chiedo a Veronica di prendere le sue robe e andare. Mi fa, dovevo restare. Non me lo ricordo, scusa tesoro, ma devi proprio, più tardi arrivano i bimbi. Non trova le mutande. Le hai nascoste, confessa, le
urlo. Ribalto la casa. Non si trovano. Le ha nascoste bene la stronza. Mi sfregia un quadro con l’accendino. Sorride e tenta di baciarmi. La scaccio e le chiudo la porta in faccia.

Fanculo.

Se ne va. Lascia un tappo di sughero, due mozziconi, una pellicola di vetro per
evitare che si rompa il display, rotta, ovviamente. E una scia di profumo di nostalgia per le cose belle e cicliche e fuori stagione, oltre gli steccati della vita normale, come l’ultimo bagno d’estate.

Mi gratto la barba (e le chiappe, che bruciano ancora) e
guardo la targa premio nel letto.

E penso che il mondo è imperfetto.

Imperfetto e stupendo.